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15 settembre 2013

Storia e leggenda di Michail Romm, il russo che giocò a Firenze prima della Fiorentina...

Сolosso russo” [1]

100 anni fa un "legionario" russo giocò per la prima volta per un club straniero

La persona di cui voglio raccontare non era forse il più noto calciatore di quel tempo. Ma indubbiamente era assai notevole. Era giovane, pieno di forza e di fervore. Si chiamava Michail Romm.

No, non era il noto regista Michail Il'ič Romm, detentore di cinque premi Stalin. Questi non si divertì mai con il calcio. Si tratta di un suo omonimo. Questi adorava il calcio!

Erano parenti? Non si sa. Ma un tratto li apparenta: entrambi lavorarono nel cinema. A dire il vero, per esprimersi in linguaggio calcistico, con diversi risultati. Il primo, Michail Il'ič, girò 13 film, che gli dettero fama mondiale. Sul conto di Michail Davidovič c'è solo una pellicola – un documentario, noto solo agli specialisti…

Il calcio, che alla fine del ХIХ secolo in Inghilterra aveva già acquisito popolarità, in Russia non era niente più di una cosa esotica. Il 13 settembre 1893 – un'altra data tonda, 120 anni fa – una partita di pallone fu degnata per la prima volta dell'attenzione della stampa. "L'essenza del gioco consiste nel fatto che una parte dei giocatori si sforza di spingere una sfera – lanciandola con i piedi, con la testa, con tutto ciò che si vuole, solo non con le mani – nella porta della parte avversaria…" – scriveva, senza nascondere un sogghigno, il corrispondente del "Peterburgskij listok" [2]. – "I signori sportivi con i vestiti bianchi correvano nel fango, cadendo ogni tanto nel fango con ampi gesti… Per tutto il tempo tra il pubblico c'era un riso inarrestabile".

Tuttavia con il tempo il rumore dei palloni si fece più forte, agitando i cuori di operai, studenti e ingegneri. Perfino conti e principi andarono per i campi come matti. In una parola, i vertici già non potevano vivere senza calcio e la base non voleva…

All'inizio del secolo a San Pietroburgo e a Mosca si fecero frequenti gli stranieri – inglesi, tedeschi, ungheresi, cechi, svedesi. Ogni volta davano dispiaceri ai russi, spesso molto dolorose. Del resto, non ci metteremo a irritare vecchie ferite, ne abbiamo di nuove ancora fresche…

Il primo campionato dell'Impero Russo del 1912 fu vinto dalla selezione di San Pietroburgo, che sconfisse Mosca in due duelli. Nel primo torneo, che si svolse esattamente un secolo fa, vinsero inaspettatamente gli odessiti [3], che superarono i calciatori della capitale [4]. Tuttavia si chiarì che nell'organico dei meridionali c'era un giocatore non dichiarato. E la selezione di Odessa, nonostante le lamentele dei suoi tifosi, fu estromessa dal torneo…

A quei duelli partecipò anche Michail Romm, che svolgeva molto bene il ruolo di back destro, cioè di difensore. Un vero atleta – alto, forte. Giocava benissimo di testa, era tenace nei contrasti.

Romm giocava nel Bykovo, nei pressi di Mosca. Giocò a calcio per il club Puškino del governatorato di Mosca, per il Kolomjagi di Piter [5] e per il club sportivo di Sokol'niki di Mosca. Le prime tre squadre erano mediocri, la quarta di esse forse eccelleva.

Più di una volta Romm scese in campo anche per la selezione di Mosca e ne fu capitano, ma per la selezione dell'Impero Russo giocò solo tre volte. La prima partita di Michail e dei suoi compagni dette continui dispiaceri. Il 4 settembre 1911 a San Pietroburgo i russi furono battuti crudelmente dai "Viaggiatori Inglesi" – 0-11! Tuttavia tale punteggio non stupì – i britannici a quel tempo si elevavano come una roccia incrollabile sugli altri europei. Infilare, come allora si esprimevano, 7-8, o anche una decina di "gol" a qualsiasi avversario non costava un particolare sforzo ai fondatori del calcio.

