10 dicembre 2007

Il Dalai Lama

INTERVISTA: «Peccato non vedere il Papa»

Il Dalai Lama: «Wojtyla mi manchi»

E chiede aiuto all'Italia: Pechino schiaccia il Tibet. «Barattare i diritti umani per gli affari è corruzione»

MILANO — L'incontro è quasi finito. Il Dalai Lama ha già una mano sulla borsa a tracolla amaranto tipica dei monaci tibetani.

Santità le manca Giovanni Paolo II?
«Oh John! Great», risponde d'un fiato. «Un grande, Giovanni. Un leader spirituale. Una persona straordinaria. Mi manca, molto». Forse perché anche lui «veniva da un Paese comunista», il Dalai Lama racconta che «dal primo incontro nacque un feeling speciale». Pausa. «E la sua determinazione! Non l'ha persa mai, anche quando è diventato fragile. Ha promosso i valori spirituali, e il dialogo inter- religioso. Mi manca». Un'altra pausa. «Anche con l'attuale Papa in passato ho avuto un incontro. Un uomo molto intelligente, un intellettuale. Il suo insistere che fede e ragione debbano camminare insieme... Meraviglioso».
E' un fantastico incassatore Tenzin Gyatso, 72 anni (48 in esilio), 14ma reincarnazione del Dalai Lama, guida del buddismo tibetano. Sorvola («non fa niente») sul mancato incontro con Benedetto XVI. Per il Vaticano non è mai stato in programma... «Quando vengo in Italia sento il dovere morale esprimere al Papa rispetto e fratellanza. L'ho fatto quasi sempre. Questa volta Sua Santità ha trovato qualche difficoltà, per mancanza di tempo o per altri fattori. Mi dispiace. Ma non è un problema». Quali possano essere gli «altri fattori» (l'opposizione della Cina?) non è nel suo stile dirlo: stilettate di buon umore, infradito di cuoio ai piedi nudi, diplomazia. Non si sofferma sull'«imbarazzo» delle massime istituzioni italiane: «C'è stato qualche disagio per la mia visita», d'altra parte «ovunque io vada i cinesi fanno problemi ai Paesi che mi ospitano». L'ospite scomodo parla ai giornalisti in una sala dell'hotel Principe di Savoia. Al bar nella hall, Beppe Grillo aspetta i suoi «8 minuti di beatitudine » («gli dirò dei problemi di Genova, scherzo: mettiamo il blog a disposizione della causa tibetana»). Il Dalai Lama si è alzato alle 5, si è versato l'acqua calda per la tsampa, la colazione tradizionale con farina d'orzo, a mezzogiorno assaggerà le mozzarelle di bufala («ah la cucina italiana, per noi monaci che digiuniamo la sera le vostre porzioni sono un toccasana, altro che la giapponese»). La tsampa: «Sapete che piace ai cinesi che vengono in Tibet? Tiene lontano il diabete».

Cercassero solo tsampa, i cinesi mandati a colonizzare il Tetto del Mondo. Santità, come sta il suo popolo? Nel '96 disse al Corriere che nel giro di 10 anni non sarebbe rimasta più traccia della cultura tibetana.
«La Cina governa il Tibet con qualcosa di simile alla legge del terrore. Ci impediscono di praticare la nostra religione. Lo sfruttamento minaccia l'ambiente. Non esiste libertà di espressione e di informazione. La violazione dei diritti umani è di importanza cruciale. E può avere conseguenze negative per l'unità e la stabilità della stessa Cina».

Il dialogo con Pechino?
«Dal 2002 abbiamo avuto sei incontri. Al 5˚ hanno riconosciuto che non cerchiamo l'indipendenza, ma un'autonomia reale come prescrive la Costituzione. Ho gioito: ci siamo. Ma a fine giugno 2007, marcia indietro: di nuovo hanno accusato di separatismo me e intensificato la repressione. Hanno detto: un caso Tibet non esiste più».

Cosa può fare l'Italia?
«Molto. Siete nell'Unione Europea, che promuove i valori umani fondamentali. Parlate di questi valori ogni volta che avete interlocutori cinesi. Non solo a livello governativo. Lo dico anche a studiosi e accademici. Agli uomini d'affari: sono importanti i rapporti economici con la Cina, ma barattare giustizia e verità per il denaro è una forma di corruzione».

Si sente un po' come Toro Seduto? I tibetani come gli indiani d'America oppressi nelle loro terre?
«Loro furono spazzati via. Noi non siamo a questo punto. Però, oggi, i pellerossa sopravvissuti in America sono liberi di coltivare la cultura originaria. In Tibet no».

Lei è un'icona del pacifismo progressista, ma negli ultimi tempi a volerla incontrare sono leader conservatori come Bush e Merkel.
«Non solo. A Vienna mi ha ricevuto il Cancelliere».

Michele Farina
07 dicembre 2007

http://www.corriere.it/cronache/07_dicembre_07/dalai_lama_
fec1c74a-a496-11dc-9c8e-0003ba99c53b.shtml

09 dicembre 2007

Back to the USSR again

Questo non si può curare

La psichiatria punitiva cerca di nuovo i suoi pazienti. E li trova

Ci sono persone dalla cui posizione in diversi momenti del tempo si possono giudicare le tendenze e la situazione generale di un paese. Giudicate da soli: nell’URSS l’adolescente Andrej Novikov[1] protestava contro il Komsomol[2], si occupava di samizdat[3] e, ovviamente, si beccò una diagnosi psichiatrica come regolarmente avveniva a tutti gli altri “dissidenti attivi”.

Nella Russia della perestrojka dal 1991 gli articoli del 23enne Andrej Novikov furono pubblicati praticamente da tutta la stampa più autorevole, in quel tempo centralizzata: “Literaturnaja gazeta”[4], “Izvestija”[5], “Novyj mir”[6], “Junost’”[7], “Družba narodov”[8], “Znamja”[9]… La televisione e la radio invitavano il giornalista di talento alle loro trasmissioni e già nel 1994, presentandolo, parlavano di lui non altrimenti che come di un importante pubblicista e politologo.

Nella Russia di oggi il giornalista indipendente il giornalista indipendente Andrei Novikov è di nuovo “impazzito”. Da otto mesi viene forzatamente curato nella clinica psichiatrica della città di Rybinsk nella regione di Jaroslavl’[10].

Per molti russi le idee della perestrojka sono passate come una leggera influenza, ma l’esperienza non si scorda così facilmente, com’è noto “non la finisci di bere”[11]. Neanche gli psichiatri “l’hanno finita di bere” e non si sono scomposti, è cambiato il nome del paese, ma non loro. La storia di Larisa Arap[12] cos’è se non un esempio di ritorno alla psichiatria punitiva? Ma che Larisa Arap sarebbe stata dimessa dal manicomio pochi dubitavano – dalla sua parte c’erano gli attivisti per i diritti umani e la stampa. Per il giornalista Andrei Novikov tutto è molto più difficile – la gente a sentir ricordare il suo nome resta semplicemente titubante.

Fra laltro ricordo il 1999. Nello stesso modo esitavano gli avvocati a cui veniva proposto di difendere due profughi ceceni presentati al mondo come i terroristi che avevano fatto esplodere le case di due vie moscovite – via Kaširka e via Gur’janova[13]. Li mostravano in tutti i telegiornali e l’entità delle accuse, l’orrore per ciò che era stato compiuto gettava gli avvocati nello sgomento – non volevano e non potevano difendere dei “terroristi”! Ma poi si chiarì: i sospetti non avevano alcuno colpa, non avevano preso parte all’uccisione di quelle persone.

Così va adesso con Andrej: “Questi, – mi hanno detto, – ha proposto di bombardare le città della Russia. Perfino Rybinsk, sua città nativa!”

In effetti non può aver fatto tutto da solo. Il giornalista Andrej Novikov ha proposto di bombardare la città di Rybinsk? A chi?

La risposta è in una lettera inviata dal manicomio dal “malato” al presidente del tribunale di Rybinsk Solncev per mezzo di amici: “Vostro onore! Ritengo di aver semplicemente fruito della libertà di parola – come politologo e scrittore – per esprimere il mio punto di vista. La durezza fa parte della mia professione. Per cosa mi si giudica? Per un reale, concreto estremismo, per aver lanciato proclami ed appelli diretti a persone reali o semplicemente per la mia dura presa di posizione? Per la mia attività pubblicistica? Porto un esempio dalla stampa. Nel marzo del 2000 sul giornale “Komsomol’skaja pravda”[14] fu pubblicata la mia lettera aperta al presidente degli USA Clinton “Bombardi le città russe!”. E tutti capirono, che era semplicemente una dura, stravagante presa di posizione, anche se nella forma è un appello!..”.

Il pathos della pubblicistica in forma imperativa, la speciale esasperazione fino all’assurdo di un tema per far sì che l’essenza di una situazione sia presentata in modo più pesante, più chiaro – in questo stile scrivevano negli anni ‘90 molti importanti giornalisti di questo paese. E’ sufficiente guardare i titoli di organi di stampa allora influenti: secondo la logica di oggi questo sarebbe semplicemente un massiccio e infinito appello estremista. In tutto sono passati sette anni dal 2000, dicono che questo sia un periodo critico per un matrimonio. Ma per un paese?

Alla redazione della “Novaja gazeta” è giunta una lettera di Vladimir Andreevič Novikov: “Vi scrive il padre del membro dell’Unione dei Giornalisti di Mosca e dell’Unione degli Scrittori russi Andrei Novikov, anno di nascita 1966, nativo della città di Rybinsk. Per articoli di genere saggistico, scritti ai limiti del grottesco letterario e della provocazione, posti (a quanto affermano le indagini) nella rete Internet, è stato aperto un procedimento penale nei suoi confronti secondo l’articolo 280 comma 1 del Codice Penale della Federazione Russo “Pubblici appelli ad azioni di tipo estremistico”.

– I testi sono stati presi dal computer personale di Andrej Novikov, non sono stati pubblicati, – dice l’avvocato di Jaroslavl’ Vladimir Noskov – Questi è un uomo di talento, duro, audace. Ma non è di alcuna pericolosità sociale, ha semplicemente espresso il suo punto di vista… Non aveva alcun progetto particolare… Ma quando un caso è legato alla psichiatria, tirarlo fuori e dimostrare qualcosa è molto difficile.

Il 6 dicembre 2006 il giornalista è stato mandato a fare un esame psichiatrico-giudiziario nella clinica psichiatrica regionale di Jaroslavl’. Una copia dell’atto di questo esame è a disposizione della redazione, per ora cito solo un paragrafo: “…La coscienza non è lesa, è ben orientato quanto al luogo e al tempo. Elenca correttamente i propri dati anagrafici, ma firma la documentazione medica “Allah akbar[15]…”.

E’ un argomento, certo, ma la traduzione letterale significa solo che “Dio è grande”. Lo preciso perché ho un sospetto: gli psichiatri che hanno firmato l’atto non lo sanno ancora e, forse, ritengono queste parole un appello estremista.

Ma Andrej Novikov per tutta la vita ha scioccato così il pubblico – sia nei testi, sia nella vita. Negli anni in cui era al potere il segretario generale del Comitato Centrale del PCUS, si firmava “segretario geniale”. All’epoca del presidente russo, quando per Mosca girava il noto articolo di Andrej Novikov su El’cin “Il genio dei torbidi russi” e qualcuno diceva scherzando che egli, l’autore, fosse pure un genio dei torbidi russi, prese a distribuire i propri biglietti da visita, su cui erano scritte queste parole. E per tutta la vita ha chiamato non tanto ad un’attività estremistica, quanto a un’“attività di pensiero sperimentale”[16]. Ho attinto queste informazioni dall’archivio elettronico di una rivista moscovita, ha già paura perfino di dire quale. La rivista è liberamente consultabile in Internet. Là insieme all’elenco degli articoli di Novikov c’è una biografia, leggere la quale è semplicemente divertente…

– Dall’infanzia mi accusano di avere la testa tra le nuvole, – dice lo stesso Andrej Novikov.

– Ma in realtà ci sto tutto intero.

