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07 gennaio 2014

La Russia di Putin avrà cosacchi musulmani?

Finora non li hanno puniti con la frusta

Questo tema è stato sollevato nei loro articoli da autori di molti mezzi di comunicazione di massa stampati ed elettronici, vive discussioni si svolgono anche nell'ambiente dei cosacchi del Terek [1].

Il Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie Kirill al Primo Grande Congresso dei cappellani cosacchi ha indicato la propria opinione, sottolineando che "alla base dell'immagine di vita del cosacco stia la fede ortodossa e l'amore per la Patria. Un amore che si estende fino alla prontezza a dare la propria vita per la Patria.

E se il sistema di valori spirituali e morali si distrugge, la persona si trasforma in uno pseudo-ortodosso, in una qualche immagine caricaturale. I cosacchi devono avere un chiaro senso di appartenenza alla Chiesa. Non si può essere cosacchi e non essere in comunione con i Santi Misteri di Cristo. Non si può essere cosacchi e non confessarsi. Non si può essere cosacchi e vivere in un matrimonio non religioso. Tali cosacchi ai vecchi tempi sarebbero stati puniti con la frusta".

Tuttavia ora in Russia si verificano fatti che evidentemente non corrispondono alla posizione del Patriarca Cirillo. Così, in Inguscezia di recente si è tenuta un'assemblea per la creazione della comunità cosacca di villaggio e del circondario cosacco della Sunža [2].

La schiacciante maggioranza delle persone che desiderano andarci è musulmana. Il loro scopo è comprensibile. Non si tratta di accogliere l'ortodossia e la forma di vita cosacca, a queste persone è semplicemente necessario un lavoro pagato, infatti nella repubblica praticamente non c'è. Ma le voci secondo cui i cosacchi riceverebbero non pochi soldi dallo stato, come si dice, sono fortemente esagerate e questo mito fa perdere la testa a molti. Qui è appropriato ricordare le parole del Patriarca Kirill: "I cosacchi saranno autentici solo quando sarete inseriti nella Chiesa. E senza questo l'ardore può passare presto. L'uniforme può essere tolta e le tradizioni possono essere violate…".

E ancora un esempio recente: su alcuni siti Internet è stata posta la notizia che nell'Esercito Centrale Cosacco è comparso un achund [3] (cappellano militare musulmano), responsabile dell'educazione spirituale dei cosacchi musulmani. Ma da dove sono venuti nell'esercito cosacco i cosacchi musulmani? Infatti nelle regole delle prima comunità cosacche è detto chiaramente che cosacchi possono essere solo gli ortodossi.

Per fondare tale svolta le persone interessate cercano di riferirsi alla storia, affermando che gli ingusci avrebbero servito nei reparti cosacchi e perfino nella scorta imperiale. E altri musulmani sarebbero sempre stati nell'esercito e avrebbero perfino prestato il giuramento cosacco sul Corano. Confermare o smentire questa notizia possono solo gli storici a cui ci siamo rivolti per avere chiarimenti.

Sergej Nikolaevič Savenko, direttore del museo storico di Pjatigorsk [4], candidato in scienze storiche, lavoratore emerito della cultura della Federazione Russa, ricercatore di storia dei cosacchi con 25 anni di esperienza:

Le questioni dell'appartenenza religiosa dei cosacchi, come pure tutta la storia dei cosacchi, non sono semplici e univoche. Effettivamente, una delle linee principali dello sviluppo storico delle comunità cosacche è stato il loro continuo trovarsi in zone di contatto multietniche e multi-confessionali sul Don, nel Caucaso del Nord, negli Urali, in Siberia e così via.

Obbiettivamente questo ha favorito il fatto che nell'ambiente cosacco si potessero trovare e periodicamente si trovassero rappresentanti di diversi popoli e visioni religiose tradizionali. Nella storia dei cosacchi russi si seguono nettamente due direzioni fondamentali della sua formazione e del suo sviluppo: quella popolare e quella gerarchica e di servizio.

Il nucleo e la base etno-culturale della linea popolare di sviluppo dei cosacchi russi e piccolo-russi sono stati formati dai gruppi slavi orientali della popolazione di fede ortodossa cristiana orientale. L'accoglienza di cosacchi di diversa origine, di regola, richiedeva l'accoglienza del battesimo da parte di questi. La conservazione della fede ortodossa in un ambiente di diversa etnia è stato indice del manifestarsi della tradizionale durezza dello spirito popolare dei cosacchi.

Tra l'altro bisogna tener conto del fatto che molte comunità cosacche, tra cui anche i primi gruppi di cosacchi del Terek, si sono formate alla periferia della Russia prima dello scisma degli anni '50-'60 del XVII secolo e perciò nel loro ambito si è conservata l'ortodossia nella forma pre-nikoniana dei Vecchi Credenti [5]. Ma anche questa fede era ortodossa. Questa fu severamente preservata dai cosacchi perfino nelle condizioni di dominio dell'Islam nell'ambiente etno-culturale diverso in cui si trovavano i cosacchi. Un eloquente esempio è la conservazione dell'ortodossia nel corso di oltre 200 anni da parte dei cosacchi di Nekrasov [6], vissuti per lungo tempo nei confini della Turchia e dei suoi possedimenti.

La maggioranza assoluta dei cosacchi del Kuban' [7] e del Don nel Caucaso del Nord era di seguaci dell'ortodossia ufficialmente accettata e sostenuta. Dati storici sull'esistenza di moschee attive nei villaggi cosacchi del Terek e del Kuban' e tanto più di cappellani militari islamici nelle formazioni cosacche non erano a mia disposizione e non lo sono.

La creazione di villaggi di "fratelli cosacchi" di altre etnie non presupponeva la collaborazione allo sviluppo dell'Islam nel suo ambiente. Di solito era il contrario I fuoriusciti dei Cabardi, degli Ingusci e di altri popoli indigeni della regione, stabilitisi presso le cittadelle russe e i villaggi cosacchi, accoglievano l'ortodossia e riempivano lo strato dei cosiddetti "neofiti" e più tardi dei cristiani ortodossi veri e propri.

Quando nel periodo delle riforme degli anni 1860-1870 si prese a permettere l'insediamento di persone "di altre etnie" nei villaggi cosacchi, tra queste persone di altre etnie potevano esserci anche dei non ortodossi. Tuttavia questi non si annoveravano tra i cosacchi, non partecipavano alle forme di autogoverno e di vita tradizionale cosacche.

La situazione religiosa nel paese, comprese le regioni cosacche, si complicò essenzialmente per via dell'approvazione, nel corso della Prima Rivoluzione in Russia, il 17 aprile 1905 dell'Altissimo Decreto personale per il Senato Governante sul rafforzamento dei principi della tolleranza religiosa, dove per la prima volta nella storia russa si affermava a livello legislativo non solo il diritto alla libertà di fede delle persone non ortodosse, ma si stabiliva anche che il passaggio dalla fede ortodossa a un'altra confessione o fede cristiana non era sottoposto a prosecuzione da parte dello stato. Ma anche in queste condizioni proprie i cosacchi di stirpe in prima fila rimasero fedeli all'ortodossia.

La storia delle truppe cosacche ha riflettuto in misura maggiore la seconda direzione di sviluppo dei cosacchi, quella gerarchica e di servizio.

Nelle formazioni cosacche, in particolare alla fine del XIX e all'inizio del XX secolo, prestarono servizio rappresentanti di diversi popoli e fedi, ma si trovavano allo stato di aggiunti o puniti e seguivano le norme statali generali russe, in cui un ruolo chiave e dominante nella sfera spirituale apparteneva alla Chiesa Ortodossa Russa.

Prima dei combattimenti nei reparti dell'esercito e irregolari prestavano servizio sacerdoti ortodossi, che non di rado prendevano parte anche alle azioni di guerra.

La fede ortodossa diventò la base spirituale per la rinascita dei cosacchi negli anni '80-'90 e perciò le comunità e le unioni cosacche create rafforzarono nelle regole il postulato fondato che cosacchi potessero essere solo i cittadini ortodossi della nostra Patria o residenti all'estero.

Ėduard Burda, candidato di scienze storiche, città di Majskij, Kabardino-Balkarija:

Il primo tentativo del genere per aumentare la popolazione cosacca nel Caucaso a spese dei popoli caucasici fu legata alla fondazione di Mozdok [8], quando nel 1765 fu formata la compagnia montanara cosacca. Riferendo sull'origine di questa comunità, il maggiore Kudinov scrisse che "uno della famiglia si era iscritto tra i cosacchi e così aveva liberato gli altri dal ritorno dai loro padroni.

Dopo questo caso la famiglia di un designato tra i cosacchi veniva chiamata fraternità cosacca". Qui si tratta di montanari fuggiti dai propri padroni. Già ai tempi del generale Aleksej Petrovič Ermolov [9] si intraprese il tentativo di annoverare tra i cosacchi tutti quelli che vivevano a Mozdok, ma non fu coronato da un particolare successo. Al capo della regione del Caucaso, il generale Emmanuel', chiesero spiegazioni sul perché invece delle 771 persone destinate all'arruolamento "erano giunti solo 110 neofiti circassi".

Anche il tentativo del governo zarista di portare tra i cosacchi i cabardi e gli abazi del villaggio di Babukovskij, che gli fu permesso di fondare nel 1790, si concluse con un insuccesso. Nel 1861 più della metà della popolazione del villaggio cosacco di Babukovskaja furono "liberati dal dicastero cosacco" e distribuita, secondo i desideri, nei villaggi civili.

Con più successo si svolse la propaganda per il passaggio ai cosacchi tra gli osseti Digor e Iron. Nel 1824, durante la formazione del Reggimento Montanaro Cosacco, gli osseti entrarono ufficialmente nel reggimento e i loro villaggi – Černojarskoe e Novoosetinskoe – furono ribattezzati villaggi cosacchi.

Pure in modo del tutto indolore si verificò il passaggio tra i cosacchi dei georgiani che abitavano nel villaggio di Aleksandrovskaja presso Kizljar [10]. Nel 1838 entrarono nel reggimento del Terek e di Kizljar e il villaggio Aleksandrovskaja fu ribattezzato villaggio cosacco.

Tra i cosacchi del Terek si riversarono anche gruppi della popolazione cecena. A questi appartenevano quelli del clan Gunoj che vivevano nel villaggio cosacco di Červlennaja. Secondo i dati della spedizione etnografica, quelli del clan Gunoj che non volevano accogliere l'Islam, se n'erano andati dall'Ičkerija [11] montuosa a Gudermes, da dove parte di essi si trasferì a Červlennaja (che i ceceni chiamavano "Fortezza di Giunchi") e parte a Zibir-Jurt e a Staryj Jurt (la leggenda sul trasferimento a Červlennaja della parte del clan Gunoj che non voleva accogliere l'Islam fu registrata da B.K. Kaloev nel villaggio di Guni nel 1959).

A parte quelli del clan Gunoj nei villaggi di cosacchi del Terek ai nostri giorni vivono non pochi discendenti di ceceni trasferitisi in vari tempi presso i cosacchi del Terek da altri distretti della Cecenia. Sono Egorkini, Busungurovcy e Titkiny nel villaggio cosacco di Červlennaja, Zakaevy e Kostikovy nel villaggio cosacco di Grebenskaja. Nel villaggio cosacco di Petropavlovskaja vivevano ceceni del clan Šikaroj, andarono nel villaggio cosacco per lo stesso motivo, non volendo accogliere la religione musulmana.