Dopo la partita con i britannici il cognome di Michail finì in un servizio di un giornale, tuttavia il reporter menzionò il 20enne capitano della selezione dei "Migliori giocatori russi dei club pietroburghesi e moscoviti" di sfuggita e con stizza: "I russi si sono comportati così bene che per la prima volta gli è stato segnata una rete solo al ventiduesimo minuto. E' successo per colpa del back Romm, che ha impedito a Nagorskij (il portiere – nota dell'autore) di respingere e presto è seguito il secondo gol".

Nelle sue memorie "Io tifo per lo Spartak", uscite più di mezzo secolo dopo, Michail Davidovič lasciò un quadro chiaro di quel giorno: "Ricordo confusamente i singoli episodi di questa partita – ero troppo assorbito dall'ininterrotta, disperata, convulsa lotta per non far segnare gli inglesi. Ricordo un'obliqua rete di pioggia, le cupole nere degli ombrelli sulle tribune, la percezione di un affiatamento solido e preciso originatosi all'improvviso con un mio compagno, l'ottimo difensore pietroburghese Sokolov, le uscite piene di abnegazione del portiere Nagorskij, ricordo con quale facilità ed eleganza l'estremo destro degli inglesi Owen scartava il nostro centrocampista Uverskij, ricordo le situazioni pericolose che si creavano presso la nostra porta appena la palla capitava all'attaccante centrale degli inglesi Chapman, ricordo in lontananza, dall'altra parte del campo la figura del miglior portiere del mondo Brebner, che stava sotto la pioggia torrenziale appoggiato al palo della porta con il berretto calato sul naso..."

Nel maggio 1912 Michail andò in campo nella partita tra Russia e Finlandia, conclusasi con il punteggio 1-1. Qualche giorno dopo la selezione, che si preparava all'Olimpiade a Stoccolma, fece un incontro di allenamento con la squadra di Mosca. E di nuovo regnò il pareggio – 2-2.
Romm era tra i candidati per la selezione olimpica russa. Tuttavia non gli riuscì giocare in Svezia a causa del conflitto con il rappresentante del comitato olimpico Bertram. Inizialmente a Michail dispiacque di non essere "giunto" all'Olimpiade, ma poi, forse, ringraziò il destino – infatti lo preservò dalla vergogna. La selezione dell'impero prima perse con i finlandesi e poi con i tedeschi. Quest'ultima partita fu definita dai giornalisti la "Tsushima calcistica" [6], in quanto l'avversario calpestò letteralmente i russi sul campo di Stoccolma – 16-0!

Alla fine del 1913 Romm fu ospite di alcuni parenti a Firenze. E spesso dette un'occhiata allo stadio dove giocava la squadra locale del Firenze [7], che partecipava al campionato della regione Toscana.

Una volta si avvicinò a Michail un autorevole uomo barbuto con il pince-nez – il presidente del club Firenze, il signor Orsini [8]. "So che Lei è un buon giocatore", – lo lusingò per iniziare. E subito passò agli affari: "Non vorrebbe giocare da noi nel ruolo di back destro?"

Erano parole storiche – per la prima volta a un russo veniva proposto di giocare per un club straniero! Per quasi 70 anni (!) nessuno poté seguire l'esempio di Romm – neanche le stelle sovietiche Jašin, Voronin, Čislenko, Ponedel'nik e Strel'cov. Li avrebbero immediatamente dichiarati traditori della Patria…

Solo nel 1982 per altissima concessione del Cremlino si diresse al Rapid Vienna Anatolij Zinčenko dello Zenit di Leningrado. E perché il club era ritenuto una squadra operaia e aveva solidi legami con il partito comunista.

Romm ringraziò per l'onore e assentì alla proposta del presidente del Firenze. Ma quali condizioni formulò è ignoto. Forse il russo giocò del tutto gratis? Infatti questi, com'è già stato detto, adorava il calcio.

"Rivestendosi, i miei nuovi compagni mi guardava con sguardi penetranti, – ricorda Romm. – Rispondevano gentilmente ai miei saluti, ma dietro questa gentilezza si sentiva il freddo dell'estraneità. Indubbiamente avrebbero preferito vedere al mio posto il ragazzetto alto e smagrito, che evitava di incontrarmi con lo sguardo e a cui oggi a causa mia tocca sedere sulla cosiddetta panca lunga – in panchina. Forse gioca peggio, ma con lui sono legati già da tempo da una stretta amicizia sportiva, dalla lotta spalla a spalla sui campi da calcio della Toscana. Mi sento solo e so: devo giocare in modo che la squadra capisca – non per nulla Orsini mi ha invitato nel ruolo di "back diritto" [9].

