La vicenda di Eluana Englaro si avvia alla fine. E' una vicenda che lascia sgomenti, che pone interrogativi fondamentali sulla vita, la morte e la libertà. Un contributo alla riflessione:
http://www.radio24.ilsole24ore.com/main.php?dirprog=Parliamo_con_l%27Elefante
Ringrazio A.N. per questo contributo
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04 febbraio 2009
26 novembre 2007
Ravasi e Ferrara
L'altro lato del Figlio. Da Avvenire del 14 novembre 2007
La basilica di San Giovanni gremita ieri sera per la ripresa del
tradizionale «Dialogo in Cattedrale» con il neo presidente del
Pontificio Consiglio per la Cultura, monsignor Gianfranco Ravasi, e
Giuliano Ferrara, direttore de «Il Foglio», introdotti dal vicario di
Roma, il cardinale Camillo Ruini.
Al centro della serata, il volume di Benedetto XVI, «Gesù di
Nazareth». «Questo libro – ricorda Ruini – è anche al centro del
lavoro quotidiano costante che la diocesi di Roma sta facendo, tanto
che il programma pastorale comincia con alcune parole che si
riferiscono alla sostanza del libro: 'Gesù è il Signore'».
Il cardinale Ruini evidenzia due nuclei fondamentali del libro di
Papa Ratzinger: «Il primo – spiega – riguarda il rapporto tra la
storia e la fede in concreto. L'intenzione fondamentale di Benedetto
XVI è mostrare l'identità che esiste tra il Gesù della storia e il
Cristo della fede della Chiesa. Questa unità è pietra angolare del
cattolicesimo e di ogni cristianesimo che intenda essere
'cristianesimo credente' ».
Del secondo nucleo dice: «È posto un unico e identico Gesù Cristo in
una 'storia efficace', quella che i tedeschi chiamano
'Wirkungsgeschichte', una storia, cioè, che si realizza, che giunge
fino a noi, che ha determinato gli itinerari della nostra civiltà e
continua ad essere determinante oggi per il nostro cammino non solo
personale e interiore ma anche comune, storico e pubblico». Da qui
l'invito del cardinale a leggere il libro in posizione di apertura,
quella apertura che Ratzinger ha definito 'ascolto umile' verso il
Signore che parla dentro di noi. «Potremmo aggiunere un terzo aspetto
– conclude Ruini –, e cioè l'intento di introdurci nell'intimità
personale con Gesù Cristo, o meglio in quella intimità personale che
Gesù ha avuto con Dio Padre ».
L'iniziativa dei 'Dialoghi' è nata nell'ambito della Missione
cittadina voluta da Giovanni Paolo II nel 1996. L'obiettivo era
quello di preparare la Chiesa e la città di Roma alla celebrazione
del Grande Giubileo del 2000. Nel corso degli anni, numerose
personalità ecclesiastiche e rappresentanti della cultura hanno
dialogato nella cattedrale romana; tra questi l'allora cardinale
Ratzinger e Vittorio Possenti nell'incontro sul tema poi cruciale nel
pontificato di Benedetto XVI, «Fede e ragione».
Ferrara: io, ateo devoto, credo nella fede del Papa in Gesù
di Giuliano Ferrara
Se il Papa ha scritto un libro su Gesù ci deve essere un motivo. La
Chiesa è già un libro vivente su Gesù, dipende da Gesù come il corpo
dalla testa. La Chiesa segue Gesù, testimonia per lui e in lui
attraverso la fede, le opere, la carità, i sacramenti e soprattutto
la liturgia.
Tutto nella Chiesa si fonda sulla parola di Gesù annunciata nel
Vangeli, che per la Chiesa sono i primi e definitivi libri in cui Gesù
si trova e, in parte, enigmaticamente si nasconde. La Chiesa è la
tipografia universale di Gesù, cura da sempre l'ortografia del
racconto che lo riguarda, Gesù è la sua A e la sua Zeta. La Chiesa
legge da due millenni anche i libri più antichi della fede ebraica,
l'Antico Testamento, alla luce di quelli più recenti. Nella parola di
Cristo Gesù e dei suoi apostoli, nelle Lettere e negli Atti, la Chiesa
ritrova e riconosce come suo anche il patrimonio comune degli ebrei,
il gran libro di Mosé, la sua legge, e i salmisti e i profeti e tutto
il resto della Bibbia, tutto il resto di quei libri che diventano
patrimonio comune di ebrei e cristiani. In apparenza, dunque, i libri
su Gesù sono già stati scritti. Secondo la Chiesa, che sposa storia,
teologia, filosofia e profezia, perfino le Sacre Scritture degli
agiografi, che scrivevano secoli prima della nascita di Gesù di
Nazaret, riguardano il suo avvento. E allora? Perché il Papa ha
scritto un libro su Gesù?
La risposta la dà lui stesso in modo apparentemente molto semplice.
Il Papa, che è un teologo e un filosofo e uno storico, ha voluto dare
un contributo personale alla ricostruzione del volto del Signore. E
il suo contributo è di una semplicità inaudita: il Papa Benedetto
XVI, che con una doppia firma in quanto autore si qualifica anche
come Joseph Ratzinger, non si limita a credere nel Gesù dei Vangeli,
aggiunge qualcosa alla sua fede, aggiunge che la figura di Gesù
Cristo è logica, è storicamente sensata e convincente, solo se
esaminata e per così dire razionalmente argomentata alla luce dei
Vangeli. Senza argomentazione razionale, senza ricorrere
criticamente al metodo storico, Gesù diventa un'astrazione
interiore, perde il contatto con il tempo, con la storia, con il
creato, con l'umanità e con il suo ethos, con la vita e con il suo
significato, diventa una figura evanescente separata dalla realtà
dell'essere e dall'essere della realtà. Non si capirà mai che cosa
volesse dire quando disse: «Io sono». Ma con il puro metodo storico
si possono formulare solo ipotesi su Gesù, ipotesi che si
contraddicono, che stanno irrimediabilmente nel passato. (...) A
questo punto potreste obiettarmi: e tu che c'entri con il libro del
Papa, se il libro del Papa è quello che tu dici? Come fai a entrare
in un discorso sul Figlio del Dio vivente se non credi? E la mia
risposta è questa. La mia ragione mi dice il suo limite. Se non lo
riconoscessi sarei padrone della mia vita e della mia morte, sarei
un nichilista. La mia ragione mi dice che sono un credente, sebbene
non disponga di una fede personale e confessionale praticamente
vissuta. Credo nel concetto matematico e fisico di infinito, che
segna il mio limite e lo descrive. Credo che mio padre e mia madre
non siano l'origine biologica del mio Dna ma un semplice e irrisolto
mistero d'amore. Credo che l'altro, la persona umana o anche solo il
suo progetto o anche solo il suo ricordo, sia titolare di diritti che
sono al tempo stesso i miei doveri, e che questo ciclo della
delicatezza e del rispetto tra le generazioni sia stato messo a
punto, nella sua massima perfezione, dentro la civilizzazione
cristiana del mondo. Credo che non tutto sia negoziabile e relativo.
Ed è già un bel credere, ve lo assicuro.
In più credo nella fede degli altri, la rispetto e la amo, in un
certo senso la desidero. L'inesistenza della mia fede non mi porta a
considerare la fede, anche e soprattutto la fede dei semplici, dei
piccoli, come una variante della superstizione o del fanatismo. Se
poi la fede degli altri mi si presenta con il vigore e la passione
razionale di un magnifico libro di teologia, se il sapere della fede
e la fede nel sapere di un Papa mi insegnano qualcosa di prezioso che
attraversa la storia ma non la esaurisce e in essa non si esaurisce,
crescono a dismisura la mia inquietudine, la mia curiosità e la mia
fiducia.
Ravasi: tra storia e teologia, la lunga «cerca» del vero Cristo
di Gianfranco Ravasi
L'aveva intitolata proprio così: «Giovanni 1, 14», rimandando
esplicitamente a quel versetto del quarto Vangelo in cui si proclama
che il Verbo divino ed eterno si fece carne umana, cioè storia ed
esistenza. In quella poesia il famoso scrittore argentino agnostico
Jorge L. Borges metteva in bocca a Cristo questa confessione: «Io che
sono l'È, il Fu, il Sarà, / accondiscendo al linguaggio / che è tempo
successivo... / Vissi prigioniero di un corpo e di un'umile
anima...». La Parola si fece dunque parole, l'Eterno tempo, l'Infinito
spazio, Dio divenne anche uomo. Ebbene, è attorno a questo intimo
intreccio che si è snodata da sempre la riflessione teologica e
l'analisi storica su Gesù Cristo.
Il libro di Benedetto XVI ha voluto rimettere al centro proprio
questa unità fondante del cristianesimo, riproponendone la
compattezza contro ogni tentazione di dissociazione. Sì, perché – se
stiamo solo alla ricerca moderna – si è assistito a un processo di
divaricazione o anche di separazione e persino di negazione di uno
dei due poli di quell'unità. Tutto è cominciato alla fine del
Settecento con quella che gli studiosi definiscono ora, con l'inglese
ormai imperante,
Old Quest, cioè l'antica ricerca: soprattutto in ambito tedesco e
illuministico si spogliava Gesù di Nazaret del manto di Cristo e di
Figlio di Dio, eliminando dalla sua figura tutto ciò che era
ritenuto mito o costruzione fideistica, a partire dai miracoli e
dalle parole trascendenti in cui appariva un volto divino. Nel primo
Novecento, con un teologo divenuto poi quasi un capofila, Rudolf
Bultmann, si procedeva ulteriormente su quella linea ma per ottenere
un esito opposto: al cristiano deve interessare proprio e soltanto il
Cristo, il Figlio di Dio, e non certo la vicenda storica dell'ebreo
Gesù di Nazaret. Anche per questa via – che non era razionalista come
la prima, bensì teologica – si confermava la dissociazione in Gesù
Cristo tra il Verbo e la carne. Ma, attorno agli anni 1950-75 si
consumò una svolta radicale con la New Quest: questa nuova ricerca
affermava invece la continuità tra il Gesù della storia e il Cristo
della fede (o del kerygma o «annunzio» pasquale della Chiesa, come si
è soliti dire tecnicamente). Si assisteva, così, a una serie di
fervide analisi storiografiche sulle parole e sugli eventi di Gesù di
Nazaret, così da averne una rappresentazione compiuta, recuperandone
il rilievo storico, emarginato da Bultmann.