– A Jaroslavl’ nella stessa sala con mio figlio hanno esaminato banditi, assassini, stupratori. Ebbene, questi sono “patrioti”, ma egli a quel tempo era attratto dalla religione musulmana, diceva “Allah akbar”, andava in giro con la barba, – racconta il padre del giornalista. – E’ così dall’infanzia: se si fa prendere da qualcosa, allora non ci sono compromessi, è esclusivamente una persona onesta. Poi abbandona da solo queste idee, ma nel momento in cui pensa così, così si comporta. All’ospedale di Jaroslavl’ lo hanno tormentato: gli hanno dato fuoco alla barba, non l’hanno fatto dormire e nella notte di Capodanno l’hanno picchiato in modo terribile, hanno tentato di violentarlo… Là sotto sorveglianza mio figlio ha passato 43 giorni…

– Quando è tornato a casa a Rybinsk da Jaroslavl’ sembrava un robot. O una mummia. Diceva: “Mi escono le medicine dalle orecchie!”. Ecco come lo hanno trattato, – racconta la madre di Andrej Galina Novikova.

Tale è stato l’esame, il risultato del quale è un atto stampato a caratteri grandi con tre firme: “Zajarnaja, Orlova, Borodin” e con una conclusione simile a una condanna: “Novikov A.V. rappresenta un pericolo per la società e necessita di un trattamento coatto in una struttura psichiatrica di tipo comune…”.

In seguito gli avvenimenti, a quanto dice il padre, si sono svolti così: a Jaroslavl’ gli è stato detto che suo figlio non sarebbe stato dimesso, ma sarebbe stato portato alla clinica psichiatrica di Rybinsk. Fortemente sconvolto è tornato, è entrato nell’appartamento di Andrej – la tutto era a soqquadro dopo la perquisizione: gli inquirenti avevano portato via il blocco di sistema del computer di casa e i manoscritti. Ha deciso di fare delle ristrutturazioni, ha strappato la carta da parati, ha raccolto tutto quello che giaceva sul pavimento e l’ha gettato via come spazzatura.

– Questo, – dice, – è stato il mio errore. Ho sottovalutato qualcosa, ho pensato, ha molti scarabocchi, carte di ogni tipo. E all’improvviso, inaspettatamente, il 19 gennaio Andrej compare a casa, l’ospedale locale l’aveva dimesso fino al processo. E’ arrivato in un tale stato di stress, frenato, e lì ho aggiunto – beh, una ristrutturazione è una ristrutturazione… Quando ha smesso di prendere le medicine, ha scoperto la scomparsa dei suoi articoli. Che aveva, pare, in esemplare unico. Li ho gettati via, ho fatto una stupidaggine del genere. Ha preso a gettarsi su di me, così furioso non l’avevo ancora mai visto. Beh dopo aver preso l’aloperidolo[17] e tutte quelle vessazioni, certamente la sua situazione era difficile. Sinceramente avevo paura, è ancora sotto inchiesta, che all’improvviso facesse qualcosa…

– E che poteva fare?

– Chi lo sa? Cosa può fare una persona, dopo quello che ha sopportato lui. Mi sono rivolto alla polizia.

– Perché?

– Beh, perché lo accordassero un po’, parlassero con lui. Perché lo calmassero. Ma invece della polizia è arrivata l’ambulanza. L’hanno ricoverato il 14 febbraio e da quel giorno non è mai uscito dall’ospedale… Perfino il processo è stato fatto senza di lui! E ha avuto luogo solo il 4 maggio 2007. E’ stato un processo pro forma, che ha semplicemente confermato la diagnosi dell’esame psichiatrico. Il resoconto del periodo di cura coatta viene tenuto solo dal momento della sentenza e dal momento che a tutte le istanze mi rispondono per lettera, come minimo si tratta di sei mesi. Solo al termine di questo periodo si potrà riunire una nuova commissione. Ma quei 43 giorni a Jaroslavl’, in cui gli hanno fatto iniezioni, e questi tre mesi nell’ospedale locale non vengono conteggiati… Io sono un pensionato, non ho soldi per un esame indipendente.

La redazione della “Novaja gazeta” si è rivolta al presidente dell’Associazione Psichiatrica indipendente Jurij Sergeevič SAVENKO[18] chiedendo per iscritto di esaminare Andrej Novikov. Al ritorno da Rybinsk, questi ha comunicato di aver avuto là un consulto e che insieme ai colleghi è giunto alla conclusione che Andrej Novikov è assolutamente sano di mente e non ha bisogno di cure. Lo psichiatra indipendente, in particolare, ha detto:

– I testi di Novikov, che, a ben vedere, sono serviti all’FSB[19] per intraprendere il procedimento penale, sono molto interessanti. Nonostante la loro apparente asprezza e, forse, un modo di esprimersi perfino offensivo, al posto dei servizi segreti sarei grato all’autore. Questa è un’analisi paradossale, ci sono tutti i possibili scenari di sviluppo degli avvenimenti politici visti da un uomo non comune. Non sono gli agenti dei servizi speciali né gli psichiatri a dover dare una valutazione agli articoli giornalistici. Là è stato compiuto un esame testuale da parte di studiosi chiamati da Jaroslavl’, ma è stato compiuto evidentemente in modo non professionale. Ritengo che l’accusa di estremismo rivolta a Novikov abbia un carattere totalmente inventato. Come un tempo l’articolo “per calunnia nei confronti del potere sovietico”, così adesso la legge sull’estremismo porta ad avere a che fare con la psichiatria una grande percentuale di persone dissidenti, scomode. Il concetto di pericolosità sociale è così ampio che si può trattare in vari modi. Il caso del giornalista Novikov in questo senso costituisce un precedente…

– Adesso lo dimetteranno?

– Prima del processo sarà estremamente difficile, gli è rimasto ancora un mese e mezzo. Egli, certamente, è molto stanco, nella stessa stanza con lui si trovano 15 persone… La posizione generale dei medici è quella di presentare al processo, quando avrà luogo, la conclusione che Andrej non necessita di una struttura …

– Non si può fare davvero nulla, perché il processo abbia luogo prima?

– E’ praticamente impossibile.

…Io penso che la prigione sia più umana. Se si chiarisce e viene dimostrato che chi sta scontando una pena è una persona innocente, lo rilasciano. Ma se non è malato – continuano a “curarlo”, la psichiatria è uno strumento universale per colpire le persone scomode… Andrej Novikov è semplicemente capitato dentro un’ineccepibile, classica messa in atto dei più vergognosi procedimenti di tali repressioni. Con la stampa che circonda il tribunale: proprio così era, nel periodo sovietico la vittima era messa alla berlina e diffamata da giornali come la “Pravda”[20].

E qui qualcuno che si nasconde dietro lo pseudonimo Mefodij Skuratov a gennaio (ricordo che il processo ha avuto luogo a maggio) pubblica righe del genere su Novikov nel giornale regionale di Jarosalvl’ “Zolotoe kol’co”[21]: “Un tale tipo di concetto di se è caratteristico dello stadio più avanzato di schizofrenia paranoide, chiamata dagli specialisti sindrome parafrenica… Non c’è bisogno di essere profeti, né specialisti della psiche umana, per supporre con un notevole grado di certezza, che l’autore di questi scritti deliranti non rischia una multa di trecentomila rubli[22] o l’arresto fino a sei mesi o la detenzione fino a tre anni, ma la cura coatta nella clinica psichiatrica di Rybinsk fino al momento in cui cesserà di rappresentare un pericolo per la società”.

Così è la posa di un cameriere con sfavillanti maniche bianche come neve. Non serve tutti , ma solo la crema dell’elite, non dice: “Che desiderate?”, ma domanda: “Chi comandate?”. C’è stato il tempo del giornalismo indipendente – il giornale “Zolotoe kol’co” ristampava articoli della stampa moscovita che portavano gloria ad un conterraneo, presentandolo come “l’astro nascente del giornalismo russo”…

E’ arrivato un altro tempo – niente di personale… semplicemente ordini.

Galina Mursalieva
Rybinsk – Mosca

27.09.2007, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/74/14.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Nomen omen? Nel XVIII secolo il giornalista russo Nikolaj Ivanovič Novikov fu incarcerato per 15 anni per le proprie idee progressiste.

[2] KOMmunističeskij SOjuz MOlodëži (Unione della Gioventù Comunista), l’organizzazione comunista giovanile sovietica.

[3] “Stampato da sé”, la stampa clandestina sovietica.

[4] “Giornale letterario”, la principale rivista letteraria sovietica e russa.

[5] “Notizie”, il principale giornale d’informazione sovietico e russo.

[6] “Mondo nuovo”, rivista letteraria.

[7] “Gioventù”, rivista letteraria giovanile.

[8] “Amicizia tra i popoli”, rivista letteraria e politica.

[9] “Insegna”, rivista letteraria di grande formato.

[10] Russia centro-settentrionale.

[11] Come dire che non è una cosa amara che non lascia tracce dopo essersela bevuta.

[12] Attivista per i diritti umani rinchiusa per qualche mese in una clinica psichiatrica.

[13] Nell’estate del 1999 l’esplosione di due condomini posti in queste strade provocò centinaia di morti.

[14] “La Verità del Komsomol”, giornale un tempo organo del Komsomol (vedi nota 1).

[15] “Allah è grande”, affermazione di fede islamica (il corsivo è mio).

[16] In russo c’è un gioco di parole tra èkstremistskij (estremistico) ed èksperimental’nyj (sperimentale).

[17] Medicinale usato nella cura della schizofrenia.

[18] Rilievo grafico dell’autrice.

[19] Federal’naja Služba Besopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), i servizi segreti russi.

[20] “Verità”, il giornale dei comunicati ufficiali sovietici, a cui erano affidate anche le campagne contro i “nemici del popolo”.

[21] “Anello d’oro”, nome della cerchia di città storiche attorno a Mosca.

[22] Oltre 8300 euro.

Con il Volto di terra





Un'analisi storica

BILANCIO DEL CULTO DELL'ATEISMO

Perché il Papa parla delle "più grandi crudeltà e violazioni della
giustizia"…
di Francesco Agnoli da Il Foglio 4 dicembre