Quella partita con la squadra di Pisa si concluse con un pareggio e Romm non finì con la faccia nel fango. Il giorno dopo i giornali fiorentini scrivevano ammirati del "colosso russo" [10] – il gigante russo comparso nel Firenze.

Nella squadra italiana Romm giocò altre tre partite. Due – con Bologna e Siena – risultarono vittoriose per il Firenze [11]. Restava quella conclusiva – in trasferta con il Livorno. Diventò decisiva – la vittoria o il pareggio avrebbero reso i fiorentini campioni della regione Toscana. La sconfitta… Del resto, a quella nessuno pensava.

La partita risultò mutevole come una donna leggera: dopo i primi 45 minuti gli ospiti conducevano 5-0! Tuttavia nel secondo tempo i padroni di casa "pagarono il debito", segnando altrettanto agli estranei e continuarono ad assaltare la loro porta. Gli ultimi minuti si trasformarono in un vero incubo per i fiorentini. "Uno dopo l'altro volano palloni nella nostra porta, sopra la porta, vicino alla porta. Il portiere li acchiappa, li respinge, li devia in angolo… – ricordò Romm. – I pescatori livornesi mi lavorarono molto con le scarpe, i ginocchi, i gomiti, le spalle. Io cercai di non restare in debito..."

Ma comunque ai padroni di casa non riuscì segnare il sesto gol.

Dopo il fischio finale corsero in campo i carabinieri e, presi sotto la loro sorveglianza gli ospiti festanti, li portarono negli spogliatoi. Ma la rabbia violenta dei tifosi livornesi si scaglio sui padroni di casa… [12]

Con questo l'epopea italiana di Romm si concluse. Gli proposero di rimanere a Firenze? Non sappiamo la risposta…

Purtroppo la rivoluzione e due guerre – quella Mondiale e quella Civile – strapparono un grosso pezzo della biografia sportiva di Romm. Ma comunque giocò ancora – nella squadra del club sportivo Zamoskvoreckij [13]. E allenò un po' – sotto la sua guida la selezione di Mosca vinse la Spartachiade dei popoli dell'URSS del 1928.

Negli anni Trenta del secolo scorso la firma "M.Romm" coronò spesso resoconti e cronache sportive su "Krasnyj sport" [14]. Alla penna di Michail Davidovič appartiene anche qualche libro di teoria calcistica. Ma il suo maggiore merito si può ritenere un film scientifico sul gioco amato. Fu girato nel 1939 nello stadio "Berija" della Dinamo di Tbilisi e in esso si mostrano stelle di classe superiore – Grigorij Fedotov, Boris Pajčadze, Michail Jakuškin e Anton Izdkovskij. Purtroppo il film non si è conservato…

Romm scese in campo per l'ultima volta quando aveva già quasi cinquant'anni – nella partita amichevole tra i giornalisti della "Pravda" e di "Krasnyj sport". Ricordò con tristezza "il campo da calcio mi parve enorme, impossibile da osservare, perlomeno due volte maggiore che nei giorni della mia gioventù e i giovani giornalisti della "Pravda", che mi scartavano senza particolare fatica, mi parvero recordmen di corsa. A quanto ricordo, l'incontro finì in pareggio. Per me personalmente finì con lo stiramento di tutti i legamenti che si possono stirare..."

All'inizio degli anni Quaranta a Romm avvenne una grande disgrazia: per otto interi anni "stramazzò" nei lager staliniani e, scontata la condanna, fu deportato in Kazakistan. Là, lontano dalla ribollente vita calcistica, finì pure la sua vita questa persona eccezionale, crudelmente offesa dal destino.

Là scrisse pure le sue memorie. Il libro di Romm è una vera enciclopedia del calcio russo pre-rivoluzionario - colorita, talvolta ironica. Le sue pagine odorano di erba, di sudore forte, di rivoli di pioggia estiva, di fumo di sigarette dalle tribune.

Si ravvivano i nomi, il tempo corre all'indietro.