Ma la traiettoria del pendolo dell'analisi critica non si era ancora
esaurita: attorno al 1985 prese il via una Third Quest o «terza
ricerca», la cui caratteristica fondamentale era la collocazione della
figura di Gesù nel suo orizzonte storico giudaico (un ambiente
culturale e religioso a noi ben noto attraverso una vasta
documentazione) così da farne risaltare la conformità ma anche
l'originalità e la discontinuità, considerate come criteri per
sostenere la plausibilità storica di molti dati di Gesù e su Gesù
offerti dai Vangeli.
A questo punto ecco lo snodo dell'opera di Benedetto XVI che, pur
ricorrendo al metodo storico-critico seguito dalla New e dalla Third
Quest, lo riposiziona e lo completa riportando l'attenzione anche
sulla dimensione «cristologica », cioè sul Verbo divino presente
nella carne di Gesù di Nazaret, attestato dai Vangeli: solo così si
può presentare un Gesù reale, non amputato o sezionato.
Il discorso diventa, dunque, complesso. Vorremmo solo far notare due
dati. Il primo è di ordine storiografico: non tutto il reale è
«storico». Quanti detti e atti effettivamente compiuti dall'umanità
nei secoli non possono essere documentati storicamente! Lo storico,
che ha bisogno sempre di avere come base dati documentati, non ha in
mano tutta la realtà di una persona, anzi ad essa si avvicina solo in
minima parte e spesso in via ipotetica. Ed è per questo che sempre
più ai nostri giorni si ricorre all'ausilio di altre discipline, come
la psicologia, la sociologia, l'antropologia e – perché no? – la
mistica e la teologia.
Il secondo dato è di indole teologica: oggetto e fondamento della
fede non è di per sé il solo Gesù storico; eppure il Gesù storico è
componente fondamentale della fede cristiana perché essa ha al
centro la persona di Gesù Cristo che è quell'unità di umanità e
divinità da cui siamo partiti. E allora anche la ricerca storica su
Gesù dev'essere integrata nella stessa teologia in un incrocio
delicato ma necessario.
Ringrazio A.N. per questo contributo
La basilica di San Giovanni gremita ieri sera per la ripresa del
tradizionale «Dialogo in Cattedrale» con il neo presidente del
Pontificio Consiglio per la Cultura, monsignor Gianfranco Ravasi, e
Giuliano Ferrara, direttore de «Il Foglio», introdotti dal vicario di
Roma, il cardinale Camillo Ruini.
Al centro della serata, il volume di Benedetto XVI, «Gesù di
Nazareth». «Questo libro – ricorda Ruini – è anche al centro del
lavoro quotidiano costante che la diocesi di Roma sta facendo, tanto
che il programma pastorale comincia con alcune parole che si
riferiscono alla sostanza del libro: 'Gesù è il Signore'».
Il cardinale Ruini evidenzia due nuclei fondamentali del libro di
Papa Ratzinger: «Il primo – spiega – riguarda il rapporto tra la
storia e la fede in concreto. L'intenzione fondamentale di Benedetto
XVI è mostrare l'identità che esiste tra il Gesù della storia e il
Cristo della fede della Chiesa. Questa unità è pietra angolare del
cattolicesimo e di ogni cristianesimo che intenda essere
'cristianesimo credente' ».
Del secondo nucleo dice: «È posto un unico e identico Gesù Cristo in
una 'storia efficace', quella che i tedeschi chiamano
'Wirkungsgeschichte', una storia, cioè, che si realizza, che giunge
fino a noi, che ha determinato gli itinerari della nostra civiltà e
continua ad essere determinante oggi per il nostro cammino non solo
personale e interiore ma anche comune, storico e pubblico». Da qui
l'invito del cardinale a leggere il libro in posizione di apertura,
quella apertura che Ratzinger ha definito 'ascolto umile' verso il
Signore che parla dentro di noi. «Potremmo aggiunere un terzo aspetto
– conclude Ruini –, e cioè l'intento di introdurci nell'intimità
personale con Gesù Cristo, o meglio in quella intimità personale che
Gesù ha avuto con Dio Padre ».
L'iniziativa dei 'Dialoghi' è nata nell'ambito della Missione
cittadina voluta da Giovanni Paolo II nel 1996. L'obiettivo era
quello di preparare la Chiesa e la città di Roma alla celebrazione
del Grande Giubileo del 2000. Nel corso degli anni, numerose
personalità ecclesiastiche e rappresentanti della cultura hanno
dialogato nella cattedrale romana; tra questi l'allora cardinale
Ratzinger e Vittorio Possenti nell'incontro sul tema poi cruciale nel
pontificato di Benedetto XVI, «Fede e ragione».
Ferrara: io, ateo devoto, credo nella fede del Papa in Gesù
di Giuliano Ferrara
Se il Papa ha scritto un libro su Gesù ci deve essere un motivo. La
Chiesa è già un libro vivente su Gesù, dipende da Gesù come il corpo
dalla testa. La Chiesa segue Gesù, testimonia per lui e in lui
attraverso la fede, le opere, la carità, i sacramenti e soprattutto
la liturgia.
Tutto nella Chiesa si fonda sulla parola di Gesù annunciata nel
Vangeli, che per la Chiesa sono i primi e definitivi libri in cui Gesù
si trova e, in parte, enigmaticamente si nasconde. La Chiesa è la
tipografia universale di Gesù, cura da sempre l'ortografia del
racconto che lo riguarda, Gesù è la sua A e la sua Zeta. La Chiesa
legge da due millenni anche i libri più antichi della fede ebraica,
l'Antico Testamento, alla luce di quelli più recenti. Nella parola di
Cristo Gesù e dei suoi apostoli, nelle Lettere e negli Atti, la Chiesa
ritrova e riconosce come suo anche il patrimonio comune degli ebrei,
il gran libro di Mosé, la sua legge, e i salmisti e i profeti e tutto
il resto della Bibbia, tutto il resto di quei libri che diventano
patrimonio comune di ebrei e cristiani. In apparenza, dunque, i libri
su Gesù sono già stati scritti. Secondo la Chiesa, che sposa storia,
teologia, filosofia e profezia, perfino le Sacre Scritture degli
agiografi, che scrivevano secoli prima della nascita di Gesù di
Nazaret, riguardano il suo avvento. E allora? Perché il Papa ha
scritto un libro su Gesù?
La risposta la dà lui stesso in modo apparentemente molto semplice.
Il Papa, che è un teologo e un filosofo e uno storico, ha voluto dare
un contributo personale alla ricostruzione del volto del Signore. E
il suo contributo è di una semplicità inaudita: il Papa Benedetto
XVI, che con una doppia firma in quanto autore si qualifica anche
come Joseph Ratzinger, non si limita a credere nel Gesù dei Vangeli,
aggiunge qualcosa alla sua fede, aggiunge che la figura di Gesù
Cristo è logica, è storicamente sensata e convincente, solo se
esaminata e per così dire razionalmente argomentata alla luce dei
Vangeli. Senza argomentazione razionale, senza ricorrere
criticamente al metodo storico, Gesù diventa un'astrazione
interiore, perde il contatto con il tempo, con la storia, con il
creato, con l'umanità e con il suo ethos, con la vita e con il suo
significato, diventa una figura evanescente separata dalla realtà
dell'essere e dall'essere della realtà. Non si capirà mai che cosa
volesse dire quando disse: «Io sono». Ma con il puro metodo storico
si possono formulare solo ipotesi su Gesù, ipotesi che si
contraddicono, che stanno irrimediabilmente nel passato. (...) A
questo punto potreste obiettarmi: e tu che c'entri con il libro del
Papa, se il libro del Papa è quello che tu dici? Come fai a entrare
in un discorso sul Figlio del Dio vivente se non credi? E la mia
risposta è questa. La mia ragione mi dice il suo limite. Se non lo
riconoscessi sarei padrone della mia vita e della mia morte, sarei
un nichilista. La mia ragione mi dice che sono un credente, sebbene
non disponga di una fede personale e confessionale praticamente
vissuta. Credo nel concetto matematico e fisico di infinito, che
segna il mio limite e lo descrive. Credo che mio padre e mia madre
non siano l'origine biologica del mio Dna ma un semplice e irrisolto
mistero d'amore. Credo che l'altro, la persona umana o anche solo il
suo progetto o anche solo il suo ricordo, sia titolare di diritti che
sono al tempo stesso i miei doveri, e che questo ciclo della
delicatezza e del rispetto tra le generazioni sia stato messo a
punto, nella sua massima perfezione, dentro la civilizzazione
cristiana del mondo. Credo che non tutto sia negoziabile e relativo.
Ed è già un bel credere, ve lo assicuro.
In più credo nella fede degli altri, la rispetto e la amo, in un
certo senso la desidero. L'inesistenza della mia fede non mi porta a
considerare la fede, anche e soprattutto la fede dei semplici, dei
piccoli, come una variante della superstizione o del fanatismo. Se
poi la fede degli altri mi si presenta con il vigore e la passione
razionale di un magnifico libro di teologia, se il sapere della fede
e la fede nel sapere di un Papa mi insegnano qualcosa di prezioso che
attraversa la storia ma non la esaurisce e in essa non si esaurisce,
crescono a dismisura la mia inquietudine, la mia curiosità e la mia
fiducia.
Ravasi: tra storia e teologia, la lunga «cerca» del vero Cristo
di Gianfranco Ravasi
L'aveva intitolata proprio così: «Giovanni 1, 14», rimandando
esplicitamente a quel versetto del quarto Vangelo in cui si proclama
che il Verbo divino ed eterno si fece carne umana, cioè storia ed
esistenza. In quella poesia il famoso scrittore argentino agnostico
Jorge L. Borges metteva in bocca a Cristo questa confessione: «Io che
sono l'È, il Fu, il Sarà, / accondiscendo al linguaggio / che è tempo
successivo... / Vissi prigioniero di un corpo e di un'umile
anima...». La Parola si fece dunque parole, l'Eterno tempo, l'Infinito
spazio, Dio divenne anche uomo. Ebbene, è attorno a questo intimo
intreccio che si è snodata da sempre la riflessione teologica e
l'analisi storica su Gesù Cristo.
