10 dicembre 2010

Giunge in Russia un libro che andrebbe tradotto anche in italiano...

Notizie dalla Terra piatta




Perché la stampa ricorda sempre più lo scemo del villaggio


Io chiamo il nostro mondo Flatlandia non perché noi stessi lo chiamiamo così, ma solo per il desiderio di rendere la sua natura più comprensibile per voi, miei felici lettori, a cui è toccato l'onore di vivere nello Spazio…
Perfino i solidi muri, che mi separano dalla desiderata libertà, le pagine, su cui scrivo e tutte le pienamente tangibili realtà di Flatlandia mi sembrano, talvolta, frutto di un'immaginazione malata o di quella materia senza carne, di cui sono tessuti i sogni.
(Edwin A. Abbott, “Flatlandia”) [1]


L'autore del libro ha lavorato per più di trent'anni per i principali giornali britannici – “Guardian”, “Sunday Times”, “Observer”… Quando nel 1974 finì l'università, Karl Bernstein e Bob Woodward del “Washington Post” costrinsero il presidente degli USA Nixon a dare le dimissioni. Quello era un lavoro giornalistico! E Nick Davies si gettò a testa bassa nel mondo del giornalismo. Decenni dopo è giunto il tempo di tirare le somme.

“Il compito dei giornalisti è dire la verità” – con queste parole della giornalista della “Novaja gazeta” Anna Politkovskaja, poste in epigrafe, Davies apre il suo libro. Ma perché non lo fanno? Nessuno gli ordina di scrivere falsità? E' facile – i giornalisti stessi spesso non sanno dov'è la verità.

La fabbrica della falsità

Un professionista di ogni sfera, quando legge un articolo di giornale su di essa, nota una grande quantità di errori. E i giornalisti scrivono di tutto. Di conseguenza, tutto ciò che viene stampato nei giornali è in qualche modo inesatto. “Oggi la maggior parte dei giornalisti non sa di cosa parla. Le loro comunicazioni possono essere la verità, possono risultare inesatte – non lo sanno” (p. 28 [2]). “Ma perché la professione di giornalista ha perso la sua funzione fondamentale? – domanda l'autore. – Perché la ricerca della verità si è trasformata in produzione di bugie?” (p. 45).

Qualcuno una volta ha comunicato: “La Terra è piatta”. Oggi alle persone istruite è noto che non è così. Ma finora riceviamo notizie dalla Terra piatta.

Il giornalismo senza verifica è come un organismo umano senza sistema immunitario. E' indispensabile verificare un'informazione – è l'ABC della professione. Ma qualcosa è cambiato e il sistema immunitario è collassato. E' strano, ma i giornalisti hanno smesso di verificare le informazioni che diffondono per tutto il pianeta. Effettivamente, le redazioni da loro neanche se lo aspettano.

L'inevitabile realtà del giornalismo è l'indispensabilità di consegnare il materiale entro il termine e, di conseguenza, la possibilità di analizzare una questione da ogni parte è limitata. Ma eccovi un esempio, in cui i giornalisti hanno avuto alcuni anni per chiarire un problema, ma semplicemente non l'hanno fatto.

Il “Problema-2000 dei computer” è un esempio sistematico di una stupidità diffusa dai mezzi di informazione di massa in tutto il mondo. La storia cominciò una domenica mattina nel maggio del 1993 a Toronto (Canada). Nel “Financial post” cittadino da qualche parte nella 37a pagina era posta una breve nota di un solo paragrafo dal titolo “Il cambio di secolo causa problemi ai computer”. Un certo Peter de Jager avvertiva che a mezzanotte, quando sarebbe cominciato il nuovo secolo, molti computer avrebbero cominciato ad andare in tilt. Inizialmente questa comunicazione passò quasi inosservata. Poi questa piccola storia cominciò pian piano a diffondersi per il pianeta. Nel 1995 raggiunse l'Europa, l'Australia e il Giappone. Verso il 1997 di essa già scrivevano i mezzi di informazione di massa di tutto il mondo. In seguito si verificò una crescita a valanga di articoli con descrizioni degli orrori del millennio.

Fin dall'inizio gli specialisti capirono che i problemi avrebbero potuto sorgere solo con i computer con orologi interni (ce ne sono in tutti i computer di uso comune, ma non ci sono nella maggior parte di quelli inseriti nei sistemi di controllo delle grandi organizzazioni), peraltro solo se questi orologi avessero utilizzato un calendario e non avessero tenuto conto dell'intervallo tra due date ed esclusivamente se questi orologi avessero utilizzato due cifre nel registro dell'anno e non quattro.

Più ci si avvicinava al 2000, più organizzazioni chiedevano soldi ai governi per rinnovare il proprio parco computer, anche se non correvano rischi neppure per idea. I produttori di computer si lanciarono a vendere quanti più nuovi modelli possibile. I giornalisti li aiutavano con tutte le forze. Perché? Ci sono due risposte: per via della propria ottusità o perché gli conveniva? I governi credettero ai giornalisti (evidentemente là c'erano ancora meno persone istruite che tra i giornalisti). E perfino la NATO intervenne avvertendo che nubi di razzi russi avrebbero coperto l'Occidente nella notte di Capodanno del 2000 (p. 25). Alla fin fine, il problema fu valutato da persone che non capivano nulla di ciò che enunciavano. Ogni sorta di maniaci e di gruppi religiosi profetizzò la venuta dell'apocalisse.

Un altro esempio. La rivista “Economist” pubblicò un rapporto sull'influenza dei lavoratori stranieri sulla vita di Londra. Il rapporto era del tutto positivo. L'afflusso di questi lavoratori ha dato a Londra la più alta crescita dell'economia nel paese, il 67% degli immigrati era di paesi con un alto livello di vita, molti di loro erano più istruiti della maggior parte dei londinesi. Ma ristampato dal “Daily Mail”, si trasformò in una cattiva notizia con la chiara indicazione di un nemico. Il giornale cominciava con due frasi del tutto false, che non erano nel rapporto: “Londra è diventata la capitale dell'immigrazione del mondo, secondo il rapporto. Gli stranieri si insediano a Londra perfino più che a New York o a Los Angeles”. Non c'era nulla di simile nell'“Economist”. In seguito il “Mail” inserì da solo alcuni paragrafi micidiali, senza fondamento. Cosa può scusare un giornalismo del genere?

Tutte queste sono notizie dalla Terra piatta. L'articolo compare per essere veritiero. Viene preso anche dai lettori come verità. Bisogna fare uno sforzo su di se per supporre che ciò che si è letto è falso, perfino se l'articolo è letteralmente riempito di falsità e propaganda.

Le dimensioni della disgrazia

Ma si lamentano della stampa? Alla commissione britannica per le lamentele sulla stampa in dieci anni sono giunte 28227 lamentele. Queste riguardavano non solo gli errori, ma anche le intrusioni nella vita privata, il comportamento non etico, ecc. 25457 lamentele, cioè più del 90%, sono state respinte per motivi di forma senza esaminarne la sostanza. Solo 2770 lamentele (il 9,8%) sono state prese in esame. La maggior parte di esse (2322) sono finite con scuse da parte dei giornali. Ciò conferma le dimensioni degli errori dei giornali.

Il mondo è pieno di gente che si sforza di giustificare i fallimenti dei mezzi di informazione di massa: alcuni politici di professione, un piccolo esercito di studiosi universitari dei mezzi di informazione di massa e i loro studenti e anche una parte di lettori, che capisce che non merita credere a tutto ciò che è messo a disposizione dai giornali.

Stabilire le dimensioni reali delle notizie dalla Terra piatta è abbastanza difficile. Ci si può orientare sullo studio di Philip Meyer, professore di giornalismo dell'università della Carolina del Nord, condotto in questo stato e nello stato dell'Oregon. Nel 2004 questi mostrò che nel 21% degli articoli gli errori sono semplici, tipo l'inesatta trascrizione dei nomi, nel 18% questi contengono errori di cifre e nel 53% i cosiddetti lievi errori, per esempio illazioni invece di dimostrazioni, esagerazioni o citazioni fuori dal contesto. Poiché una cosa non esclude l'altra, questi errori si combinano. In totale le imprecisioni sono contenute nel 59% degli articoli. Altrimenti detto, tre articoli su cinque sono in qualche modo inesatti.

Secondo studi condotti dall'università di Cardiff, il 60% degli articoli consiste in ristampe o in materiali messi a disposizione dalle agenzie di PR. Un altro 20% contiene evidenti elementi di PR. L'8% è basato su fonti dubbie, che è impossibile verificare. Solo il 12% dei materiali della stampa è creato dagli stessi giornalisti (p. 52).

Comunque restano ancora giornalisti che cercano da soli il materiale, lo scrivono e lo verificano da soli per dire la verità. Tuttavia la conclusione dello studio di Cardiff è categorica: per la pratica quotidiana del giornalismo questa è un'eccezione, piuttosto che una regola.