L'enciclica del Papa sulla speranza e sulle malvagità dell'ateismo, è
destinata sicuramente a fare rumore. Eppure, senza bisogno di un Papa,
l'avrebbe potuta scrivere, almeno in alcune sue parti, qualsiasi
storico onesto e scrupoloso. Perché il concetto di fondo, e cioè la
nascita delle più grandi tragedie della storia dall'ateismo è un dato
di fatto difficilmente smentibile. L'ateismo di cui parla il Papa, non
è certo l'ateismo "tragico", come lo avrebbe definito Augusto Del Noce,
proprio ad esempio di tanti uomini dell'Ottocento, da Baudelaire a
Verlaine, passando per Huysmans, Oscar Wilde, Giovanni Pascoli, Eugenio
Montale, Ungaretti eccetera. Questo "ateismo", ancora esistente, come è
ovvio, è in realtà la ricerca di un senso, la volontà di "capire" e di
penetrare nelle profondità della vita, senza riuscirci, o forse,
meglio, senza riuscirci interamente. Nasce da domande fondamentali,
impossibili da evadere, che potevano magari rimanere senza risposta, ma
che non cessavano comunque di "torturare" il cuore, come dimostrano le
crisi religiose di tutti questi personaggi, alcuni dei quali approdati
poi a una fede forte e convinta.
Questi grandi autori che ho citato rappresentano la crisi delle
certezze religiose di un tempo, ma non la sostituzione di esse con una
ideologia, atea nell'apparenza, perché negatrice di Dio, ma religiosa
nei modi e nelle manifestazioni. L'ateismo di cui parla il Papa e di
cui lo storico dovrebbe analizzare i risultati, come ha fatto ad
esempio recentemente Michael Burleigh nel suo "In nome di Dio"
(Rizzoli), è l'ateismo assoluto che nega Dio e che cerca di organizzare
il mondo senza di lui, costruendo, come possibile, già qui il paradiso
sulla terra. E' l'ateismo, per intenderci, del comunismo e del nazismo
e di tutte le ideologie atee nate a partire dal Settecento, cioè dalla
crisi della fede. L'ateismo, insomma, che assume connotati tali da
diventare una vera e propria religione civile, secolare, con i suoi
dogmi e la sua ortodossia, una religione di salvezza, terrena e non
soprannaturale. Da questo sistema di pensiero nascono i più grandi
dittatori della storia: Lenin, Stalin, Hitler, Mussolini, le cui radici
sono tutte nell'ateismo socialista da lui rivendicato per moltissimi
anni, Pol Pot, Mao, Ceausescu, Hoxha, Tito, Milosevic…
E' innegabile: il Novecento, anzitutto, è il secolo dell'ateismo
assoluto, ed è, non a caso, il secolo degli stermini di massa, delle
guerre mondiali, e delle più grandi catastrofi umane della storia.
L'ateismo così come si viene a configurare tra Ottocento e Novecento
è, a ben vedere, una forma di religiosità immanente, che ha generato
uno a uno tutti gli ingredienti delle dittature totalitarie: il
razzismo biologico (religione della razza), il nazionalismo (religione
della patria), il social-darwinismo, l'eugenetica, e il social-
comunismo. Prendete questi ingredienti – accomunati tutti dalla
negazione più o meno esplicita di un Dio trascendente, dell'uomo come
sua creatura, dotata di un'anima immortale, e del peccato originale
come limite dell'uomo – mescolateli e avrete le ideologie di morte del
secolo appena concluso. Tutte incredibilmente simili. Cambiano
solamente i dosaggi: un po' meno socialismo e un po' più razzismo ed
eugenetica nel nazionalsocialismo, analoghe dosi di nazionalismo e un
po' meno eugenetica, nel comunismo, ovunque la politica e lo stato al
di sopra di tutto, al posto di Dio. Sempre, a fondamento, un'idea, la
negazione della Caduta originaria e la mondanizzazione della
Redenzione: l'uomo può fare senza Dio, per costruire un mondo
razzialmente puro, economicamente giusto, eugeneticamente sano,
socialmente equilibrato… un mondo perfetto, divino, utopico,
paradisiaco.
Si vede bene, insomma, che di una fede si tratta: una fede tanto più
intransigente e totalitaria quanto più concentrata sul qui e ora, e
cioè esigente nell'immediato. Non c'è spazio per il perdono, dinanzi
all'ingiustizia; né per la rassegnazione e la sopportazione, in quanto
questi valori religiosi sottintendono una giustizia superiore, divina:
il regno della giustizia è di questo mondo, e il potere si assume il
compito di realizzarla, interamente. Così la gramigna non verrà
separata dal buon grano, come nella parabola evangelica, alla fine dei
tempi, come in ogni concezione di una giustizia trascendente, ma
subito, appena possibile, dal dittatore di turno.
L'uomo, per fare un altro riferimento a un dogma religioso, non solo
cattolico, non è macchiato dal peccato originale, che giustifica l'
esistenza dell'imperfezione, dell'ingiustizia, e quindi anche della
necessità della misericordia, sulla terra, ma è chiamato alla
perfezione assoluta nell'aldiquà, e può raggiungerla, a patto che l'
ideologia incaricata di farlo venga realizzata politicamente,
economicamente, socialmente, a qualsiasi costo. Se il paradiso è a
portata di mano, infatti, non là, ma qua, sarebbe delittuoso non
realizzarlo. Se il compimento del desiderio dell'uomo di Bene e di
Giustizia è attuabile solo e soltanto, in toto, in questa vita, è da
pazzi non perseguirlo con ogni mezzo.
L'uomo, le masse ideologizzate e secolarizzate del Novecento chiedono
dunque alla politica, al partito, allo stato, al dittatore, ciò che
chiedevano, un tempo, a Dio, anzi di più: tutto, ma subito.
La creazione del mondo perfetto, dell'"uomo nuovo", per le ideologie,
dunque, urge, incalza, preme: necessita al più presto l'eliminazione,
tramite ghigliottine, gulag, lager e polizie segrete, Ovra, Gestapo,
Ceka e Kgb, di coloro che ostano, che impediscono, che non comprendono,
che complottano, che conducono la "controrivoluzione", che, secondo l'
articolo 58 del Codice penale sovietico, riedizione della "legge dei
sospetti" di Danton, sono solo sospettati di farlo…: in una parola di
quanti meritano l'inferno, anch'esso, come il paradiso, trasferito
paradossalmente nell'aldiquà. E' per questo, per fare un esempio, che
la guerra – o la violenza, che è lo stesso – sempre considerata un
male, per quanto talora inevitabile (guerra di difesa), diviene un bene
in se stessa: il vento che spazza lo stagno, di Hegel, la guerra che
porrà fine alle guerre, per alcuni interventisti italiani della Prima
guerra, "la sola igiene del mondo" per i futuristi, una esigenza di
natura, per i socialdarwinisti, uno splendido cozzare di popoli, per i
nazionalisti, la fine del passato oscuro e l'inizio di una nuova era,
per tutti i rivoluzionari, da Mussolini a Mao.
Sempre per lo stesso motivo, ogni ideologia si afferma come un "mondo
nuovo", un "ordine nuovo", un'era diversa, che data la sua origine non
dall'evento salvifico della nascita di Cristo, ma, come avviene dalla
Rivoluzione francese in poi, passando per il fascismo e il nazismo,
dall'ascesa al potere, essa sì salvifica, dell'ideologia ateistica di
turno. Al culmine del delirio, sotto l'ateissimo regime comunista di
Pol Pot, causa di due milioni di morti su sette milioni di abitanti, in
poco più di tre anni (1975- 1979), si arriverà a ordinare per legge non
solo il rogo dei libri del passato, ma financo delle fotografie dei
privati, affinché fosse cancellato anche il ricordo fotografico di come
era il mondo prima dell'avvento del regime comunista dell'Angkar.
In questo senso, evidentemente, la religiosità ateistica,
profondamente secolare, temporale, non ha nulla a che vedere con quella
autentica, che non è essenzialmente azione ma contemplazione; non
manipolazione ma rispetto; non insofferenza e distruzione dei limiti ma
loro riconoscimento e accettazione; non trasformazione della società,
tramite una alchimistica tecnica politica, ma tramite la conversione
dei cuori; non tensione alla eliminazione del male e del peccato, in
generale, ma soluzione di un particolare male storico, o individuale.
Ma come la religiosità trascendente è totale, nel senso che orienta
tutto l'uomo, la sua anima, le sue azioni, a Dio, rimettendo ogni cosa
terrena al suo posto, dalla ricchezza, al potere, al dolore, dando a
ognuna il suo peso, assolutamente relativo, così la religiosità
immanente è tentativamente totalitaria: avendo negato a priori l'
essenza dell'uomo, l'anima, e Dio, identifica tutto l'esistente in ciò
che è materiale e terreno e quindi coerentemente ritiene come soluzione
di tutto la sola politica, che tutto controlla: la politica totalitaria
dei regimi totalitari. Ha scritto giustamente Eric Voegelin: "Tutti i
movimenti gnostici (tra cui anche comunismo e nazismo, ndr) mirano a
recidere i legami dell'essere con la sua origine, cioè con l'essere
divino e trascendente, per proporre un ordine dell'essere immanente al
mondo, la cui perfezione sarebbe a portata dell'azione umana. Si tratta
di modificare la struttura del mondo (avvertita come inadeguata) in
maniera così radicale che da quella modifica emerga un mondo nuovo, di
piena soddisfazione… Il mondo tuttavia resta quale a noi è dato e non
rientra nelle facoltà umane la possibilità di cambiarne la struttura"
("Il mito del mondo nuovo").
Similmente Augusto del Noce affermava: "Per varie che possano essere
le forme rivoluzionarie… il loro lato comune è la correlazione tra l'
elevazione della politica a religione e la negazione del
soprannaturale… alla liberazione religiosa si sostituisce la
liberazione politica… il problema del male viene trasposto dal piano
psicologico e teologico a quello politico e sociologico: i dogmi della
Caduta e della Redenzione vengono trasferiti sul piano dell'esperienza
storica" ("Il problema dell'ateismo"). Ma analizziamo brevemente il
nazismo, che delle ideologie totalitarie può essere considerato,
insieme al comunismo, il vertice e il compimento. Scomponiamo
brevemente i fattori che lo hanno contraddistinto. Anzitutto il
nazionalismo, responsabile anche dello scoppio della Prima guerra
mondiale, che con i suoi dieci milioni di morti, venti milioni di
feriti, mutilati e nevrotici, e sette milioni di prigionieri e
dispersi, rappresenta la più grande tragedia della storia sino a quel
momento, senza alcuna possibilità di confronto.
Ebbene il nazionalismo è un figlio della Rivoluzione francese,
antitetico alla concezione cattolica, e cioè universale, che aveva
caratterizzato l'Europa dell'Antico Regime. Nel Sacro Romano Impero,
infatti, popoli diversi convivevano insieme, con lingue, storie e
costumi differenti, in nome della comunità di ideali religiosi:
cattolico a ogni popolo e ad ogni razza.
E' a tutti noto che la Prima guerra mondiale nacque dalle frizioni tra
i nazionalismi tedesco, inglese, serbo, russo, inglese…
Mi limiterò, per brevità, a qualche cenno al nazionalismo italiano,
che fu interpretato da personaggi assolutamente nemici della chiesa, e
di ogni religiosità, come Francesco Crispi, alla fine dell'Ottocento, e
Benito Mussolini, anticlericale anarchico e socialista, ai primi del
Novecento, e poi duce del fascismo, di quella concezione dello stato,
cioè, per la quale "tutto è nello stato e nulla di umano e di
spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello stato" (evidente
parodia laica del "Credo"). Gli interventisti, contro cui Benedetto XV
si battè in ogni modo, prima con la diplomazia e poi denunciando "l'
inutile strage", furono tutti uomini delle élites, avversi alla visione
cattolica dominante nel paese: il già citato Mussolini, Gabriele D'
Annunzio, il socialista nazionalisteggiante Cesare Battisti, i
nazionalisti Giovanni Papini ed Enrico Corradini, i futuristi di
Marinetti, che predicavano lo "svaticanamento" d'Italia… Molti di
questi, esattamente come nel resto d'Europa, utilizzarono il
socialdarwinismo materialista per sacralizzare la selezione naturale e
la lotta per la vita come legge della storia. Scrive Hagen Schulze, nel
suo "Aquile e leoni. Stato e nazione in Europa": "Alla base di tale
concezione c'era la legge della natura, secondo la quale la lotta era
di tutti contro tutti, la pace una illusione dei deboli, nel migliore
dei casi un momento di respiro nel conflitto perenne per l'esistenza; a
sopravvivere sono destinati solo gli esseri moralmente e fisicamente
superiori. Per tutti i raggruppamenti politici e sociali valeva l'
assioma che l'umanità non aveva come scopo la pace; ciò era vero per il
concetto marxista (cioè ateo, ndr) della lotta di classe, come per l'
idea nazional-popolare di un eterno antagonismo tra popoli e per la
nuova ideologia emergente del conflitto tra le razze… politica vuol
dire guerra, e la guerra è necessaria per bruciare i mali dell'epoca…
non si tratta di una visione estremistica, ma è quanto si ricava dalla
lettura di giornali e periodici, sia seri che a larga diffusione,
pubblicati nell'arco di tempo tra il 1880 e il 1914 e che offrono al
moderno osservatore una fonte inesauribile di dati relativi alla
struttura fondamentalmente darwinistico-sociale del nazionalismo
popolare del tempo nell'area anglosassone, in Francia, in Germania o in
Italia. Quando, durante la guerra contro i boeri il maresciallo
britannico Roberts dichiarava che la lotta spietata tra le nazioni non
era altro che una necessità biologica… ciò non era che un'eco di quanto
scrivevano numerosi altri autori del tempo", spesso biologi darwinisti
prestati alla politica, come ha ben raccontato il celebre paleontologo
evoluzionista Stephen Jay Gould nel suo "I pilastri del tempo".
Per tornare in Italia, Giovanni Papini, prima che la vita lo portasse
a convertirsi e a rinnegare il suo passato, sulla rivista nazionalista
Lacerba, nel 1914 scriveva: "Finalmente è arrivato il giorno dell'ira
dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la
decima delle anime per la ripulitura della terra… Siamo troppi. La
guerra è una operazione maltusiana. C'è un troppo di qua e un troppo di
là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto
perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla tavola". Ed
Enrico Corradini, interpretando la stessa concezione ateistica e
socialdarwinista, sul Regno del 28 febbraio 1904, allo scoppio del
conflitto russo giapponese, descriveva la guerra come "un grandioso e
terribile fenomeno della natura, un cozzo di forze avverse primordiali
ed eterne, irrefrenabili. E tali sono appunto le forze che conducono
alle guerre le nazioni e le razze. Perciò dinanzi ad esse l'uomo civile
è abolito e ritorna l'uomo sincero allo stato di natura".
I frutti del nazionalismo, già condannato da diversi Papi,
inutilmente, nelle loro encicliche, avrebbe dunque portato dapprima
alla guerra e poi, nel dopoguerra, al fascismo, al nazismo e al
"socialismo nazionalista" di Stalin, secondo la celebre definizione di
Trotzkij.
L'altra componente del nazionalsocialismo fu il razzismo. Non è qui il
luogo per ripercorrere una ideologia che è comunque basata,
essenzialmente, sul materialismo biologico: "Sangue e suolo" era lo
slogan dei nazisti, proprio a significare una prevalenza degli elementi
naturali, materiali, fisici, sull'anima immortale (che veniva
esplicitamente negata). Effettivamente il razzismo non era mai esistito
nella storia dell'Europa cattolica, prima delle rivoluzioni culturali.
Come ha ben raccontato Leo Poliakov nel suo "Il mito ariano" (Editori
Riuniti), vi è una stretta correlazione tra il pensiero materialista e
la genesi del razzismo; correlazione fondamentale tra negazione della
comune figliolanza degli uomini, tutti creati da Dio, e l'idea che gli
uomini siano invece originati da ceppi diversi, più o meno "nobili",
più o meno evoluti. Mentre lo scienziato cattolico Louis Pasteur, alla
fine dell'Ottocento, rivendicava l'uguaglianza degli uomini di fronte a
Dio, loro creatore, le ideologie atee sostenevano che la storia Adamo
ed Eva, con le sue implicazioni logiche, e cioè la fratellanza
universale in senso cattolico, era una evidente falsità, perché in
realtà la scienza dimostrerebbe l'ineguaglianza delle razze in base
alla misurazione dei crani, degli arti, e al tentativo di ridurre l'
uomo alla sua fisicità.
Basti pensare a Voltaire, il famoso "apostolo della tolleranza".
Secondo costui l'idea cattolica secondo cui l'umanità deriva tutta da
Adamo ed Eva, per cui siamo tutti "fratelli", è una emerita sciocchezza
assolutamente antiscientifica. Al monogenismo biblico, che esclude di
per sé qualsiasi razzismo, sostituì il poligenismo, cioè l'idea
"secondo cui i diversi gruppi umani discendevano da numerosi e
differenti antenati" (Francesco Maria Feltri).
Il razzismo si nutrirà, anche dopo queste prime teorizzazioni, di una
visione assolutamente atea, teoricamente o praticamente, della vita,
una visione in cui non vi è alcuno spazio per un Dio creatore di tutti
i popoli, ma solo per l'esistenza di popoli "superiori" e di popoli
"inferiori", di sangue, di luoghi, di colore della pelle, di
predisposizioni naturali e genetiche e di ambienti operanti sull'uomo
al di sopra della sua libertà. Lo storico Gianni Gentile, parlando dell'
imperialismo, afferma: "La cultura scientifica di stampo positivistico
(cioè ateo, ndr) nella seconda metà dell'Ottocento aveva elaborato una
teoria delle razze, secondo la quale a ogni razza venivano attribuite
diverse basi biologiche che determinavano i vari comportamenti, anche
dal punto di vista morale e dei costumi. Questa impostazione
pseudoscientifica consentiva di stabilire una gerarchia che poneva la
razza bianca al di sopra delle altre razze".
Strettamente connessa al razzismo, troviamo l'eugenetica, che altro
non è che l'antico sogno, utopico, e cioè ateistico, di creare una
umanità perfetta, assolutamente sana, senza macchia, che evidentemente
non ha bisogno di un Dio salvatore e di una Redenzione. L'eugenetica è
presente già nella Repubblica ideale, sostanzialmente comunista, di
Platone, nella "Città del sole" di Tommaso Campanella, anch'essa
organizzata secondo criteri comunisti; nel sogno di alcuni maghi del
Cinquecento, che credevano di poter applicare la selezione adottata per
i cavalli, anche all'uomo. Soprattutto, l'eugenetica moderna, riporta
ancora al nome del sedicente scienziato, ateo, Francis Galton, che nel
1883 coniò la parola "eugenics", spiegando al mondo che tramite
matrimoni selettivi e sterilizzazioni forzate si sarebbe creato l'"uomo
nuovo", sano e felice.
Non tanti anni più tardi Adolf Hitler, nel "Mein Kampf", dopo aver
spiegato che "lo stato, la nazione, dovrà impedire ai malati o ai
difettosi" di procreare, aggiungeva: "Basterebbe per seicento anni non
permettere di procreare ai malati di corpo e di spirito per salvare l'
umanità da una immane sfortuna e portarla a una condizione di sanità
oggi pressoché incredibile". Del resto Rudolf Hess era solito definire
il nazismo una "biologia applicata", mentre lo studioso Lifton ha
definito il nazismo come una "biocrazia": "Il progetto nazista si
ispirava a una visione di controllo assoluto del processo evolutivo sul
futuro umano biologico. Facendo ampio uso del termine darwiniano
'selezione' i nazisti cercarono di arrogarsi le funzioni della natura
(selezione naturale) e di Dio nell'orchestrare le proprie selezioni, la
loro versione della evoluzione umana".
Infine, in questa breve analisi, non si possono trascurare le radici
anche socialiste, sia del fascismo, sia del nazionalsocialismo, sia,
evidentemente del comunismo. Il marxismo ateo, che influenzò tutti i
tre i totalitarismi, con gradazioni diverse (ma non è questo il luogo
per analizzare questo punto), rappresenta anch'esso, come ha
giustamente scritto Karl Löwith, una "forma secolarizzata del pensiero
biblico": "La lotta finale dei due campi ostili della borghesia e del
proletariato corrisponde alla fede cristiana in una lotta finale tra
Cristo e l'Anticristo nell'ultima epoca della storia, il compito del
proletariato corrisponde alla missione storica del popolo eletto, la
funzione redentrice universale della classe più degradata è concepita
sul modello religioso della Croce e della Resurrezione, la
trasformazione ultima del regno della necessità nel regno della libertà
corrisponde alla trasformazione della città terrena nella città di
Dio". Cosa abbia partorito la religione atea del marxismo, lo sappiamo
tutti: dalla Russia, alla Cina, alla Cambogia, al Vietnam, ai paesi
dell'America latina, si parla, almeno , di cento milioni di morti,
secondo cifre, quelle del "Libro nero del comunismo" assolutamente
prudenziali. Robert Conquest, nel suo "Il grande terrore", accenna a
venti milioni di vittime solo durante il periodo staliniano, guerra
esclusa. Gino Rocca, nel suo "Stalin", parla di cinque milioni di morti
solo nelle grandi purghe staliniane tra il 1937 e il 1938; Aleksandr
Solzenitsyn parla di sessantasei milioni di morti in Russia tra il 1917
e il 1959, nel suo "Arcipelago gulag". Per nessuna epoca della storia,
prima dell'affermarsi dell'ateismo assoluto, si possono solo
lontanamente pensare le stragi e le malvagità create da nazismo e
comunismo, e dalle loro appendici ideologiche (razzismo, eugenetica,
socialdarwinismo). E' una evidenza storica che nessuno può negare.