Il libro di Benedetto XVI ha voluto rimettere al centro proprio
questa unità fondante del cristianesimo, riproponendone la
compattezza contro ogni tentazione di dissociazione. Sì, perché – se
stiamo solo alla ricerca moderna – si è assistito a un processo di
divaricazione o anche di separazione e persino di negazione di uno
dei due poli di quell'unità. Tutto è cominciato alla fine del
Settecento con quella che gli studiosi definiscono ora, con l'inglese
ormai imperante,
Old Quest, cioè l'antica ricerca: soprattutto in ambito tedesco e
illuministico si spogliava Gesù di Nazaret del manto di Cristo e di
Figlio di Dio, eliminando dalla sua figura tutto ciò che era
ritenuto mito o costruzione fideistica, a partire dai miracoli e
dalle parole trascendenti in cui appariva un volto divino. Nel primo
Novecento, con un teologo divenuto poi quasi un capofila, Rudolf
Bultmann, si procedeva ulteriormente su quella linea ma per ottenere
un esito opposto: al cristiano deve interessare proprio e soltanto il
Cristo, il Figlio di Dio, e non certo la vicenda storica dell'ebreo
Gesù di Nazaret. Anche per questa via – che non era razionalista come
la prima, bensì teologica – si confermava la dissociazione in Gesù
Cristo tra il Verbo e la carne. Ma, attorno agli anni 1950-75 si
consumò una svolta radicale con la New Quest: questa nuova ricerca
affermava invece la continuità tra il Gesù della storia e il Cristo
della fede (o del kerygma o «annunzio» pasquale della Chiesa, come si
è soliti dire tecnicamente). Si assisteva, così, a una serie di
fervide analisi storiografiche sulle parole e sugli eventi di Gesù di
Nazaret, così da averne una rappresentazione compiuta, recuperandone
il rilievo storico, emarginato da Bultmann.
Ma la traiettoria del pendolo dell'analisi critica non si era ancora
esaurita: attorno al 1985 prese il via una Third Quest o «terza
ricerca», la cui caratteristica fondamentale era la collocazione della
figura di Gesù nel suo orizzonte storico giudaico (un ambiente
culturale e religioso a noi ben noto attraverso una vasta
documentazione) così da farne risaltare la conformità ma anche
l'originalità e la discontinuità, considerate come criteri per
sostenere la plausibilità storica di molti dati di Gesù e su Gesù
offerti dai Vangeli.
A questo punto ecco lo snodo dell'opera di Benedetto XVI che, pur
ricorrendo al metodo storico-critico seguito dalla New e dalla Third
Quest, lo riposiziona e lo completa riportando l'attenzione anche
sulla dimensione «cristologica », cioè sul Verbo divino presente
nella carne di Gesù di Nazaret, attestato dai Vangeli: solo così si
può presentare un Gesù reale, non amputato o sezionato.
Il discorso diventa, dunque, complesso. Vorremmo solo far notare due
dati. Il primo è di ordine storiografico: non tutto il reale è
«storico». Quanti detti e atti effettivamente compiuti dall'umanità
nei secoli non possono essere documentati storicamente! Lo storico,
che ha bisogno sempre di avere come base dati documentati, non ha in
mano tutta la realtà di una persona, anzi ad essa si avvicina solo in
minima parte e spesso in via ipotetica. Ed è per questo che sempre
più ai nostri giorni si ricorre all'ausilio di altre discipline, come
la psicologia, la sociologia, l'antropologia e – perché no? – la
mistica e la teologia.
Il secondo dato è di indole teologica: oggetto e fondamento della
fede non è di per sé il solo Gesù storico; eppure il Gesù storico è
componente fondamentale della fede cristiana perché essa ha al
centro la persona di Gesù Cristo che è quell'unità di umanità e
divinità da cui siamo partiti. E allora anche la ricerca storica su
Gesù dev'essere integrata nella stessa teologia in un incrocio
delicato ma necessario.
Ringrazio A.N. per questo contributo
02 maggio 2007
Comunque la si pensi su di lui, è un grosso personaggio...
Nè ateo nè devoto
Il direttore del Foglio racconta l'ultimo libro di Benedetto XVI. E se stesso, come non ha mai fatto prima
Tratto da TEMPI del 26 aprile 2007
Per gentile concessione di Radio Maria, pubblichiamo ampi stralci dell'intervista del professore e sociologo Paolo Sorbi al direttore del Foglio Giuliano Ferrara, andata in onda giovedì 19 aprile.
Giuliano, raccontaci un po' la tua storia, la tua formazione.
In linea patrilineare c'è un nonno massone, liberale, del gruppo del Mondo, antifascista, avvocato degli antifascisti al tribunale speciale. E una rottura in famiglia, nel senso che mio padre, contro l'attendismo dei liberali, contro il loro rappresentare un vecchio mondo e illuso, ruppe e diventò comunista. Si sposò con mia madre che era una borghese, linea matrilineare, avvocati delle acque in Abruzzo, la nonna materna pianista napoletana, abbastanza agiati, con un piccolo patrimonio, palco all'opera, eccetera. La conquista della borghesia intellettuale romana fu una delle chiavi di sviluppo del Partito comunista di Togliatti. Cioè di quel partito molto particolare che nacque in Italia quando Togliatti, finita la sua esperienza molto truce e dura e "colpevole" di capo - lui sì - della Terza Internazionale a Mosca all'hotel Lux durante le purghe staliniane, tornò in Italia e cercò di fare una cosa sul filo delle riflessioni di Antonio Gramsci. Una cosa concepita così: una doppia verità, una doppia strada. Da un lato mantenere il vecchio apparato comunista con tutte le sue fedeltà. Dall'altro promuovere anche attraverso l'incontro con i giovani borghesi intellettuali di provenienza liberale una sorta di conquista del potere attraverso le idee. Nel mondo della Guerra fredda c'era in Italia la Democrazia cristiana e il Partito comunista che amministrava la sua enorme vigna dell'ideologia con questa doppia verità. Ciò ha prodotto un partito naturalmente pericoloso per la democrazia (che per fortuna è stato fermato da De Gasperi) ma anche particolare. Il Partito comunista italiano custodiva certi valori. Togliatti è un uomo che certamente avrebbe storto il naso di fronte ai Dico.
Ah, questo è sicuro.
Sì. Ed è certamente un uomo che ha fatto alcune riflessioni sulla bomba atomica, sulla pace nel mondo, sull'importanza dei ceti medi, sulla via nazionale al socialismo - così la chiamavano ufficialmente -, riflessioni che hanno fatto del Partito comunista questa cosa un po' particolare in Italia. I miei erano quel tipo di comunisti lì, giornalisti, collaboratori di Togliatti. E io sono nato il 7 gennaio del 1952. In Italia c'era Pio XII, non c'era ancora stato il Concilio Ecumenico Vaticano II, c'era appunto la Guerra fredda, un viaggio in America era una cosa quasi impossibile. Insomma, si era agli inizi del progresso civile, commerciale, economico, politico che è invece il
contesto del nostro contemporaneo. E sono cresciuto per tre anni a Mosca dove ho avuto più che altro esperienze emozionali. Però un certo imprinting, come direbbe uno psicanalista, l'ho naturalmente ricevuto. Poi sono tornato in Italia e vivevo in una grande libertà psicologica perché appunto i comunisti italiani non erano come tanti altri comunisti europei, diciamo bacchettoni ideologicamente, ma piuttosto disinvolti anche nella vita personale. Io, per esempio, che sono stato comunista fino a trent'anni, non sono mai andato come le famose delegatje nei paesi socialisti d'estate, non ho mai frequentato le scuole di partito. Insomma si viveva l'esperienza della politica con grande libertà. Però il segno era quello: il segno era che nel mondo
nel Novecento, sulla scia del profetismo gigantesco di Carlo Marx (che lo stesso Ratzinger ritiene nella linea da Kant, Hegel e prima ancora da Vico, della modernità, uno dei grandi pensatori degli esiti nietzschiani, degli esiti di ragione strumentale del pensiero moderno), io sono diventato comunista con il biberon, sono diventato comunista nell'adolescenza, nella giovinezza. Era un atteggiamento che riguardava i fondamentali dell'esistenza. Questo non implicava e non ha mai
implicato assolutamente - ci tengo a dirlo perché è una delle cose che ho riscoperto poi nella mia maturità e ormai quasi vecchiezza - un conflitto con la Chiesa in quanto tale e con il cristianesimo in quanto tale. Anzi, ha implicato sempre un sofferto, tormentato problema di rapporto, di dialogo. Poi naturalmente c'era Peppone e don Camillo. C'erano questi elementi assolutamente di superficie. I cattolici in Italia, anche grazie a Pio XII, furono un baluardo importante dell'anticomunismo nel senso alto del termine, cioè della critica a un regime materialista e ateo che si fondava su un progetto di radicale scristianizzazione del mondo. Erano quindi considerati come degli avversari. Ma con un rispetto e, se posso dirlo, con una devozione che certamente non avevano mio nonno e il filone della sinistra massonica, liberale, radicale e laica. Questo è un po' il timbro della mia formazione, che è stata anche molto individualistica, molto libera. Poi è venuto il 1968, i movimenti di massa degli studenti eccetera. Ho poi provato l'obbrobrio per la crisi di quelle speranze borghesi degli studenti dei licei e delle università italiane quando si sono
convertiti nel settarismo, nella violenza, nel terrorismo. L'ho provato da comunista italiano, cioè considerando che terrorismo e violenza erano nell'album di famiglia - questo l'ho capito molto presto - ed erano però anche pericolosi concorrenti. Noi credevamo che si dovesse riformare, modificare, cambiare anche strutturalmente l'Italia (con molti equivoci sulla democrazia, sulla tolleranza, sulle libertà, perché ce li avevamo dentro questi equivoci), ma pensavamo che si dovesse fare all'interno del sistema democratico. Perciò questo appello secessionista dell'estrema sinistra e del partito armato degli anni Settanta - anni che per me sono stati molto formativi, ero a Torino allora - io lo combattevo molto, molto fermamente. Poi, a un certo punto, adiuvante (e molto) Giovanni Paolo II, che fu eletto Papa nel 1978 e costituì subito una rottura; adiuvante il movimento di Solidarnosc, il finto strappo di Enrico Berlinguer e una certa mia insofferenza per le regole del centralismo democratico e per alcuni elementi di cedimento verso la predicazione di estrema sinistra e terroristica che erano presenti anche nel mio partito (io ero della frazione amendoliana, nel senso di Giorgio Amendola, un leader Pci che da questo punto di vista è stato molto preveggente); considerando un residuo della storia privo di qualunque forza e di qualunque capacità di persuasione il sistema socialista reale degli Stati socialisti, ho rotto col partito nel 1982 e me ne sono andato prendendo un pretesto morale che mi sembrava giusto. Me ne sono andato e mi sono ritirato, non mi sono messo sul mercato dei dissidenti del Pci che era fiorente a quell'epoca, e sono rientrato nel privato. Ho ricominciato a studiare filosofia e ho dato tutti gli esami tranne la laurea perché con un po' di snobismo ho pensato che era meglio non essere laureati che laureati secondo la lezione di Benedetto Croce. Poi mi sono ricostruito una vita. Che è questa vita di giornalista, di polemista, di persona appassionata alle idee, ai problemi, eccetera. Naturalmente, come era ovvio, essendo uscito su quelle posizioni dal Partito comunista, ho incontrato sulla mia strada Bettino Craxi (che era un leader riformista serio, con tutti i suoi difetti, con tutte le tragedie di quel gruppo dirigente sino alla sua fine) e l'ho sostenuto senza mai più entrare in un partito, né il Psi prima, né Forza Italia dopo, stando sempre fuori e cercando di dire sempre quello che penso. La mia identità attuale la conoscete, sono stato folgorato sulla via di Regensburg. Ma prima di Regensburg.