Adesso valutiamo le dimensioni dell'attività dei servizi di PR. A metà degli anni '70 gli addetti alle PR si incontravano abbastanza raramente. Adesso ogni organizzazione o individuo interessati al fatto che la stampa scriva di loro assume specialisti di PR. Negli anni '80 i giornalisti che perdevano il lavoro passavano il “ponte” e andavano alle PR. Oggi in Gran Bretagna, per esempio, ce ne sono perfino più che giornalisti. Il materiale può essere veritiero, ma senza PR non ha quasi chance di pubblicazione. Senza appoggi di PR il materiale non capiterà mai tra le notizie. “Non voglio dire che tutte le PR sono bugie. Non è così. Ma la vera preoccupazione è causata dal fatto che buona parte del flusso di notizie viene alla luce del tutto senza giornalisti, che potrebbero determinare dov'è la verità e dov'è la bugia” (p. 89).

Quasi tutte le interviste non sono affatto create da giornalisti che cercano risposte a domande attuali, ma da consiglieri di PR, che fanno le notizie per vendere politica o un prodotto. Il PR crea pseudo-fatti. Il PR fabbrica pseudo-prove. Il PR produce pseudo-esperti. Il PR crea pseudo-istituti, in cui lavorano due-tre persone e i loro capi intervengono dagli schermi con titoli pseudo-accademici come “direttore delle ricerche”, ecc. Il PR crea perfino pseudo-malattie tipo la malattia degli interventi pubblici o la sindrome della fame notturna, le comunicazioni sulle quali sono prodotte da agenzie di PR che lavorano per le compagnie farmaceutiche (p. 166—177).

Il PR fa appello all'irrazionale. La persona che più di altre ha fatto per i PR è Edvard L. Bernays, nipote di Sigmund Freud. Questi studiò i lavori dello zio cercando di applicare i metodi di aiuto a singole persone per influenzare intere comunità. Di fatto si sforzò di imparare a dirigerle. E gli riuscì. Già viviamo in uno pseudo-mondo. Viviamo su una Terra piatta.

E così si origina il quadro seguente. I giornalisti, che non hanno tempo di cercare e trovare i propri soggetti, si occupano di elaborazione di materiali preparati per loro dalle agenzie di PR. Come minimo, questo li coinvolge nella diffusione di materiali sotto un determinato angolo visivo, che riflette gli interessi politici o commerciali di qualcuno. Nel peggiore dei casi questo li costringe a diffondere false comunicazione. Le fabbriche di notizie scelgono i materiali, i fatti e gli scorci secondo le proprie regole, per cui l'importanza e la veridicità delle notizie non sono la cosa principale. L'industria delle PR porta in questo la sua parte di irrazionalità, dando la prevalenza a fatti e idee che siano privi di pericoli, soprattutto a quelli che provengono da fonti ufficiali. Le fabbriche di notizie si sforzano di riprodurre lo sguardo su questo mondo immaginario.

Non tocchiamo qui le operazioni dei servizi segreti con l'utilizzo di mezzi di informazione di massa, pure descritte nel libro, o i metodi di deformazione del quadro del mondo applicati dai militari. E' sufficiente un solo esempio, quando gli aerei della NATO bombardarono una colonna di civili in Serbia. Le spiegazioni furono le seguente: in primo luogo, quest'incidente non c'era stato; in secondo luogo, il fatto era accaduto, ma gli aerei della NATO non ne erano responsabili; in terzo luogo, avrebbero potuto essere aerei della NATO, ma nella colonna c'era un carro armato serbo; in quarto luogo, era la NATO, ma i serbi avevano agito ben peggio in altri casi; e finalmente che la NATO esprimeva profondo rammarico per le vite perdute (p. 243).

Il “giornalismo-centrifuga”

Negli anni '60 il teorico dei mezzi di informazione di massa Marshall McLuhan, vedendo lo sviluppo delle comunicazioni di massa nel mondo, avanzò la tesi del “villaggio globale”. Sarebbe bene, certamente, vedere i mezzi di informazione di massa in questo villaggio come maestri di scuola, che istruiscono il mondo nell'ambito della politica e della cultura, dello sport e delle idee. Ma i mezzi di informazione di massa oggi risultano piuttosto lo scemo del villaggio, che crede a tutti e corre dove gli indicano (c. 5). Per esso Davies introduce un termine speciale - “ciurnalismo” (churnalism [3]), “giornalismo-centrifuga”, che significa giornalismo che ha perso la capacità di raccontare ai propri lettori, cos'avviene in realtà nel mondo intorno ad esso. In esso lavorano persone che non cercano più notizie, ma vanno solo a caccia su Internet in cerca di materiali, da cui, come in una centrifuga, condensano i propri articoli, siano importanti o banali, veri o falsi (p. 59). L'essenza del giornalismo moderno è la rielaborazione di materiali di seconda mano non verificati, la maggior parte dei quali sono press-release dettati dagli interessi politici o commerciali di qualcuno. Ecco perché abbiamo così tante notizie dalla Terra piatta. Peraltro adesso sono diventate globali.

Il problema del “giornalismo-centrifuga” è complicato dalla comparsa di nuovi siti, appoggiati da giornalisti professionisti. Per questi la possibilità di pubblicazione dei loro materiali diventa immediatamente un imperativo: passare meno tempo al lavoro, non perdere tempo con verifiche.

Cinque minuti – ecco la norma moderna per i titoli delle notizie. Ciò significa che nel giro di cinque minuti dovete inventarle e fornirle di un breve testo di quattro paragrafi. Merita dire che i secondi economizzati semplicemente non lasciano tempo per una verifica o per la consultazione di uno specialista (p. 70)?

Il danno per il giornalismo non si limita alla perdita dello scopo fondamentale – raccontare la verità alla gente. Di fatto questa funzione è passata dai giornalisti a mani esterne. Il vecchio modello, in cui giornalisti e redattori determinavano da soli cosa raccontare al lettore e da quale punto di vista, è quasi morta (infatti solo nel 12% delle testate i giornalisti si sono conservati). L'invisibile giornalista “neutrale” della fabbrica delle notizie seleziona le comunicazioni per la pubblicazione secondo la linea indicata. La scelta si produce secondo le regole del “giornalismo-centrifuga” – un proprio tipo di controllo qualità del sistema, che rifiuta qualsiasi materiale che vada contro le richieste stabilite.

Il grande blockbuster dei miti del giornalismo moderno.

L'idea che un buon giornale o un buon canale semplicemente cerchi e riproduca la verità oggettiva è la classica fiaba della Terra piatta. Questo non è mai stato e non sarà mai, perché non può essere. La realtà esiste oggettivamente, ma qualsiasi tentativo di registrare la verità su di essa include sempre e ovunque una scelta: cosa dire, cosa tacere. In questo senso tutte le notizie sono artificiali.

“Certo, sapevo che di tanto in tanto facciamo errori seri, – scrive Davies. – Ma finché non ho cominciato a lavorare sul libro non ho avuto chiara idea di quanto siamo diventati deboli, quanto adesso non possiamo dire la verità. Non parlo di giornalisti che fanno errori. Gli errori possono essere onesti. Non parlo di personalità che screditano la nostra professione. In essa sono rimaste ancora persone buone, coraggiose, oneste. Parlo del fatto che quasi tutti i giornalisti del mondo sviluppato lavorano in una loro sorta di zona professionale, che distrugge e mina il loro spirito. Parlo del fatto che, alla fin fine, mi hanno costretto ad ammettere che svolgo una professione corrotta” (pp. 2-3).

La verità si vende per preferenze politiche o per convenienza commerciale. Se con l'onestà si valuta il valore del giornalismo, allora la professione si può qualificare precisamente come del tutto svalutata. E se oltre a questo si considera l'influenza della pubblicità e delle PR…

I nuovi proprietari dei mezzi di informazione di massa hanno spostato le loro proprietà dalla propaganda al commercio. Davies rivolge l'attenzione alla tendenza alla chiusura dei giornali che appoggiavano i propri reporter senza paura nella ricerca della verità. Qui fondamentalmente il giornalismo si scontra con il problema irrisolto che convenzionalmente chiamiamo “stampa libera”: come bisogna valutare il successo commerciale di un giornale libero con gli interessi del mondo degli affari che dominano sempre sulla libertà? (p. 60).

Oggi andiamo tutti sempre più profondamente in una nuova era di falsità, in cui le primitive contraddizioni della ricerca della verità sono diventate il fondamento dell'industria che oggi è profondamente colpita (p. 23).

E' un mondo immaginario. E' la Terra piatta.

* * *

In ciò che ho raccontato c'è un qualche pericolo di esagerazione. Prima di tutto non c'è mai stata un'“età dell'oro”, quando tutti i giornalisti erano liberi e dicevano la verità. Questi hanno sempre dovuto muoversi contro corrente e hanno sempre sperimentato tentativi di ingerenza nel loro lavoro. In secondo luogo, neanche oggi si è trasformato tutto in “giornalismo-centrifuga”. Sono rimasti ancora reporter a cui tocca lavorare in condizioni molto difficili e dimostrare vero coraggio per trovare e dire la verità alla gente. Ma la maggior parte dei giornali pur stimati contiene materiali di seconda mano, non verificati, offerti da persona che nel migliore dei casi sono inaffidabili e nel peggiore si occupano di manipolazione intenzionale.