Tra l'altro è necessario notare che in nessun documento storico noto, come pure nelle ricerche di storici pre-rivoluzionari e sovietici si incontrano menzioni di cosacchi ingusci.

Nel periodo della Guerra Caucasica, dal 1804 al 1854 con i rappresentanti dei popoli caucasici in aiuto alle truppe russe furono formati piccoli reparti irregolari, per esempio le milizie Àvara, Georgiana, della Guria, Daghestana, Džaro-lesghina, Inguscia, dei Mingreli, di Nazran, Osseta, Cecena e altre.

Tutti i reparti irregolari caucasici per organizzazione erano simili ai reggimenti cosacchi ed erano sottoposti alla Direzione Centrale delle truppe cosacche, ma erano utilizzate fondamentalmente come reparti ausiliari.

Per quanto riguarda la Scorta Personale di Sua Altezza Imperiale, questa porta la propria storia dall'inizio del 1811, quando con i figli dell'eroico Esercito dello Zaporož'e [12] trasferitisi nel Kuban' fu fondata la Centuria di Guardia del Mar Nero.

In seguito, nel 1828 fu formata la guardia personale del Semi-squadrone Montanaro Caucasico. L'imperatore Nicola I prese la decisione di attrarre i popoli montanari al servizio nella propria scorta per alcune ragioni. In primo luogo, per mostrare ai montanari che non li temeva e gli affidava perfino la propria difesa, in secondo luogo, voleva mostrare ai montanari la Russia, San Pietroburgo, la vita del paese che contrastavano, convincerli che la Russia non aspirava ad eliminarli, ma voleva una coesistenza pacifica.

Per il Semi-squadrone Montanaro Caucasico della scorta scelsero i rappresentanti dei cognomi più influenti e illustri. Non di rado erano parenti prossimi e perfino figli di quelli che con le armi in pugno contrastavano furiosamente e fanaticamente la Russia. Dopo la fine del servizio nella scorta e il ritorno a casa raccontavano tutto quello che avevano visto e con questo influivano su quelli della loro etnia. Come se dicessero – abbiamo creato un'immagine positiva dello Stato Russo agli occhi dei montanari. In tal modo l'attrazione dei montanari al servizio nella scorta fu un passo molto intelligente e lungimirante di Nicola I, che giocò un ruolo positivo nella conclusione vittoriosa della Guerra Caucasica. Tutti i montanari che erano stati nella scorta diventarono fedeli sostenitori della Russia, lo stesso si trasmise ai loro figli e nipoti.

Per quanto riguarda la fede, il Semi-squadrone Montanaro era puramente musulmano, ma non si considerava cosacco e fu creato temporaneamente. Con la fine della Guerra Caucasica sotto l'imperatore Alessandro II fu sciolto, come se avesse svolto il proprio compito. Da quel tempo tra i montanari solo i cosacchi osseti prestarono servizio nella scorta.

Non c'erano ingusci tra i cosacchi, ci furono singoli rappresentanti tra gli ufficiali, nei reggimenti cosacchi erano considerati inviati temporaneamente, come pure ceceni, daghestani e altri rappresentanti del Caucaso che professavano l'Islam. Nella lista della scorta uscita per il centenario di questo reparto nel 1911 sono elencati i nomi degli uomini della scorta – di ingusci che abbiano servito nel Semi-squadrone Montanaro ce ne sono in tutto otto…

Nella storia pre-rivoluzionaria i cosacchi sul Terek professarono l'ortodossia dei Vecchi Credenti (di varie correnti) e l'ortodossia ufficiale.

Feliks Kireev, collaboratore scientifico dell'Istituto di Storia e Archeologia della Repubblica dell'Ossezia del Nord-Alania [13]:

L'irruzione dei rappresentanti dell'Islam nell'ambiente cosacco – è una tendenza molto angosciante, che non può non causare angoscia. E non si tratta del fatto che tra i cosacchi compaiano dei musulmani, ma del fatto che questi ultimi comincino a dettare le loro condizioni e ad inculcare il proprio ordine.

Fino alla rivoluzione tra i cosacchi c'erano musulmani, come pure Vecchi Credenti, buddisti e altri e tutti servivano sotto le insegne cosacche con le scritte "Dio è con noi" e con i volti di Gesù Cristo, della Madre di Dio, ricevevano decorazioni con l'immagine di san Giorgio e di altri santi ortodossi.

I cosacchi in complesso erano considerati ortodossi, i cosacchi erano chiamati "guerrieri di Cristo" e la presenza nelle loro fila di rappresentanti di altre religioni non si notava sullo sfondo comune. Infatti i cosacchi sono un popolo e, come presso ogni altro popolo, nel suo ambito possono essere rappresentate diverse confessioni.

Per quanto riguarda i cosacchi in Inguscezia, già da tempo sono in corso discussioni sul fatto se gli ingusci siano stati cosacchi e su quanti di loro abbiano servito nella Scorta dello Zar. Ma tutto questo è solo a livello di congetture, fatti reali dietro tutto questo non ci sono! Non bisogna dimenticare che cosacchi non si può diventare, è necessario nascerci. I cosacchi non sono un tipo di esercito, sono un popolo, sono uno stato d'animo, una forma di vita. Leggete i classici – sia Lev Tolstoj e Pëtr Krasnov, sia Michail Šolochov – a seconda di chi vi piace…

Per quanto riguarda gli ingusci nelle truppe cosacche prima della rivoluzione, verso l'inizio della Prima Guerra Mondiale nell'esercito cosacco del Terek servivano circa 400 ufficiali.

Tra loro ingusci erano: il colonnello Ėl'bert Nal'giev (in futuro generale), i suoi figli, i sottotenenti Kurgok e Julij e l'esaul [15] Andrej Bazorkin. Nell'esercito cosacco del Kuban' servivano l'esaul Gabert Achriev e il centurione Mussa Sautiev. Si può ancora aggiungere il colonnello (in seguito generale) Safarbek Mal'sagov, comandante del Reggimento di Cavalleria Daghestano. E questo è tutto! Ma parlando del servizio degli ingusci nella Scorta Imperiale, chi è interessato legga la "Disposizione sulla Scorta Personale di Sua Altezza Imperiale". Là è scritto chiaramente da chi era formata – dai cosacchi degli eserciti del Terek e del Kuban'. Chi afferma il contrario, faccia nomi concreti.

Per qualche tempo nella scorta ci fu lo Squadrone Montanaro e in esso c'erano squadre di armeni, georgiani e perfino musulmani, ma noterò che nel complesso non avevano a che fare con i cosacchi della scorta. Era il solito reparto di guardia in cui sceglievano, tra gli altri, anche i cosacchi. Anche quando diventò tutto cosacco, non aveva a che fare con gli eserciti cosacchi.

E' necessario ricordare ancora che fino alla rivoluzione ogni esercito cosacco non era una qualche formazione militare, ma una formazione amministrativo-territoriale. Detta altrimenti, per esempio, l'esercito cosacco del Terek era l'analogo di un'attuale repubblica nazionale con il titolo nazionale "cosacchi del Terek". E i reparti cosacchi facevano parte dell'Esercito Imperiale Russo e non solo i cosacchi potevano servire in essi. Ma servire nei reparti cosacchi ed essere un cosacco sono cose del tutto diverse, cosa che adesso molti dimenticano.
***
Penso che dopo gli interventi di persone che hanno dedicato gran parte della propria vita allo studio della storia dei cosacchi, non ho già più niente da aggiungere e i lettori possono trarre del tutto da soli le proprie conclusioni. Noterò solo che nelle comunità dell'esercito cosacco del Terek si svolgono assemblee, dove si discute attivamente questo tema. E l'opinione di quelli del Terek è univoca – la fede ortodossa per i cosacchi è al di sopra di tutto!

Irina Ščerbakova, "Kavkazskaja politika", http://kavpolit.com/poka-ne-vysekli-pletyu/ (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Fiume del Caucaso del Nord.
[2] Nome di un fiume e di una regione dell'Inguscezia nord-orientale.
[3] Il corsivo, qui e altrove, è mio.
[4] Città della Russia meridionale.
[5] I Vecchi Credenti sono gli ortodossi scismatici che rifiutano le riforme liturgiche del patriarca Nikon del XVII secolo.
[6] Ignat Fëdorovič Nekrasov, atamano (generale) cosacco del XVII-XVIII secolo.
[7] Nome di un fiume e di una regione della Russia meridionale.
[8] Città della parte settentrionale dell'attuale Ossezia del Nord.
[9] Generale che "pacificò" il Caucaso nel XIX secolo.
[10] Città del Daghestan settentrionale.
[11] Nome autoctono della parte montuosa della Cecenia.
[12] Regione dell'Ucraina sud-orientale.
[13] Nome autoctono dell'Ossezia del Nord.

[14] Capitano cosacco.

13 novembre 2013

Il Caucaso sconosciuto: quello cristiano

Il Caucaso sconosciuto

"Caro mio! – grida quasi il nostro interlocutore. – Ricorda! Qui non ci sono mai stati cristiani! Mai!" "Che farò, ti mentirò, forse? – si stupisce il monaco in risposta. – Sono un sacerdote!" Ci siamo portati lontano: gli estranei qui non vanno e se ci vanno, succede molto raramente.

Siamo abituati a considerare il Caucaso del Nord la terra originaria dell'Islam, tuttavia non è così: testimonianze del fatto che mille anni fa queste terre erano ortodosse sono state trovate qui già nel XVIII secolo, per non parlare delle ottimamente conservate chiese dello Zelenčuk [1] sul territorio dell'attuale Karačaj-Circassia.

"Il Caucaso del Nord è una delle più antiche culle del cristianesimo in Russia. Lo sviluppo e l'affermazione della fede cristiana tra i popoli di questa regione rappresenta una delle pagine poco studiate della storia della Chiesa Ortodossa Russa", – ha scritto nella prefazione alla sua dissertazione "Storia del cristianesimo nel Caucaso del Nord prima e dopo la sua unione con la Russia" il metropolita di Stavropol' [2] e di Vladikavkaz [3] Gedeon (Dokukin), per cui questa terra è rimasta un dolore particolare: infatti proprio vladyka [4] aveva ordinato sia padre Anastolij Čistousov, sequestrato e nel 1996 ucciso in Cecenia dai guerriglieri, sia padre Igor' Rozin, ucciso nel 2001 in Kabardino-Balkaria, a Tyrnyauz, proprio davanti alla sua chiesa.

L'infiammata dissertazione del metropolita Gedeon, che ancora si studia nel seminario di Stavropol', fu scritta negli anni '60, tuttavia anche dopo che è passato mezzo secolo di storia del cristianesimo nel Caucaso del Nord resta "poco studiata" come prima.

"C'è una chiesa di pietra della lunghezza di 4 saženi [5] nel circondario di Čegem presso il villaggio di Ulu-El't", – scriveva nel suo "Viaggio per la Russia e i monti del Caucaso" Johann Anton Güldenstädt; estratti della sua opera furono stampati in russo sotto il titolo "Descrizione geografica e statistica della Georgia e del Caucaso".

Andiamo anche noi a questa chiesa da Tyrnyauz – la nostra strada è nel villaggio di Ėl'-Tjubju, più noto con il nome russo di Verchnij Čegem [6]. Noi siamo il sacerdote e monaco Igor', l'autista Saša (al volante di una Niva argentata), due ospiti della cittadina di Prochladnyj [7] – Larisa e madre Valentina – e la vostra umile serva.