Aspetta, Giuliano. C'è un passaggio, quando tu hai detto: «Mi ritirai nel privato dopo l'uscita dal partito comunista, dalla federazione di Torino», che interessa anche a noi. Chi non ti stima nel mondo cattolico, e sono molti, non capisce il tuo legame con uno strano filosofo americano di origine ebraica, Leo Strauss. Perché, al contrario dei vari filoni dello storicismo europeo, tu non ti sei mai risciacquato i panni in Arno con i grandi del pensiero classico tedesco e invece vai a rifondarti davanti a uno sconosciuto filosofo americano? Perchè Leo Strauss?
La cosa non è facilissima. Te la racconto molto volentieri. In una nota nella grande monografia su Niccolò Machiavelli di Gennaro Sasso, che era mio professore e che appartiene alla scuola crociana, liberale, storicista, si parlava di questo Leo Strauss e si riferiva anche di un bellissimo saggio di Arnaldo Momigliano su Strauss. La cosa mi incuriosì perché la nota diceva che Strauss dava un'interpretazione di Machiavelli non dico proprio esoterica, ma con un doppio livello di
lettura del suo testo e che questo derivava dal fatto che Strauss lavorava su grandi pensatori arabi ed ebraici che si ponevano il problema del rapporto tra ragione e rivelazione, tra Atene e
Gerusalemme, ed elaborava un doppio livello di lettura dei testi. La cosa mi incuriosì intellettualmente e, come ho detto in un'intervista allo Spiegel, avendo io restituito la tessera del partito comunista, presi la tessera del Goethe Institute per studiare l'opera straussiana. Andai a Berlino e a Friburgo per cercare di capire che cosa ci fosse dietro questo pensiero di doppia lettura dei testi. Che è successo? è successo che mi sono proprio innamorato. Ve lo dico in breve: c'è un Leo Strauss famoso sui giornali che è il pensatore che nella Chicago degli anni Sessanta attrasse un'intera generazione di studiosi, molti dei quali si sono poi ritrovati ad essere i famosi neoconservatori americani. Ma questo è il Leo Strauss più superficiale (...). C'è poi uno Strauss più profondo, più vero, poiché Strauss non era un politico, non era un ideologo, ma era un grande filosofo e un ebreo non osservante che aveva un senso molto forte della religione dei padri. Lo Strauss rabbinico, talmudico nel suo modo di sollecitare i testi. Bene, questo stato più profondo l'ho ritrovato - e adesso ne scriverò - nella stupenda premessa del libro di Ratzinger su Gesù. Il problema è tutto qui: Ratzinger dice che la teologia liberale, quella di Von Harnack, ha stabilito che il Gesù della storia non è il figlio di Dio in comunione con il Padre celeste; che il Gesù dei Vangeli è solo un Gesù della storia che diventa figlio di Dio soltanto dopo, attraverso l'evangelizzazione del cristianesimo primitivo; che Gesù è un santone, un maestro - un po' una visione alla Ermanno Olmi - che predicava l'amore e tutti quei libri si possono buttare via, la cosa importante è questo messaggio di puro amore e di sapienza. Gesù non è la via, la verità e la vita. Ovviamente sto semplificando in modo tragico. Ratzinger dice che il metodo storico critico di lettura dei Vangeli è stato molto importante, che per la Chiesa è fondamentale, perché naturalmente la fede cristiana si radica nell'idea di un avvenimento della storia e quindi è importantissimo sviscerare tutti i termini di questo grande avvenimento secondo un metodo storico critico, non si può fare soltanto fare dell'esegesi mistica o canonica. Ma Ratzinger dice una cosa molto bella: dice che il problema del metodo storico critico è che deve lasciare la parola che rinviene nel passato, non può farla contemporanea, non può sollecitarla e interrogarla secondo il progetto esistenziale dell'uomo di oggi. La deve lasciare nel passato, come ipotesi, perché il passato non si può recuperare integralmente nel presente.
(...) Io penso che o Ratzinger ha letto Strauss o sicuramente Strauss lesse Ratzinger. E comunque i due hanno letto gli stessi testi e si sono formati dentro uno stesso procedimento di ricerca. Questa cosa in Ratzinger l'ho ritrovata fortissima nei primi sei capitoli del libro che ho letto e mi sono fermato lì e non vedo l'ora di riuscire a finirlo. Dunque Strauss mi ha insegnato a leggere i testi con questa idea: e se avessero ragione? Se Platone avesse ragione? Tu devi leggere un testo di filosofia antica, un testo razionalista o un testo idealista, devi leggerlo con l'idea che ti sia contemporaneo e che tu dialoghi con lui, che non è una parte del passato che attraverso la tua filosofia storicistica tu puoi ricomprendere e superare in ogni momento. No, non è così. Tu devi discutere con autori che devi intendere per come essi hanno compreso se stessi, non per come li comprendi tu dall'alto della montagna dello storicismo. Questo è fondamentale, anche nell'esegesi cristiana, nel modo in cui si accede al messaggio evangelico. Gesù ha detto «io sono la via, la verità e la vita» punto e basta. Non è che si può discutere questa affermazione. La
cosa bellissima è che Ratzinger-Benedetto XVI (come lo chiama il cardinal Ruini con grande sapienza mettendo un trattino) insiste su questo punto che per me è straordinario: bisogna evocare la parola antica, ciò che è stato detto nel passato - e questo riguardo al cristianesimo ovviamente solo la Chiesa può farlo in modo adulto, maturo - bisogna evocare la parola passata come se fosse presente e secondo i criteri che quella parola ha significato per sempre (perché
sono i criteri che sono insiti in quella parola), non la si può evocare come un passaggio storico di cui noi oggi possiamo giudicare come meglio preferiamo.
Hai esplicitato un aspetto che ti viene fortemente rovesciato contro. Perché, in quanto "ateo devoto", Giuliano Ferrara sarebbe nient'altro che l'uso strumentale della religione per scopi politici, la reincarnazione dell'Action francaise di Maurras.
Quell'accusa è stato uno sbotto di cattivo umore del filosofo Pietro Scoppola e, ogni tanto, della scuola di Bologna, Alberigo e altri, generata da equivoci che appartengono a chi si mostra così folle da pensare una cosa del genere. Nel senso che, certo, un dualismo dentro di me c'è, come c'è dentro tutti gli uomini un'incapacità di portarsi a sintesi. Un dualismo c'è, ma non quel tipo di doppiezza politica di cui mi si accusa. Anche perché io non ho ambizioni politiche e non coltivo il corridoio del potere. Neanche quello curiale Vaticano. Ho un atteggiamento di amicizia totalmente disinteressata e speculativa, anche d'azione, nel senso che poi se credo in certe cose cerco di favorirle. Ma c'è questo, non altro. Non ho niente da chiedere e niente da dare alla Chiesa. Se la difendo è perché credo profondamente che nella comprensione del mondo in cui vivo la Chiesa è un passo avanti alla cultura secolarista. Sulle cose, sulla vita, sui cosiddetti valori o criteri della vita giusta ho incontrato un pensiero che mi affascina, mi suggestiona, mi importa. Quanto all'ateo devoto voglio sempre ricordare un punto: ateo devoto è un modo sprezzante di giudicare coloro che fanno corridoio curiale e si alleano con la Chiesa come istituzione, ma non hanno una vera fervente fede o anzi sono atei. Questo modo sprezzante di definire questa categoria di persone riguarda una sorta di lotta interna al mondo cattolico ed è stato coniato dal
compianto Beniamino Andreatta, che è un cattolico democratico di Bologna, di quell'ambiente a me particolarmente ostile (ma non tutti, molti dialogano con me in modo intelligente). Andreatta usò questa espressione, io la lessi nel libro di Alberto Melloni "Chiesa madre, Chiesa matrigna". Era il novembre del 2003 quando feci scoppiare il caso Buttiglione, cioè quando io col mio giornale alimentai una grande campagna, scandalizzato del fatto che si potesse escludere un cattolico che aveva parlato di peccato pur nella distinzione tra peccato e reato. E questo rogo della strega cattolica fu consumato nel pieno di una baldante Europa multiculturale e multietica. Allora andai nel Teatro Nuovo di Milano e feci un discorso ai ragazzi che si erano assiepati lì con Luigi Amicone, con lo stesso Buttiglione, e provocatoriamente mi assunsi questo nomignolo. In realtà io ateo non sono, la mia è una posizione teista. Io non ho una fede personale, non ho questo dono, questa grazia soprannaturale e non ho una confessione praticata e osservante. Io non sto dentro l'ortodossia della Chiesa cattolica, perché pur essendo stato battezzato - credo avventurosamente da ragazzo, i miei genitori si sposarono anche in Chiesa, perché quello era il partito di Togliatti, era nazionalpopolare quindi si faceva quello che facevano tutti - io non ho la fede. E pur essendo culturalmente cattolico, non sono parte della Chiesa, del popolo di Dio.