Molti giornalisti diranno che non gli accade nulla di simile. Che il loro lavoro è la ricerca di informazioni. Che lo stato non determinare cosa bisogna o non bisogna pubblicare. Che è semplicemente il lavoro della stampa libera. La maggior parte di essi dirà che lavora nell'interesse della società (p. 265).

“Temo che nel tentativo di indicare le malattie dei mezzi di informazione di massa abbia fatto la fotografia di un tumore maligno. Non è escluso che questa aiuterà a esaminare meglio l'infermità. Ma sospetto che stiamo vedendo lo stadio finale della malattia”, – constata l'autore (p. 397).

Tale è il mondo delle notizie. Tutto ciò che appare in esse è il risultato dell'azione di forze che stritolano la realtà fino a un piccolo blocco di comunicazioni, spesso non verificate, di solito create dalle agenzie di PR. Questa immagine del mondo immaginario viene presentata ogni giorno al pubblico. Questo è già accaduto. Davanti a noi c'è l'idiota del villaggio globale.

A tutti quelli che ancora comprano almeno un giornale o accendono, anche di rado, il televisore merita leggere questo libro.

P.S. E tutti, se verificate, vi convincerete che la Terra non è piatta.

Come si fa

Le regole del “giornalismo-centrifuga”
(Nick Davies, pp. 114-154)

1. Scegli materiali semplici
La regola richiede di scegliere materiali che: а) sia facile mettere in copertina e b) non sia pericoloso pubblicare. Questa rinnega le ricerche raffinate a vantaggio di notizie molto facili da ottenere. Una storia semplice va automaticamente tra i titoli delle notizie.

2. Scegli fatti privi di pericoli
La regola orienta i giornalisti su affermazioni di fatti che siano del tutto prive di pericoli, soprattutto su quelle che provengono da fonti ufficiali. In particolare, se le autorità accusano una persona di un reato penale, la stampa non può mettere questo in dubbio. Se invece una persona accusa le autorità di aver commesso un reato, alla stampa non merita citare il fatto.

3. Fuggi l'elettroshock
La regola sviluppa la precedente nel caso di organizzazioni e/o individui che hanno potere, prevenendo dal causar loro danno. (I contadini di solito circondano il campo di cavi scoperti con la corrente e le mucche non superano la linea pericolosa.)

4. Scegli idee prive di pericoli
Questa regola estende la regola 2 al mondo delle idee e richiede di attenersi ai valori politici e morali accettati. Notiamo che tali valori raramente sono formulati in modo chiaro nei materiali pubblicati, ma di solito sono nascosti nel contenuto. Bisogna saperli trovare.

5. Tieniti in equilibrio
Un'altra regola di sicurezza. Significa che, se pubblicate un materiale che non è del tutto privo di pericoli secondo le regole 2 e 4, è indispensabile riportare un paio di citazioni del punto di vista opposto. L'equilibrio non è una richiesta di scuse, in quanto, essenzialmente, non avete detto niente. La regola è buona per l'esposizione dei fatti, ma è più complessa per quanto riguarda i fatti e significa che con questa i giornalisti si liberano dalla propria funzione fondamentale – dire la verità.

6. Dagli quello che vogliono
La regola è più nota fuori dal mondo giornalistico. Questa richiede che gli articoli facciano aumentare il pubblico di lettori. Se possiamo vendere qualcosa, racconteremo di questo. Come disse nel suo libro “L'immagine” Daniel Boorstin, storico americano: “La libertà di parola e di stampa include la libertà di creare pseudo-fatti”.

7. Le priorità contro la verità
La regola amplia l'imperativo commerciale della regola 6 oltre i limiti della scelta dei materiali per la pubblicazione e stabilisce le condizioni preliminari, a cui deve corrispondere il modo di esposizione. Così l'interesse per il tema vale più della sostanza della questione, il concreto è meglio dell'astratto, il fatto è meglio del processo, il moderno è meglio dello storico, la semplicità è meglio della difficoltà, la determinatezza è meglio del dubbio indipendentemente dal fatto che porti alla verità o no.

8. Dagli ciò in cui vogliono credere
La regola stabilisce i limiti della regola 6. Il lettore ha sempre ragione. Non vendere al lettore ciò in cui non crede.

9. Utilizza il panico morale
La regola si applica solo in tempi di crisi e consiste nel tentativo di vendere al pubblico il suo stato psicologico.

10. La sindrome delle Tartarughe Ninja
Il nome è legato al problema dei genitori, che cercavano di difendere I propri figli da alcune serie televisive popolari negli anni '90 come “Le Tartarughe Ninja”, da cui gli adolescenti venivano a sapere che Leonardo e Raffaello non sono artisti dell'epoca del Rinascimento, ma rettili armati fino ai denti. Alla fin fine, essi stessi presero a dubitare della propria politica, quando scoprirono che i loro figli, andando a scuola, dove si parlava solo delle tartarughe, cominciavano a sentirsi isolati, non essendo al corrente delle ultime avventure dei mutanti.
La regola richiede ai mezzi di informazione di massa di raccontare ciò che è già ampiamente pubblicato ovunque, anche se questi materiali non hanno alcun senso. E' una regola potente, che gioca un ruolo decisivo nella diffusione di notizie dalla Terra piatta.

Jurij Baturin [4]

08.12.2010, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2010/138/24.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Traduco dalla traduzione russa.

[2] Le pagine sono quelle dell'edizione russa del libro di Nick Davies “Flat Earth News” (Notizie dalla Terra piatta).

[3] Va detto che il gioco di parole tra churn (centrifuga) e journalism (giornalismo) funziona solo in inglese.

[4] Jurij Michajlovič Baturin, astronauta, politologo e giurista.

08 dicembre 2010

Grande Zahavi



Eran Zahavi dello Hapoel Tel-Aviv segna un gol spettacolare al Lione. Un predestinato fin dal nome, se è vero che Eran significa "sveglio, vigilante" e Zahavi "aureo". Grande anche qui

John Lennon

Sobibór, una storia che non va dimenticata

La fuga dal campo della morte continua




Sobibór non rilascia né i suoi prigionieri, né i suoi carnefici


La decorazione non ha trovato l'eroe

Aleksandr Pečerskij, che capeggiò l'unica rivolta di prigionieri dei campi di concentramento nazisti ad avere successo, è morto a Rostov sul Don [1] in un appartamento in coabitazione. Senza aver ricevuto un'onorificenza, neanche una medaglia

“Uomini – a destra. Donne e bambini – a sinistra”. Il 15enne basso e magro Tojvi Blatt, che ancora tiene la mamma per mano, deve decidere in qualche secondo come gli sia più conveniente presentarsi: come uomo o come bambino.

Aprile 1943. Blatt con la sua famiglia e alcune centinaia di ebrei del ghetto della cittadina polacca di Izbica sono portati a Sobibór – uno dei campi di sterminio tedeschi non lontano dalla frontiera polacca con la Bielorussia. Tojvi prende una decisione e va a destra.

“Baciai la mamma. Avevo voglia di dirle qualcosa di importante, sentivo che non ci saremmo più visti. Ma per qualche motivo mi venne fuori: “Ecco, tu ieri non mi hai fatto finire di bere il latte. Volevi lasciarlo per oggi”. E allora lei rispose: “Davvero pensi a QUESTO in un momento del genere?” Non vidi più né lei, né papà, né mio fratello. Presto seppi che li avevano soffocati tutti con il gas e bruciati”.

L'83enne Thomas (Tojvi) Blatt tace per qualche secondo. Nell'aula dell'Università Europea di Cracovia, dove interviene davanti a professori e studenti, c'è silenzio – solo raramente scatta una macchina fotografica o risuona un colpo di tosse sordo di qualcuno. Per la decima, forse per la centesima volta Blatt descrive la scena dell'addio ai familiari, il dialogo con la mamma, che in tutti questi hanno avrebbe dolorosamente voluto cambiare. Ma il racconto di Sobibór è il senso della sua vita. Il tributo della memoria di 250 mila ebrei trasformati in cenere. E ancora – il tributo della memoria della persona, che spesso chiama “il mio eroe”.

– Io sono vivo e oggi intervengo davanti a voi solo grazie a una persona – Saša Aronovič Pečerskij, – dice Blatt. – E' un ufficiale sovietico, capo della nostra rivolta.

La rivolta dei prigionieri del campo della morte di Sobibór è chiamata dagli storici l'unica rivolta ad avere successo in tutta la storia della Seconda Guerra Mondiale. Nel corso di un solo giorno, il 14 ottobre 1943 un gruppo di reclusi uccise la maggior parte dei nazisti e alcune guardie ucraine, cosa che permise a tutti i prigionieri di andare in libertà. Molti furono uccisi durante la fuga, altri poi morirono in battaglia contro i fascisti o per mano dei nazionalisti polacchi. 130 persone rinunciarono a fuggire e furono giustiziate il giorno seguente. Circa cinquanta vissero fino alla fine della guerra, cinque sono ancora vive.