Molto indietro è rimasta Pjatigorsk [8] con il grande magazzino «Zara» quasi come su via Tverskaja [9], i centri commerciali, l'illuminazione, i bancomat e le ragazze vestite audacemente, principalmente, a dire il vero, forestiere. In tutti i villaggi ci sono moschee nuove. Per le strade uomini seduti su panche presso le case e donne con vestiti lunghi e teste coperte.

La strada punta verso l'alto, snodandosi tra monti di un verde acceso e che per i fitti boschi sembrano riccioluti e simili ad agnelli. Il giorno è nuvoloso e perciò il verde è ancora più verde. Un altro colore dominante è il rosso ramato; acquistando vividezza, arriva da ogni parte: dalle cortecce degli alberi, dalle pietre, dalle rocce e perfino dai muschi. Le mucche che vagano per la strada rotabile – particolarità caratteristica della regione – si scambiano con asinelli pelosi e ruvidi, a cui piace fermarsi sonnacchiosi attraverso la strada.

Le rare macchine li aggirano virtuosamente, muovendosi incontro l'un l'altra e suonano energicamente: pare che gli abitanti del posto che sono stati nei paesi islamici abbiano portato da là questa nuova abitudine. Se chiudiamo gli occhi, possiamo pensare di essere da qualche parte in Egitto.

Passiamo per Nižnij Čegem [10]. Indicatore: "Cascate di Čegem". Autobus parcheggiati, un mercato lungo la strada – merci legate e balcare che sferruzzano energicamente. Vanno i turisti – giapponesi o coreani, che fanno scattare continuamente le loro macchine fotografiche, i più coraggiosi, dove non li incontri? Non so se sentano la non univocità di questo posto.

L'acqua vola precipitosamente dalle rocce – quando c'è il sole, sulle cascate di Čegem sta l'arcobaleno, ma oggi il tempo è di altro umore: argento e cristallo scorrono giù dalle rocce scure in modo severo e quasi ascetico. La strada porta in alto e la nostra macchina diventa l'unica che come prima punta avanti – gli estranei qui non vanno e se ci vanno, succede molto raramente.

"Dalla grande quantità di antiche rovine scoperte qui si può ritenere che questi čegemi fossero molto numerosi un tempo, quando seguivano la religione cristiana. Effettivamente hanno ancora delle chiese, una delle quali si trova sulla riva del Čegem ed è assai notevole; è costruita su una roccia in cui hanno scavato un sentiero a serpentina, cingendolo da entrambi i lati con recinzioni di ferro. In questa chiesa si conservano ancora frammenti di libri, di cui mi sono procurato qualche pagina, inviando una persona in questa impresa pericolosa.

Uno dei fogli contiene parte del Vangelo in greco antico; altri si sono rivelati varie parti di libri utilizzati nella liturgia greca", – scriveva alla fine del XVIII secolo Peter Simon Pallas nelle sue "Note sul viaggio nelle amministrazioni meridionali dello stato Russo negli anni 1793 e 1794".

Queste rovine, rammentate più di una volta dai viaggiatori dei secoli scorsi, le cerchiamo anche noi. Presto compare un indicatore: "Ėl'-Tjubju". A sinistra si scopre improvvisamente una costruzione insolita per questi posti – torri millenarie simili ad essa stanno dall'altra parte della principale catena montuosa caucasica principale, nella Svanezia ortodossa. Circondata dalle case basse del villaggio balcaro appare del tutto estranea, non capisci subito perché.

Forse perché questa torre è molto più antica di tutte le altre costruzioni – anch'essa ha circa mille anni. Anche se non è per questo – semplicemente appare come i resti di una grande nave, gettata sulla riva dove vive un popolo che ha dimenticato come si va in mare: è evidente che la torre appartiene non solo a un altro tempo, ma anche a un'altra civiltà, non balcara.

Non sappiamo tanto bene dove si trova ciò che cerchiamo e perciò scansiamo un villaggio, che, nonostante la presenza di macchine nei cortili e di piatti della TV satellitare su alcune case, sembra non essere toccato dal tempo – o dal nostro paese.

Passiamo su un ponte e ci dirigiamo più lontano. A sinistra del Čegem che schiuma sul fondo della gola energico come onde contrarie che ribollono su grandi rocce e cozzano letteralmente le une con le altre, all'improvviso emergono strane costruzioni appuntite fatte di pietre gialle – sono antichi monumenti tombali. Li circondano i resti di un qualche costruzione in pietra. Più lontano si vede un cimitero moderno.

Vediamo un uomo piccolo dai capelli chiari con il viso arrossato dal vento: tenendo in mano un grosso bastone-mazza levigato, che facilita lo spostamento per i pendii montani, passeggia in qualche direzione al lato della strada. Ci fermiamo, offriamo un passaggio.

Il nostro nuovo conoscente parla ottimamente in russo, quasi senza accento, rafforza appena le consonanti, pronunciandole in qualche modo particolarmente duro, con una "r" rimbombante. Si siede in macchina con piacere e risponde alle nostre domande come una guida. Quelle costruzioni appuntite? Sì, sono tombe, "la città morrrrta", – dice con rilievo Ibragim. Infine chiediamo direttamente: ci sono rovine di chiese cristiane qui?

Ibragim all'improvviso entra in agitazione – gli ribolle perfino un po' di schiuma agli angoli delle labbra. "Carrro mio! – grida quasi. – Ricorda! Qui non ci sono mai stati cristiani! Mai!" "Che farò, ti mentirò, forse? – si stupisce dal sedile anteriore padre Igor'. – Io sono un sacerdote! Così scrivono nei vecchi libri". Che è un sacerdote era comunque evidente – è in tonaca e copricapo, – ma Ibragim lo capisce solo adesso. Guarda attentamente per un minuto, poi tende la mano… e si scusa: "Perdonami, fratello, non volevo offenderti", – chiede solo che gli regali il libro in cui è scritto che qui vivevano i cristiani.

E mi ricorda una storia raccontata da un pope locale, accaduta undici anni fa, quando aveva appena iniziato a servire.

Lo avevano ordinato subito dopo che nel Caucaso del Nord era stato ucciso padre Igor' Rozin e il giovane sacerdote, anche se gli doleva il cuore, non si buttava affatto ad andare in strada in tonaca.

E chiese con delicatezza al vescovo che governava la benedizione per portare l'abito borghese fuori dalla chiesa. Questi lo benedisse. Ed ecco che per l'appunto il pope andava dalla sua parrocchia a servire a Nal'čik [11] – come al solito in pulmino. Si sedette, tenendo sulle ginocchia un pacco enorme con tonaca, camice, paramenti, croce pettorale e tutto ciò che compete a un sacerdote. Guarda dal finestrino. E all'improvviso sente una voce: "Ascolta, non ti vergogni? Perché ti comporti così? Tutti sanno che sei un sacerdote – perché tu stesso lo nascondi e vai con il "cambio"?"

"Ed ecco, – raccontò poi il pope, – da allora non c'è stato un caso in cui sia uscito di casa senza tonaca. E' molto importante essere sempre in tonaca. Perché ovunque ti trovi questo dice subito alla gente chi sei. Infatti tu sei un ministro del culto, tu servi Dio. Talvolta questo ispira rispetto, talvolta rifiuto e talvolta perfino rabbia, ma sempre e in qualsiasi situazione ti obbliga a trovarti davanti al Volto di Dio".

E il pope conosceva un po' l'uomo del pulmino – fin dall'infanzia: erano coetanei, anche se avevano studiato in scuole diverse. Qualche anno dopo questo fatto, nel 2010, Asker Džappuev – così si chiamava – capeggiava il gruppo estremista del Jama'at [12] "Jarmuk" [13] del cosiddetto Emirato del Caucaso [14], quando il precedente comandante fu ucciso. Un anno dopo fu ucciso anche Asker Džappuev – durante un'operazione speciale nel centro abitato di Progress nel territorio di Stavropol'. Scrissero che nell'anno in cui fu emiro del Jama'at l'attività dei guerriglieri in Kabardino-Balkaria aumentò assai.

Tali sono le realtà della vita di qui. Tra l'altro non solo gli antichi libri, ma la stessa lingua balcara conservano antiche tracce della vita ortodossa. I balcari chiamano il mese di giugno Nikkol aj – mese di Nicola [15]; luglio – Ėlija aj, mese di Elia; nella parola che significa chiesa – kilisa – si insinua la greca ekklesia e c'è anche l'Abystol aj – il mese dell'apostolo, anche se gli stessi portatori della lingua non sempre capiscono cosa significano questi nomi e da dove vengono.

Il nostro secondo interlocutore, per fortuna, ha capito rapidamente cosa cercavamo – "la torre con la croce e la scala nella roccia" – e ha spiegato come andare là.

La "torre con la croce" si è rivelata le rovine di una piccola chiesa bizantina con una costruzione in pietra rinforzata con la malta, a differenza delle costruzioni balcare. Se si guarda dall'altra riva della stretta gola, è semplicemente un mucchio di pietre su un monte, ma sali e vedi: ecco le porte dell'iconostasi, ecco il trono ed ecco l'altare, su cui qualcuno che è stato qui prima di noi ha tracciato con una candelina una crocetta a otto punte. Il pavimento, certo, è finito nella terra e il tetto, certo, non c'è più da tempo.

Ed ecco che tra queste mura preghiamo davanti all'immagine della Madre di Dio di Mozdok [16]. Si muove al vento il mantello del monaco sacerdote e due grandi aquile, di quelle che giravano sulla roccia vicina, volano a vedere cosa accade qui, quando padre Igor' nella preghiera liturgica ricorda i nostri fratelli che hanno operato in questo posto.

Chi costruì una chiesa qui e mise in una gola una scala che si avvolge nella roccia, che va dove non si può già andare – letteralmente in cielo? Chi servì tra queste rocce, vicino alle aquile che volano a vedere, la Divina Liturgia?

Come vivevano qui? Quanti erano? Come si chiamavano? Come si salvarono tra questi monti? Come se ne andarono da qui – vivi o direttamente in cielo?

Dio lo sa. E nessuno di noi: tutto è scorso nella storia come l'acqua dalle cascate del Čegem, che vola dall'alto nei fiumi montani.

Ma i loro Angeli stanno presso i troni, distrutti dagli uomini, di antiche chiese smarrite tra i monti. E con gli angeli pregano i padri e, rispondendo alla loro preghiera, all'improvviso si spande un velo grigio di nubi e nello squarcio azzurro brilla un sole acceso e le cascate brillano di arcobaleni. I Tuoi Altari, Signore delle forze!

Se si va avanti per questa gola, c'è un altro lato, accanto a una grotta stranamente enorme nella roccia, sopra il fiume che rimbomba giù, dove termina lo stretto sentiero – e si sa dove cercare, vedrai una scala che porta alla chiesa nella roccia. Proprio qui, inviando una persona in un'impresa pericolosa, Peter Simon Pallas "si procurò parte del Vangelo in greco antico" e "diverse parti di libri utilizzati nella liturgia greca".

Padre Igor' decide di passare per la scala, i cui gradini, sostenuti da un'antica costruzione in pietra, salgono su con una ripidità da capogiro. Dal basso guardiamo come sale su una roccia quasi sospesa la nera figura di un monaco ed ecco che si ferma: la parte superiore della scala è crollata e là senza un'attrezzatura speciale non si va – cioè, non oggi.

Evitata questa scala monastica per il cielo, qualche giorno dopo vai nella gola del Baksan [17] verso Tyrnyauz – per l'appunto dalla parte dove pende su di essa il monte Totur. Alla sua vetta si attaccano le nubi e si impigliano nella gola, tenendo la città all'ombra mentre ovunque esulta liberamente il sole. Dal basso il Totur si vede spesso scuro, ma quelli che ci salgono sanno che questi, veramente severo, serba in se anche un grande amore.