IL FOGLIO 4 dicembre 2007



Ringrazio A.N. per questo contrubuto

06 dicembre 2007

A proposito di Marco Ahmetovic (parte seconda e spero ultima)

Alessio Sundas spiega così in un comunicato sul suo sito il senso dell'iniziativa di cui parlavo ieri e che aveva suscitato un vasto moto di indignazione:

Non mi fermerò fino a quando non verrà portata in parlamento la proposta legge dove vieta alle persone coinvolte in un reato o condannate di partecipare a programmi televisivi e farli entrare nel mondo dello spettacolo.
Quando è iniziata la mia provocazione ho subito annunciato che il mio era solo un test e che sarei riuscito nell’arco di pochissimo tempo a far diventare un killer una star ma come ho sempre detto dall’inizio e continuerò a ripeterlo non sono io che ho fatto diventare Marco Ahmetovic un vip ma è colpa del sistema italiano.
Le persone da me citate che sono state messe in questa Lista Sundas (Marco Ahmetovic, Annamaria Franzoni, Alberto Stasi, Azouz Marzouk, Amanda Knox, Patrick Lumumba, Raffaele Sollecito, le gemelle di Garlasco, Corrado Rigamonti,Cristiano Sandri) sono persone che non devono trarne nessun beneficio economico e né diventare ospiti di trasmissioni televisive.
Azouz Marzouk è stato arrestato per spaccio di droga e dopo lo sterminio di tutta la sua famiglia( il caso di erba) né ha tratto un beneficio ed è diventato una star al punto che lo vogliono come testimonial e ospite a programmi televisivi guadagnando somme ingenti di denaro, ma quello che è successo oggi ha dell’incredibile che conferma in pieno ciò che io da un anno ho sempre sostenuto, le persone che commettono un reato e coinvolte in un reato non possono diventare una star.
E ora è stato nuovamente arrestato e sapete quale sarà il futuro? Grazie al sistema guadagnerà ancora più soldi.
Il sistema deve essere fermato e io lo fermerò!
Si sveglia anche la Lega dove propone che i soldi guadagnati da assassini che diventano famosi grazie ai loro omicidi siano confiscati e messi a disposizione dei giudici che possono disporre, a seguito di una richiesta di risarcimento danni, che questi soldi siano consegnati ai familiari delle vittime.
A questo punto mi permetto di dire che è merito mio se la Lega è arrivata a questa conclusione, anche se questa proposta a me pare non opportuna, non dovrebbero neanche avere la possibilità di partecipare a trasmissioni e trarne beneficio, non si dovrebbe descrivere l’accaduto come una fiction televisiva, non si dovrebbero mostrare le foto delle persone coinvolte in stile modello, ballerina o attore bensì si dovrebbe mostrare una semplice foto della carta d’identità o la foto eseguita al momento dell’arresto con il classico numero da detenuto.
La proposta va modificata come dico io, anche perché per esempio nel caso Franzoni i soldi ricavati dalla sua notorietà andrebbero devoluti direttamente a lei?
E i soldi non dichiarati come li controllerebbero?

Ufficio stampa
3922351610
0654832824


Credo anch'io che persone indagate (o peggio ancora condannate) per gravi crimini non debbano diventare delle star e che non si debba in alcun modo lucrare su delle tragedie. Però la "provocazione" del Sundas mi lascia comunque un po' perplesso...

05 dicembre 2007

A proposito di Marco Ahmetovic

Gira in Rete questo appello:


Non comprate quei jeans!!

Dalla galera alle passerelle, passando per una notte in cui, ubriaco, alla guida di un furgone ha ucciso 4 ragazzi di età compresa tra i 16 e i 19 anni. E' una storia sorprendente la vita di Marco Ahmetovic, il rom di 22 anni che il 23 aprile di quest'anno, alla guida di un furgoncino e completamente ubriaco, uccise 4 giovani su una strada statale nei pressi di Appignano, in provincia di Ascoli Piceno. Sta scontando la sua pena in un residence con piscina..

..a breve sarà il testimonial di una collezione di jeans disegnata apposta per lui: la 'romjeans'

Il fatto che il volto del giovane romeno possa trovarsi su dei cartelloni pubblicitari, e che qualcuno sia disposto a pagare un cachet di 30.000 euro, stando alle indiscrezioni, perchè lui faccia da testimonial, sta suscitando indignazione di tutti.

Marco Ahmetovic

Non si può accettare una cosa simile,

nessuno di queste persone che usano il rom per soldi e per renderlo famoso ha rispetto per il dolore dei genitori, dei familiari e amici..

..e soprattutto per il ricordo “DEI QUATTRO ANGELI” FATE GIRARE QUESTA E-MAIL..

NON COMPRATE QUEI JEANS!!

NEMMENO PER BRUCIARLI


La vicenda è tristemente vera. Il cinismo di certo mondo degli affari pare non conoscere veramente limiti. Tutta la vicenda suscita davvero indignazione. La morte assurda di quattro giovani ad opera di uno sconsiderato. Una condanna che pare davvero troppo lieve (e dire che il pubblico ministero aveva chiesto ancora meno!) e per di più scontata agli arresti domiciliari in tutta comodità. Ma credo che si debba superare la rabbia che pure comprensibilmente nasce davanti a fatti del genere. Sarò un po' "complottista", ma sembra che si voglia in tutti i modi gettare benzina sul fuoco, alimentando il desiderio di risolvere i problemi sociali con la violenza e la repressione (penso a certe farneticanti dichiarazioni fatte in quel di Treviso). Quello che serve è la giustizia, non la vendetta! E la chiarezza: la tolleranza e la comprensione per le altre etnie e culture non può essere tolleranza e comprensione per l'illegalità e l'abuso senza limiti! Questa società può reggersi solo su regole che valgano per TUTTI!