Ma la mia è una posizione teista. Per quello che ho letto, per quello che ho capito, per quello che ho esperito dell'esistenza, attraverso il mio matrimonio, i miei amori, l'amore che ho portato a mio padre e a mia madre, attraverso la lettura che ho fatto della società. Io ho una posizione che praticamente è quella richiamata da Ratzinger parafrasando Ugo Grozio: quella di vivere come se Dio esistesse. Cioè io non penso come essere umano generico di essere signore della terra. Non penso di essermi creato da solo. Non penso, come anche molti conservatori pensano, che si debba mettere al proprio servizio la vita che sopravviene. Ma, anzi, penso che si deve essere al servizio della vita che sopravviene. Quindi penso che la nostra era è caratterizzata da questo immenso scandalo dell'incontro tragico, sbagliato, sbilenco, col problema dell'aborto. Insomma, penso molte cose cattoliche senza essere cattolico. Ma non sono "un ateo devoto". Chi mi conosce sa che
io sono il contrario di un "devoto". Sono una persona disciplinata e razionale, ma "devoto" no. Cosa c'entro io con il nazionalismo cattolico? Cosa c'entro io con Maurras, con l'idea di un uso politico della religione? Assolutamente niente. Osservo tra l'altro che questa accusa mi viene sempre fatta da persone che fanno un uso politico quotidiano della religione. Lo fanno legittimamente, eh!
Hai detto che è un atteggiamento di amicizia quello che ti porta verso il mondo cattolico.
(...) Noi pubblicammo già nel 2000 la direttiva della Congregazione per la dottrina della fede su Gesù, quella che fece molto scandalo. Insomma, ho cominciato abbastanza presto a riflettere su queste cose, ma quello era un interesse puramente intellettuale. A me sembrava suggestivo, importante, da far conoscere, un teologo così intelligente, ma non avevo ancora un giudizio perfettamente formato, che spiegava che esiste un diritto a rivendicare una propria via di salvezza e la sua unicità. Altrimenti la religione non esiste più, la religione cattolica non esiste più, la dottrina non esiste più. Certo, la si può esperire in modi diversi, non è un dogma fondamentalista, diciamo così, però è un dogma. È una cosa di fondo che appartiene alla definizione dell'identità e io sono sempre stato affascinato dal tema dell'identità. Però, appunto, questo era un interesse ancora solo intellettuale. Quando ho visto il caso Buttiglione, la questione
bioetica, una legge assolutamente non barbara, non medievale né violenta contro le donne, ma che cercava di salvaguardare e tutelare con dei piccoli divieti, mi è proprio venuta una rabbia contro una concezione del mondo profondamente intollerante. Cioè il liberalismo, la tolleranza e tutti i grandi miti dell'Illuminismo, che pure sono stati importanti per la Chiesa, che Ratzinger rivendica come un elemento importante di ricostruzione della Chiesa moderna che si è separata dal temporalismo eccetera. Ecco, questa roba qui è diventata invece ideologia intollerante, dogmatismo. Devi vivere in quel modo per forza, devi considerare assolutamente normale fare come a Blacksburg, cioè mettere gli embrioni l'uno in fila all'altro e squartarli e farlo in nome di un desiderio che diventa diritto.
Insomma, studiando questi problemi, entrandoci dentro, ho cercato, facendo questa campagna inventata insieme ad Amicone "Fratello embrione sorella verità", di mettere in contatto questi grandi temi etici con una offensiva o guerra di tipo culturale di fiancheggiamento aperto di una posizione che era la posizione della Chiesa, ma non per questo era meno di una posizione. Era una posizione che avrei preso comunque in rapporto al tempo in cui vivo. Ed è stata un'esperienza straordinaria, perché, naturalmente, ho scoperto un'Italia di cui non conoscevo neanche lontanamente l'esistenza. Un pubblico di minoranza, ma curiosamente molto folto. Tanta gente, sempre. Un pubblico molto attento, molto capace di parlarmi oltre che di ascoltarmi (io non credo solo nell'ascolto universale, tutti stanno zitti e tutti ascoltano, queste sono cose da guru di religioni cosmiche). L'ascolto è importante perché c'è qualcuno che parla e viceversa, il dialogo si fonda sulle identità che si incrociano, non sulla mistica dell'ascolto. E, quindi, io ho trovato proprio una realtà, una forza morale, una psicologia interessante, diversa dal solito. Non i soliti che hanno visto tutti gli stessi film e letto tutti gli stessi libri. Ecco: ho trovato gente fuori dalle mitografie del moderno e invece molto dentro una cosa molto salda e molto affascinante per chiunque come è il cristianesimo.
Noi viviamo in quella realtà italiana - penso a Enzo Bianchi della Comunità di Bose, alle testimonianze delle comunità di base di Firenze dopo la morte di Padre Balducci, a cose anche bolognesi - che pensano il postconcilio in termini di "solidarietà", che poi si trasforma tante volte in statalismo. Come primo punto, dunque, la Chiesa sarebbe la grande organizzatrice della solidarietà dei poveri. Che però è una parola seria, Giuliano, non può essere solo confusa con i cascami del cattolicesimo democratico. Ecco la "questione antropologica". Tu, da amico che dialoga con la questione della ragionevolezza della fede, come l'hai vissuta anche esistenzialmente? Questa rottura, questa polemica che sappiamo tutti esserci anche nel Sacro collegio, c'è nei cardinali, nei vescovi, nelle scuole di teologia, è feconda, ma ci blocca anche come mondo cattolico. Qui bisogna parlare fuori dai denti. Tante volte anche Radio Maria è ostacolata perché difende la centralità culturale e poi anche politica del problema della vita. Vorrei che questo blocco che ruota attorno alla questione antropologica e al tema "vita" sin dal suo concepimento ce lo descrivessi tu, da "esterno-interno".
Cerco di farlo, per quanto posso. Ieri ho presentato alla Lateranense insieme a monsignor Stanislaw Rylko, a monsignor Giampaolo Crepaldi e a monsignor Rino Fisichella il libro di Camillo Ruini che è stato pubblicato adesso dall'editore Cantagalli e che contiene sia una bellissima lezione sul pensiero di Ratzinger tenuta al clero romano dopo il discorso di Ratisbona, sia un saggio portante sulla nuova questione antropologica. Quindi sono preparato.
Ruini cita due bellissime frasi di Karl Lowith , pensatore e filosofo di straordinaria energia, un libro della prima metà degli anni Quaranta che si chiama "Da Hegel a Nietzsche", cioè come si è andati dalla razionalizzazione assoluta del mondo e dalla filosofia dello spirito, al nichilismo nietzsciano. Lowith non è un cattolico, è un ebreo, ha avuto anche rapporti con Leo Strauss, epistolari famosi che sono stati pubblicati, ed è un osservatore molto acuto. Cosa dice? Una cosa molto semplice: guardate che il fatto che siamo tutti esseri umani, tutti uomini, non è naturale, non nasce nel mondo naturale generico, nasce nel mondo cristiano. Questo riconoscimento della universale dignità della persona nasce nel mondo cristiano. E poi aggiunge drammaticamente: con l'affievolirsi della forza del cristianesimo e della sua presa sul mondo, con l'indebolirsi, come dice Ruini, dell'attesa di salvezza, si è indebolita anche questa percezione dell'umano. E' tutta qui la nuova questione antropologica. Il problema non è di rispolverare dalle biblioteche i testi dell'umanesimo, ma è di guardarsi in faccia. Allora, se possiamo selezionare la vita in modo
eugenetico - e questa è una caratteristica che il mondo contemporaneo ha avuto sia nelle social democrazie laiche del nord o protestanti, sia nel mondo anglosassone e in America, diciamo nel mondo liberale, sia nel nazismo, lo sperimentalismo e la concezione dell'uomo come oggetto e il razzismo del Terzo Reich. Quindi, se possiamo fare questo, e lo possiamo fare in modo sempre più certificato e tecnicamente avanzato nei nostri laboratori, se possiamo permetterci un miliardo di aborti negli ultimi trenta anni, se possiamo permetterci una nozione della vita per cui l'uomo è solo corpo, solo i suoi referti clinici, le sue malattie, le sue carotidi otturate, il suo bisogno sessuale oggettivato in matrimoni che falliscono uno dopo l'altro, e questa sua ansia d'amore si disperde nel dualismo tra il suo io sempre più debole e il suo corpo sempre più forte, sempre più possente (e qui segnalo un racconto di Philip Roth che si chiama "Everyman"). Se il cristianesimo si è indebolito, se il primato del corpo insieme ai progressi della tecnoscienza stanno facendo di noi quello che stanno facendo di noi, cioè una civiltà decadente, in profonda e radicale crisi in relazione ai criteri che distinguono il bene dal male. Bè la questione va affrontata, va presa per i capelli e va riproposta a tutti gli uomini di buona volontà e va trattata, discussa, pensata nel fuoco delle grandi battaglie contemporanee che sono anche battaglie sulle leggi, sulla dimensione pubblica dell'esistenza, su ciò che si può e non si può fare. In questo senso, la Chiesa, che non è un agente politico, come ha ben detto Ratzinger a Verona, è però l'unica tribuna dalla quale si può ripensare civilmente e politicamente la condizione del mondo contemporaneo a partire dal fatto che è fortemente offuscata una nozione credibile dell'uomo. Cioè quell'incontro di ragione, libertà e fede, o verità.
Allora non è vero quello che tempo fa Ezio Mauro ha scritto su Repubblica: che Ruini porterebbe Dio a destra.