Alla fine di giugno i passaggi per la sua cima sono coperti da un tappeto continuo di rododendri e ai suoi piedi – non dalla parte della città, ma dall'altra, dove i locali adesso non vanno quasi più, temendo possibili incontri indesiderati – regna quasi la bellezza della creazione e sui prati alpestri splendono i gialli gigli montani, da cui si spande a ondate un aroma di cui non può vantarsi alcuno di quelli da giardino. All'alba i gigli si coprono di una fitta rugiada, mostrando un giallo acceso sopra la vivida erba verde sullo sfondo del cielo azzurro e all'improvviso ricordi stupito la Scrittura: "Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro" (Mt 6, 28-29), – e – perdonate me, cittadina, – sei colpito dalla precisione: in realtà nessuno in tutta la sua gloria si è mai vestito come uno di loro.

Il Totur è il punto successivo del nostro percorso. Il nome del monte, presso la salita per la cima del quale alla fine, dopo dieci ore di dura strada a piedi per le pendici, montiamo il campo – è una deformazione del nome greco Theodor [18]. Su come è stato portato qui, parla in una sua intervista, registrata dalla televisione locale alla fine di aprile 2001, padre Igor' Rozin: "Secondo notizie storiche, gli abitanti del posto – i balcari – prima dell'introduzione violenta dell'Islam erano cristiani. Qui – da qualche parte in questo posto, dove ora c'è la nostra chiesa – si trovava la chiesa di san Teodoro. Abbiamo due Teodoro santi – sono Teodoro Stratelate e Teodoro Tiro [19].

In onore di quale Teodoro fu consacrata la chiesa non so, ma che ci sono testimonianze storiche affidabili è vero. Qui c'era una chiesa ortodossa di costruzione bizantina e i vecchi – quelli vecchissimi – ricordavano perfino le sue rovine prima che qui fosse costruita la città. Di generazione in generazione si è trasmessa notizia che era una chiesa cristiana".

Con la nostra piccola processione – il parroco della chiesa di san Giorgio di Tyrnyauz, il capogruppo Saša e io – andiamo con l'icona della Madre di Dio di Mozdok sulla cima del Totur per pregare la Santissima Madre di Dio per il Caucaso con la benedizione del vescovo di Pjatigorsk e Čerkessk [20] Feofilakt.

Non posso andare fino alla cima – andando sul valico tra le gole e guardando la città dal pendio rivolto verso Tyrnyauz (e sembra di vederla da un aereo), mi ritiro. L'amico Saša resta con me e padre Igor' va se per le rocce ripide e lo guardiamo dal valico mentre la figura nera in lontananza appare e scompare. Alla fine, appena distinguibile – biancheggia solo la stola – si alza sulla cima del Totur e noi ci alziamo sul nostro valico e sulle rocce risuona di nuovo:

"Divina stella appare la Tua icona, Madre di Dio, che circondi il paese del Caucaso e sei nell'ombra dell'ignoranza la luce che illumina con la Rivelazione di Dio, che riempi di gioia gli afflitti che cercano il tuo aiuto con la grazia consolante del Figlio Tuo e di Dio, a Lui gridiamo con gratitudine: alleluia".

Anastasija Rachlina, "Kavkazskaja politika", http://kavpolit.com/neizvestnyj-kavkaz/ (traduzione e note di Matteo Mazzoni)
[1] Più correttamente Bol'šoj Zelenčuk, fiume del Caucaso.
[2] Città della Russia meridionale.
[3] Capitale dell'Ossezia del Nord, unica repubblica caucasica russa a maggioranza cristiana.
[4] Qualcosa come "signore", appellativo dei vescovi ortodossi russi.
[5] La sažen' equivaleva a 2,13 metri, quindi circa 8,5 metri.
[6] "Čegem Superiore".
[7] "Fresco" (la parola russa per "città" è di genere maschile), città della Kabardino-Balkaria settentrionale.
[8] Città della Russia meridionale.
[9] "Di Tver'" (città della Russia centrale), via del centro di Mosca.
[10] "Čegem Inferiore".
[11] Capitale della Kabardino-Balcaria.
[12] Comunità islamica, ma qui "cellula terroristica".
[13] Fiume palestinese presso cui gli Arabi sconfissero i Bizantini nel 636.
[14] Stato islamico autoproclamato del Caucaso russo.
[15] La chiesa ortodossa festeggia più volte san Nicola, non solo il 6 dicembre.
[16] Città della parte settentrionale dell'Ossezia del Nord.
[17] Fiume del Caucaso del Nord.
[18] Sic. Più precisamente Theodòros.
[19] C'è anche chi suppone che si tratti della stessa persona (in greco tèron significa "soldato" e stratelàtes "portatore di lancia"), che la Chiesa Cattolica venera come Teodoro di Amasea.

[20] Capitale della repubblica autonoma di Karačaj-Circassia.

26 ottobre 2012

In occasione della "Giornata Costituzionale"

"Giornata costituzionale" : Giorgio La Pira

Giornata Costituzionale, Giorgio la Pira alla libreria La Cometa ScandicciIl Comune di Scandicci sta organizzando un evento su La Pira che si terrà il 9 novembre dal titolo:
"Giornata costituzionale" : Giorgio La Pira, Scandicci e i diritti sociali della Costituzione.

La Libreria La Cometa si è proposta, nell'ambito delle manifestazioni previste dal Comune, di far presentare a mons. Bellandi il libro scritto da Diego Maria Pancaldi - Preghiera e vita (edito da Polistampa per la collana Fondazione La Pira - I libri della Badia).

Dal momento che le altre manifestazioni presenteranno il La Pira "costituzionalista", abbiamo scelto di far conoscere un lato meno conosciuto ma non meno importante del pensiero di Giorgio La Pira: la spiritualità e l'impegno come guida spirituale.
Lo faremo attraverso l'analisi e le riflessioni che mons. Bellandi ha accettato di portarci.
Il libro presenta La Pira come maestro che consiglia e dalla lettura si può trarre un grande aiuto per quanti, come laici, sentono il desiderio di essere testimoni nel loro ambiente familiare o professionale e per coloro che svolgono attività di animatore nei gruppi.

La presentazione si terrà mercoledì 31 ottobre alle ore 18,30 presso la libreria La Cometa.

23 settembre 2011

Con l'arrivo dei nuovi padroni di Mosca la furia distruttiva passa dagli edifici storici agli ospizi per i poveri?

Una burocrazia senza misericordia




A Mosca demoliscono l'ospizio delle Sorelle di Madre Teresa


Della mensa dell'ospizio è rimasto un mucchio di pezzi di cemento rotondi e della lana di vetro gialla. L'edificio fondamentale dell'ospizio delle Sorelle di Madre Teresa finora non è stato toccato – la demolizione della mansarda non è ancora cominciata. "Dio è il loro giudice, Egli li ama comunque. Ma in che modo il nostro edificio li disturbava?", – dice l'anziano senzatetto Evgenij. Altri tre suoi compagni si agitano presso una panchina. La conversazione è già rovente – per i residenti dell'ospizio ora è il tema principale. Nelle voci c'è irritazione, nei gesti nervosismo. "Non hanno il diritto di demolire ciò che non hanno costruito. E tutto è stato costruito a spese della Società" – appoggia la conversazione Anna.

Il 12 settembre alle sorelle e ai residenti dell'ospizio in via 3-ja Parkovaja [1] è stata resa nota la decisione della Corte di Arbitrato di Mosca. Il tribunale ha stabilito di distruggere il piano mansardato di un edificio dell'ospizio e di abbatterne completamente un altro. E già il 13 settembre hanno cominciato a demolire a mano – una brigata di operai ha battuto il tetto con i martelli fino a sera. Il 14 settembre è stata la volta degli impianti…

Il secondo edificio era stato costruito perché ci potessero vivere le sorelle. Le sorelle erano passate onestamente per tutte le istanze: dal Comitato per i Terreni fino all'Ispettorato per le Costruzioni. Ma evidentemente una mano di un funzionario non sa cosa fa l'altra. E la prefettura del Circondario Amministrativo Orientale, che negli anni '90 permise il progetto e la costruzione, nel 2007 decise di abbattere l'edificio. Negli ultimi anni la discussa costruzione era servita da mensa, dove i senzatetto potevano andare a mangiare.

L'addetto stampa della prefettura del Circondario Amministrativo Orientale Andrej Ivanov chiama la demolizione dell'ospizio "un'incresciosa incomprensione": "Gli edifici costruiti senza autorizzazione vengono demoliti in modo pianificato e opportuno. E' la politica cittadina. L'ospizio di Madre Teresa non è un'eccezione. Purtroppo la causa della situazione che si è creata è il fatto che l'organizzazione eresse l'edificio, ma non lo formalizzò nel modo dovuto. Era indispensabile elaborare l'Atto di Utilizzo concesso e mettere in uso la costruzione, cosa che non fu fatta". Le sorelle si lamentano che i funzionari le hanno "confuse" – dell'atto sono venute a sapere solo in tribunale.

… Nell'ospizio c'è odore di boršč [1] – preparano il pranzo. Le sorelle in vesti bianco-azzurre lavano il pavimento con il detersivo in polvere, corrono veloci tra la cucina e i corridoi, conversano a bassa voce con gli ospiti fissi. Ora nell'ospizio si trovano in permanenza 43 persone che hanno bisogno di aiuto. Altri 130 senzatetto giungevano ogni giorno alla mensa dell'ospizio. E in tutto ci sono sei sorelle. Due vengono dalla Russia, le altre da Francia, Romania e Bulgaria. Lavorano qui per circa tre anni, poi vanno via e giungono altre a dargli il cambio. Accanto alle sorelle qui lavorano anche dei volontari. Anche i senzatetto aiutano – spazzano il terreno, accudiscono gli invalidi. I senzatetto che giungono all'ospizio vanno accuratamente lavati e vestiti, vanno curate le loro ferite (di fatto va fornito un pronto soccorso) e d'inverno bisogna preoccuparsi delle loro mani e dei loro piedi, che possono essere congelati. I "più gravi" vengono portati negli ospedali. Nell'ospizio si aiutano anche i lavoratori immigrati – si aiutano a rifare i documenti perduti e a tornare in patria.

– Ero in carcere. Dal carcere di Astrachan' [3] mi trasferirono in un carcere del territorio di Perm' [4]. E quando mi liberarono, non mi restituirono il passaporto [5]. Dissero che dovevano restituirlo nella città in cui avevo cominciato a stare in carcere. Tornai là. E là mi rimandarono nel luogo della liberazione… – racconta Ivan. Sul suo cellulare si vede una scavatrice arancione che con il cucchiaio sfonda più volte il muro della mensa . – Mi ritrovai alla stazione di Mosca, dove le sorelle mi trovarono. Mi portarono via. Ora mi aiutano a rifare il passaporto. E quanto alla demolizione del nostro edificio, dico che le autorità si fanno dei nemici da sole. Se ora qualcosa disciplina queste persone, senza questo andranno a rubare. E nella costruzione che hanno già demolito ogni sera si svolgevano gli incontri degli alcolisti e dei tossicodipendenti anonimi…

Gli abitanti delle case vicino all'ospizio parlano molto di una certa vecchietta che per molti anni scrisse lamentele alla prefettura "per via dei bomži [6]" o - dicono, ce l'ha fatta. Ma con la decisione della prefettura, pare, sono tutti solidali. "Come madre di due bambini piccoli mi è a dir poco spiacevole che nel nostro cortile, dove c'è un parco per i bambini, esista tale istituzione, – dice Ljubov' [7] Brimmer, che vive nel condominio vicino. – Infatti i bomži si trovano continuamente qui. Mentre alcuni stanno in fila per entrare nell'ospizio, altri bevono e dormono direttamente sulle panchine o agli ingressi dei condomini. Questa istituzione è una punizione. Per chi vive qui. Chiaramente è indispensabile, solo in un altro posto".