La Progeria

Raccolgo l'invito di S.B. a parlare della Progeria, una malattia rara e terribile. La Progeria colpisce i bambini provocando loro un invecchiamento tanto precoce quanto repentino e conduce alla morte in giovanissima età. E' una "malattia orfana": non si dedicano grandi investimenti alla ricerca di cure e i mezzi di comunicazione ne parlano pochissimo. In qualche film (ricordo il bellissimo "Jack" con Robin Williams e il non eccelso "Un anno per morire" con Ralph Macchio) si è parlato di malattie che provocano l'invecchiamento precoce, ma in modo fantasioso e di fatto confondendo le idee. Per far conoscere la Progeria e contribuire alla ricerca di una cura è nata l'Associazione Italiana Progeria Sammy Basso (intitolata a una vittima della malattia) e presto sarà attivo anche il sito ufficiale.

04 dicembre 2007

In Russia c'è anche chi non dimentica il passato e non si autoassolve

Krasnovišersk. La città che non si è perdonata nulla

La prima “Norimberga” nella storia della Russia

Qualsiasi inferno può tornare.
Varlam Šalamov[1]

– Bambolina, il tuo pòljak[2] (accento sulla prima sillaba – nota dell’autore) arriva… Prepara la razione di pane – gridavano i ragazzini.

Questo significava che il polacco recluso era strisciato attraverso i fili metallici e veniva verso la nostra baracca. Portava un fascio di legna legato con il filo metallico. Per questo avrebbe ricevuto una razione di pane e io e la mamma avremmo mangiato il pane il giorno dopo o avremmo fatto durare la razione giornaliera per due giorni.

Gli uomini della VOCHR[3], evidentemente, consideravano le nostre baracche “zona”[4]. In effetti lo era: quando iniziò la costruzione della TÈC[5]-3 di Novosibirsk[6] risultò che non c’era dove alloggiare gli operai. La questione si risolse semplicemente: alcune delle nuove baracche del lager, che stavano nel punto di carico e scarico del legname, furono poste fuori dal filo spinato. Ruppero i pancacci e misero dei tramezzi. Si ottennero tredici stanze da un lato e tredici dall’altro. Il lungo corridoio aveva due uscite. Una veniva tappata in inverno. Non c’era luce elettrica. I movimenti della persone nel corridoio buio erano insolitamente precisi.

Ho raccontato due volte la mia infanzia nelle baracche. La prima volta in Polonia – in una scuola per bambini ipovedenti che è stata creata dal regista Krzysztof Zanussi. Per tutta la vita non mi ha mai lasciata il pensiero di trovare gli eredi di quel polacco a cui io e la mamma per un giorno davamo la nostra razione di pane. Sapevo che non li avrei mai trovati, ma guardavo caparbiamente i volti dei polacchi. Mi sembrava che avrei trovato qual polacco tra mille persone. Ora so che il mio smisurato amore per il cinema polacco si è nutrito di ricordi d’infanzia. Quella lingua sovraccarica di sibilanti l’ascoltavo senza traduzione. Il polacco non sapeva il russo né la mamma il polacco. Eppure conversavano.

Racconto per la seconda volta delle baracche del lager a Krasnovišersk nel distretto di Perm’[7]. La nota drammatica del mio racconto improvvisamente si muta quasi in entusiasmo.

– Sì-sì, tutto era proprio così, – esclama con gioia l’insegnante Svetlana Sartakova.

– Ma ricorda, – rammento io, – c’era anche una terza porta. In mezzo alla baracca. Dove cera il bagno. Uno per tutti. E nessuna fognatura.

– Ma si apriva solo a primavera, – ha precisato lei.

E così ho incontrato la mia infanzia da lager. Molti di coloro con cui parlo sono nati dopo che il noto lager sulla Višera[8]. Ma le baracche continuarono ad esistere ancora a lungo. Quelli che erano nati in esse, parlavano di se così: “Io vengo dal lager” (il villaggio di Vižaicha, da cui più tardi si sviluppò Krasnovišersk, è chiamato da Šalamov Višera).

Perché non sono giunta là dieci anni fa? C’era la possibilità di parlare con i reclusi stessi. Beh, per esempio con Aleksandr Morozov, ingegnere delle comunicazioni di grande talento. Ha lasciato i suoi appunti sulla costruzione del complesso industriale. Ho delle domande per lui, ma non c’è a chi farle. Emorto circa cinque anni fa.

21 luglio. Krasnovišersk. Mezzogiorno. Inaugurazione del monumento a Šalamov.

E’ giunto il nostro giorno – dice Ekaterina Vidjukova, figlia di un “nemico del popolo”. Suo padre giunse sulla Višera con un trasferimento speciale. E una volta qui fu messo nel campo di concentramento secondo il noto articolo 58[9], comma 10. Una tipografia clandestina – ecco di cosa lo accusavano minacciosamente. Maksim Ivanovič aveva una passione: voleva che dopo la sua firma di contabile ci fosse un qualche timbro che desse affidabilità alla firma. La tipografia clandestina stava in una scatola di fiammiferi.

…Si parlava di ciò che è radicale, importante: della doppia morale della politica dello stato, della propria verità, che deve diventare un ammonimento per la giovane generazione; del silenzio dei padri, a cui fu imposto l’obbligo di tacere; del silenzio dei figli, a cui nessuno impose quest’obbligo, ma i figli sapevano che bisognava tenere la bocca chiusa[10]; del silenzio dello stato come modo per nascondere il mostruoso crimine. L’idea dominante di tutti gli interventi è la protesta contro la politica, che proibisce alle persone di avere la propria opinione su ciò che accade e limita la libertà dell’uomo.

Il refrain di tutti gli interventi è: perché? Non è un’esclamazione retorica, è la necessità dell’uomo di sapere perché è stato rovinato un destino e versato del sangue. A quale diavolo è stato dato perché ci si divertisse un dono senza prezzo – la vita.

– Questo è un fatto storico per la nostra provincia – ha detto lo scrittore di Perm’ Jurij Aslan’jan – Dare un senso ai segreti e non nasconderli – ecco di cosa noi tutti oggi abbiamo bisogno.

A volte sembrava di essere a una manifestazione dell’opposizione. Fra laltro non era così. Qui c’era altro: non l’attuale lotta contro il potere, ma la verità per cui ha sofferto più di una generazione: l’uomo è libero. E non può, non deve essere altro.

E così il monumento a Varlam Šalamov viene inaugurato nel luogo in cui si trovava il PRIMO campo di concentramento modello, dove si elaborava la tecnica di annientamento di quanto c’è di umano nell’uomo, dove la libera personalità si trasformava in muta forza lavoro. I primi costruttori giunsero a Vižaicha nel 1928. Erano 150 persone. Era la quarta sezione dello SLON[11], creata nel 1928 (la comparsa del primo lager alle Solovki risale al 1924).

Capo dell’amministrazione della VIŠCHIMZ (la costruzione delle Višerskie Chimičeskie zavody[12]) fu nominato Èduard Berzin. Il lager fu dato all’amministrazione in qualità di forza lavoro. Commissario del 9° plotone dei tiratori scelti della Lettonia, coinvolto a suo tempo nel famoso caso dell’ambasciatore inglese Lockhart[13], Berzin aveva i suoi ispiratori. Inizialmente Dzeržinskij[14], poi Menžinskij[15].

Il tipo di lager, che più tardi fu stabilito come norma del Gulag, si formò proprio qui, sulla Višera. Il lager come significativo soggetto economico dello stato. Le basi dell’economia criminale furono poste qui.

…Šalamov fu arrestato il 19 febbraio 1929. Il 13 aprile entrò dai cancelli del Višlag[16], dopo essere stato picchiato durante il tragitto solo per aver difeso un giovane appartenente a una setta religiosa che veniva deriso dalle guardie. Già il 6 luglio fu spedita dal Višlag una lettera al CC del partito con la richiesta di far cessare gli insulti alla dignità umana.

Passò qui tre anni (per poi andare a Bereznjaki, Solikamsk e altri luoghi del distretto di Perm’). Era in trasferta, come qui dicevano allora e dicono ancora.

Già le prime poche ore sono sufficienti per percepire l’atmosfera particolare di Krasnovišersk. Si abbracciano, piangono, si baciano… E’ giunta da Tallinn Evgenija Alekseeva, insegnante. Secondo l’articolo 58 furono deportati sua madre, suo padre, suo fratello… Piange di dolore e di gioia.

– Non puoi contarli tutti, – dice.

– Ma perché li deportarono?

Evgenija Alekseeva ride:

– Perché non erano andati al kolchoz, ma ad uccidere Kirov[17].

Racconta degli estoni che furono deportati sulla Višera – questi furono grati per tutta la vita alla popolazione locale. Qualcuno manda un saluto dalla Sassonia meridionale da parte dei tedeschi, il cui destino fu insolitamente tragico: quando il nostro esercito arretrò, i tedeschi furono mandati in Germania. Quando ci fu la liberazione dei territori tedeschi, i tedeschi subirono la deportazione, cioè il ritorno nella loro patria storica. Li riportarono nel Gulag.

…Piange il prigioniero Grigorij Vesel’skij – insegnante di matematica. E’ un artista.

Ma ci sono anche quelli che non sono venuti. Per un motivo: “Non tornerò. Lo so con precisione”.

Sì, questo è il loro giorno.

Ecco, è così: l’atmosfera di Krasnovišersk è creata da persone con una particolare biografia e un particolare destino.

– Membri della criminalità organizzata e criminali comuni, – dice l’insegnante Nina Djukova, – erano amici del popolo e del potere, perciò dopo aver scontato la pena lasciavano i nostri posti. I deportati secondo l’articolo 58 erano sottoposti a un regime di colonia penale – dopo la condanna passavano, come si diceva allora, a un regime di deportazione. Molti restavano qui.

Il nucleo fondamentale sono gli eredi dei “nemici del popolo”. Ma anche quelli che hanno evitato questa sorte sono felici di aver avuto la possibilità di aver avuto a che fare con queste persone durante la loro infanzia e la loro adolescenza.

Uno di essi è l’insegnante di storia Igor’ Jakovlev. Ha ricordato molte persone, ma un ruolo particolare nella sua vita l’ha avuto il greco Konstantin Gagasi. Un uomo coltissimo, un eccellente agronomo. Dopo una condanna a dieci anni non aveva diritto di tornare in Crimea. Lavorò in un sovchoz[18] come economista.

– Ho imparato molto da lui. Beh, per esempio, ho acquisito questo: per quanto odi una persona, proprio tu devi dire per primo “Salve!”. Oh! Adesso so cos’è la fredda gentilezza aristocratica.

E ancora ha ricordato che questi hanno tracciato un confine netto tra il bene e il male.

Da quella parte del fiume Višera si trovava un centro agricolo – un “figlio” del noto eroe del racconto di Šalamov “Chan-Girej”.

– Il mio centro agricolo, – dice Igor’. – Qui io ho saputo per la prima volta che i detenuti non erano delinquenti e briganti. Ecco i cerchi dell’Inferno dantesco: il centro agricolo, l’imbarcadero, Baranij Log[19], l’officina automobilistica – queste sono le mie università. Qui c’erano cosacchi del Don, tedeschi del Povolž’e[20], tatari di Crimea, abitanti di Tjumen’, Čeljabinsk[21], Kurgan[22], armeni, bulgari, polacchi… Era la costruzione della torre di Babele.

Chiedo a Igor’, come si sentivano i detenuti una volta in libertà. Con un marchio del genere.

– Ho acquisito dall’infanzia una verità: il nemico è chi ha ucciso, rapinato, stuprato. Noi sapevamo che i detenuti secondo l’articolo 58 non avevano ucciso nessuno, non avevano rapinato nessuno. Tra il popolo c’era questa opinione: “E’ dentro[23] senza motivo”. Ecco questo “è dentro senza motivo” determinava i nostri rapporti con loro.

Igor’ ha ricordato in qualche modo che qui viveva un uomo di Vlasov[24] e i ragazzini a volte lo chiamavano traditore. Però questo era l’unico caso.

– Tornerei a quel tempo. Adesso mi sentirei in colpa. Mi sono molto interessato al destino dei soldati che andarono con Vlasov. Una terribile tragedia, ma allora che ne sapevamo?