Era poco tempo fa – cent'anni fa in tutto…

Valerij Burt, "Svobodnaja pressa", http://svpressa.ru/sport/article/74250/ (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] In italiano nell'originale.
[2] "Foglietto Pietroburghese".
[3] La squadra di Odessa, porto ucraino sul Mar Nero.
[4] Allora la capitale della Russia era San Pietroburgo.
[5] Nome colloquiale di San Pietroburgo.
[6] Nel 1905 presso Tsushima i giapponesi avevano distrutto due terzi della flotta russa.
[7] Più precisamente il Club Sportivo Firenze, la cui sezione calcistica si unì nel 1926 a quella Libertas per dar vita alla Fiorentina.
[8] Non sembra che il presidente del Firenze si chiamasse così...
[9] Così nell'originale.
[10] Dopo aver sbagliato il nome del presidente (vedi nota 8), da qui in poi Romm sembra narrare una vera e propria leggenda. Il Bologna non giocava di certo nel campionato toscano. Pare che non ci giocasse neanche il Siena...
[11] Neanche di questa rocambolesca partita decisiva si ha testimonianza (vedi nota 10), anche se la rivalità tra Firenze e Livorno, quasi sempre sconfitto, infiammò realmente i campionati toscani di inizio secolo.
[12] In italiano nell'originale.
[13] Cioè dell'oltre Moscova, la zona sulla riva destra della Moscova a Mosca.

[14] "Sport rosso".

27 giugno 2013

Stefano Borgonovo


Possa tu essere nella Pace

03 maggio 2012

Un precedente del caso Ljajić-Rossi


Campionato di serie B 1983-84. Partita Pescara-Como: Domenico "Tom" Rosati, allenatore del Pescara, schiaffeggia il proprio giocatore Vittorio Cozzella che si è fatto espellere. Rosati non fu espulso né esonerato e in seguito Cozzella ha ricordato l'episodio con simpatia e ha definito Rosati una persona che lo fece crescere...

07 febbraio 2011

Recordmen del calcio


Francesco Janich, il più grande "non marcatore" della storia del calcio italiano. 425 partite in serie A e nessun gol. Neanche alla Fiorentina...

02 dicembre 2009

2 dicembre 2007



Minuto di silenzio (vero) per Manuela Caffi, moglie di Cesare Prandelli

02 novembre 2009

Un calcio e una Russia di altri tempi in parole e musica di un grande artista




Vladimir Vysockij

DOPO IL CAMPIONATO MONDIALE DI CALCIO - CONVERSAZIONE CON LA MOGLIE (schizzo)

Il commentatore dalla sua cabina
Ci insulta per fare dello spirito.
Ma non per caso il club della Fiorentina
Ha offerto un milione per
Byšovec' (1)

Beh, Pelé è Pelé,
Spiego a Zina io,
Pelé mangia
crème brûlée
Insieme a Jairzinho.

Io sono al verde,
Ho comprato robaccia a mia moglie - e ne sono contento.
Ma Pelé ha una Chevrolet
A Rio de Janeiro.

Di Moore si è occupata la procura (2),
Che gli importa - è pubblicità! - ne è anche contento.
Qui Moore non sarebbe uscito dal MUR (3),
Se fosse stato da noi il campionato.

Beh, Pelé è Pelé,
Spiego a Zina io,
Pelé mangia
crème brûlée
Insieme a Jairzinho.


Io sono al verde,
Ho comprato robaccia a mia moglie - e ne sono contento.
Ma Pelé ha una Chevrolet
A Rio de Janeiro.


Forse non sa contare neanche fino a cento,
Ma posso dire senza troppe parole:
Se avesse avuto il secondo occhio
Tostão (4)
Avrebbe segnato il doppio dei gol.

Ma beh, Pelé è Pelé,
Spiego a Zina io,
Pelé ha sul tavolo
crème brûlée
nel cristallo.
E io sono al verde.

1970


***********************

(1) In realtà i dirigenti della Fiorentina fecero semplicemente grandi apprezzamenti per Anatolij Fedorovyč Byšovec', quando questa affrontò la Dynamo Kiev per cui giocava. Acquistare un calciatore sovietico sarebbe stato impossibile allora, anche offrendo un milione di dollari, cifra enorme per il calciomercato dell'epoca.

(2) Bobby Moore, mentre era in Colombia con l'Inghilterra a prepararsi per i mondiali in Messico del 1970, fu accusato di aver rubato in una gioielleria, ma poi le accuse furono fatte cadere.

(3) Sigla della sezione moscovita della polizia criminale.