Tuttavia per ora un altro posto per i senzatetto di Mosca non è previsto. I ricoveri statali richiedono ai senzatetto il passaporto con la residenza a Mosca (!), il controllo sanitario e una fluorografia. L'ospizio delle Sorelle della Misericordia è l'unico a Mosca che accolga ospiti "di qualsiasi aspetto" – finiscono qui "per forza". L'unica condizione è la sobrietà: le sorelle la verificano con l'aiuto di un alcol test.

…La Società delle Sorelle di Madre Teresa fino all'ultimo ha cercato di salvare la costruzione, si è rivolta alla prefettura proponendo di giungere a una conciliazione e interrompere il procedimento giudiziario. Hanno promesso di formalizzare l'atto richiesto. Tuttavia la prefettura non è giunta a un accordo. E dal momento della fondazione della Società nel 1948 la Russia è diventata il primo paese in cui i funzionari sono andati in giudizio con le sorelle della misericordia.

Irina Levkovič,
Andrej Nasonov

22.09.2011, "Novaja gazeta", http://www.novayagazeta.ru/data/2011/106/22.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni).

[1] "3.a via del Parco", via della periferia orientale di Mosca.

[2] Tipico minestrone russo-ucraino.

[3] Città della Russia meridionale.

[4] Città ai piedi degli Urali.

[5] In Russia il passaporto è l'unico documento personale, non esistono carte d'identità.

[6] Bomž è un neologismo derivato dalla definizione Bez Opredelënnogo MestoŽitel'stvo (Senza Fissa Dimora). Il corsivo è mio.

[7] Curiosamente il nome significa "amore" e nel linguaggio religioso "carità".

04 aprile 2010

21 febbraio 2010

Dagli scritti di Teofane il Recluso

Quattro catechesi sulla preghiera
del Vescovo Teofane il Recluso


I

In occasione della festività della Presentazione al Tempio della Vergine Santissima trovo opportuno presentarvi quattro catechesi sulla preghiera giacché in essa consiste la nostra attività principale in chiesa. Questa è il luogo della preghiera ed il terreno in cui essa si sviluppa. Perciò, per noi, entrare in chiesa significa avviarci allo spirito della preghiera. Il Signore si è compiaciuto di chiamare suo tempio il cuore dell’uomo. Entrandovi spiritualmente, noi ci presentiamo a Dio e suscitiamo in noi un moto di ascesa verso di Lui, simile al profumo che si leva dall’incenso. Cercheremo di apprendere come ciò si raggiunge. Raccogliendovi in chiesa, naturalmente, voi pregate, sebbene, compiendo in essa le vostre devozioni, certamente non le trascuriate a casa. Perciò potrebbe sembrare superfluo parlarvi del dovere che abbiamo di pregare, visto che voi pregate. Ma la realtà è ben diversa. Penso che non sia inutile indicarvi due o tre regole sul modo di pregare, che vi siano, se non d’insegnamento, almeno di avvertimento.

Quello della preghiera è il primo dovere di un cristiano. Se nella vita quotidiana è valido il principio: “Lo studio dura per tutta la vita”, esso si può applicare a maggior ragione alla preghiera, la cui azione non ammette discontinuità ed i cui gradi non conoscono limiti. Ricordo a questo proposito la saggia usanza degli antichi santi Padri, i quali, in occasione dei loro incontri, salutandosi s’informavano non della loro salute, né di altre cose, ma della preghiera. Si chiedevano a vicenda: “Come va, o, come procede la preghiera?”. L’attività della preghiera era per loro segno della vita spirituale ed essi chiamavano l’orazione respiro dello spirito. C’è il respiro fisico che prova che l’uomo vive, poiché quando viene meno il respiro, viene meno anche la vita. Così avviene anche nella vita spirituale: se c’è la preghiera, vive lo spirito; se questa è assente, non c’è neppure vita spirituale.

Tuttavia non sempre preghiamo quando recitiamo una preghiera o compiamo una devozione. Ad esempio, sostare davanti ad un’immagine sacra ed inginocchiarsi dinanzi ad essa non è ancora una preghiera, ma qualcosa di accessorio ad essa. Recitare a memoria le preghiere o leggerle da un libricino o ascoltarne la lettura fatta da un altro non significa pregare, ma è solo un modo o un mezzo per manifestare o far sorgere la preghiera. Essa, in sé, consiste nello sbocciare continuo nel nostro cuore di sentimenti di devozione a Dio, di sentimenti di umiltà, di dedizione, di gratitudine, di lode, di perdono, di intima adesione, di penitenza, di sottomissione alla volontà di Dio, ecc... Noi dobbiamo preoccuparci insomma che durante le nostre preghiere questi sentimenti, o altri ad essi analoghi, penetrino nella nostra anima, affinché, mentre leggiamo le preghiere o ne ascoltiamo la lettura e compiamo prosternazioni, il cuore non sia vuoto, ma sia informato da qualsiasi sentimento rivolto a Dio. Allorché sono presenti questi sentimenti, la nostra preghiera è veramente tale, mentre quando mancano, la preghiera non sussiste ancora.

Sembrerebbe che non ci sia cosa più semplice e più naturale per noi della preghiera o del volgere a Dio il nostro cuore. Eppure né in tutti né sempre si verifica questa condizione. Dobbiamo farla sorgere in noi e rafforzarla, oppure, il che è lo stesso, dobbiamo educare in noi lo spirito della preghiera. Il primo metodo da seguire consiste nel leggere o ascoltare una preghiera letta da altri. Compi le devozioni in modo conveniente e sicuramente risveglierai e rafforzerai l’elevazione del tuo cuore a Dio, o entrerai nello spirito della preghiera.

I nostri libri di devozione contengono le orazioni dei Santi Padri, Efrem Siro, Macario l’Egiziano, Basilio il Grande, Giovanni Crisostomo e di altri grandi maestri della preghiera. Poiché costoro erano pervasi dallo spirito della preghiera, essi esposero con parole ciò che questo spirito suggeriva loro e l’hanno trasmesso a noi. Dalle loro parole promana una grande forza di preghiera e chi con attenzione ed impegno interiore penetra in esse, per effetto della legge della reciprocità, inevitabilmente diviene partecipe di questa forza nella misura in cui il suo stato d’animo si avvicina al contenuto della preghiera. Per fare delle nostre devozioni uno strumento effettivo dell’educazione alla preghiera, è necessario che sia la mente che il cuore ne accolgano il contenuto. A questo proposito indicherò tre semplicissimi metodi: non iniziare le tue devozioni senza una, sia pur breve, preparazione; non compierle in qualsiasi modo, ma con attenzione e sentimento; infine non passare subito, dopo aver terminato le preghiere, alle occupazioni normali.

Ammesso pure che per noi la preghiera sia un’attività del tutto abituale, tuttavia ad essa deve precedere una preparazione. Che cosa c’è di più abituale della lettura e della scrittura per coloro che sanno leggere e scrivere? Ciononostante, quando ci sediamo per leggere o per scrivere, non iniziamo immediatamente questo genere di attività, ma indugiamo qualche minuto, per lo meno quanto basta per metterci in una posizione comoda. A maggior ragione è necessaria prima della preghiera una preparazione adatta ad essa, specialmente quando l’attività precedente era di un genere del tutto diverso. Pertanto, accingendoti alla preghiera, sia di mattina che di sera, fa una breve sosta, sedendoti o camminando, e sforzandoti in questo lasso di tempo di allontanare la mente da tutti i pensieri e da tutte le occupazioni di questa terra. Pensa poi chi è Colui al quale stai per rivolgerti con la preghiera e chi sei tu che stai per iniziarla, in modo che la tua anima stia davanti a Dio in uno stato di volontaria umiliazione e di rispettosa paura. In questo atteggiamento rispettoso di fronte a Dio consiste la preparazione; è poca cosa, ma non priva d’importanza. È questo il principio della preghiera ed un buon principio è già metà dell’opera.

Dopo aver assunto questo atteggiamento interiore, mettiti dinanzi ad un’immagine sacra e, dopo esserti inchinato alcune volte di fronte ad essa, comincia la solita preghiera: “Gloria a te, Dio nostro, Gloria a te” – “Re del Cielo, Paraclito, Spirito di verità, vieni e prendi dimora in noi…”, ecc… Non leggere in fretta, penetra in ogni parola e porta al cuore il significato di ogni termine, accompagnando la lettura con inchini. In questo consiste la lettura della preghiera, gradita a Dio ed apportatrice di frutti. Penetra in ogni parola e porta sino al cuore il senso di ogni termine, insomma cerca di comprendere quello che leggi e di sentire quello che comprendi. Non c’è alcun bisogno di altre regole. Questi due criteri – l’intelligenza ed il sentimento –, quando si realizzano nel modo dovuto, rendono la preghiera pienamente degna e le comunicano un effetto fecondo. Se leggi le parole della preghiera: “purificaci da ogni turpitudine”, sforzati di sentire la tua miseria, desidera la purezza e, pieno di speranza, chiedila al Signore. Quando leggi le parole: “E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, perdona nel tuo intimo a tutti e, con il cuore che ha perdonato tutto a tutti, chiedi a Dio perdono per te. Se leggi: “Sia fatta la tua volontà”, nel tuo cuore affida al Signore la tua sorte e manifesta la tua incondizionata prontezza di accettare tutto ciò che al Signore piacerà di mandarti. Se procederai così con ogni frase delle tue preghiere, queste saranno recitate in forma conveniente.

Per compiere le tue devozioni con maggior frutto, eccoti alcuni consigli: 1. Proponiti un determinato numero di preghiere (Traduco così il termine slavo “pravilo”, che significa originariamente regola. Nel linguaggio religioso indica una serie di preghiere, variabile per lunghezza, da recitare durante il giorno oppure come preparazione alla confessione, alla comunione e, per i sacerdoti, alla celebrazione della divina liturgia.), con l’approvazione del tuo padre spirituale, che non sia grande, ma tale che lo possa recitare senza fretta nell’ambito dei tuoi impegni quotidiani; 2. Prima di pregare, nei momenti liberi getta uno sguardo alle tue preghiere giornaliere, afferra con la mente il pieno significato di ogni parola e sforzati di sentirla, in modo da sapere precedentemente ciò che devi avere nell’anima ad ogni parola e sforzati di sentirla, in modo da sapere precedentemente ciò che devi avere nell’anima ad ogni parola. Sarà ancor meglio, se imparerai a memoria le preghiere fissate per ogni giorno. Se farai ciò, ti sarà ancora più facile comprendere e penetrare nel senso delle preghiere. Rimane una difficoltà: il pensiero distratto volerà sempre ad altri argomenti. Perciò è necessario questo terzo consiglio: 3. Dobbiamo sforzarci di mantenere desta l’attenzione, sapendo in precedenza che il pensiero cercherà di sfuggire. Poi quando durante la preghiera esso si distrarrà, richiamalo; sfuggirà di nuovo, di nuovo richiamalo. E così ogni volta. Ma allorché la lettura sarà fatta con distrazione – cioè senza attenzione e sentimento –, non dimenticare di ripeterla.