I prigionieri erano bibliofili. Una delle più ricche biblioteche della città era quella dell’ingegnere prigioniero Morozov, che lavorava con Berzin. Quando il nipote vendette la biblioteca del nonno, Igor’ comprò molti libri. Per mezzo di questi ha potuto farsi un’idea degli interessi dell’ingegnere caduto in disgrazia.

– Non vi preoccupate, – ha detto Igor’. – Difficilmente avreste conversato con lui. Era chiuso. Taciturno.

Lo scrittore Jurij Aslan’jan è grato a suo padre per averlo convinto a incontrarsi con i prigionieri e a trascrivere i loro racconti. Il padre disse al figlio: “Solo la conoscenza della verità rende l’uomo libero”.

Una schiena dritta è la principale impressione che si ha dall’incontro con chi è passato per il lager.

Una schiena dritta è la principale qualità degli abitanti di Krasnovišersk, ereditata dai padri e dai nonni.

Dopo, quando sono andata in giro per Solikamsk, Borovsk[25], Bereznjaki, molti mi hanno chiesto:

– Ha fatto caso che città colta è Krasnovišersk?

Ecco che tipo di selezione sociale è stata fatta. Si può solo supporre in quale sciagura biologica si sia trasformato il Gulag per la Russia.

Proprio da qui, dalla Višera, il più grande luogo di deportazione di quei tempi, come ritiene lo storico di Perm’ Viktor Šmyrov, “cominciò la lunga strada per Solikamsk, per il luogo di detenzione “Partizan”[26], per i lager di lavoro forzato e per i lager speciali dello MGB[27] dell’URSS. Probabilmente la strada più terribile della storia dell’umanità. La strada dell’assassinio, dello stupro e della degradazione di milioni di persone”.

Il lager

A tarda sera navighiamo su un piccolo piroscafo, che è a disposizione del provveditorato agli studi per il trasporto degli alunni dei villaggi sulle rive. Eccolo, il famoso centro agricolo dove Chan-Girej faceva crescere un tipo di cavolo che fino ad allora nessuno aveva mai visto. Ci volevano due persone per abbracciarlo. Questi era un principe tataro, generale al seguito di Nicola II. Fin dall’infanzia Chan-Girej era dominato da un sogno – far crescere le rose. Se si crede a quanto dice Šalamov, i fiori fatti crescere da Chan-Girej veniva portato a Sverdlovsk[28] per essere esposti. “I fiori al Nord sono una strada per la libertà” – pensava il principe tataro. E si ingannava. Durante il primo anno di permanenza nel lager Šalamov fece visita a Chan-Girej grazie a un permesso speciale. Successe destate. Berzin esigeva sul suo tavolo una rosa fresca ogni giorno, indipendentemente dalla stagione. E ogni giorno una rosa fresca giungeva sul tavolo del cekista[29]. Chan-Girej era un grande selezionatore. Berzin lo portò con se sulla Kolyma[30] e Chan-Girej fondò un’intera serie di istituzioni agricole al Nord. Il 16 settembre 1938 fu condannato alla fucilazione.

Ecco la cava di pietre. Le condizioni di lavoro – puro medioevo. Qui lavorò Ivan Saenko, qui si distrusse i polmoni. Passiamo oltre Bachari – in tutto qualche caso sul bordo del fiume. Assolutamente lontane da tutto.

– Perché lontane da tutto? – chiede Nina Djukova. – Vivono, crescono i figli, pescano. Questo non è essere lontani da tutte. Questa è vita dentro di se.

Il Nord insegna che la solitudine è la condizione ottimale dell’uomo. Anche Šalamov.

Nina Djukova è nata presso la foce della Višera – a Petrunichi e la c’era una baracca. Quando giunse là Šalamov, c’erano in tutto dieci baracche per duemila persone. Poi comparvero 44 baracche e 11000 detenuti. Secondo i dati di “Memorial”[31], per il lager sulla Višera passarono 70000 persone.

Finora si può ancora vedere molto. Finché ci sono coloro che possono testimoniare.

Igor’ ha disegnato la pianta del lager secondo i racconti dei testimoni oculari. I vecchi abitanti conoscono i luoghi di sepoltura. Talvolta si può sentire: “Sì, seppellivano dietro il decimo magazzino e dietro il secondo bagno a vapore”, “Ma dietro l’azzurro Dunaj[32] quante sepolture, senza parlare degli stagni, dove affogavano i vivi”.

Mi sono fermata a Teplovka. Il nome della località è stato dato da uno dei comandanti del lager, Teplov, che si distingueva per la particolare crudeltà.

– Ma chi era a Pesčanka fu trattato in modo ancora più terribile da Teplov… Là tutto il villaggio morì.

E’ del tutto probabile che sotto i miei piedi ci siano delle ossa. C’erano così tanti cadaveri che non riuscivano a seppellirli. Di solito ammucchiavano i cadaveri, ci versavano sopra della calce e li gettavano nelle depressioni del terreno. Dopo Cristo, secondo Pasternak, l’uomo non muore in un cortile o per la strada, ma presso di se nella storia. Ora sappiamo come siamo morti nella nostra storia.

– Sì, seppelliva in tutto il perimetro di Vižaicha, – dice un vecchio abitante.

Ekaterina Vidjukova ricorda che una volta suo padre vide due vecchietti asiatici seduti sulla neve. Li avevano appena portati là. C’era un vero freddo uralico. I vecchietti portavano vestaglie di seta imbottite. Non parlavano in russo. Sedevano immobili. Suo padre cercò di fargli capire che non dovevano sedersi. Bisognava battere le mani tra loro e battere i piedi per terra. I vecchietti continuavano a stare seduti. Al ritorno vide i cadaveri irrigiditi e quella notte stessa i membri della criminalità organizzata si coprivano di vestaglie asiatiche.

Il giorno dopo andiamo nel territorio del lager. Ancora ieri sfavillava il chiaro sole uralico. Oggi fa freddo. Piove. Luglio è come autunno avanzato. Siamo in quattro: l’insegnante Igor’ Jakovlev, Ekaterina Vidjukova, il direttore della casa-museo di Šalamov a Vologda Rimma Rožina e io.

Il Višlag è veramente il modello classico del Gulag. Con l’impianto igienico, l’obitorio, la casa di appuntamenti, le vie di baracche che portavano tutte il nome dello scrittore proletario Gor’kij (1.a, 2.a, 3.a, 4.a e così via). C’era la zona speciale dell’amministrazione. La cosiddetta montagnola: una fontana, una pista per il pattinaggio sul ghiaccio, un bestiario (due orsi e un alce), un teatro e perfino una gabbia per gli uccelli. Qui, evidentemente, nacque la geniale formula di Šalamov “Il lager è simile al mondo”. Resta da chiarire come il Gulag influenzi la nostra organizzazione del mondo. In quali forme resta nella nostra vita.

Qui, nel teatro, la mamma di Ekaterina Vidjukova vide per la prima volta il suo fidanzato. Interpretava Nesčastlivcev nel Boscodi Ostrovskij[33]. Sua madre, sedendo in sala, proferì ad alta voce: “Ma tu non parli così, niente affatto”. Al momento di andare in scena il teatro bruciò con attori e spettatori, poiché c’era una sola uscita.

…Il luogo occupato un tempo dalle baracche del lager è vuoto e abbandonato, anche se è molto vicino al centro. Finora nessuno ha costruito qui: tale è la reputazione del posto. Ho visto due persone che si agitavano nel loro spazio. Nella notte qualcuno aveva bruciato la loro capanna.

– Sì, io sono Sljusareva. Sono di Višera. Deportata speciale. Come tutti, anch’io. Costringevano mio padre a portar via i cavalli alla gente, ma lui – niente da fare!.. Cera il lager. Questa è la mia casa natale. Nel ‘30 deportarono il babbo dalla regione del Kuban’[34]. Li nutrivano di bucce di patate. Era tutto qui. Mio marito ha avuto sette paralisi. Come lo salvo? Beh, lo massaggio e vive. Si alza.

Di tutte le disgrazie qui parlano a bassa voce. Senza pathos o esaltazione, letteralmente davvero l’essenza del mondo non è scritta per noi, come disse Šalamov. La disgrazia è letteralmente l’essenza della vita. E’ come un altro livello di percezione del mondo, dove i nostri ahi e ohi sono ridicoli o blasfemi.

Ekaterina Vidjukova ricorda come vivevano liberamente nel lager i membri della criminalità organizzata e i delinquenti comuni. Rubavano la biancheria fuori dalla zona. Potevano giocarsi un uomo e perderlo, ma in nessun caso ci sono state indagini.

Non c’era alcun mezzo meccanico – piccone e pala. Scavarono fondamenta della profondità di 25 metri. Sotto smottamenti e crolli morirono delle persone. I lavori di preparazione del legname erano particolarmente pesanti. La presenza di legname era la condizione fondamentale per costruire una cartiera. I contadini giunti dalle regioni del Don e del Kuban’ venivano cacciati nella taiga. Non avevano esperienza di lavoro in grandi boschi. Spesso morivano semplicemente. Lasciavano un uomo nella taiga finché non adempiva la norma. Senza cibo. Senza possibilità di riscaldarsi. Perfino dopo esser tornati nel lager, molti non ricevevano cibo. La razione era il mezzo per ottenere l’adempimento della norma. Il mezzo per costringere l’uomo a “dimenticare di essere un uomo” (Šalamov).

C’è ancora, questa cartiera, che a giugno doveva ai lavoratori 24 milioni di rubli[35] di stipendi arretrati. L’anno scorso hanno bloccato la strada. Molti giovani se ne vanno a Solikamsk e a Bereznjaki. Il direttore della cartiera non è andato all’inaugurazione del monumento. Cioè non ha capito nulla né della storia del nostro paese né della storia della cartiera. Il suo cognome è Belkin.

Voglio trovare il luogo delle esecuzioni.

Ecco la strada da qui andava a nord, saliva “e in questa strada in un afoso giorno d’estate qualcosa si mosse”[36]. Ma si mosse una nube di polvere, sollevandosi lentamente da qualche posto in lontananza.

Conto dieci passi dal presunto luogo delle esecuzioni. Ecco che qui la nube si è fermata.

“Questa era una tappa che si faceva venendo dal nord – giubbe grigie, pantaloni grigi, tutti impolverati. Occhi sfavillanti, denti di persone sconosciute e in qualche modo terribili”.

Mi sono ricordata di quando varcai per la prima volta la soglia di un lager a regime duro una quarantina di anni fa. Era una grande sala, c’erano circa quattrocento persone. Tenni la mia prima lezione di psicologia ai detenuti. Crani calvi, arcate sopraciliari basse, giubbe imbottite grigie. So con precisione che quella era in tutto e per tutto la sensazione di angoscia interiore che diviene paura narrata da Šalamov, anche se di Šalamov non sapevo nulla. Ecco come si può trasformare subito un uomo in una massa grigia incolore, mi venne da pensare.

All’improvviso, inaspettatamente, penetrò una forte luce. Tutto sfavillò ad un tratto. Erano gli zèki[37] che si alzavano dalle sedie di plastica colorate. Il contrasto feriva gli occhi: ciò che era vivo era senza colore, ciò che era morto – colorato.

A volte fermo Igor’ e Ekaterina Maksimovna con una domanda: davvero finora nessuno vi ha scritto?

– E a chi interessa questo? – dice Ekaterina Maksimovna.

Se ne sono andati nonni e nonne, padri e madri. Hanno portato via con se il segreto della loro vita.

– Interessa agli studenti, – ricorda Igor’. – Fate attenzione, interessa sempre. In quindici anni di lavoro non ho avuto una sola classe in cui non ci fossero bambini di famiglie di vittime delle repressioni.

L’allievo di Igor’ Roman Zajcev ha ricevuto il terzo premio al concorso nazionale “L’uomo nella storia – il XXI secolo”. “Così è nata la mia città. Dolore e gioia” è il tema svolto. Sapete come il lager delle Solovki si estese sul continente, dopo essere divenuto il primo lager industriale. Là c’è un passaggio del genere: “Insieme al lager è stato tolto il filo spinato ed esso è divenuto uno dei microquartieri del sobborgo operaio, che è rimasto fino ad oggi. Le strade del lager sono divenute le vie della città”. Insomma non c’è bisogno di nulla: basta togliere il filo. E siete nel nostro mondo.

– Io non divido le repressioni in periodi. Per me c’è un solo periodo – dagli anni ‘20 agli anni ‘50. Le ondate di repressioni si susseguivano, anche se ufficialmente il lager non esisteva più.