Ma no, questi sono paradossi, sono boutade giornalistiche. Loro hanno questa grande preoccupazione mondana. Siccome non hanno curiosità vera per la radice ontologica o metafisica dell'esistenza, a loro interessa sapere come si mettono le pedine sullo scacchiere. Vogliono sapere se questa insistenza eroica della Chiesa nel tentativo di rispiegare agli uomini anche ascoltandoli, anche comprendendo i loro scismi, le loro deviazioni, vedendo i segni dei tempi perfino nel male, però tenendo la testa alta sopra il pelo dell'acqua, non cedendo al relativismo assoluto, può favorire i loro avversari politici. Ma sono sciocchezze, cosa vuoi che favoriscano! Qui abbiamo il capo della destra di Alleanza Nazionale che ha votato tre sì e un no al referendum. Berlusconi che
vagola tra la libertà di coscienza. Insomma, sul piano politico è una partita che non si gioca nemmeno. Se c'è una cosa che non mi interessa è il contatto tra queste idee, questi problemi e grandi questioni di cui ci occupiamo e la politichetta politicante di tutti i giorni.
Come vedi una possibilità, non dico di continuare solamente a dialogare, ma di approfondire questo tema della questione antropologica?
Amicizia totale. Io sono assolutamente a disposizione, come lo sono stato nel referendum sulla procreazione assistita. Le idee sono fatte di una sintesi di vita, l'esperienza è maestra anche per pensare il mondo. Con quel riserbo che penso possa servire di più alla battaglia comune. è inutile che io sia una specie di legionario in servizio permanente ed effettivo di una presunta Chiesa militante (tra l'altro la Chiesa deve fare tante cose, i battesimi, le cresime. la Chiesa è una cosa mostruosamente vasta e noi siamo un piccolissimo giornale di 20, 25 mila lettori che ha certamente un radicamento in una cultura di tipo laico). Stare nella battaglia da vero amico con le sue idee, senza presunzione, senza voler insegnare né ai parroci né ai vescovi. Ecco, da questo punto di vista sono più devoto di Alberigo, ho meno la presunzione di insegnare al Papa il suo mestiere. La cosa importante è che ci sia un clima di amicizia.
Quindi il 12 maggio sarai con noi in piazza san Giovanni a Roma?
Ovvio. Su questo non ci sono dubbi!
Ringrazio A.N. per questo contributo
Il direttore del Foglio racconta l'ultimo libro di Benedetto XVI. E se stesso, come non ha mai fatto prima
Tratto da TEMPI del 26 aprile 2007
Per gentile concessione di Radio Maria, pubblichiamo ampi stralci dell'intervista del professore e sociologo Paolo Sorbi al direttore del Foglio Giuliano Ferrara, andata in onda giovedì 19 aprile.
Giuliano, raccontaci un po' la tua storia, la tua formazione.
In linea patrilineare c'è un nonno massone, liberale, del gruppo del Mondo, antifascista, avvocato degli antifascisti al tribunale speciale. E una rottura in famiglia, nel senso che mio padre, contro l'attendismo dei liberali, contro il loro rappresentare un vecchio mondo e illuso, ruppe e diventò comunista. Si sposò con mia madre che era una borghese, linea matrilineare, avvocati delle acque in Abruzzo, la nonna materna pianista napoletana, abbastanza agiati, con un piccolo patrimonio, palco all'opera, eccetera. La conquista della borghesia intellettuale romana fu una delle chiavi di sviluppo del Partito comunista di Togliatti. Cioè di quel partito molto particolare che nacque in Italia quando Togliatti, finita la sua esperienza molto truce e dura e "colpevole" di capo - lui sì - della Terza Internazionale a Mosca all'hotel Lux durante le purghe staliniane, tornò in Italia e cercò di fare una cosa sul filo delle riflessioni di Antonio Gramsci. Una cosa concepita così: una doppia verità, una doppia strada. Da un lato mantenere il vecchio apparato comunista con tutte le sue fedeltà. Dall'altro promuovere anche attraverso l'incontro con i giovani borghesi intellettuali di provenienza liberale una sorta di conquista del potere attraverso le idee. Nel mondo della Guerra fredda c'era in Italia la Democrazia cristiana e il Partito comunista che amministrava la sua enorme vigna dell'ideologia con questa doppia verità. Ciò ha prodotto un partito naturalmente pericoloso per la democrazia (che per fortuna è stato fermato da De Gasperi) ma anche particolare. Il Partito comunista italiano custodiva certi valori. Togliatti è un uomo che certamente avrebbe storto il naso di fronte ai Dico.
Ah, questo è sicuro.
Sì. Ed è certamente un uomo che ha fatto alcune riflessioni sulla bomba atomica, sulla pace nel mondo, sull'importanza dei ceti medi, sulla via nazionale al socialismo - così la chiamavano ufficialmente -, riflessioni che hanno fatto del Partito comunista questa cosa un po' particolare in Italia. I miei erano quel tipo di comunisti lì, giornalisti, collaboratori di Togliatti. E io sono nato il 7 gennaio del 1952. In Italia c'era Pio XII, non c'era ancora stato il Concilio Ecumenico Vaticano II, c'era appunto la Guerra fredda, un viaggio in America era una cosa quasi impossibile. Insomma, si era agli inizi del progresso civile, commerciale, economico, politico che è invece il
contesto del nostro contemporaneo. E sono cresciuto per tre anni a Mosca dove ho avuto più che altro esperienze emozionali. Però un certo imprinting, come direbbe uno psicanalista, l'ho naturalmente ricevuto. Poi sono tornato in Italia e vivevo in una grande libertà psicologica perché appunto i comunisti italiani non erano come tanti altri comunisti europei, diciamo bacchettoni ideologicamente, ma piuttosto disinvolti anche nella vita personale. Io, per esempio, che sono stato comunista fino a trent'anni, non sono mai andato come le famose delegatje nei paesi socialisti d'estate, non ho mai frequentato le scuole di partito. Insomma si viveva l'esperienza della politica con grande libertà. Però il segno era quello: il segno era che nel mondo
nel Novecento, sulla scia del profetismo gigantesco di Carlo Marx (che lo stesso Ratzinger ritiene nella linea da Kant, Hegel e prima ancora da Vico, della modernità, uno dei grandi pensatori degli esiti nietzschiani, degli esiti di ragione strumentale del pensiero moderno), io sono diventato comunista con il biberon, sono diventato comunista nell'adolescenza, nella giovinezza. Era un atteggiamento che riguardava i fondamentali dell'esistenza. Questo non implicava e non ha mai
implicato assolutamente - ci tengo a dirlo perché è una delle cose che ho riscoperto poi nella mia maturità e ormai quasi vecchiezza - un conflitto con la Chiesa in quanto tale e con il cristianesimo in quanto tale. Anzi, ha implicato sempre un sofferto, tormentato problema di rapporto, di dialogo. Poi naturalmente c'era Peppone e don Camillo. C'erano questi elementi assolutamente di superficie. I cattolici in Italia, anche grazie a Pio XII, furono un baluardo importante dell'anticomunismo nel senso alto del termine, cioè della critica a un regime materialista e ateo che si fondava su un progetto di radicale scristianizzazione del mondo. Erano quindi considerati come degli avversari. Ma con un rispetto e, se posso dirlo, con una devozione che certamente non avevano mio nonno e il filone della sinistra massonica, liberale, radicale e laica. Questo è un po' il timbro della mia formazione, che è stata anche molto individualistica, molto libera. Poi è venuto il 1968, i movimenti di massa degli studenti eccetera. Ho poi provato l'obbrobrio per la crisi di quelle speranze borghesi degli studenti dei licei e delle università italiane quando si sono
convertiti nel settarismo, nella violenza, nel terrorismo. L'ho provato da comunista italiano, cioè considerando che terrorismo e violenza erano nell'album di famiglia - questo l'ho capito molto presto - ed erano però anche pericolosi concorrenti. Noi credevamo che si dovesse riformare, modificare, cambiare anche strutturalmente l'Italia (con molti equivoci sulla democrazia, sulla tolleranza, sulle libertà, perché ce li avevamo dentro questi equivoci), ma pensavamo che si dovesse fare all'interno del sistema democratico. Perciò questo appello secessionista dell'estrema sinistra e del partito armato degli anni Settanta - anni che per me sono stati molto formativi, ero a Torino allora - io lo combattevo molto, molto fermamente. Poi, a un certo punto, adiuvante (e molto) Giovanni Paolo II, che fu eletto Papa nel 1978 e costituì subito una rottura; adiuvante il movimento di Solidarnosc, il finto strappo di Enrico Berlinguer e una certa mia insofferenza per le regole del centralismo democratico e per alcuni elementi di cedimento verso la predicazione di estrema sinistra e terroristica che erano presenti anche nel mio partito (io ero della frazione amendoliana, nel senso di Giorgio Amendola, un leader Pci che da questo punto di vista è stato molto preveggente); considerando un residuo della storia privo di qualunque forza e di qualunque capacità di persuasione il sistema socialista reale degli Stati socialisti, ho rotto col partito nel 1982 e me ne sono andato prendendo un pretesto morale che mi sembrava giusto. Me ne sono andato e mi sono ritirato, non mi sono messo sul mercato dei dissidenti del Pci che era fiorente a quell'epoca, e sono rientrato nel privato. Ho ricominciato a studiare filosofia e ho dato tutti gli esami tranne la laurea perché con un po' di snobismo ho pensato che era meglio non essere laureati che laureati secondo la lezione di Benedetto Croce. Poi mi sono ricostruito una vita. Che è questa vita di giornalista, di polemista, di persona appassionata alle idee, ai problemi, eccetera. Naturalmente, come era ovvio, essendo uscito su quelle posizioni dal Partito comunista, ho incontrato sulla mia strada Bettino Craxi (che era un leader riformista serio, con tutti i suoi difetti, con tutte le tragedie di quel gruppo dirigente sino alla sua fine) e l'ho sostenuto senza mai più entrare in un partito, né il Psi prima, né Forza Italia dopo, stando sempre fuori e cercando di dire sempre quello che penso. La mia identità attuale la conoscete, sono stato folgorato sulla via di Regensburg. Ma prima di Regensburg.