Finché il tuo pensiero non si sarà concentrato su un passo, rileggilo più volte e così riuscirai a penetrarvi con la mente ed il sentimento. Se supererai una volta questa difficoltà, essa forse non si presenterà successivamente, oppure non si presenterà con tale forza. Così dobbiamo comportarci, quando il pensiero sfugge o si distrae. Ma può verificarsi il caso che una parola talmente influisca sull’anima, che questa non si senta di andare oltre nella preghiera e, sebbene la lingua continui a leggere, il pensiero ritorna a quel passo che ha esercitato un effetto così profondo sull’anima. In questo caso vale questo quarto consiglio: 4. fermati e non leggere oltre; trattieni l’attenzione e il sentimento su quel passo, nutri con esso la tua anima o con quei pensieri che esso farà sorgere in te. E non allontanarti da questo stato; anzi, se ti mancasse il tempo, è meglio lasciare incomplete le preghiere, ma non distruggere questo stato d’animo. Esso ti accompagnerà e proteggerà forse anche per tutto il giorno come l’Angelo Custode! Effetti benefici di questo genere sull’anima durante la preghiera indicano che il suo spirito comincia a mettere radici in noi, per cui la conservazione di questo stato è il mezzo più utile per educare e rafforzare in noi lo spirito della preghiera.

Infine, quando termini le tue preghiere, non passare subito a qualsiasi altra occupazione, ma, sia pur brevemente, trattieniti e pensa che cosa è avvenuto in te ed a che ti obbliga. Cerca di conservare anche per il tempo successivo, se ti è stato concesso di sentire qualcosa nel tuo animo durante la preghiera. Del resto, se uno ha recitato le sue preghiere con cura, non vorrà egli stesso passare subito ad altre occupazioni. Questa è la caratteristica propria della preghiera! Ciò che i nostri antenati dissero di ritorno da Costantinopoli: “Chi ha gustato il dolce, non vorrà l’amaro”, si verifica anche in quanti hanno bene pregato. Né si deve dimenticare che il gustare la dolcezza della preghiera è il fine della preghiera e che se le orazioni educano lo spirito della preghiera, ciò avviene proprio grazie a questo gusto.

Se metterete in pratica questi brevi consigli, ben presto vedrete il frutto dei vostri sforzi, nella preghiera. E chi ad essi si attiene anche senza seguire questa indicazione, naturalmente già gusta di questo frutto. Ogni preghiera lascia una traccia nell’anima; la sua continuazione ininterrotta nello stesso ordine la radicherà, mentre la sopportazione di questo sforzo produrrà anche lo spirito della preghiera. Che il Signore ce lo conceda per le preghiere della purissima nostra Signora Madre di Dio!

Io vi ho così indicato il primo, ed iniziale, metodo con cui educare lo spirito nella preghiera, cioè il compimento della preghiera conformemente al suo fine, a casa di mattina e di sera e qui in chiesa. Ma non è ancor tutto. C’è un altro metodo ed io, se Dio lo vorrà, ve lo indicherò domani.

21 novembre 1864

II

Ieri vi ho indicato una via per educare in voi lo spirito della preghiera. Essa consiste nell’adempimento delle nostre devozioni conformemente al loro fine. Ma si tratta solo dei primi passi dell’orazione, per cui bisogna procedere oltre. Tenete presente, ad esempio, come si studiano le lingue. Dapprima si apprendono i vocaboli ed i modi di dire sui libri. Ma non ci ferma questo risultato, poiché ci si preoccupa di andare oltre, finché si giunge al punto che da soli, senza alcun manuale, possiamo conversare a lungo nella lingua da noi appresa. Così dobbiamo procedere anche con la preghiera. Noi ci abituiamo a pregare sui libri di preghiera, recitando preghiere belle e pronte, tramandate a noi dal Signore e dai Santi Padri che ebbero una profonda esperienza della preghiera. Ma non dobbiamo limitarci a questo metodo, poiché dopo esserci abituati a rivolgerci a Dio con la mente ed il cuore sia pur grazie ad un aiuto esterno, bisogna cercare di elevarci a Lui, di modo che l’anima nostra con le sue parole inizi, per cosi dire, un dialogo con Dio, elevandosi essa stessa a Lui, aprendosi e confessandogli ciò che vi è in essa e ciò che desidera. Ed è questo che bisogna insegnare all’anima. Vi dimostrerò in breve che cosa è necessario per riuscirvi.

A questo risultato si giunge anche con la consuetudine di pregare sui libri di preghiera con pietà, attenzione e sentimento. Infatti come da un recipiente troppo pieno l’acqua si versa da sé, così dal cuore, che è pieno di santi sentimenti grazie alle preghiere, comincerà a sgorgare da sola la preghiera a Dio. Ma ci sono regole, particolari, destinate esclusivamente a questo fine, ed esse debbono essere praticate da chiunque desideri conseguire un risultato positivo nella preghiera.

Da che dipende, direte, che alle volte si prega per molti anni sui manuali di devozione e non si ha ancora la preghiera nel cuore? Tra le varie ragioni che si possono addurre, a questo proposito penso che ciò derivi in parte dal fatto che ci sforziamo alquanto di elevarci a Dio solo allorché recitiamo le nostre preghiere, mentre nel resto della giornata a Lui neppure pensiamo. Ad esempio, si terminano le preghiere del mattino e si crede di aver soddisfatto ad ogni dovere nei confronti del Signore. Durante tutta la giornata attendiamo ininterrottamente alle nostre occupazioni e neppure un pensiero rivolgiamo a Dio. Forse di sera si pensa che tra poco bisognerà di nuovo pregare. Da ciò deriva che, se anche il Signore ispira al mattino qualche buon sentimento, questo viene soffocato dalla vanità e dalle continue occupazioni della giornata. Perciò anche di sera non si desidera pregare. L’uomo non riesce a dominare se stesso al punto di rendere, sia pure un po’, meno dura la propria anima, per cui la preghiera in genere a fatica giunge a maturazione. È questo l’errore che si commette quasi tutti e che dobbiamo cor­reggere. Insomma dobbiamo fare in modo che l’anima non si rivolga a Dio solo quando preghiamo, ma che anche nel corso di tutta la giornata ininterrottamente, nei limiti del possibile, si elevi a Lui e stia con Lui.

Perciò è necessario in primo luogo invocare spesso dal profondo del cuore il Signore, con brevi parole, a seconda dei bisogni dell’anima e della nostra attività. Cominci a fare qualcosa, ad esempio, e dì: “Benedici, Signore!”. Alla fine di un lavoro dì: “Gloria a te, Signore!”, e non solo con la lingua, ma con il cuore. Cadi in preda ad una passione, invoca: “Salvami, Signore, perisco!”. Se ti coglie la tenebra dei pensieri che ti sconvolgono, invocalo: “Libera dal carcere l’anima mia!”. Se ti trovi di fronte ad azioni ingiuste ed il peccato ti trascina verso di esse, prega: “Dirigi i miei passi nel cammino”, oppure: “Non permettere che i miei passi finiscano nell’errore”. Se poi i peccati ti opprimono e ti portano alla disperazione, invocalo con la preghiera del pubblicano: “Signore, abbi pietà di un peccatore!”. E così nelle varie circostanze della vita. Oppure limitati a ripetere spesso le invocazioni: “Signore abbi pietà di me”; “Nostra Signora, Madre di Dio, abbi pietà di me”; “Angelo di Dio, mio custode, difendimi”, o altre che ti si presentino alla mente. Ripetile spessissimo e cerca ad ogni modo che sgorghino dal cuore, come se fossero spremute da esso. Se così agiremo, spesso la nostra mente si eleverà a Dio, con tutto il cuore, spesso ci rivolgeremo al Signore, spesso pregheremo ed in tal modo la nostra mente si abituerà alla conversazione con Dio.

Ma perché l’anima si abitui a queste invocazioni, è necessario costringerla precedentemente ad attribuire a gloria di Dio, ogni nostra azione, qualsiasi ne sia l’importanza. Ed è questo il secondo modo per insegnare all’anima di rivolgersi a Dio più spesso durante il giorno. Infatti se ci proponiamo come fine il comandamento degli Apostoli di compiere tutto a gloria di Dio, anche “se mangiamo e beviamo”, ne conseguirà inevitabilmente che in ogni nostra azione ci ricorderemo del Signore, e il nostro non sarà un semplice ricordo, ma sarà accompagnato dal timore di non comportarci correttamente e di offendere Dio con il nostro atteggiamento. In tal modo saremo costretti a rivolgerci a Dio con timore e chiederne nelle preghiere l’aiuto ed il consiglio. Poiché la nostra attività è quasi incessante, quasi senza tregua ci rivolgeremo con la preghiera a Dio, per cui anche quasi incessantemente percorreremo il cammino che ci insegna l’elevazione dell’anima a Dio tramite l’orazione.

Ma perché l’anima attribuisca debitamente ogni azione a gloria di Dio, è necessario predisporla a ciò dal primo mattino, proprio dall’inizio della giornata, prima che l’uomo esca per dedicarsi alle sue attività fino a sera. Questa disposizione si realizza con il pensiero di Dio. È questo il terzo modo per insegnare all’anima di rivolgersi spesso a Dio. Il pensiero di Dio consiste nella meditazione, fatta con devozione sulla qualità e sulle operazioni divine e sugli obblighi che a noi derivano dalla loro conoscenza e dal loro rapporto nei nostri confronti. Si tratta di meditare sulla bontà di Dio, sulla sua giustizia, sulla sua saggezza, sulla sua onnipotenza, onnipresenza, onniscienza, sulla creazione e sulla provvidenza, sulla redenzione compiuta da Gesù Cristo, sulla Grazia e la parola di Dio, sui sacramenti e sul Regno dei Cieli. Su qualsiasi di questi argomenti ti soffermerai, questa meditazione riempirà necessariamente il tuo animo di un sentimento di devozione verso Dio. Se, ad esempio, rivolgerai la mente alla bontà divina, vedrai che sei circondato dalla misericordia di Dio sia spiritualmente che fisicamente e saresti un pezzo di pietra se non cadessi davanti a lui effondendo la tua umile gratitudine. Se mediterai sulla onnipresenza divina, ti renderai conto che dappertutto sei al cospetto di Dio e che Egli è davanti a te, per cui non potrai non sentirti in preda ad un senso di devozione e di timore. Se mediterai sull’onniscienza divina, comprenderai che nulla di quanto accade in te, è nascosto a Dio e inevitabilmente deciderai di fare attenzione ai moti del cuore e della mente, per non offendere Dio onnisciente.

Se considererai le giustizia divina, ti convincerai che nessuna azione cattiva rimane impunita e non potrai fare a meno di purificarti da ogni peccato grazie alla contrizione ed alla penitenza sincera davanti a Dio. E così, qualsiasi qualità o operazione divina tu consideri, la tua anima si riempirà di sentimenti e disposizioni devote verso Dio. Così la meditazione rivolge a Dio tutta la natura dell’uomo e perciò è il mezzo più adatto per insegnare all’anima di elevarsi a Dio. Il momento della giornata più conveniente per essa è il mattino, quando l’anima non è ancora oppressa da numerose sensazioni e dalle preoccupazioni del lavoro, e precisamente subito dopo la preghiera mattutina. Al termine di questa, siediti e con la mente santificata dalla preghiera comincia a meditare oggi su una qualità o operazione divina, domani su un’altra, cosicché lo stato della tua anima corrisponda ad essa. “Và – diceva San Demetrio di Rostòv – và, santo pensiero di Dio, immergiamoci nella meditazione sulle grandi opere di Dio”, e meditava o sulla creazione o sulla provvidenza o sui miracoli del Salvatore o sulla Sue sofferenze o su altri argomenti ed in tal modo commuoveva il suo cuore e cominciava ad effondere la sua anima nella preghiera. Così può fare chiunque. Non costa molta fatica e, finché ci sia il desiderio e la decisione, i frutti ti saranno copiosi.