Igor’ porta avanti un lavoro di ricerca con gli studenti. Questi individuano i luoghi di deportazione speciale e vi pongono delle croci. Una volta ha detto:

– Sapete, ad Aralovo[38] c’è l’icona dal titolo “Allevia il mio dolore”.

Non posso sfuggire al senso del titolo.

A Krasnovišersk non c’è una chiesa né una libreria. Il dolore dell’insegnante di storia è uno solo. Tutti i documenti sono chiusi. I documenti sui detenuti del Višlag sono da qualche parte nei lager della Mordovia[39]. Ma nessuno si da per inteso.

Durante le giornate dedicate a Šalamov è stato donato un documento al museo di Krasnovišersk: l’atto di liquidazione. Il trasferimento di proprietà del lager. Proprio di questo parlano gli addetti ai musei di Solikamsk e Bereznjaki. In questi posti si sarebbero potuti creare centri di ricerca per lo studio di un terribile periodo della nostra storia. I tedeschi di Solikamsk hanno pubblicato tre volumi di materiale sconvolgente sul destino dei tedeschi del Prikam’e[40]. Rigorosi documenti si accompagnano a storie personali e destini privati che fanno rabbrividire. Questa è un’iniziativa privata. La direttrice di uno dei musei di Solikamsk ha detto: “Ho tentato di convincere le cattedre di storia. Che almeno gli studenti venissero coinvolti nel lavoro, che è tantissimo. Ecco solo uno strato sociale: i contadini deportati. Una famiglia poteva arrivare a 25 persone. Dove sono? Qual è stato il loro destino? Che diventasse chiara non solo la tragedia di una singola persona, ma anche il prezzo di tutte le nostre trasformazioni sociali”.

Un altro addetto a un museo mi ha detto mi ha detto che conosce perlomeno 20000 casi, la cui apertura non può essere rimandata. Ricordo: Solikamsk era la prigione di passaggio di tutta l’Unione Sovietica. Raramente qualcuno la evitava, se era diretto nell’est o in Siberia.

La figlia

– Il mio nido di nobili è la baracca numero tre, – dice Ekaterina Maksimovna Vidjukova.

Suo nonno aveva servito fedelmente lo zar per 25 anni nel Caucaso (a Tiflis[41]). Il distretto del Don di cui il nonno era originario passava da una banda all’altra. Per due volte il nonno fu messo al muro. Ma all’ultimo minuto si sentì “Ri-poso!” – e il nonno rimase in vita. Una volta vide che nella steppa correva un uomo a cavallo e due persone coi fucili lo rincorrevano. “Lo ammazzeranno!” – pensò il nonno e aprì il cancello. L’uomo a cavallo si nascose. Gli inseguitori restarono a mani vuote. Alcuni giorni dopo l’uomo salvato tornò a ringraziare – era Dybenko, noto rivoluzionario.

Giunse l’anno del grande trapasso. Il nonno non entrò nel kolchoz e divenne un deportato speciale. Ma aveva sei figli. Quattro già adulti, presero una decisione. Furono costretti a rinnegare il padre. In caso contrario sarebbero stato dei “giusti dei nord[42]”, come dicono qui. Il nonno andò verso il luogo di deportazione con due figli. Maksim aveva vent’anni, Trofim quattordici. Ma già da deportato speciale Maksim ebbe il suo articolo 58 per la tipografia clandestina.

Era nel lager per colpa di due lettere – “S” e “T”. Seguiva il movimento dei detenuti. Era impensabile per estensione.

C’era una cassa speciale, che si apriva da due lati. I cadaveri venivano subito gettati nelle depressioni del terreno. E non c’era bisogno di far girare il carro. Era comoda una cassa del genere.

Il nonno tentò di tornare a casa dopo la riabilitazione. Non riuscì a trovare una lingua comune con i figli che avevano rinnegato il padre. La ferita sanguinava da due parti.

Una volta un ex detenuto andò alla dacia dei Vidjukov. Raccontò come loro, gli operai, erano costretti a sparare gli zèk.

– Ci davano un bicchiere di vodka e una pistola. Io sparavo stringendo gli occhi, ma sapevo di colpire nel segno. Non si poteva non colpire nel segno. Le persone erano pigiate come acciughe.

– Piangeva, – dice Ekaterina Maksimovna. – Il carattere criminale del potere sta nel fatto che legava i condannati a se con il sangue.

Per il nonno, la nonna e il padre deportati Ekaterina Maksimovna riceve 400 rubli[43] al mese. Dopo operazioni molto complesse le proposero di prendere la pensione di invalidità, avvertendola: se prendi l’invalidità, ti toglieranno i quattrocento rubli. L’insegnante rifiutò l’invalidità.

Il volume di Šalamov che ama di più è il terzo. Si meraviglia che tutti noi abbiamo scoperto tardi il poeta Šalamov.

Ricorda sempre le parole di Varlam Tichonovič: i versi vanno letti lentamente.

– Ha ragione, quando dice che i versi acquisiscono il carattere del destino, – non domanda e non afferma l’insegnante.

Mette sullo stesso piano i versi di Puškin[44], Tjutčev[45], Fet[46] sulla primavera e legge quello che scriva Šalamov sulla primavera. Striscia con gli stracci erbosi dell’anno scorso, con la sola biancheria addosso. Con gengive, su cui appare sangue.

– C’è un’immagine del genere nella poesia mondiale? – domanda. Non so.

Il nipote

Di suo nonno Vladimir Grečucha può dire così: la sua vita è passata tra due scrittori. Andrian (o Andrej) Grečucha nacque a undici verste[47] da Dikan’ka[48]. Cioè vicino a Gogol’. La seconda parte della vita la passò a Vižaicha, vicino a un altro scrittore – Varlam Šalamov.

Erano tre fratelli: Vasilij, Ivan e Andrej. Il nipote guarda le fotografie. Sul recto di una leggiamo: “Noi tre siamo come uno. Insieme, seppure su una carta, perché ci ricordino”.

Adesso nessuno sa più come Ivan e Vasilij finirono a Parigi. Il fratello minore era destinato a passare per tutti i lager.

Talvolta il nipote dice: “Ho fatto i conti”, “Ho chiarito”. Vuole ristabilire il percorso di vita del nonno.

Le fotografie testimoniano che un contadino russo benestante all’inizio dello scorso secolo era indistinguibile da un parigino. Forse ha ragione anche chi ha detto: la vera aristocrazia è stampata nei volti dei contadini.

Al momento dell’arresto la famiglia si disperse. Alcuni finirono alle Solovki, altri nel governatorato di Archangel’sk[49]. Dopo aver scontato la condanna il nonno fu confinato a Vižaicha. Passò tutta la vita sulla Višera. Amministrò un garage. Si occupava di lavori di ingegneria. Quando gli fu proposto di iscriversi al partito disse: “Non riesco a bere quanto bevete voi”. E questo fu tutto!

La pronipote di Andrian ha ottenuto il documento che decise il destino di un’enorme famiglia. In esso sta scritto che Grečucha è un achlement[50] antisovietico. Signore, perdona noi peccatori! Un contadino alacre e benestante e un delinquente semianalfabeta.

Fino agli ultimi giorni Grečucha mantenne la schiena dritta.

Ma i fratelli parigini cercarono caparbiamente il minore. E lo trovarono! Negli ultimi tempi gli hanno inviato dei pacchi (sapone, semola, tè, stoffa). Andrian vide le loro fotografie. La moglie di un fratello era una top-model. L’uno e l’altro avevano delle villette.

Una volta il nonno non resse e portò il nipote per negozi. Comprarono caramelle costose, per dimostrare che esisteva il paradiso staliniano.

Per diciassette anni il nonno si prese cura della moglie paralizzata Efimija Jakovlevna, quella da cui lo separarono con l’arresto.

Il nipote ha parlato alla conferenza. Era agitato. Va in giro con un’Oka[51] scassata. E’ felice che ci sia lavoro. E’ aiuto bulldozerista alla Uralalmaz[52]. Sta12 ore nell’argilla con gli stivali di gomma. Lo stipendio è di 11000 rubli[53]. Un tempo la Uralalmaz era un’impresa ad azionariato popolare e i cottage che sono stati costruiti qui, appartenevano non solo alla dirigenza, ma anche ai lavoratori. Ma qualcosa, come sempre da noi, è successo. I lavoratori sono stati costretti a vendere le azioni… Dove e a chi vadano i diamanti – adesso nessuno lo sa.

Che strano: gli Urali sono il magazzino del mondo. Nella provincia di Krasnovišersk estraggono gas, petrolio, oro, diamanti. Intorno ci sono possenti boschi, un’aria inebriante, bellezze naturali meravigliose e alla gente resta un solo privilegio – mantenere la propria dignità. Se è stata lasciata in eredità.

– Vede, – mi dice un funzionario, – il nostro popolo vuole avere molto e subito.

Sì, davvero, questo popolo ha ricevuto appieno. Molto e subito. Allora nella cartiera lavoravano gratis. Adesso trattengono la paga. E la persona di nuovo non è un soggetto della storia. E’ di nuovo un oggetto di manipolazioni. La coscienza da Gulag del funzionario russo è indistruttibile.

Sappiamo e ricordiamo

Bajadin Fëdor Fëdorovič[54]. Contadino. La famiglia fu mandata sulla Pečora[55] e questi sulla Višera. C’erano quattro figli nella famiglia. Due figlie morirono. Una in segheria, l’altra di fame. A Krasnovišersk vive una sua pronipote…

…Filipp Dmitrievič Šiškin. Partecipante al processo di liquidazione dei cosacchi. Paramedico. Per i confinati fu un grande[56] dottore. I suoi pronipoti vivono sulla Višera.

…Efim Aleksandrovič Račkovskij. Confinato per deviazione dalla linea di credito del partito. Lavorò come agronomo nel kolchoz. Non c’è nessuno a cui si possa raccontare di lui.

…Abaturov Ivan Nazarovič. Arrestato secondo l’articolo 58 nel 1928. A febbraio fu inviato sotto scorta a Vižaicha. Lavorò in segheria. Prima della fine della sua condanna giunse da lui la famiglia, che in patria era passata attraverso le repressioni. Nel 1933 morirono di tifo il padre, la madre, la sorella e due figlie in tenera età. Il figlio maggiore e una figlia vivono a Perm’.

...L’insegnante Nina Djukova – principale guida delle manifestazioni in onore di Šalamov sulla Višera – legge la lista delle vittime delle repressioni. Vengono i brividi. Questo ricorda la lettura delle liste dei fucilati nel lager. Manca la banda.

C’è una conferenza su Šalamov, che potrebbe competere con qualsiasi simposio internazionale. A Krasnovišersk studiano Šalamov per davvero. Nelle scuole lo si studia già da dieci anni. Il 30 ottobre, nel giorno della commemorazione dei detenuti politici, ha luogo un concorso per la migliore illustrazione dell’antiutopia “Višera”.

…Merita ascoltare la relazioni dell’insegnante Igor’ Jakovlev. Questi ha contrapposto la descrizione della costruzione della VIŠCHIMZ in due opere – una di Šalamov e una di Bušmanov[57]. I libri (cosa stupefacente!) sono stati scritti nella stessa epoca.

Così la VIŠCHIMZ è il più lampante esempio di industrializzazione. Dall’altra parte, dice Igor’, è un territorio infernale per il quale sono passate decine di migliaia di persone. Ricordiamo: “Nell’autunno del ‘29 con cinquanta detenuti navigavo da Vižaicha a Usol’e[58] per dare vita al gigante del primo piano quinquennale – Bereznjaki” (Varlam Šalamov). I protagonisti principali dei racconti di Bušmanov sono i dirigenti e i lavoratori liberi, giunti dai villaggi circostanti per guadagnare qualcosa. Secondo tutti i canoni del realismo socialista un contadino analfabeta autodidatta legge complessi disegni tecnici, assembla le macchine più complesse. E se entra in discussione con specialisti stranieri – di regola vince lui, non loro.

“…A Krasnovišersk il vice responsabile della costruzione Filippov rifornisce un’intera brigata di lavoratori di canapi, legati a cinghie da bardotti e si affretta a soccorrere il convoglio”, – così Bušmanov descrive i fatti veri che vengono fatti passare per eroismo dei costruttori.