* * *

Il 34enne tenente dell'Armata Rossa Aleksandr Pečerskij insieme ad altri prigionieri di guerra ebrei sovietici giunse in scaglione a Sobibór dal campo di lavoro delle SS a Minsk in via Širokaja nel settembre 1943. Di 2000 persone i nazisti ne scelsero 80 per il lavoro, i restanti furono soffocati con il gas in quel giorno.

Presto l'ufficiale sovietico entrò in conflitto con uno dei principali capi del lager.

“Spaccavamo i ceppi, – questo racconto di Pečerskij è stato registrato da una videocamera dilettantesca nel 1984. – Davanti a me stava un olandese – un giovane con gli occhiali… Questo olandese non dico spaccare, non poteva neanche sollevare una scure ed ecco che Frenzel (l'obersturmführer [2] delle SS Karl Frenzel, terzo nella gerarchia di comando del lager) lo notò. Si avvicina, si pone dietro l'olandese, l'olandese solleva la scure, Frenzel la frusta. Amava picchiare la gente così, per dare un certo ritmo. Io guardai questa scena, Frenzel lo notò e disse: “Сome, come” [3].

… Mi avvicinai, egli scelse un grande ceppo, lo mise in piedi, indicò l'orologio e disse: “Cinque minuti. Se lo spacchi – un pacchetto di sigarette, se non lo spacchi - 25 frustate”. E quando spaccai questo ceppo, mi porse le sigarette con un sorriso, indicò l'orologio e disse: “4,5 minuti”. Gli dico: “Grazie, non fumo”. Egli… va e torna con mezza forma di pane e un pacchetto di margarina. Sapevo da dove aveva preso questo pane. – Qui la voce di Pečerskij comincia a tremare per le lacrime incipienti. – L'aveva preso nel secondo campo (il luogo dove la gente che arrivava a scaglioni lasciava tutte le proprie cose e i propri vestiti, per poi proseguire nel terzo campo – alle camere a gas. – nota dell'autrice) E mi sembrò che gocciolasse sangue dalle sue dita, perché questo pane era stato portato da persone che erano state tutte annientate. E per me fu terribile, quando vidi queste gocce di sangue. Dissi: “Grazie, quello che ricevo qui per me è del tutto sufficiente”. La sua mano tremò”.

Questo episodio, istantaneamente diffusosi per il lager, confermò soltanto il gruppo clandestino nella scelta del leader della rivolta. Inoltre Pečerskij era più vecchio della maggior parte dei prigionieri di guerra sovietici, era un ufficiale e un membro del partito.

Il piano era molto semplice e molto ardito: le SS una dopo l'altra erano invitate a una prova nei laboratori, dove li attendeva una trappola. Le armi del nazista passavano ai rivoltosi, il corpo della persona uccisa veniva nascosti, il sangue veniva coperto di sabbia e si aspettava l'ospite successivo.

“Conoscevo solo Pečerskij. Tutti quelli che parteciparono alla rivolta conoscevano solo lui. Non sapevo chi altro partecipasse”, – ricorda l'89enne Arkadij Vajspapir, che vive a Kiev. Uno dei compagni più prossimi a Pečerskij, Arkadij Moiseevič, ricorda bene quel giorno: allora Saša gli dette il compito di uccidere due fascisti [4] nel laboratorio di sartoria.

“I sarti gli misuravano i vestiti e noi ci avvicinavamo da dietro con le asce, – ricorda Vajspapir. – Certo, una cosa terribile. Dopo uscii – andai da Pečerskij. “Ecco le pistole”. Una la detti a lui, una la tenni per me. Egli dice: “Sai, Arkadij, Frenzel è ancora vivo”. Gli dico: “Guardami. Posso fare ancora qualcosa in questo stato?!» Ero scosso. Era molto pesante… Per quanto odiassi Frenzel, uccidere con una pistola è una cosa, uccidere con un'ascia è tutta un'altra…”

La puntualità tedesca aiutò gli insorti: i fascisti giunsero proprio al momento indicato. Nel corso di un'ora 11 persone furono uccise, tuttavia poi non tutto andò secondo il piano: Frenzel, evidentemente, sospettò qualcosa e non comparve alla prova, non si riuscì a prendere il magazzino con le armi. Pečerskij invitò tutti i prigionieri effettivamente raccoltisi a fuggire.

Nell'aula dell'università di Cracovia si spegne la luce, Blatt da il via a un DVD e mostra uno spezzone del film “Fuga da Sobibór”.

Rutger Hauer nel ruolo di Pečerskij con la pistola in pugno si rivolge alla folla di prigionieri:

“E chi rimarrà vivo racconterà al mondo cos'è successo qui”.

La folla fugge verso il filo spinato sotto il fuoco delle mitragliatrici, lo taglia con coltelli e asce, una ragazza si impiglia con il vestito nel filo e cerca spasmodicamente di liberarsi… La gente si porta nel bosco, molti saltano in aria sulle mine…

– Nel film di principio tutto è mostrato correttamente, ma non completamente, – dice poi Blatt. – Per esempio, la ragazza che cerca di liberare il vestito… ma niente del genere! Là eravamo pronti a strapparci la pelle di dosso pur di liberarci…

Nel bosco i sopravvissuti si divisero in gruppi. Quello capeggiato da Saša andò nei boschi della Bielorussia e si incontrò con i partigiani. Davanti a loro c'era ancora un anno e mezzo di guerra, per Pečerskij parte di questo – com'era spesso con gli ex prigionieri – in un battaglione d'assalto (versione “morbida” del battaglione punitivo).

– Vorresti di nuovo essere a Sobibór? – chiese a Pečerskij lo scrittore Richard Rashke, quando nel corso del lavoro sul libro “Fuga da Sobibór” giunse in Unione Sovietica. Pečerskij, finita la guerra senza una sola onorificenza, gravemente ferito, ma “riscattata la sua colpa davanti alla Patria con il sangue”, per lungo tempo non poté trovare lavoro per il suo “quinto punto” [5] e solo dopo la morte di Stalin si impiegò in una fabbrica metalmeccanica.

– Ci andrei domani, – rispose Saša.

Ma non era destinato ad essere nel luogo del suo gesto eroico fino alla morte nel 1990. Il governo sovietico si rifiutò di lasciar andare Pečerskij sia a Sobibór per le cerimonie in memoria negli anniversari della rivolta, sia ai processi ai nazisti rimasti in vita.

“Per questo processo invitarono mio padre e Pečerskij in Germania, – racconta il figlio di Arkadij Vajspapir Michail. – Ricordi, giunsero giuristi dalla Germania? – Suo padre annuisce. – Questi chiesero ancora a suo padre: “Ma perché non vuole andare in Germania?” Mio padre gli rispose bene: “Non sono certo che potrete garantire la mia sicurezza”. E tutti capirono tutto”.

Blatt a questo processo fu uno dei testimoni principali dell'accusa, proprio allora si incontrò personalmente con il principale imputato – Karl Frenzel.

“Sapevo che si trovava nell'hotel, – ricorda Blatt, – e chiesi a un suo amico tedesco di passare da lui e farsi dare da lui un'informazione necessaria per il mio libro. Presto l'amico mi telefonò e disse: “Vuole parlare personalmente con te”.

Si incontrarono – carnefice e vittima – 40 anni dopo la rivolta. Per la prima volta nella storia un prigioniero di un campo della morte intervistò un comandante.

– Cosa sentì quando conversò con Frenzel?

– Niente. – Blatt sorride leggermente. – Se avessi sentito qualcosa non avrei potuto parlare con lui. Capivo che dovevo comunicare con lui per la storia e mi era indifferente cosa avrebbe detto la gente. Precisamente come a Sobibór, quando persi tutta la mia famiglia, non sentii niente. Qualcosa mi prevenne da ogni sentimento.

Alla fine degli anni Ottanta le frontiere si aprirono, ma Pečerskij era già troppo debole per andarsene. Morì all'età di 80 anni a Rostov sul Don in quell'appartamento in coabitazione dove visse tutti i suoi anni di vita dopo la guerra.

– Ero al suo funerale, – ricorda Arkadij Vajspapir. – Là c'era la sua famiglia, c'era la gente di Rostov. Lo stimavano a Rostov.

– Lo seppellirono con gli onori militari?

La domanda costringe Arkadij Moiseevič a sorridere amaramente.

– No. Certamente no.

Negli ultimi anni della sua vita Pečerskij vide comunque il film “Fuga da Sobibór”, girato sulla base del libro di Richard Rashke.

“Ricordo che ci inviarono questo film e invitammo a casa un traduttore simultaneo. Egli sedeva accanto al nonno e traduceva, – dice Anton. – Al nonno il film piacque molto”.