Ecco tre modi, all’infuori delle nostre orazioni quotidiane, per elevare l’anima a Dio pregando: dedicare al mattino un po’ di tempo al pensiero di Dio; attribuire a gloria di Dio ogni nostra azione e rivolgersi spesso a lui con brevi invocazioni. Se di mattina sarà fatta bene la meditazione essa lascerà in noi una disposizione profonda a pensare a Dio. II pensiero di Dio costringerà l’anima a compiere con attenzione ogni azione, sia esterna che interna e ad attribuirla a gloria di Dio. Entrambe queste vie porranno l’anima in condizione d’invocare spesso e spontaneamente il Signore. Questi tre mezzi, il pensiero di Dio, il compiere ogni azione a sua gloria e le soventi invocazioni sono gli strumenti più efficaci della preghiera mentale e del cuore. Ognuno di essi eleva l’anima a Dio. Chi si è proposto di esercitarsi in essi presto acquisterà l’abitudine di elevare a Dio il suo cuore. La fatica che costa questo sforzo, assomiglia a quella della salita su una montagna. Quanto più uno sale su un monte, tanto più liberamente e facilmente respira. E così nel caso nostro, quanto più uno si abitua all’esercizio che ho indicato, tanto più eleva l’anima, e quanto più questa ultima sale, tanto più liberamente opererà in essa la preghiera. L’anima nostra è fatta per vivere nel mondo superiore, divino. Là essa dovrebbe trovarsi incessantemente con il pensiero e con il cuore, ma il peso dei pensieri terreni e delle passioni la trascina in basso. I metodi indicati la strappano a poco a poco dalla terra e l’allontaneranno definitivamente. Quando sarà del tutto lontana, l’anima entrerà nel suo ambiente e vivrà con gioia lassù. Quaggiù vive la realtà celeste con il cuore e con il pensiero, ma successivamente con tutta la sua natura si renderà degna di stare davanti a Dio tra i cori degli Angeli e dei Santi.

E di ciò vi renda degni il Signore con la sua grazia. Amìn.

22 novembre 1864

III

Io vi ho spiegato brevemente due aspetti o due gradi della preghiera: quella letta, che consiste nel pregare con parole altrui, e quella individuale o mentale, allorché ci eleviamo al Signore con la mente attraverso il pensiero di Dio, consacrando tutto a lui ed invocandolo spesso con tutto il cuore. Esiste però un terzo aspetto o grado della preghiera ed è proprio in esso che consiste la preghiera autentica ed a cui i due precedenti servono solo come preparazione. Essa è il rivolgersi incessantemente a Dio della mente e del cuore con calore interiore o ardore di spirito. È questo un traguardo a cui deve giungere la preghiera ed un fine che deve proporsi chiunque ad essa si dedichi, affinché i suoi sforzi non siano inutili.

Tenete presente ciò che della preghiera si legge nella scrittura: “Vegliate e pregate”, dice il Signore; “Siate sobri e vegliate”, insegna l’apostolo Pietro; “siate assidui nella preghiera e che essa vi mantenga vigilanti”; “Pregate incessantemente”, “Vivete nella preghiera e nelle orazioni, pregate in ogni momento nello Spirito”. È questa la raccomandazione dell’apostolo Paolo, il quale in altri passi ci spiega anche la ragione per cui così è e deve essere: infatti “la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio” e “lo Spirito di Dio vive in noi” … “per cui noi invochiamo: Abba Padre”. Da tutte queste indicazioni e raccomandazioni è evidente che la preghiera non si compie una volta sola e s’interrompe, ma è uno stato dello spirito, continuo ed ininterrotto, analogo al respiro ed al battito del cuore, che sono continui ed incessanti.

Voglio spiegarvi tutto ciò con un esempio. Il sole sta al centro ed attorno ad esso si muovono i pianeti attratti verso di lui e rivolti a lui con una qualsiasi loro parte. Ciò che nel mondo materiale è il sole, in quello spirituale è Dio, il sole dello spirito. Trasferite il vostro pensiero al Cielo, che cosa vedrete? Gli Angeli, i quali, secondo le parole del Signore, vedono sempre il volto del loro Padre celeste. Tutti gli spiriti incorporei e tutti i Santi in Cielo sono rivolti verso Dio, a lui volgono gli sguardi del loro spirito e non vogliono allontanarli da lui a causa dell’indicibile beatitudine che deriva loro dalla contemplazione di Dio. Ma ciò che gli Angeli ed i Santi fanno in Cielo, a noi spetta imparare a compiere sulla terra, abituarci cioè a stare, come gli angeli, incessantemente in preghiera dinanzi a Dio nel nostro cuore. Soltanto chi riuscirà in ciò, sarà veramente dedito alla preghiera. Come ci si rende degni di una così grande grazia? Risponderò in breve a questa domanda: dobbiamo instancabilmente impegnarci nella preghiera, sforzandoci con zelo e con l’animo pieno di speranza, di raggiungere, come la terra promessa, l’ardore dello spirito nell’attenzione continua rivolta a Dio. Impegnati nella preghiera e, pur chiedendo nella preghiera tutto, chiedi particolarmente di raggiungere questo grado supremo della preghiera – l’ardore dello spirito – e certamente otterrai ciò che chiedi. Ci assicura di ciò San Macario l’Egiziano, che sopportò concretamente la fatica della preghiera, ma ne raccolse anche i frutti. “Se non hai il dono della preghiera – egli dice – sforzati nella preghiera ed il Signore, vedendo il tuo impegno e giudicando, in base alla tua sofferenza, quanto ardentemente desideri questo bene, ti concederà la preghiera”. Lo sforzo, s’intende, solo sino a questo limite. Quando la fiamma si accenderà – e di essa parla il Signore: “Sono venuto sulla terra a portare il fuoco e vorrei che esso ardesse quanto prima”, – verrà meno la fatica e comincerà una preghiera facile, libera e fonte di conforto.

Non dovete pensare che si tratti di una condizione di spirito molto elevata, irraggiungibile per gli uomini di questo mondo. È in realtà una condizione elevata, che tutti però possono raggiungere. Infatti ognuno di noi alle volte sente durante la preghiera affluire nel cuore calore e zelo, quando l’anima, staccatasi da tutto, entra profondamente in se stessa e prega con ardore. Questa discesa temporanea, se così possiamo dire, dello spirito della preghiera, deve trasformarsi in una condizione costante e cosi si raggiungerà il traguardo della preghiera.

Il mezzo per conseguire questo fine è, come ho già detto, l’impegno nella preghiera. Quando si sfregano fra loro due pezzi di legno, si riscaldano e provocano il fuoco. Così, se si sfrega l’anima nell’orazione, essa sprigionerà infine lo spirito della preghiera. La fatica della preghiera costituisce il giusto completamento delle due precedenti forme di preghiera, di cui ho già parlato, cioè dell’adempimento devoto, accompagnato da attenzione e sentimento, delle nostre orazioni e dell’insegnare all’anima di elevarsi spesso a Dio rivolgendo a lui il nostro pensiero, attribuendo tutto a gloria di Dio ed invocandolo dal profondo del cuore. Anche se noi preghiamo la mattina e la sera, la distanza di tempo rimane sempre grande. Se soltanto in questi momenti della giornata ci rivolgiamo a Dio, per quanto intense siano le nostre preghiere, nel corso della giornata e della notte il vantaggio ricavatone si disperde e quando nuovamente ci accingiamo a pregare, l’anima è fredda e vuota, come prima. Anche se di nuovo preghiamo con fervore, tuttavia, raffreddandoci e distraendoci, che vantaggio ne ricaviamo? È la stessa cosa che costruire e distruggere; fatica e solo fatica. Se ci proponiamo di recitare con attenzione e sentimento le nostre orazioni non solo mattina e sera, ma, inoltre, ci esercitiamo ogni giorno nel pensiero di Dio ed attribuiamo a sua gloria ogni nostra azione e lo invochiamo spesso dall’intimo del cuore con brevi giaculatorie, noi riempiremo il lungo intervallo, che divide la preghiera mattutina da quella serale e viceversa, rivolgendoci spesso a Dio. Non sarà ancora la preghiera incessante, ma una preghiera spesso ripetuta e quanto più spesso si ripeterà, tanto più vicina sarà all’orazione ininterrotta. Questa fatica segna il passaggio a quest’ultima, come un gradino necessario.

Supponiamo infatti che voi adempiate a questo impegno ogni giorno, senza mai ometterlo, infaticabilmente, che cosa accadrà nell’anima vostra? Il pensiero di Dio genera il timore di Dio. Infatti quest’ultimo consiste nel raggiungere con pensiero riverente e nell’accogliere nel profondo del cuore le infinite perfezioni ed operazioni divine. Con l’attribuire ogni nostra azione a gloria di Dio, sorge in noi il ricordo del Signore, il che significa camminare davanti a Lui. Ciò non è altro che ricordare, qualsiasi cosa noi si faccia, che ci troviamo davanti a Dio. Infine, le soventi invocazioni del nome di Dio, o comunque i sentimenti di devozione verso Dio che sgorgano dal nostro cuore, si trasformano in continua, muta, affettuosa, calda implorazione del nome di Dio. Quando l’anima è santificata dal timore di Dio, dal ricordo del Signore o ha l’abitudine di camminare davanti a Dio ed accarezzare affettuosamente nel cuore il dolcissimo nome di Dio, allora necessariamente nel cuore s’accende anche quel fuoco spirituale, di cui ho parlato all’inizio, che sarà all’origine di una profonda pace, di un incessante equilibrio, e di viva ed attiva vigilanza. L’uomo partecipa allora di quello stato, oltre al quale sulla terra non possono andare i suoi desideri: esso è l’autentico preannuncio di quella condizione beata che ci attende nel futuro. Si realizza in questo caso ciò di cui parla l’apostolo: “La nostra vita è nascosta con il Cristo in Dio”.

Cercate di raggiungere questi tre obiettivi con la fatica della preghiera. Essi da soli sono il compenso della fatica e nello stesso tempo la chiave del tempio nascosto del Regno dei Cieli. Aprendo con essi la porta, vi si entra e si giunge ai gradini del Trono di Dio e ci rendiamo degni di ascoltare una parola di approvazione dal Padre Celeste, del suo contatto e del suo abbraccio, grazie al quale tutte le ossa diranno: “Signore, Signore, chi è simile a te?”. Chiedete questo nella fatica della preghiera e ciascuno sospiri: “Quando giungerò e mi presenterò dinanzi al tuo volto, Signore? Il mio volto t’ha cercato, cercherò, o Signore, il tuo volto”.

Risponderò in breve a quanti desiderano sapere come perfezionarsi nel timor di Dio, nel ricordo di Dio e nell’affettuosa e continua invocazione del nome del Signore. Cominciate a cercare e questo sforzo v’insegnerà come trovare. Soltanto è necessario attenersi ad un principio: allontanare tutto ciò che in questa ricerca sia d’impedimento, attenersi invece con impegno a quanto possa esserle di giovamento. La pratica insegnerà questa distinzione. A questa indicazione aggiungerò solo il seguente consiglio. Quando incomincerete a provare nel cuore un tepore simile a quello che sente il corpo quando è avvolto dal calore, o quando comincerete a comportarvi di fronte a Dio così come davanti ad un personaggio importante, con timore ed attenzione, per non offenderlo in alcun modo, senza tenere in alcun conto il permesso di camminare e di agire liberamente, o allorché vi accorgerete che la vostra anima prova davanti al Signore ciò che la fanciulla davanti al fidanzato ch’essa ama, sappiate allora che è vicino, alle porte il Visitatore nascosto delle anime nostre, che entrerà e cenerà con voi in casa vostra.