(4) Il calciatore brasiliano Tostão aveva subito il distacco della retina di un occhio nel 1969.


(Traduzione e note di Matteo Mazzoni)

20 ottobre 2009

I was made for loving you, baby...

"I was made for loving you, baby..." ha detto il capitano del Debrecen Zoltàn Kiss al giornalista di Radio Blu di Prato Tommaso Loreto scherzando sul proprio cognome (che pure in ungherese si pronuncia chisc' con la sc di sciare) mentre lo intervistava in attesa di Debrecen-Fiorentina.

Ma per i Kiss ci fu poco da scherzare quando in Germania si accorsero che le due "s" del loro logo ricordavano troppo quelle delle SS. E sì che il loro cantante Gene Simmons è ebreo (come il chitarrista Paul Stanley), nato in Israele da ebrei ungheresi - altra coincidenza - sfuggiti all'Olocausto. Sui dischi usciti in Germania il loro logo fu cambiato.

Da così...



...a così.


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07 ottobre 2009

"David Guetta" o "Quando l'amore prende il sopravvento"



Quando L’amore Prende Il Sopravvento

E’ complicato,
lo è sempre
è il modo in cui vanno le cose

è come se avessi aspettato
così tanto per questo,
e mi meraviglio se davvero accade

testa sotto l’acqua,
ora non riesco a respirare
non mi sono mai sentita così bene

perchè riesco a sentirlo arrivare
verso di me
non lo fermerei nemmeno se potessi

quando l’amore prende il sopravvento
si, sai che non puoi negarlo
quando l'amore prende il sopravvento
si, perchè c'è qualcosa qui stanotte

dammi una ragione,
ho bisogno di saperlo
ti senti anche tu così?

non puoi vedermi qui così carica
e in questo momento ti do le colpe

mi assicuro che tu prenda la mia mano
mi sento come se potessi cadere

adesso amami proprio come so che puoi
potremmo liberarci di tutto

quando l’amore prende il sopravvento
si, sai che non puoi negarlo
quando l'amore prende il sopravvento
si, perchè c'è qualcosa qui stanotte

stanotte, stanotte, stanotte, stanotte (x4)

e ti amerò per sempre, è vero

perchè mi piace il modo in cui
mi fai piangere, si mi piace

quando l’amore prende il sopravvento (x7)

quando l’amore prende il sopravvento
si, sai che non puoi negarlo
quando l'amore prende il sopravvento
si, perchè c'è qualcosa qui stanotte


(traduzione di AngoloTesti)



10 luglio 2009

20 maggio 2009

Mi tocca perfino ringraziare Mourinho...

Zero tituli. Queste parole (con molte varianti grafiche che cercavano di riprodurre l'italo-portoghese di Mourinho) risuonavano ovunque dopo la vittoria dello scudetto da parte dell'Inter. Solo lunedì le ricerche su Google di tituli hanno portato 127 contatti al mio blog o per meglio dire a questo post. Non posso dire di non averlo fatto apposta, ma il post era coerente con il titolo...

E comunque il buon José non è andato molto sopra gli zero titoli. Ma si sa, c'è più tra zero e uno che non tra uno e cento. Lo sa bene anche Giampaolo Pazzini, che, con il ricordo dei suoi zero gol in Coppa UEFA contrapposto ai 100 gol in serie A di Alberto Gilardino, è partito per Genova. Che, contrariamente ai luoghi comuni, non è stata avara di soddisfazioni per lui...



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05 marzo 2009

Gente coraggiosa

C'è chi tira da così lontano...



Giuseppe Mascara in Palermo-Catania, 1 marzo 2009



Paolo Monelli in Fiorentina-Napoli, 4 gennaio 1987


...E chi canta così "Agnese" di Ivan Graziani a Teramo



Jovanotti, 18 luglio 2008



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03 dicembre 2008

E la Fiorentina?

Come tifoso viola non sono obbiettivo, d'accordo, ma credo che non trasmettere alcuna partita della Fiorentina in Champions League, come la Rai si accinge a fare, non sia giusto. La Fiorentina (purtroppo ancora per poco) prende parte alla Champions League come Inter, Juventus e Roma. La Rai, essendo almeno teoricamente al servizio di tutti i telespettatori italiani (e venendo da questi finanziata con il canone), non sarebbe tenuta a una certa equità nei confronti dei sostenitori di tutte le squadre di calcio italiane? Io ho espresso una civile protesta nelle dovute sedi. Chi mi legge che ne pensa?