Negli ultimi 5-6 anni, grazie agli sforzi del centro di studi e ricerche russo “Olocausto”, l'interesse per Pečerskij e la rivolta a Sobibór ha avuto un nuovo impulso.

Negli anni 2008-2010 sono uscite due edizioni del libro “Sobibór. (Rivolta nel campo della morte)” a cura di S. Vilenskij, G. Gorbovickij e L. Teruškin e la prima traduzione in russo del libro di Richard Rashke “Fuga da Sobibór”. Nel 2010 i registi Aleksandr Martujan e Vladimir Dvinskij hanno girato il documentario “Aritmetica della libertà”, che, tra l'altro, non è arrivato ai canali televisivi federali.

“Pečerskij e i suoi compagni sono eroi dimenticati, il cui gesto solo ora è veramente valutato dagli storici, – dice il direttore dell'archivio del centro “Olocausto” Leonid Teruškin. – E' molto difficile costringere a studiare la storia dell'Olocausto e la parte non da parata della storia della guerra. Forse abbiamo già perduto 2-3 generazioni, che già non si interesseranno di questo. Per quelli che oggi hanno dai 15 anni in poi ci sforziamo di liquidare le macchie bianche”.

Thomas Blatt si fa scuro quando si mettono a parlare con lui del destino di Pečerskij dopo la guerra.

– Gli chiesi (durante una visita a Rostov) se avesse una qualche medaglia del governo. Rispose: “Niente”. – “Perché?” Aprì la porta, guardò se non ci fosse nessuno nel corridoio e disse: “Ma perché sono ebreo”.

Blatt è stanco e noi ci accomiatiamo. Il giorno seguente gli tocca una lunga strada attraverso la Polonia fino al confine con la Bielorussia, là dove tra i pini giacciono nella terra le ossa di 250000 persone torturate. Torna in questo posto ogni anno per raccontare di nuovo agli scolari polacchi e ai turisti stranieri la storia della disumana crudeltà dei nazisti, della tragedia degli ebrei torturati senza colpa, del folle coraggio degli insorti. E, certamente, di Saša.

Marija Èjsmont
Cracovia

06.12.2010, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2010/137/26.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Città della Russia meridionale.

[2] Qualcosa tipo “tenente colonnello”.

[3] Errore di trascrizione. Certamente avrà detto in tedesco “Komm, komm”.

[4] Fuori dall'Italia i termini “nazista” e “fascista” sono utilizzati abbastanza indifferentemente.

[5] Il quinto punto del passaporto sovietico (unico documento di identità) riportava la “nazionalità”, cioè l'appartenenza etnica e Pečerskij risultava “ebreo”...

07 dicembre 2010

Haiku? (XLII)

Un anno fa
almeno avevo qualche
disillusione

**********************

Mi guardo fare
bene senza saperlo
e mi raggiungo

06 dicembre 2010

I Circassi e il loro genocidio dimenticato

Kešev: le conferenze sulla “questione circassa” si svolgono in Georgia, in quanto la Russia non si occupa di questo problema

Dic. 03 2010, 11:44

Se la Federazione Russa risolvesse il problema circasso, allora ai circassi non toccherebbe chiedere aiuto ad altri stati per la concessione di uno spazio per la comprensione di questa questione a livello mondiale, ha dichiarato al corrispondente di "Kavkazskij uzel" [1] il capo dell'organizzazione sociale “Congresso Circasso” della Kabardino-Balkaria [2] Ruslan Kešev, commentando la “conferenza circassa” svoltasi in Georgia.

Ricordiamo che a Tbilisi il 22 novembre si è conclusa la conferenza sulla "questione circassa" “Nazioni nascoste, crimini che continuano: il Caucaso del Nord tra passato e futuro”. Basandosi sui suoi risultati un gruppo di iniziativa si è rivolto al parlamento georgiano con la richiesta di esaminare la questione del riconoscimento del genocidio circasso a livello statale e i partecipanti a questa misura hanno anche valutato la possibilità del boicottaggio delle Olimpiadi invernali del 2014 a Soči.

Come ha raccontato Ruslan Kešev, questi ha presentato alla conferenza un rapporto preparato dal “Congresso Circasso” sul perché questa organizzazione vuole ottenere il riconoscimento del genocidio dei Circassi compiuto dallo stato russo durante e dopo la Guerra Caucasica (1817-1864).

“I rappresentanti del Comitato Circasso Internazionale hanno raccontato di azioni svolte negli ultimi anni in molti paesi del mondo il 21 maggio – Giorno della Memoria dei caduti per la libertà della Circassia e delle azioni di protesta svolte a Vancouver durante le Olimpiadi invernali. Hanno raccontato anche del lavoro svolto per il riconoscimento del genocidio dei Circassi da parte di alcuni paesi dell'Unione Europea, – ha detto Kešev. – Oggi si può dire che presto o tardi il genocidio dei Circassi sarà riconosciuto”.

Per la soluzione del proprio problema i Circassi hanno diritto di rivolgersi a tutta la comunità civile”

Secondo Ruslan Kešev, per la soluzione del proprio problema i Circassi hanno diritto di rivolgersi a tutta la comunità civile. “Se la Russia risolvesse la questione circassa, non sorgerebbe l'indispensabilità di rivolgersi ad altri stati”, – ha notato.

“Da qualsiasi considerazione parta la Georgia, per noi è importante che ai Circassi sia concesso uno spazio internazionale per attrarre l'attenzione della comunità mondiale verso la situazione dei Circassi. Il 90% del nostro popolo si trova fuori dai confini del Caucaso e quelli che sono rimasti nella Patria storica finora sono divisi”, – ha sottolineato Kešev.

Il capo del “Congresso Circasso” ha anche dichiarato che il riconoscimento del genocidio dei Circassi non è fine a se stesso. “Il nostro scopo è il ristabilimento dell'unità del popolo circasso disseminato per il mondo e disunito nel Caucaso nella sua patria storica, – ha notato. – La Federazione Russa reagisce dolorosamente alla possibilità di riconoscimento del genocidio dei Circassi da parte di altri paesi. Non ci è chiaro in cosa sia così vicino alle autorità russe moderne l'Impero Russo, i cui crimini sanguinosi vogliono nascondere alla comunità mondiale”.

Nel suo rapporto il capo del “Congresso Circasso” ha raccontato dettagliatamente la guerra russo-circassa e le spedizioni punitive dei generali zaristi, ha portato cifre e fatti e anche norme del diritto internazionale, secondo cui, a suo parere, i risultati della guerra si possono considerare un genocidio. Ha aggiunto che tra le organizzazioni circasse ha ottenuto l'invito alla conferenza solo il “Congresso Circasso”. Alle azioni, secondo Kešev, sono stati presenti rappresentanti dei Carachi [3] e dei Balcari [4], in particolare lo storico balcaro Buzžigit Kučmezov della repubblica di Kabardino-Balkaria.

Tra l'altro, secondo il rappresentante dell'organizzazione sociale “Adygè Chasè" del territorio di Krasnodar [5] Asker Socht, la posizione della leadership georgiana sulla questione circassa “è piuttosto contraddittoria ed è abbastanza difficile commentarla”.

Da parte delle autorità georgiane viene portato avanti un gioco indirzzato a contrapporre l'organizzazione circassa alla Federazione Russa”

“Il potere legislativo imita la sua idea di boicottare le Olimpiadi di Soči, il potere esecutivo dichiara che di boicottaggio non si parla neanche. A mio parere, è del tutto evidente che da parte delle autorità georgiane viene portato avanti un gioco indirzzato a contrapporre l'organizzazione circassa alla Federazione Russa per ottenere qualche dichiarazione inadeguata. Niente di più”, – ha detto Socht.

“Tutti questi avvenimenti sono stati piuttosto fatti coincidere con il summit dell'OSCE ad Astana. Cosa sarà poi, lo vedremo nei prossimi giorni. Il summit ha già avuto luogo, le posizioni della comunità internazionale su questo sono divise”, - заметил Сохт.

La problematica circassa, secondo il rappresentante di “Adygè Chasè”, viene utilizzata come una leva per fare pressione sulla Russia. “Questi un po' sollevano questo problema, un po' mostrano ragionevolezza. Questo è diventato del tutto evidente. Tutto questo alla fin fine ha uno scopo – il regime georgiano vuole cominciare a dialogare con la Russia per prolungare la propria esistenza”, – ritiene Socht.

A sua volta Zaur Dzeukožev, rappresentante del "Congresso Circasso" in Adighezia [6], ha raccontato al corrispondente di “Kavkazskij uzel” che la sua organizzazione dichiara apertamente dal 2006 di essere contro lo svolgimento delle Olimpiadi proprio a Soči.

Il popolo circasso dev'essere fatto tornare nel suo territorio storico – il Kuban' [7], il territorio di Krasnodar e l'Adighezia”

“Prima dev'essere risolta la questione del rimpatrio del popolo circasso, la maggior parte del quale vive all'estero. Il popolo dev'essere fatto tornare nel suo territorio storico – il Kuban', il territorio di Krasnodar e l'Adighezia”, – ha chiarito Dzeukožev.