Credo che queste poche indicazioni siano sufficienti come guida per coloro che cercano con zelo. Tutto ciò è stato detto con il solo scopo che quanti tra voi hanno a cuore la preghiera, ne conoscano il punto culminante, di modo che, affaticandosi poco e conseguendo un risultato modesto, non credano d’aver raggiunto il fine ultimo ed in questa illusione non vengano meno nelle fatiche e, di conseguenza, non pongano limiti all’ulteriore ascesa attraverso i vari gradi della preghiera. Come sulle vie maestre si pongono colonne, perché quanti le percorrono, sappiano quanta strada hanno percorso e quanta rimane loro ancora, così nella nostra vita spirituale ci sono indicazioni particolari che determinano i gradi di perfezione della vita. Esse sono fissate perché quanti aspirano alla perfezione, rendendosi conto del punto a cui sono giunti e del cammino che resta loro da percorrere, non si fermino a mezza strada, privandosi così del frutto delle loro fatiche, che forse è ormai vicino, purché facciano ancora due o tre passi.

Concludo queste mie parole con la preghiera, che sgorga dal mio cuore, che il Signore vi conceda di comprendere tutto ciò che ho detto, affinché tutti costituiate quell’uomo perfetto nella forza e nell’età, che realizza la pienezza del Cristo.

29 novembre 1864.

IV

V’ho parlato tre volte della preghiera. Ho considerato la preghiera letta con attenzione, quella che consiste nell’elevarci a Dio con la mente e con il cuore ed infine la preghiera che consiste nello stare di fronte a Dio in ardore di spirito. Il Signore ci ha insegnato i vari gradi e generi della preghiera, affinché ciascuno, secondo le sue forze, possa partecipare dei suoi vantaggi. Infatti quella della preghiera è un’opera veramente grande. Essa, come ho detto, è testimonianza della vita spirituale e nello stesso tempo ne è il nutrimen­to. Perciò è assolutamente necessario cercare di perfezionarla. In parte vi ho ricordato come si possa riuscire nei vari generi di preghiera. Ora vi voglio far presente, per mettervi in guardia, quali siano le difficoltà che s’incontrano, poiché difficilmente potremo riuscire nella preghiera se nello stesso tempo non ci cureremo delle altre virtù.

Se paragoniamo la preghiera ad una sostanza aromatica e l’anima al recipiente fatto per contenerla, sarà evidente che, come in un recipiente forato non può essere contenuta la sostanza aromatica, così anche la preghiera non può resistere nell’anima se questa non è perfetta per mancanza di qualche virtù. Se paragoniamo colui che prega all’insieme del corpo umano, ne seguirà che, come uno privo di una gamba non può camminare, sebbene le altre parti del corpo siano integre, così non può avvicinarsi a Dio o giungere ad Esso con la preghiera colui che non sia dotato di effettive virtù. Penetrate con la mente l’insegnamento degli Apostoli e vedrete che la preghiera per loro non è mai sola, ma è sempre accompagnata da un’intera schiera di virtù. L’Apostolo Paolo prepara il cristiano alla lotta spirituale e lo riveste di tutte le armi di Dio. Osservate quali esse sono: la verità come cintura, la giustizia come corazza, i calzari dell’Evangelo della pace, lo scudo della fede, l’elmo della speranza, la spada della parola di Dio. Ecco i mezzi! E solo dopo averli esposti tutti, san Paolo pone il suo soldato in una fortezza – nella preghiera – dicendo: “pregando con ogni genere di preghiera e di suppliche in ogni tempo con lo spirito”. Certo che con la sola preghiera si possono superare tutti i nemici, ma per essere forti nella preghiera bisogna consolidare la fede, la speranza, la conoscenza della verità, la giustizia e tutte le altre virtù. In un altro passo l’Apostolo, rivestendo di abiti nuziali l’anima, in quanto è la fidanzata di Cristo, dice: “Rivestitevi di viscere di misericordia, di bontà, d’umiltà, di mitezza, di sopportazione, del perdono delle offese, di amore, di pace, istruitevi nella saggezza della parola del Signore”. E poi, quale corona della bellezza, pone sul capo la preghiera: “Cantate salmi, inni e canti spirituali, nella grazia celebrate nei vostri cuori il Signore”. Anche in altri passi della Scrittura la preghiera è considerata in indissolubile rapporto con tutte le virtù, come la loro regina; esse si muovono al suo seguito ed essa le trascina dietro a sé, oppure, immagine ancor più bella, è considerata il loro fiore odoroso. Come crescono prima le radici, poi il tronco ed i rami, quindi le foglie ed infine il fiore che sboccia ed attira a sé gli sguardi, così anche la preghiera, perché possa fiorire nell’anima, deve esser preceduta ed accompagnata da buone disposizioni spirituali e da una serie di impegni, che sono la fede, la quale corrisponde alle radici, l’amore attivo a cui possono paragonarsi il tronco ed i rami ed infine l’ascesi fisica e spirituale, a cui nella pianta corrispondono le foglie. Quando nell’anima è stato piantato un albero così santo, sboccerà in esso, di mattina o di sera o durante la giornata, secondo le sue caratteristiche, il fiore della preghiera riempirà di profumo tutto il nostro regno interiore.

Richiamo alla vostra mente questi pensieri, perché qualcuno di voi non pensi che basta impegnarsi nella preghiera. No, è necessario prendersi cura di tutto, cioè pregare e progredire in ogni virtù. È perfettamente vero che non si può progredire nelle virtù senza la preghiera, ma dobbiamo impegnarci nelle virtù anche durante la preghiera, perché questa possa offrirci in qualche modo il suo aiuto. Ed anche per progredire nella preghiera dobbiamo pregare, ma dobbiamo impegnarci in quest’ultima, così come nell’ambito della virtù.

Dobbiamo preoccuparci di tutto ed in tutto essere precisi. A questo riguardo si può fare un paragone con l’orologio. Quando quest’ultimo funziona con precisione ed indica il tempo esatto? Allorché in esso ogni ruota ed ogni altra parte è intatta e sta al suo posto ed è in connessione con le altre parti. Lo stesso si può ripetere del meccanismo interiore, dell’anima. Lo spirito, come una lancetta, è in direzione esatta, cioè è rivolto direttamente a Dio, quando tutte le altre parti dell’anima sono intatte ed in ordine e, per cosi dire, sono dotate della virtù, che è loro propria.

Di quali virtù sia necessario circondare la preghiera, cioè quale vita di preghiera e virtù debba istaurare in sé il Cristiano, vi dimostrerò non con le mie parole, ma con quelle di San Demetrio di Rostóv, che ne tratta in breve nella seguente catechesi.

Vi prego di seguire con attenzione:
1. Appena ti svegli, il tuo primo pensiero sia rivolto a Dio, la prima parola sia la preghiera al Signore, che ti ha creato e ti conserva in vita, che può sempre dare la morte e la vita, distruggere e guarire, salvare e rovinare.
2. Prostrati davanti a Dio e ringrazialo che ti ha svegliato dal sonno e non ti ha portato alla rovina a causa dei tuoi peccati, ma aspetta con pazienza la tua conversione.
3. Inizia una vita migliore dicendo con il salmista: “Ed è cosi che dico: io comincio con gli anni, con i giorni dell’Altissimo”. Nessuno percorre bene il cammino verso il cielo se non colui che comincia bene ogni giorno.
4. A cominciare dal mattino, sii nella preghiera un Serafino, nelle tue opere un Cherubino, nel modo di comportarti un Angelo.
5. Non perdere inutilmente il tuo tempo, ma dedicalo alle opere buone necessarie.
6. In tutte le azioni, parole e pensieri tieni rivolta la mente a Dio; non segnare nella tua mente altro che il Cristo e che nessuna immagine venga a contatto con il cuore puro all’infuori di quella purissima di Cristo Dio e Salvatore.
7. Risveglia in te con ogni mezzo l’amore per il Signore, nei limiti che puoi, ripetendo particolarmente nel tuo intimo queste parole del Salmista: “Mentre medito si accende in me un fuoco”.
8. Rivolgi sempre il tuo sguardo interiore alla presenza di Dio, che tu hai deciso di amare incessantemente, per cui tieniti lontano da ogni cattiva azione, parola o pensiero. Perciò agisci, parla e pensa sempre onestamente, umilmente e con timore filiale.
9. Siano sempre unite la mansuetudine con la lode e l’umiltà con l’onestà.
10. La tua parola sia sempre calma, umile, onesta ed utile: che il silenzio giudichi le parole che hai da pronunciare. Che non esca mai dalla tua bocca una parola vuota e corrotta.
11. Se ti capita di ridere, limitati al sorriso e per di più non spesso.
12. Guardati dall’ira, dallo sdegno e dagli alterchi; frenati nell’ira.
13. Sii sempre moderato nel mangiare e nel bere.
14. Sii sempre accondiscendente e Dio ti renderà beato, come pure gli uomini ti loderanno.
15. La morte è la fine di tutto e prega sempre per essa.

Vedete quale splendida vita viene additata ad un Cristiano dedito alla preghiera! È vero che queste norme vertono in gran parte sulla preghiera, cioè sulla conversazione con Dio per mezzo dello spirito e del cuore, ma vi sono indicate anche varie virtù ed esse sono tali che, senza di loro, non può sussistere la preghiera. Tutto ciò ognuno prova ed apprende concretamente, purché si eserciti nella preghiera in modo conveniente. Come puoi pregare, quando sei oppresso dall’incontinenza oppure sei sconvolto dall’ira e dal dispetto, o non sei in pace con qualcuno, o infine sei in preda a preoccupazione o alla distrazione? Se non ci troviamo soggetti a questi difetti, necessariamente siamo in quella opposta, cioè nella virtù. Perciò San Giovanni Climaco afferma cha la preghiera è madre e figlia della virtù.

A queste parole qualcuno penserà: “Si esige troppo! È un peso oppressivo! Dove troveremo le forze ed il tempo per questo sforzo?”. Ma abbiate coraggio, fratelli, poiché c’è bisogno di poco e anzi basta una sola cosa: lo zelo per il Signore e per la salvezza dell’anima in Lui. L’anima, per natura sua, ha molti pregi, che però sono guastati da ogni genere di difetti. Appena nell’anima sorge il desiderio di salvarsi e di compiacere a Dio, quanto di positivo c’è in essa si raccoglie attorno a questo desiderio ed in essa subito si manifesta non poco bene. Poi lo zelo, rafforzato dalla grazia di Dio, con l’aiuto di questo bene iniziale, comincerà ad acquistare ogni altro bene ed arricchirsene e tutto comincerà a crescere a poco a poco. Lo zelo ha già in sé anche il virgulto della preghiera. Dapprima essa si nutre della bontà naturale, ma poi comincerà a nutrirsi della bontà conquistata con la fatica, prenderà a svilupparsi ed a consolidarsi, crescerà e comincerà a cantare ed a celebrare nel cuore il Signore con una preghiera armoniosa e complessa.

Che il Signore vi aiuti a riuscire in quest’opera. Amìn.

20 dicembre 1864


Da “Quaderni dell’Ortodossia”, Roma 1974, 26-46