Aspetta, Giuliano. C'è un passaggio, quando tu hai detto: «Mi ritirai nel privato dopo l'uscita dal partito comunista, dalla federazione di Torino», che interessa anche a noi. Chi non ti stima nel mondo cattolico, e sono molti, non capisce il tuo legame con uno strano filosofo americano di origine ebraica, Leo Strauss. Perché, al contrario dei vari filoni dello storicismo europeo, tu non ti sei mai risciacquato i panni in Arno con i grandi del pensiero classico tedesco e invece vai a rifondarti davanti a uno sconosciuto filosofo americano? Perchè Leo Strauss?
La cosa non è facilissima. Te la racconto molto volentieri. In una nota nella grande monografia su Niccolò Machiavelli di Gennaro Sasso, che era mio professore e che appartiene alla scuola crociana, liberale, storicista, si parlava di questo Leo Strauss e si riferiva anche di un bellissimo saggio di Arnaldo Momigliano su Strauss. La cosa mi incuriosì perché la nota diceva che Strauss dava un'interpretazione di Machiavelli non dico proprio esoterica, ma con un doppio livello di
lettura del suo testo e che questo derivava dal fatto che Strauss lavorava su grandi pensatori arabi ed ebraici che si ponevano il problema del rapporto tra ragione e rivelazione, tra Atene e
Gerusalemme, ed elaborava un doppio livello di lettura dei testi. La cosa mi incuriosì intellettualmente e, come ho detto in un'intervista allo Spiegel, avendo io restituito la tessera del partito comunista, presi la tessera del Goethe Institute per studiare l'opera straussiana. Andai a Berlino e a Friburgo per cercare di capire che cosa ci fosse dietro questo pensiero di doppia lettura dei testi. Che è successo? è successo che mi sono proprio innamorato. Ve lo dico in breve: c'è un Leo Strauss famoso sui giornali che è il pensatore che nella Chicago degli anni Sessanta attrasse un'intera generazione di studiosi, molti dei quali si sono poi ritrovati ad essere i famosi neoconservatori americani. Ma questo è il Leo Strauss più superficiale (...). C'è poi uno Strauss più profondo, più vero, poiché Strauss non era un politico, non era un ideologo, ma era un grande filosofo e un ebreo non osservante che aveva un senso molto forte della religione dei padri. Lo Strauss rabbinico, talmudico nel suo modo di sollecitare i testi. Bene, questo stato più profondo l'ho ritrovato - e adesso ne scriverò - nella stupenda premessa del libro di Ratzinger su Gesù. Il problema è tutto qui: Ratzinger dice che la teologia liberale, quella di Von Harnack, ha stabilito che il Gesù della storia non è il figlio di Dio in comunione con il Padre celeste; che il Gesù dei Vangeli è solo un Gesù della storia che diventa figlio di Dio soltanto dopo, attraverso l'evangelizzazione del cristianesimo primitivo; che Gesù è un santone, un maestro - un po' una visione alla Ermanno Olmi - che predicava l'amore e tutti quei libri si possono buttare via, la cosa importante è questo messaggio di puro amore e di sapienza. Gesù non è la via, la verità e la vita. Ovviamente sto semplificando in modo tragico. Ratzinger dice che il metodo storico critico di lettura dei Vangeli è stato molto importante, che per la Chiesa è fondamentale, perché naturalmente la fede cristiana si radica nell'idea di un avvenimento della storia e quindi è importantissimo sviscerare tutti i termini di questo grande avvenimento secondo un metodo storico critico, non si può fare soltanto fare dell'esegesi mistica o canonica. Ma Ratzinger dice una cosa molto bella: dice che il problema del metodo storico critico è che deve lasciare la parola che rinviene nel passato, non può farla contemporanea, non può sollecitarla e interrogarla secondo il progetto esistenziale dell'uomo di oggi. La deve lasciare nel passato, come ipotesi, perché il passato non si può recuperare integralmente nel presente.
(...) Io penso che o Ratzinger ha letto Strauss o sicuramente Strauss lesse Ratzinger. E comunque i due hanno letto gli stessi testi e si sono formati dentro uno stesso procedimento di ricerca. Questa cosa in Ratzinger l'ho ritrovata fortissima nei primi sei capitoli del libro che ho letto e mi sono fermato lì e non vedo l'ora di riuscire a finirlo. Dunque Strauss mi ha insegnato a leggere i testi con questa idea: e se avessero ragione? Se Platone avesse ragione? Tu devi leggere un testo di filosofia antica, un testo razionalista o un testo idealista, devi leggerlo con l'idea che ti sia contemporaneo e che tu dialoghi con lui, che non è una parte del passato che attraverso la tua filosofia storicistica tu puoi ricomprendere e superare in ogni momento. No, non è così. Tu devi discutere con autori che devi intendere per come essi hanno compreso se stessi, non per come li comprendi tu dall'alto della montagna dello storicismo. Questo è fondamentale, anche nell'esegesi cristiana, nel modo in cui si accede al messaggio evangelico. Gesù ha detto «io sono la via, la verità e la vita» punto e basta. Non è che si può discutere questa affermazione. La
cosa bellissima è che Ratzinger-Benedetto XVI (come lo chiama il cardinal Ruini con grande sapienza mettendo un trattino) insiste su questo punto che per me è straordinario: bisogna evocare la parola antica, ciò che è stato detto nel passato - e questo riguardo al cristianesimo ovviamente solo la Chiesa può farlo in modo adulto, maturo - bisogna evocare la parola passata come se fosse presente e secondo i criteri che quella parola ha significato per sempre (perché
sono i criteri che sono insiti in quella parola), non la si può evocare come un passaggio storico di cui noi oggi possiamo giudicare come meglio preferiamo.
Hai esplicitato un aspetto che ti viene fortemente rovesciato contro. Perché, in quanto "ateo devoto", Giuliano Ferrara sarebbe nient'altro che l'uso strumentale della religione per scopi politici, la reincarnazione dell'Action francaise di Maurras.
Quell'accusa è stato uno sbotto di cattivo umore del filosofo Pietro Scoppola e, ogni tanto, della scuola di Bologna, Alberigo e altri, generata da equivoci che appartengono a chi si mostra così folle da pensare una cosa del genere. Nel senso che, certo, un dualismo dentro di me c'è, come c'è dentro tutti gli uomini un'incapacità di portarsi a sintesi. Un dualismo c'è, ma non quel tipo di doppiezza politica di cui mi si accusa. Anche perché io non ho ambizioni politiche e non coltivo il corridoio del potere. Neanche quello curiale Vaticano. Ho un atteggiamento di amicizia totalmente disinteressata e speculativa, anche d'azione, nel senso che poi se credo in certe cose cerco di favorirle. Ma c'è questo, non altro. Non ho niente da chiedere e niente da dare alla Chiesa. Se la difendo è perché credo profondamente che nella comprensione del mondo in cui vivo la Chiesa è un passo avanti alla cultura secolarista. Sulle cose, sulla vita, sui cosiddetti valori o criteri della vita giusta ho incontrato un pensiero che mi affascina, mi suggestiona, mi importa. Quanto all'ateo devoto voglio sempre ricordare un punto: ateo devoto è un modo sprezzante di giudicare coloro che fanno corridoio curiale e si alleano con la Chiesa come istituzione, ma non hanno una vera fervente fede o anzi sono atei. Questo modo sprezzante di definire questa categoria di persone riguarda una sorta di lotta interna al mondo cattolico ed è stato coniato dal
compianto Beniamino Andreatta, che è un cattolico democratico di Bologna, di quell'ambiente a me particolarmente ostile (ma non tutti, molti dialogano con me in modo intelligente). Andreatta usò questa espressione, io la lessi nel libro di Alberto Melloni "Chiesa madre, Chiesa matrigna". Era il novembre del 2003 quando feci scoppiare il caso Buttiglione, cioè quando io col mio giornale alimentai una grande campagna, scandalizzato del fatto che si potesse escludere un cattolico che aveva parlato di peccato pur nella distinzione tra peccato e reato. E questo rogo della strega cattolica fu consumato nel pieno di una baldante Europa multiculturale e multietica. Allora andai nel Teatro Nuovo di Milano e feci un discorso ai ragazzi che si erano assiepati lì con Luigi Amicone, con lo stesso Buttiglione, e provocatoriamente mi assunsi questo nomignolo. In realtà io ateo non sono, la mia è una posizione teista. Io non ho una fede personale, non ho questo dono, questa grazia soprannaturale e non ho una confessione praticata e osservante. Io non sto dentro l'ortodossia della Chiesa cattolica, perché pur essendo stato battezzato - credo avventurosamente da ragazzo, i miei genitori si sposarono anche in Chiesa, perché quello era il partito di Togliatti, era nazionalpopolare quindi si faceva quello che facevano tutti - io non ho la fede. E pur essendo culturalmente cattolico, non sono parte della Chiesa, del popolo di Dio.
Ma la mia è una posizione teista. Per quello che ho letto, per quello che ho capito, per quello che ho esperito dell'esistenza, attraverso il mio matrimonio, i miei amori, l'amore che ho portato a mio padre e a mia madre, attraverso la lettura che ho fatto della società. Io ho una posizione che praticamente è quella richiamata da Ratzinger parafrasando Ugo Grozio: quella di vivere come se Dio esistesse. Cioè io non penso come essere umano generico di essere signore della terra. Non penso di essermi creato da solo. Non penso, come anche molti conservatori pensano, che si debba mettere al proprio servizio la vita che sopravviene. Ma, anzi, penso che si deve essere al servizio della vita che sopravviene. Quindi penso che la nostra era è caratterizzata da questo immenso scandalo dell'incontro tragico, sbagliato, sbilenco, col problema dell'aborto. Insomma, penso molte cose cattoliche senza essere cattolico. Ma non sono "un ateo devoto". Chi mi conosce sa che
io sono il contrario di un "devoto". Sono una persona disciplinata e razionale, ma "devoto" no. Cosa c'entro io con il nazionalismo cattolico? Cosa c'entro io con Maurras, con l'idea di un uso politico della religione? Assolutamente niente. Osservo tra l'altro che questa accusa mi viene sempre fatta da persone che fanno un uso politico quotidiano della religione. Lo fanno legittimamente, eh!
Hai detto che è un atteggiamento di amicizia quello che ti porta verso il mondo cattolico.