“Con le dichiarazioni delle autorità georgiane la posizione del “Congresso Circasso” non è fra l'altro legata, – ha sottolineato Dzeukožev. – Questa è una loro iniziativa a parte”.

Notiamo che il forum sulla questione circassa svolto in Georgia è già il secondo quest'anno organizzato a Tbilisi dalla Jamestown Foundation [8] (USA). A marzo a Tbilisi si è svolta la conferenza internazionale "Nazioni nascoste, crimini che continuano: i Circassi e altri popoli del Caucaso del Nord. Passato e futuro". La conferenza si è rivolta al parlamento della Georgia con la richiesta di riconoscere come genocidio dei Circassi gli avvenimenti nello stato russo della seconda metà del XIX secolo, quando in conseguenza della secolare Guerra Caucasica la maggior parte dei Circassi che vivevano nella Russia zarista fu costretta a lasciare la patria e ad andare a vivere in oltre 40 paesi del mondo.

I Circassi, insieme agli Adighè e ai Kabardini fanno parte di una comunità etnica – gli Adighi, i cui rappresentanti nel territorio della Russia vivono principalmente in Adighezia, Kabardino-Balkaria e Karačaevo-Circassia.

In precedenza le autorità della Georgia avevano comunicato il desiderio di boicottare le Olimpiadi di Soči. Secondo la parte georgiana, le azioni della Russia in Ossezia del Sud e in Abcasia sono un cattivo esempio dei principi del movimento olimpico. Il presidente del comitato per i rapporti con l'estero del parlamento georgiano Akakij Minashvili ha dichiarato che dopo gli avvenimenti del 2008 in Ossezia del Sud per la Georgia è diventata prioritaria la questione del cambiamento di sede delle Olimpiadi invernali del 2014. Se la decisione sul luogo di svolgimento dei Giochi Olimpici invernali del 2014 non sarà mutata, i paesi democratici dovranno dichiarare il boicottaggio di questa Olimpiade, ritengono le autorità georgiane.

Per quanto riguarda la questione del genocidio del popolo circasso, nella stessa Russia esistono diversi pareri su questo problema. Secondo lo storico della Kabardino-Balkaria Chasan Dumanov, il “problema circasso” preoccupa i Circassi meno di tutto per via del fatto che il problema è per molti aspetti inventato e viene imposto ai circassi dall'esterno. Secondo il presidente dell'organizzazione sociale “Fraternità mondiale degli Adighi” Zamir Šuchov, la questione circassa è una di quelle attuali, in quanto nella nuova generazione dei Circassi, tanto in Russia quanto in tutto il mondo, ha luogo una crescita di autocoscienza nazionale.

Al momento presente, secondo i dati dell'Associazione Circassa Internazionale, oltre i confini della Russia vivono cinque milioni di Adighi. La maggior parte di essi in Turchia – oltre quattro milioni. Per numero la diaspora degli Adighi all'estero è al secondo posto dopo quella russa.

Ricordiamo anche che al Congresso Straordinario del Popolo Circasso in Karačaevo-Circassia il 23 novembre 2008 è risuonata la proposta di "chiedere al centro federale l'unificazione dei Circassi in un'unica repubblica all'interno della Russia". L'hanno espressa i delegati del congresso della gioventù circassa del Caucaso del Nord. La richieste di creare una Regione Autonoma Circassa con lo status di repubblica all'interno della Federazione Russa sono risuonate anche più tardi. Tuttavia in precedenza la “Adigè Chasè” della Kabardino-Balkaria era intervenuta dichiarando che gli Adighi sono pienamente soddisfatti della loro forma di esistenza nella Russia contemporanea in tre soggetti indipendenti e paritari della Federazione Russa – Adighezia, Karačaevo-Circassia e Kabardino-Balkaria e che non si parla neanche di una loro unificazione in un'unica repubblica.

Nota della redazione: vedi anche le notizie "In Karačaevo-Circassia hanno ricordato l'anniversario della fine della Guerra Caucasica", "L'Associazione Circassa Internazionale: non ci sarà un ritorno in massa degli Adighi in Russia", "L'Associazione Circassa Internazionale invita ad utilizzare il "fattore circasso" alle Olimpiadi di Soči", "In Adighezia si è festeggiato il Giorno del Rimpatriato", "All'Europarlamneto si è svolta la "Giornata Circassa"".

Autori: Luiza Orazaeva, Ekaterina Seleznëva; fonte: corrispondenti del “Kavkazskij uzel”


Note

[1] “Nodo del Caucaso”, sito dedicato ai problemi del Caucaso.

[2] Repubblica autonoma del Caucaso del Nord.

[3] Popolo turco che risiede nella repubblica autonoma di Karačaj-Circassia.

[4] Popolo turco che risiede nella repubblica autonoma di Kabardino-Balkaria.

[5] Città della Russia meridionale, in territorio originariamente circasso.

[6] Repubblica autonoma del Caucaso del Nord.

[7] Cioè la regione nord-caucasica bagnata dall'omonimo fiume.

[8] Fondazione creata per supportare i dissidenti sovietici.

04 dicembre 2010

Un Sud non di maniera



Aramiré "Mazzate pesanti"

03 dicembre 2010

"Le riformine di Medvedev" o "Cambiare poco perché nulla cambi"

Tuning




Come il presidente ha rinnovato il sistema politico


Il presidente Medvedev nel messaggio all'Assemblea Federale ha ricordato che nei precedenti messaggi degli anni 2008-2009 aveva già formulato le posizioni fondamentali “per il perfezionamento del nostro sistema politico e della democrazia”. Restava solo l'ultimo tratto: introdurre un sistema elettorale proporzionale o misto alle elezioni municipali. E allora si può ritenere che le elezioni della Duma di Stato nel dicembre 2011 ci saranno già “nelle condizioni di un sistema politico rinnovato a tutti i livelli”, ha constatato con soddisfazione il presidente.

Ma come appare oggi il sistema “rinnovato”? Si distingue fortemente dal precedente? E se si distingue, in che senso? Analizziamo lo stato degli istituti politici chiave.

Presidente: il mandato è stato prolungato da quattro a sei anni in assenza di qualsiasi motivo ragionevole.

Un passo verso la democrazia? Difficilmente: più spesso ci sono elezioni, più i cittadini hanno possibilità di esprimere apprezzamento o non apprezzamento al corso in atto. Notiamo che tra tutti i paesi democratici d'Europa un mandato presidenziale più che quinquennale è stabilito in Austria, Irlanda, Italia e Finlandia. Ma tutti questi paesi sono repubbliche parlamentari, in cui il presidente è una figura rappresentativa. E in Francia, paese con un forte potere presidenziale, con un referendum nel 2000 il mandato presidenziale è stato ridotto da sette a cinque anni.

Governo: l'unico cambiamento di status è l'introduzione dell'obbligo di render conto una volta l'anno davanti alla Duma di Stato.

Di per se è ragionevole. Ma in una situazione in cui questo non comporta conseguenze legali e il parlamento non può influire sulla composizione del governo, si trasforma in una procedura formale. Cosa che abbiamo osservato già due volte.

Duma di Stato: il mandato è prolungato da quattro a cinque anni (anche questo senza motivo). I partiti parlamentari hanno ottenuto un accesso paritario ai mezzi di informazione di massa statali. E' stata introdotta la possibilità per i “piccoli partiti” (che hanno ottenuto dal 5 al 7% alle elezioni) di ottenere uno o due seggi parlamentari, acquisendo tutti i diritti dei partiti parlamentari, inclusa l'esenzione dalla raccolta di firme per le elezioni di tutti i livelli, l'accesso paritario ai mezzi di informazione di massa e la partecipazione alla formazione delle commissioni elettorali. Per quanto riguarda i partiti extraparlamentari, questi hanno ottenuto il diritto di intervenire una volta l'anno a una seduta della Duma.

Al massimo questo è un “mezzo passo” verso la democrazia. La chiave della garanzia di rappresentatività sarebbe l'abbassamento della “barriera” di accesso del 7 per cento (diciamo fino al 3-4% europeo), ma il presidente nel messaggio-2008 si è espresso in senso contrario. Peraltro il 5-7% dei voti degli elettori sono da 24 a 32 seggi alla Duma di Stato. In tal modo è presente la rottura del principio di proporzionalità e una certa discriminazione degli elettori dei “piccoli partiti”. Anche se per chi passa alla Duma secondo questa regola è sempre meglio di niente.

Consiglio della Federazione: è stata introdotta una norma, secondo cui membro della camera alta può diventare solo chi sia eletto deputato regionale o locale.

Come si può immaginare, questo cambia poco nella situazione del “senato”, dove siedono persone che non di rado hanno un rapporto distante con le regioni “rappresentate”. Nell'indispensabilità di fare senatore la “persona necessaria”, la eleggeranno facilmente deputato a livello distrettuale o comunale, dove regnano i “mezzi amministrativi”.