15 novembre 2008

"L'amore conta, conosci un altro modo per fregar la morte?" (Ligabue)

La forma più alta dell'amore

Un anno fa l’allenatore della Fiorentina ha perso la moglie Manuela, stroncata da una lunga malattia.

di Cosetta Zanotti

(foto: Massimo Sestini)
(foto: Massimo Sestini)
«Ho deciso di raccontare la mia storia per dire alle persone che soffrono che, anche nelle circostanze più dolorose, è possibile trovare la forma più alta d’amore. Questo sentimento rimarrà dentro di noi anche dopo e paradossalmente ci farà stare bene». A un anno dalla scomparsa dell’amata moglie Manuela, Cesare Prandelli si racconta e ci spiega come ha giocato la partita della vita. La prima conferma dell’affetto sincero che Firenze prova per Cesare Prandelli l’ho avuta al mio arrivo in taxi allo stadio Franchi: sul cruscotto dell’auto campeggia uno scudo viola. «Tifoso?» chiedo al tassista. «Certo! – risponde garbatamente –. Chi deve intervistare?». «Prandelli» rispondo. «Gli vogliono tutti bene, qui!». Poco più tardi capisco perché. Ci presentano. Mi metto in ascolto con una buona dose di emozione che, col passare dei minuti, si trasforma in felice stupore. Quello che ne esce non è solo il racconto di una morte, ma della gioia di esistere, quella vera, tipica di chi si affida… nonostante tutto.

«Lei frequentava il liceo». Inizia così il suo racconto, con una voce che, via via, s’intenerisce. «Abbiamo cominciato a vederci come tutti i ragazzini e da lì è nata la nostra storia… una bella storia. Nicolò è nato a Torino e Carolina a Bergamo. Io e Manuela abbiamo sempre cercato di farli crescere lontano dal mio ambiente. E adesso sono veramente orgoglioso di quella scelta: niente privilegi, niente raccomandazioni. Ho due ragazzi meravigliosi».

Msa. E la nostalgia?

Prandelli. Ogni tanto hai bisogno di ricordare e di coccolarti, e così, con la memoria, vai a rivedere tante cose. In altri momenti, invece, capisci di dover andare avanti. Io e i ragazzi ne parliamo spesso. Ci diciamo di aver avuto la fortuna di conoscere una persona meravigliosa: la mamma, ma non dobbiamo fare paragoni mettendo come punto di confronto sempre e comunque lei, perché diventerebbe difficile andare avanti. Il rimando è troppo forte (un attimo di silenzio poi continua). A molti le mie parole potrebbero suonare strane: abbiamo vissuto un dramma, ma l’abbiamo vissuto serenamente. Non so che alchimia sia capitata. Credo sia per il fatto che eravamo uniti anche dal punto di vista della fede e, in questo percorso, siamo stati accompagnati anche da fra’ Elia. Ricordo che parecchie persone, venute a trovare Manuela in quei giorni, avevano avvertito un’aria particolare, diversa rispetto a quella che si respira visitando una persona morta. Anche noi avevamo, e abbiamo tuttora, la stessa percezione. Non nego che ci siano momenti duri in cui i miei ragazzi hanno più difficoltà. Tuttavia credo che dobbiamo essere orgogliosi di noi, riconoscendo di essere fortunati. Chi ha vissuto un’esperienza tanto drammatica, non sempre ha avuto la possibilità di affrontarla in modo così sereno.

Sono belle le sue parole.

È difficile parlarne, ma credo sia giusto farlo. Bisogna dare fiducia e speranza alle persone che stanno vivendo momenti come questi. Oltre a fra’ Elia, che è stata una figura straordinaria, abbiamo conosciuto dei medici che ci hanno aiutato a vivere gli ultimi mesi. Manuela li chiamava «i miei angeli». Ci hanno spiegato che, in questi casi, l’ultimo senso che si perde è l’udito. Quindi, se fino alla fine il malato ascolta una voce familiare, si sente comunque e sempre coccolato. In questa situazione i miei figli sono stati bravissimi. Non era facile. E Manuela, nonostante il dolore e la difficoltà, ha accettato di attraversare questo momento, l’ha proprio accettato.