(...) Noi pubblicammo già nel 2000 la direttiva della Congregazione per la dottrina della fede su Gesù, quella che fece molto scandalo. Insomma, ho cominciato abbastanza presto a riflettere su queste cose, ma quello era un interesse puramente intellettuale. A me sembrava suggestivo, importante, da far conoscere, un teologo così intelligente, ma non avevo ancora un giudizio perfettamente formato, che spiegava che esiste un diritto a rivendicare una propria via di salvezza e la sua unicità. Altrimenti la religione non esiste più, la religione cattolica non esiste più, la dottrina non esiste più. Certo, la si può esperire in modi diversi, non è un dogma fondamentalista, diciamo così, però è un dogma. È una cosa di fondo che appartiene alla definizione dell'identità e io sono sempre stato affascinato dal tema dell'identità. Però, appunto, questo era un interesse ancora solo intellettuale. Quando ho visto il caso Buttiglione, la questione
bioetica, una legge assolutamente non barbara, non medievale né violenta contro le donne, ma che cercava di salvaguardare e tutelare con dei piccoli divieti, mi è proprio venuta una rabbia contro una concezione del mondo profondamente intollerante. Cioè il liberalismo, la tolleranza e tutti i grandi miti dell'Illuminismo, che pure sono stati importanti per la Chiesa, che Ratzinger rivendica come un elemento importante di ricostruzione della Chiesa moderna che si è separata dal temporalismo eccetera. Ecco, questa roba qui è diventata invece ideologia intollerante, dogmatismo. Devi vivere in quel modo per forza, devi considerare assolutamente normale fare come a Blacksburg, cioè mettere gli embrioni l'uno in fila all'altro e squartarli e farlo in nome di un desiderio che diventa diritto.
Insomma, studiando questi problemi, entrandoci dentro, ho cercato, facendo questa campagna inventata insieme ad Amicone "Fratello embrione sorella verità", di mettere in contatto questi grandi temi etici con una offensiva o guerra di tipo culturale di fiancheggiamento aperto di una posizione che era la posizione della Chiesa, ma non per questo era meno di una posizione. Era una posizione che avrei preso comunque in rapporto al tempo in cui vivo. Ed è stata un'esperienza straordinaria, perché, naturalmente, ho scoperto un'Italia di cui non conoscevo neanche lontanamente l'esistenza. Un pubblico di minoranza, ma curiosamente molto folto. Tanta gente, sempre. Un pubblico molto attento, molto capace di parlarmi oltre che di ascoltarmi (io non credo solo nell'ascolto universale, tutti stanno zitti e tutti ascoltano, queste sono cose da guru di religioni cosmiche). L'ascolto è importante perché c'è qualcuno che parla e viceversa, il dialogo si fonda sulle identità che si incrociano, non sulla mistica dell'ascolto. E, quindi, io ho trovato proprio una realtà, una forza morale, una psicologia interessante, diversa dal solito. Non i soliti che hanno visto tutti gli stessi film e letto tutti gli stessi libri. Ecco: ho trovato gente fuori dalle mitografie del moderno e invece molto dentro una cosa molto salda e molto affascinante per chiunque come è il cristianesimo.
Noi viviamo in quella realtà italiana - penso a Enzo Bianchi della Comunità di Bose, alle testimonianze delle comunità di base di Firenze dopo la morte di Padre Balducci, a cose anche bolognesi - che pensano il postconcilio in termini di "solidarietà", che poi si trasforma tante volte in statalismo. Come primo punto, dunque, la Chiesa sarebbe la grande organizzatrice della solidarietà dei poveri. Che però è una parola seria, Giuliano, non può essere solo confusa con i cascami del cattolicesimo democratico. Ecco la "questione antropologica". Tu, da amico che dialoga con la questione della ragionevolezza della fede, come l'hai vissuta anche esistenzialmente? Questa rottura, questa polemica che sappiamo tutti esserci anche nel Sacro collegio, c'è nei cardinali, nei vescovi, nelle scuole di teologia, è feconda, ma ci blocca anche come mondo cattolico. Qui bisogna parlare fuori dai denti. Tante volte anche Radio Maria è ostacolata perché difende la centralità culturale e poi anche politica del problema della vita. Vorrei che questo blocco che ruota attorno alla questione antropologica e al tema "vita" sin dal suo concepimento ce lo descrivessi tu, da "esterno-interno".
Cerco di farlo, per quanto posso. Ieri ho presentato alla Lateranense insieme a monsignor Stanislaw Rylko, a monsignor Giampaolo Crepaldi e a monsignor Rino Fisichella il libro di Camillo Ruini che è stato pubblicato adesso dall'editore Cantagalli e che contiene sia una bellissima lezione sul pensiero di Ratzinger tenuta al clero romano dopo il discorso di Ratisbona, sia un saggio portante sulla nuova questione antropologica. Quindi sono preparato.
Ruini cita due bellissime frasi di Karl Lowith , pensatore e filosofo di straordinaria energia, un libro della prima metà degli anni Quaranta che si chiama "Da Hegel a Nietzsche", cioè come si è andati dalla razionalizzazione assoluta del mondo e dalla filosofia dello spirito, al nichilismo nietzsciano. Lowith non è un cattolico, è un ebreo, ha avuto anche rapporti con Leo Strauss, epistolari famosi che sono stati pubblicati, ed è un osservatore molto acuto. Cosa dice? Una cosa molto semplice: guardate che il fatto che siamo tutti esseri umani, tutti uomini, non è naturale, non nasce nel mondo naturale generico, nasce nel mondo cristiano. Questo riconoscimento della universale dignità della persona nasce nel mondo cristiano. E poi aggiunge drammaticamente: con l'affievolirsi della forza del cristianesimo e della sua presa sul mondo, con l'indebolirsi, come dice Ruini, dell'attesa di salvezza, si è indebolita anche questa percezione dell'umano. E' tutta qui la nuova questione antropologica. Il problema non è di rispolverare dalle biblioteche i testi dell'umanesimo, ma è di guardarsi in faccia. Allora, se possiamo selezionare la vita in modo
eugenetico - e questa è una caratteristica che il mondo contemporaneo ha avuto sia nelle social democrazie laiche del nord o protestanti, sia nel mondo anglosassone e in America, diciamo nel mondo liberale, sia nel nazismo, lo sperimentalismo e la concezione dell'uomo come oggetto e il razzismo del Terzo Reich. Quindi, se possiamo fare questo, e lo possiamo fare in modo sempre più certificato e tecnicamente avanzato nei nostri laboratori, se possiamo permetterci un miliardo di aborti negli ultimi trenta anni, se possiamo permetterci una nozione della vita per cui l'uomo è solo corpo, solo i suoi referti clinici, le sue malattie, le sue carotidi otturate, il suo bisogno sessuale oggettivato in matrimoni che falliscono uno dopo l'altro, e questa sua ansia d'amore si disperde nel dualismo tra il suo io sempre più debole e il suo corpo sempre più forte, sempre più possente (e qui segnalo un racconto di Philip Roth che si chiama "Everyman"). Se il cristianesimo si è indebolito, se il primato del corpo insieme ai progressi della tecnoscienza stanno facendo di noi quello che stanno facendo di noi, cioè una civiltà decadente, in profonda e radicale crisi in relazione ai criteri che distinguono il bene dal male. Bè la questione va affrontata, va presa per i capelli e va riproposta a tutti gli uomini di buona volontà e va trattata, discussa, pensata nel fuoco delle grandi battaglie contemporanee che sono anche battaglie sulle leggi, sulla dimensione pubblica dell'esistenza, su ciò che si può e non si può fare. In questo senso, la Chiesa, che non è un agente politico, come ha ben detto Ratzinger a Verona, è però l'unica tribuna dalla quale si può ripensare civilmente e politicamente la condizione del mondo contemporaneo a partire dal fatto che è fortemente offuscata una nozione credibile dell'uomo. Cioè quell'incontro di ragione, libertà e fede, o verità.
Allora non è vero quello che tempo fa Ezio Mauro ha scritto su Repubblica: che Ruini porterebbe Dio a destra.
Ma no, questi sono paradossi, sono boutade giornalistiche. Loro hanno questa grande preoccupazione mondana. Siccome non hanno curiosità vera per la radice ontologica o metafisica dell'esistenza, a loro interessa sapere come si mettono le pedine sullo scacchiere. Vogliono sapere se questa insistenza eroica della Chiesa nel tentativo di rispiegare agli uomini anche ascoltandoli, anche comprendendo i loro scismi, le loro deviazioni, vedendo i segni dei tempi perfino nel male, però tenendo la testa alta sopra il pelo dell'acqua, non cedendo al relativismo assoluto, può favorire i loro avversari politici. Ma sono sciocchezze, cosa vuoi che favoriscano! Qui abbiamo il capo della destra di Alleanza Nazionale che ha votato tre sì e un no al referendum. Berlusconi che
vagola tra la libertà di coscienza. Insomma, sul piano politico è una partita che non si gioca nemmeno. Se c'è una cosa che non mi interessa è il contatto tra queste idee, questi problemi e grandi questioni di cui ci occupiamo e la politichetta politicante di tutti i giorni.
Come vedi una possibilità, non dico di continuare solamente a dialogare, ma di approfondire questo tema della questione antropologica?
Amicizia totale. Io sono assolutamente a disposizione, come lo sono stato nel referendum sulla procreazione assistita. Le idee sono fatte di una sintesi di vita, l'esperienza è maestra anche per pensare il mondo. Con quel riserbo che penso possa servire di più alla battaglia comune. è inutile che io sia una specie di legionario in servizio permanente ed effettivo di una presunta Chiesa militante (tra l'altro la Chiesa deve fare tante cose, i battesimi, le cresime. la Chiesa è una cosa mostruosamente vasta e noi siamo un piccolissimo giornale di 20, 25 mila lettori che ha certamente un radicamento in una cultura di tipo laico). Stare nella battaglia da vero amico con le sue idee, senza presunzione, senza voler insegnare né ai parroci né ai vescovi. Ecco, da questo punto di vista sono più devoto di Alberigo, ho meno la presunzione di insegnare al Papa il suo mestiere. La cosa importante è che ci sia un clima di amicizia.
Quindi il 12 maggio sarai con noi in piazza san Giovanni a Roma?
Ovvio. Su questo non ci sono dubbi!
Ringrazio A.N. per questo contributo
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