Parlamenti regionali: il numero di rappresentanti sarà unificato, a seconda del numero di elettori nella regione. I partiti parlamentari otterranno accesso paritario ai mezzi di informazione di massa statali. I governatori in carica renderanno conto davanti ai parlamenti e le candidature dei futuri governatori saranno presentati al presidente dal partito vincitore delle elezioni. Su modello “Duma” un seggio sarà garantito ai “piccoli partiti” che avranno raccolto più del 5%, con tutti i diritti di un partito parlamentare in futuro. Pure su modello “Duma” i partiti non parlamentari una volta l'anno otterranno una tribuna per intervenire.

Come nel caso della Duma di Stato, tutto questo non è più di un mezzo passo. Invece dell'abbassamento della “barriera”, un “seggio di consolazione” per una “persona-gruppo”. Invece di una professionalizzazione dei parlamenti regionali, criteri estremamente elastici sul numero di rappresentanti. E invece dell'esclusione del presidente dalla procedura di formazione del potere esecutivo regionale (la “verticale” in uno stato federale è un nonsenso), un ping-pong politico: il partito vincitore manda al presidente tre candidature, tra cui ne sceglie una, perché questo stesso partito lo confermi governatore.

Sistema elettorale: la cosa importante è che è stata abolita la cauzione elettorale. Praticamente abolita (con rare eccezioni) la votazione anticipate e rafforzato il controllo sui documenti per votare fuori dal proprio seggio. I partiti che hanno gruppi nei parlamenti regionali (e non solo “quelli della Duma”) sono esentati dalla raccolta di firme. E' stato abbassato il numero di firme indispensabili per la registrazione alle elezioni della Duma (alle prossime elezioni ci sarà bisogno non di 200, ma di 150 mila, alle prossime di 120 mila).

La prima novità si può valutare solo negativamente: la possibilità di versare una cauzione per l'opposizione spesso è risultato l'unico modo di registrarsi in una situazione, in cui qualsiasi partito “non necessario” si può “estromettere”, dichiarando “invalide” le firme raccolte.

L'abolizione degli “anticipi” e l'inasprimento delle norme per la consegna di “documenti per votare fuori” sono cosa utile, ma tardiva: da tempo sono stati elaborati meccanismi più efficaci per garantire la “necessaria” percentuale al partito del potere. Perché portare i veterani alla votazione anticipata o costringere gli statali a prendere documenti per votare fuori dal proprio seggio, se si possono riscrivere i protocolli delle votazioni?

Per quanto riguarda l'abbassamento del numero di firme, non si tratta del loro numero, ma del meccanismo draconiano di “verifica”.

Le elezioni corrette, com'è noto, includono quattro componenti: la libera creazione di partiti, un meccanismo accessibile di registrazione alle elezioni, pari condizioni nella campagna elettorale e un adeguata tenuta dei conti. Non si è verificato alcun cambiamento in questo ambito – di quale rafforzamento della concorrenza politica (dichiarato dal presidente) si può parlare? Diciamo che è stato abbassato da 50 a 40 mila il numero indispensabile di membri di un partito, ma come prima il ministero di Giustizia può “bocciare” la creazione di qualsiasi organizzazione “non necessaria”.

E infine l'ultima proposta del presidente dall'attuale messaggio – le elezioni su liste di partito nelle municipalità – è un'idea molto dubbia.

Quali “liste di partito” possono esserci nelle province di campagna, dove non hanno mai sentito di alcun partito, tranne il PCUS? La lista di “Russia Unita” è organizzata dall'amministrazione e le sezioni dei restanti partiti (tanto più non parlamentari) là nessuno le ha mai viste. Inoltre le unioni sociali che non sono partiti sono private del diritto di proporre liste elettorali (peraltro, nonostante che il presidente nel messaggio del 2008 avesse invitato a conservargli questo diritto). Il risultato sarà che I membri di “Russia Unita” otterranno automaticamente la metà dei seggi. Forse vuole proprio questo il presidente?

“Il più importante indice di qualità della vita è la qualità del sistema politico” – ha dichiarato Medvedev. Basandosi su questo, contare su un miglioramento della vita sarebbe un ottimismo che non ci possiamo permettere.

Boris Vyšnevskij
osservatore della "Novaja gazeta"

03.12.2010, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2010/136/03.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

02 dicembre 2010

Siamo già all'inizio della fine del regime putiniano?

Il degrado




Le vicine elezioni degli anni 2011-2012 diventeranno un elemento di delegittimazione del potere


Se il criterio di stabilità è la mancanza di proteste di massa, la Russia appare più tranquilla della Francia o dell'Italia. E perciò c'è motivo di supporre che il potere russo ruscirà a riprodursi negli anni 2011-2012. Tanto più che a vantaggio dell'autoconservazione del sistema russo lavora tutta una serie di fattori.

Per la prima volta nella storia russa l'Occidente è diventato una risorsa dell'autocrazia russa. E questo perché le democrazie liberali sperimentano una crisi e cercano di risolvere i propri problemi attraverso un passaggio a un pragmatismo “extranormativo”. E perché i governi occidentali, non sapendo che fare con la Russia, sono andati per la via facile, chiamandola “reset”. Ecco il suo contenuto: “La Russia non va rifatta. Collaboreremo con il Cremlino così com'è e non lo irriteremo”.

Anche lo screditamento dell'alternativa liberale facilita la conservazione dell'autocrazia. Non si tratta solo dei “feroci anni '90”, quando con lo slogan delle riforme liberali il potere costruì un capitalismo oligarchico. Il liberalismo di sistema lavora per l'autocrazia. Questo è rappresentato nel governo anche da un ceto di occidentalisti chiacchieroni al servizio del potere. L'argomentazione del liberalismo di sistema è poco impegnativa: “La Russia non è pronta a mutamenti radicali. C'è bisogno di gradualità. Con il potere bisogna dialogare e realizzare una politica delle “piccole cose””.

Questa retorica è il fondamento del sistema-parassita, che esiste grazie a un contemporaneo “assorbimento” e separazione dall'Occidente. La fraseologia liberale permette non solo di sviluppare i rapporti di mercato in quella forma, che facilita l'appropriazione del prodotto del mercato da parte della classe dirigente. Questa garantisce l'incorporazione dell'élite russa nel tessuto della società occidentali e non turba in alcun modo il corso nazional-imperialista all'interno della Russia allo scopo di isolare la società russa dall'Occidente.

Il carattere ibrido del regime con la sua indeterminatezza ideologica e la vaghezza delle regole del gioco conserva la possibilità di una parziale soddisfazione degli interessi di diversi fattori politici e sociali. In una serie di paesi (Serbia e Ucraina) i regimi ibridi hanno facilitato la loro liberalizzazione, anche se, nel caso dell'Ucraina, in modo incoerente. In Russia il regime ibrido sbriciola qualsiasi tentativo di liberalizzazione.

Noto anche la capacità della classe dirigente nelle imitazioni, che screditano anche le allusioni a un'opposizione. A dire il vero, qui è difficile non vedere un paradosso. Divenuto odioso anche per parte dell'élite, Putin con il suo aggressivo arcaismo comincia a causare attrazione per i mutamenti. Al contrario Medvedev con il suo mantra della modernizzazione, facendo nascere speranza di “disgelo” nella sua completa inattività, rende difficile il processo di rinnovamento. Ecco qual è l'ironia della storia: un politico che appare come un riformatore può causare più danno al progresso di un aperto tradizionalista. E non si tratta dell'appartenenza di Medvedev al gruppo dirigente. Il leader spagnolo Adolfo Suarez era un favorito di Franco. E peraltro ha saputo diventare il padre della trasformazione di maggior successo, rifiutando il monopolio del potere. La “modernizzazione” di Medvedev, al contrario, è mirata a rafforzare questo monopolio.

La riproduzione del sistema facilita anche il “fattore fede”. Intendo la speranza degli esperti e dei politici che il tandem Putin-Medvedev significhi l'inevitabilità di una spaccatura dell'élite e l'origine di due modelli di sviluppo – conservatore e riformatore moderato. Prove reali che i bisticci tra le squadre dei leader e il loro diverso stile siano la conferma della presenza di differenza concettuali all'interno del potere non si riescono a trovare. In realtà c'è la prova opposta – che il tandem è una forma efficace di conservazione di Putin al potere e di prolungamento della vita di un potere personalistico. Non è perché lo stesso potere guarda con favore ai tentativi di dimostrare la “diversità” all'interno del tandem?

Per di più l'élite dirigente teme maggiormente la “sindrome gorbacioviana”, cioè la perdita del monopolio del potere e nonostante la stanchezza nei confronti di Putin evidentemente preferisce il noto all'ignoto. Ma neanche quei gruppi d'élite che sono potenziali sostenitori del liberalismo sono pronti a dargli inizio in mancanza di pressione dal basso.