Una malattia che non perdona lascia il tempo di salutare la vita. Possiamo chiederle l’ultimo ricordo bello?

I sorrisi che ci ha fatto qualche ora prima.

Molte persone attraversano il dolore accompagnati dalla solitudine. Com’è stato per la sua famiglia?

La forza della famiglia. Cesare Prandelli con la moglie Manuela e i figli Nicolò e Carolina.
La forza della famiglia. Cesare Prandelli con la moglie Manuela e i figli Nicolò e Carolina.
All’inizio della malattia abbiamo mantenuto il riserbo. Manuela non voleva far sapere della sua condizione e, benché io sia per certi aspetti un solitario, ammetto che questa esperienza è davvero difficile da vivere isolati dagli altri. È importante avere qualcuno vicino. Noi non siamo stati lasciati mai soli. La fede ci ha dato tanta energia. Soprattutto la preghiera, fatta insieme ai familiari e ai figli. Abbiamo avuto la fortuna di avere legami importanti e veri già da prima. Penso che la preparazione sia fondamentale per affrontare il dopo. Se arrivi preparato, dopo aver fatto delle tappe, credo sia meno difficile. Se non sei pronto e hai vissuto da solo, poi da solo devi uscirne ed è un lavoro estremamente faticoso. La famiglia di mia moglie è stata straordinaria. Abbiamo organizzato tutto insieme. Io in quel periodo dovevo comunque allenare ed erano mio cognato Franco o mia cognata Raffaella a portare Manuela a fare gli ultimi controlli. Poi c’erano le mie sorelle. La nostra è una tribù, una famiglia allargata, da trent’anni andiamo in vacanza in non meno di venti persone. Tutti erano consapevoli del problema di Manu e tutti hanno partecipato. Nel dopo, con Nicolò e Carolina, abbiamo continuato ad avere gli stessi riferimenti.

Se facessimo un paragone calcistico: come va giocata la relazione tra due persone che si amano?

Dipende da come vuoi impostare la partita. Se giochi pensando solo al risultato, allora prima o poi perdi e non c’è possibilità di continuità nel rapporto. La partita va giocata con l’amore, la partecipazione, con il saper ascoltare l’altro e saper fare un passo indietro se necessario.

In un’intervista lei parla della paura di amare di cui capita di discutere coi suoi ragazzi e con i suoi figli. Bisogna esagerare nell’amare?

Fin da piccolo sono stato abituato alla fisicità e a un contatto fatto di abbracci, quasi a «stropicciare» le persone a cui voglio bene. Esprimo ancora in questo modo i miei sentimenti alle mie sorelle o a mia madre che ha ottant’anni. Ho trasmesso questo anche ai miei figli. Molto spesso i ragazzi hanno paura di dire a una persona «ti voglio bene» o «ti voglio abbracciare». I ragazzi hanno paura dei propri sentimenti. Fanno fatica a confidarsi e a dire a una persona certe parole così intime. Ho sempre detto ai miei figli di custodire l’entusiasmo nel comunicare i propri sentimenti, sia che li debbano esprimere sul piano dell’amicizia sia che lo debbano fare nell’ambito del lavoro. Amare significa darsi completamente all’altro, essere a sua disposizione. Bisogna quindi esagerare, non possiamo limitarci concedendo solo pezzettini di noi.

Dopo un anno come avete vissuto i momenti che solitamente trascorrevate insieme?

Abbiamo passato del tempo insieme agli amici veri, siamo andati al mare, ci siamo coccolati, abbiamo ricordato, cercando comunque di superare il disagio di parlare di alcuni ricordi per noi piacevoli ma che, richiamati alla mente di altre persone, creano sempre un po’ di commozione. Ci siamo detti anche che ci volevamo divertire perché è giusto così. Dopo mesi nei quali la mia indole riservata mi aveva portato a chiudermi ancor di più in me stesso, ero diventato, di fatto, un orso. Quest’estate, grazie agli amici più cari, ho ritrovato il piacere di aprirmi. Con i miei figli abbiamo pensato fosse giusto.

Sono molte le manifestazioni d’affetto nei suoi riguardi. Come le frasi di alcuni striscioni, esposti in occasione della partita Inter-Fiorentina del 2007: «Noi scuola di calcio, tu maestro di vita!». e «Uniti nelle vittorie, ancor più nel dolore». Nella sua squadra lei è considerato più un padre e un maestro di vita che un allenatore. Come si spiega la buona fama che l’accompagna?

Bisogna sfatare un mito. Mi piace tirar fuori il meglio dalle persone. Tuttavia ci sono momenti in cui alcuni modi di fare non sono accettabili, sono situazioni difficili e di confronto. Se ci pensiamo bene in tutti gli ambienti, anche nelle famiglie, ci sono dei conflitti che, se non sfociano mai nel confronto, precludono la possibilità di poter sanare un rapporto. Lasciare un conflitto nel cassetto e tirarlo fuori dopo mesi significa rovinare una relazione. Bisogna avere la forza e l’energia – non sempre ce l’hai – di cogliere i messaggi che una persona ti sta mandando. Cerco quindi di capire e prevenire. Ovviamente, non sempre ci riesco. In certe situazioni devo essere autoritario, in altre autorevole, in altre democratico. Il fatto di considerare i miei ragazzi degli adulti, li porta a rispettarmi di più.

«Violanews.com», con la collaborazione di «Radio Blu» e del «Corriere dello Sport-Stadio», ha pensato di lanciare la proposta per riconoscerle la cittadinanza onoraria e il «Fiorino d’Oro» della città di Firenze.

Da questo punto di vista Firenze è esagerata, si parlava di amore prima… Firenze ama veramente molto.
Non posso lasciare Cesare Prandelli senza chiedergli chi vincerà il campionato. Ride. Mi dice che quella è la domanda perfetta, poi si sbilancia: «Vedo bene l’Inter». Ci salutiamo, lo seguo con la coda dell’occhio mentre se ne va e penso a una frase di Madeleine Delbrel: «Ogni piccola azione è un avvenimento immenso nel quale ci viene dato il paradiso, nel quale possiamo dare il paradiso. Non importa quel che dobbiamo fare: tenere in mano una scopa o una stilografica. Parlare o tacere, rammendare, (allenare una squadra) o fare una conferenza, curare un malato o battere a macchina.(…) è Dio che viene ad amarci. Lasciamolo fare».


La scheda


Claudio Cesare Prandelli nasce a Orzinuovi (Brescia) il 19 agosto 1957. Gioca come centrocampista nella Cremonese, nell’Atalanta e nella Juventus. Dal 1990 inizia la carriera come allenatore nell’Atalanta, vengono poi Lecce, Verona, Venezia e Parma.
Nel 2004 è ingaggiato dalla Roma, ma si dimette prima dell’inizio del campionato a causa della grave malattia che già aveva colpito la moglie Manuela Caffi. Nel 2006 Diego Della Valle lo chiama come nuovo allenatore della Fiorentina. Il 26 novembre 2007, all’età di 45 anni, Manuela muore. La testimonianza, fatta di forza silenziosa e riservato dolore, di quest’uomo e della sua famiglia confermerà a Prandelli la stima di tutto il mondo del calcio, oltre che per le sue doti professionali, anche per la sua grande statura umana. Nel 2008, sotto la sua guida, la Fiorentina raggiunge il quarto posto nella Serie A e l’accesso ai preliminari della Champions League 2008/2009.


http://www.messaggerosantantonio.it/messaggero/pagina_articolo.asp?IDX=1743IDRX=160

01 ottobre 2008

Le 20 maglie calcistiche più brutte?

20. Manchester United


19. Athletic Bilbao

18. Oldham Athletic

17. Hull

16. Jorge Campos


15. Huddersfield Town

14. Messico

13. Birmingham City

12. Coventry City

11. Juventus

10. Kilmarnock

9. Notts County

8. Chelsea

7. Milwall

6. Arsenal

5. Stoke

4. Hartlepool United

3. Dundee United

2. Fiorentina (cliccare sull'immagine)

1. Caribous of Colorado

the caribous of colorado by Mr. Hernonymous.


http://bleacherreport.com/articles/58469-20-of-the-worlds-worst-football-jerseys
-of-the-worlds-worst-football-jerseys

21 settembre 2008

Vedremo davvero qualcosa del genere a Firenze?






Il progetto dei Della Valle per il nuovo stadio con annessi e connessi

21 maggio 2008

A proposito di un motivo piuttosto in voga ora a Firenze...



Da "Zadok the Priest" di Georg Friedrich Händel...




...all'inno della Champions League di Tony Britten