Come il sistema lavora contro se stesso

E comunque “il processo è iniziato”. Noi siamo abituati alla caduta di un sistema sotto l'influsso di una rivoluzione dal basso. Tra l'altro c'è un altro modello di decadenza, che lo storico britannico Arnold Toynbee ha chiamato “suicidio di stato”. La sua essenza sta nel fatto che i principi di costruzione di un sistema possono portarlo alla morte anche senza rivoluzioni. Proprio così finì la sua vita l'Unione Sovietica. Nella vita del sistema russo si ripete quella stessa logica. Questa opera tanto implacabilmente, manifestandosi in un modo sadico per il sistema: quello che ieri sosteneva la sua esistenza, oggi comincia ad operare contro di essa.

La “verticale” presidenziale, costruita sulla subordinazione, porta all'inazione della burocrazia che è al servizio della “verticale” e come risultato alla paralisi del processo di realizzazione delle decisioni. La ripulitura totale della scena politica spinge la protesta per le strade. La dittatura di Kadyrov, che esiste grazie alla lealtà a Putin, è un esempio di come lo stesso centro incoraggi a minare l'organizzazione statale. Il villaggio cosacco di Kuščëvskaja [1] con la sua criminalizzazione del potere è un altro segno di decomposizione dello stato.

Recentemente la corruzione facilitava la coesistenza dello stato e della società attraverso la pratica di accordi informali. Oggi la corruzione, bloccando lo sviluppo, ha preso a minare anche la stabilità.

Un'altra risonanza ha acquistato anche l'imitazione. Ora inganni ancora pochi con la creazione di simulacri di parlamenti, partiti e altri attributi della politica. La gente capisce che ha a che fare con falsità e la falsità parziale irrita di più dell'aperto autoritarismo.

Tra l'altro l'élite dirigente già non fa più sforzi per convincere i russi che la “democrazia” russa è vera: che la magistratura è indipendente, che i partiti si preoccupano dei suoi interessi e che il governo pensa al benessere del popolo. Il passaggio dall'imitazione all'aperto disprezzo per la società è un nuovo passo nel degrado del sistema russo.

Chodorkovskij e Lebedev [2] sono tenuti in prigione per farsene beffe. Le manifestazioni vengono disperse, nonostante le assicurazioni di Medvedev sulla dedizione alla democrazia. La prontezza del potere a “condividere esperienze” di sviluppo della società civile, per esempio con gli americani, appare un'aperta beffa – in primo luogo ai danni della società civile.

“Ce ne freghiamo!” – questa politica deve, evidentemente, dimostrare la sicurezza e la forza del potere. In effetti convince della sua insicurezza e mancanza di forza. In questa situazione al potere sorge inevitabilmente la tentazione di ricorrere alle repressioni. Ma in una parte della società può sorgere l'aspirazione a rispondere simmetricamente. La storia ce lo insegna: la mancanza di possibilità di manifestarsi rafforza soltanto la potenza della contrapposizione tra potere e società; e il tentativo del potere di usare la forza trasforma la contrapposizione in scontro.

Basarsi su accordi informali porta a far sì che singoli elementi del sistema si occupino dei propri interessi, minacciando la sopravvivenza del sistema. Proprio questo è accaduto con la polizia, che (come pure altre strutture armate) in forza della propria corruttibilità cessa di essere uno strumento di difesa del regime e diventa un fattore del suo screditamento.

Al restringimento dello spazio di manovra del sistema russo lavora anche il fattore energetico. Gli insistenti tentativi dell'Europa di trovare sostituti del gas e del petrolio russi parlano del fatto che la dipendenza dell'UE dalla Russia per le materie prime, cioè la più importante fonte di sussistenza dello stato russo, ha dei limiti di tempo.

Il sistema ha cominciato a lavorare contro se stesso. E' un appello a cui l'élite dirigente non è capace di rispondere. Ogni sua decisione accelera soltanto l'inevitabile. Lottare realmente con la corruzione significa rinunciare alla fusione di potere e proprietà e al proprio monopolio del potere. Far pace con la corruzione significa concordare con la degenerazione, anche del potere. Rinunciare alla verticale per la squadra dirigente equivale a un suicidio politico. Tenersi alla verticale significa ripetere la strada dell'URSS.

La Russia ha superato la tappa della “stagnazione” negli anni della presidenza di Putin, che sono stati presi per un “risollevamento”. Ora siamo entrati nella fase del degrado rapido. Le speranze che nel sistema restasse una “finestra di possibilità” per trasformazioni evolutive dall'alto possono solo rendere più difficile il ristabilimento. O renderlo impossibile.

Il sistema si è esaurito ed è irriformabile per principio – ecco quella verità che ci mostra la stessa vita e molto energicamente gli stessi leader. La questione è che bisogna fare perché l'irrevocabile caduta del sistema non diventi il crollo della Russia.

C'è un'alternativa?

Il sistema di potere personalistico è costruito in modo che all'interno di esso non possano esserci alternative. La vera opposizione liberale (e qualsiasi altra) in Russia può essere solo fuori dal sistema. Ma un'opposizione liberale fuori dal sistema può usare mezzi legali, per esempio le prossime elezioni per dar notizie di se o è destinata ad esistere in forma di protesta di strada? Finora la partecipazione dell'opposizione ad elezioni controllate dall'alto ha confermato l'impotenza della parte pensante democraticamente della società. Sono chiari i timori che nuovi tentativi dell'opposizione di entrare in questo fiume finiranno qui. Tutto dipende dal fatto se l'opposizione saprà utilizzare i meccanismi dell'autocrazia per consolidare le persone che professano le sue idee. Per questo l'opposizione come minimo deve dichiarare apertamente che non nutre illusioni sulla possibilità di libere elezioni nella Russia attuale e che utilizza il mezzo per ottenere accesso alla società.

Questo sarà un compito non facile: cercare di prender parte alle imitazioni per mostrare il loro esaurimento. Se questa seconda cosa non riuscirà, l'opposizione diventerà di nuovo parte dello show del Cremlino.

Le elezioni

Le prossime elezioni degli anni 2011-2012 giocheranno un ruolo contrario a quello che da esse si aspetta il potere – diventeranno un elemento di delegittimazione del potere. Tra l'altro se Putin andrà alle elezioni, darà in questo modo una nuova spinta a questo processo. Medvedev o qualunque altro “terzo” in qualità di candidato della corporazione dirigente causeranno un flusso di nuove speranze di mutamento. Passerà ancora un po' di tempo finché perfino al più ingenuo diverrà chiaro che ulteriori speranze sono solo una disillusione ritardata. Fra l'altro l'esperienza degli ultimi anni non è sufficiente per convincere i caparbi nel proprio ottimismo che la squadra dirigente non può rinunciare al monopolio del potere?

Fra l'altro tra il ceto al servizio del potere monta sempre più attivamente l'idea di “compromessi”. E' l'ammissione di incertezza nel futuro. Qui, tuttavia, è importante non farsi illusioni: si tratta di ricerche di modi di sopravvivenza della stessa autocrazia, forse, grazie a una competitività “controllata”. Tra l'altro se si tratta di principi, qui non ci può essere alcun compromesso.

Quale sarà la velocità del suicidio di stato finora non è chiaro. Ricordiamo che nel 1990 la società sovietica, sostenendo la conservazione dell'URSS, non aveva idea che verso la fine del 1991 l'URSS sarebbe scomparsa. Le future elezioni possono diventare l'atto di riproduzione dell'autocrazia russa. E non è importante chi la incarnerà. Finché non si percepirà la crescita della pressione dal basso, che cambierebbe questo scenario. Ma ogni atto di autoelezione del potere in una situazione in cui si esauriscono le sue risorse per l'imbonimento della popolazione sarà solo un colpo al sistema.

In questo senso sorge una reale minaccia: la morte del sistema potrebbe verificarsi prima che sorga un'alternativa costruttiva. E perciò bisogna affrettarsi – sia con l'autoorganizzazione dell'opposizione liberale, sia con l'attivazione di tutte le forze che intervengono per un ritorno alle norme costituzionali (una cosa è impossibile senza l'altra). C'è anche un altro compito per la contro-élite: cominciare l'elaborazione di meccanismi per il passaggio della Russia a un nuovo sistema, che sarà costruito sulla base della concorrenza. Proprio questo al tempo del “socialismo” fecero polacchi e ungheresi non sapendo ancora quando questi meccanismi sarebbero stati utili. In Russia potrebbero essere richiesti prima di quando supponiamo.

Lilija Ševcova [3]


01.12.2010, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2010/135/15.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Villaggio cosacco della Russia meridionale dove il 4 novembre nella casa di un imprenditore sono state uccise 12 persone.

[2] Platon Leonidovič Lebedev, socio del più noto imprenditore Chodorkovskij.

[3] Lilija Fëdorovna Ševcova, politologa russa.

Haiku? (XLI)

Ogni respiro
che fai: chitarra, basso
e batteria

****************

E se davvero
solo i buffoni avessero
vita futura?