Come fu costruita la VIŠCHIMZ in realtà? Solo un dettaglio della vita: “Là, in quelle baracche, indicava al novellino con un gesto della mano un angolo scuro e puzzolente, dove non c’era posto non solo per un uomo, ma neanche per un gatto. Il novellino si sollevava sui dormienti e chiudeva gli occhi. Con la forza del proprio peso si faceva posto tra gli altri corpi” (Šalamov).

Bušmanov venne a sapere che il campo di concentramento esisteva. Subì la repressione. Seppe, come dice Igor’, uscire dalla macchina del Gulag. Diventò segretario del comitato provinciale e proprio tre anni dopo che Šalamov scrisse “Višera”, pubblicò la sua “anti-Višera», che ebbe per titolo “Il risveglio della taiga”.

– Fu un ordine politico, – dice Igor’.

– Ma Bušmanov non lesse il testo di Šalamov, – dico io.

– Penso che il KGB a suo tempo abbia letto “Višera”. C’era bisogno di una “anti-Višera”. Questa comparve.

Fa una pausa e dice:

– Penso che un giorno chiariremo queste macchinazioni.

Igor nomina anche un’altra opera polemica – sul noto kolchoz sulle rive della Višera, scritta anch’essa, a proposito, da Šalamov. Il tono è lo stesso: eroismo, grande lavoro. Cioè, c’è questa preoccupazione – decorare il campo di concentramento. E forse in questo processo abbiamo successo.

Beh, Bušmanov – d’accordo! E’ semplicemente cattiva letteratura. A Bereznjaki mi sono incontrata con il giornalista Andrei Gramolin. Questi ha condotto il programma televisivo “Šalamov e Paustovskij[59]”. E’ andato in onda sul canale televisivo locale. Chi avrebbe potuto pensare, che l’opera truffaldina di Bušmanov fosse un penoso calco del racconto di Paustovskij “Il sale della vita”?

Leggerlo è doloroso e amaro. Io speravo comunque che Paustovskij fosse nell’ignoranza. Ma se non avesse capito che questo era un campo di concentramento? Beh, si era ingannato.

No! Vide e capì. Tutto!

Un esempio: l’ingegnere sovietico Friš viene arrestato. E’ accusato di sabotaggio. “Ma a Perm’ Friš fu liberato per mancanza di prove”. Noi e voi sappiamo cosa potesse accadere a un ingegnere, per di più tedesco, a Perm’ o a Solikamsk.

Ma anche questa falsità pareva poco. Friš si rattristò molto di non poter esser presente al pubblico processo contro “quelli che avevano raccontato falsità contro di lui – un giovane e scrupoloso specialista sovietico”. Vengono ricordate anche le rivolte dei lavoratori, ma questi non erano affatto lavoratori, erano ubriaconi.

“I bolscevichi li “distrussero” da qualche parte là, in ambito familiare?”

Gli specialisti stranieri dicono della fabbrica:

– Non mi aspettavo un progetto così ben pensato e grandioso.

“Quel mattino gli specialisti stranieri assomigliano all’esercito napoleonico”, – così sono qualificati gli stranieri.

Le qualità artistiche rafforzano soltanto la falsità.

“Il sole basso illuminava le strade silenziose tra i villaggi. Il cielo sopra di esse si stendeva come mani pallide”.

Anche sul cielo nei lager noi e voi sappiamo qualcosa da Šalamov:

Marciscono le ultime ribaditure,

E crolla il cielo di un morto,

E, disfacendomi in polvere e cenere,

Io sogno fino alla fine.

– Ti immagini, uno scrittore siede in un albergo del partito con una toilette calda, l’altro trascina gli stivali del lager per scendere all’inferno – dice Andrej Gramolin.

L’insegnante Igor’ Jakovlev ha ragione: non c’è necessità di scoprire nulla, c’è necessità di capire, come questo sia stato possibile.

…Un altro tema principale è stato proposto alla conferenza. Lo stesso Šalamov lo chiamava l’errore della letteratura artistica. Talvolta precisava: l’errore pedagogico.

Si tratta della romantizzazione del mondo illegale, criminale. La lingua reagisce rapidamente alla realtà della vita. Il lessico della malavita diventa rapidamente un modello, facendo funzione di risorsa del vocabolario. Certo, dal lessico al comportamento reale la distanza è enorme, ma proprio qui, sulla Višera, la gente sa bene come la parola porti con se l’atto. Il tentativo di romantizzare la criminalità (basterebbe “Brigada”[60], “la canzone melodica moderna” ecc.) è la testimonianza di un malessere sociale. Qui si ricorda il grido d’allarme di Varlam Šalamov: “L’infezione malavitosa contagia la società”.

Alla Starkova, relatrice, ha studiato la vita della parola “malavita” in varie lingue. Perfino in aramaico.

– Comunque il legame attraverso il sangue – è il principio basilare di esistenza di qualunque banda. Nella parola stessa c’è già lo stimolo a un determinato modo di agire, – dice Alla, insegnante della scuola n. 1[61].

Nina Djukova, sotto il cui patronato si è svolta tutta la conferenza, ha detto che più di tutto la colpisce la parola di Šalamov. Il mondo nero è descritto in modo cristallino con una parola pura. E’ interessante, qual è il meccanismo interno di questa fusione? Abbiamo cercato a lungo di trovare una definizione. Non l’abbiamo trovata. E solo più tardi in una lettera della traduttrice polacca M. Bechius-Rudnicka si è trovata la formula dello stile: “Oscurità con ricercatezza”. Questa ha aggiunto anche che per l’arte moderna è un tratto raro. Praticamente impossibile, aggiungiamo.

…L’anziana insegnante è salita sulla tribuna e con una voce calma, perfino distaccata ha cominciato il suo racconto:

– Nel ‘31 sulla Višera c’erano spesso tempeste. Brevi fulmini diritti tagliavano il cielo come spade. L’armatura sfavillava e risuonava, le rocce erano simili alle rovine di un castello.
Ero convinta che narrasse un racconto sulla propria vita. L’intonazione pareva così personale. Zinaida Ažmjakov leggeva “La carta di diamanti” di Šalamov.

…La conferenza era preceduta dalla registrazione dei partecipanti. Una delle domande era: “Nella Sua famiglia ci sono vittime della repressione?”. Notate, che non chiedevano se “c’erano”, ma se “ci sono”. Il parametro temporale qui non è una formalità. Esso indica l’attitudine morale verso ciò che è stato.

– E ci sono molte vittime della repressione? – chiedo.

L’insegnante da un’occhiata alla lista:

– Vede, quasi tutti.

Arriva il mio turno.

– Sì! C’è, – dico io.

– Chi?

– Mio padre.

– Dica cognome, nome e patronimico.

Per la prima volta in tutta la mia lunga vita pronuncio il nome di mio padre con un senso di assoluta sicurezza e con partecipazione a quello che qui spesso si chiama il popolo della Višera.

Vergogna!

Via Kommunističeskaja[62], via Bol’ševistskaja[63], via Lenin, via 25 Ottobre[64] – queste strade della città vecchia di Perm’ vanno di seguito. Una dopo l’altra – e alla fine ti portano al cosiddetto giardinetto della prigione. La gente lo chiama ancora il giardinetto dei Decabristi[65]. Ma là c’è il monumento ai collaboratori del sistema penitenziario morti in tempo di guerra e di pace.

– Ma chi avrebbero potuto essere in tempo di guerra? Soldati, ufficiali? – rifletto io.

– Erano membri dello Smerš[66]. Cosa? Non lo sa? E che c’è da chiedere? Che c’è da guardare qui? – borbotta un passante.

E così a Perm’, per cui passarono centinaia di migliaia di detenuti, e centinaia di migliaia si trovarono sepolti nelle voragini naturali e nelle paludi, non c’è un monumento alle vittime della repressione nel centro della città. Dicono che c’è un qualche monumento in uno dei cimiteri. Vallo a trovare.

Con un tale stato di cose non può rappacificarsi in alcun modo Rudol’f Vedeneev. E’ uno scultore, un artista, un uomo impegnato in politica. Cos’è la prigione lo sa per esperienza personale, ma non si preoccupa per la sua sorte.

Gli specialisti ritengono che proprio le composizioni scultoree di Rudol’f, dedicate alla vittime della repressione, siano vicine alla prosa di Varlam Šalamov. Alcuni dicono che siano l’equivalente scultoreo della prosa di Šalamov. Nessun tentativo di estetizzazione dell’orrore. La verità così com’è.

Ecco: per Rudol’f Vedeneev è una vergogna che ancora nella regione di Perm’ non ci sia un monumento a Mandel’štam[67] (questi e la moglie scontarono il confino a Čerdyn[68]). E’ una vergogna per lui che non ci sia un monumento a Pasternak, che ha immortalato Perm’, Vsevolodo-Vil’da[69] e Bereznjaki. Qui, a Bereznjaki, lavorò in una fabbrica di soda nel ‘16. Tredici anni dopo a costruire uno stabilimento chimico giunge Šalamov. Dalla fabbrica di soda allo stabilimento chimico c’è qualche centinaio di metri. Rudol’f non ritiene casuali questi incroci di destini, di strade e cammini. In essi vede la stortura di importanti significati storici, senza comprendere i quali non abbiamo la possibilità di capire in che paese abbiamo vissuto.

Nel febbraio 2002 la duma[70] della regione della Kama meridionale ha approvato il progetto di una composizione scultorea dedicata alle vittime del terrore e delle repressioni. Il dipartimento della cultura della regione si è rivolto per tre volta alla Lukoil[71]. Proprio per questo territorio la Lukoil fa passare un suo oleodotto. Ma ecco la risposta: “Lo riteniamo inopportuno”.

Un funzionario di Perm’ ha dato una spiegazione:

– Il mondo degli affari ha paura a portare avanti un’iniziativa che può avere un carattere politico, soprattutto se è legata al tragico passato…

– E’ perché il nostro presidente è un uomo del KGB?

– Sì, – il funzionario non si esime dal rispondere.

Della drammatica odissea delle opere di Rudol’f e su lui stesso bisogna scrivere a parte.

…Alla vigilia dell’inaugurazione del memoriale andiamo con Rudol’f ai margini di Perm’. Verso i monti Tarakan’i[72]. Evitiamo uno spiazzo ricoperto di erbacce e saliamo sul monte. Su di esso c’è una croce di legno. E una scritta: “In memoria delle vittime della guerra civile fucilare nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1918, il gran principe Michail Romanov e il suo segretario Brian Johnson”. La terra di Perm’ è ritenuta principio e fine della dinastia dei Romanov. Proprio qui morì il prigioniero di Nyrob[73], lo zio del primo zar Michail e nel ‘18 l’ultimo Michail della dinastia dei Romanov fu fucilato. Furtivamente. Nel cuore della notte. In uno spiazzo. Michail, ferito, si lanciò in aiuto del suo segretario, che aveva subito una ferita mortale, ma qui fu raggiunto da una pallottola.

Saliamo verso la campagna.

– Fai attenzione, – dice Rudol’f, – a come il potere ha decorato il proprio inganno. Accanto a via Budënnyj[74] ci saranno obbligatoriamente via Repin[75] e via Surikov[76].

L’anno scorso ricorrevano 90 anni dalla morte di Michail Romanov e Brian Johnson. Rudol’f ha progettato da tempo un monumento commemorativo di questo tragico avvenimento. Ha chiesto notizie sul segretario del gran principe. Vuole sapere se ha dei discendenti.

Scendiamo dal monte. La croce è sia sul monte sia sulla strade. Viene gente. Più in basso ci sono delle sorgenti. Qui cominci a capire che amaro destino è toccato al Prikam’e – diventare terra di sofferenza e dolore. Il cimitero delle speranze.

“I sonnecchianti boschi di Perm’”, – così parla lo carevič[77] Fëdor a suo padre Boris Godunov[78] dei confini delle terre di Mosca nella tragedia di Puškin.

Proprio qui, su questi monti Tarakan’i, sentì fisicamente quello che Šalamov chiamava il primo grado del non essere, quando “quando non c’è da scherzare nella vita, quando la pelle più vicina è la propria”. La solitudine di una strada triste e crudele.

Ma domani – domani verrà il suo giorno, il giorno di Rudol’f. E’ l’autore del memoriale di Krasnovišersk.

* * *

– Non ho mai trovato da nessuna parte una comprensione come quella delle autorità di Krasnovišersk.
Infatti il 21 giugno ha avuto luogo non l’inaugurazione delle lapidi commemorative, ma del memoriale nel più preciso significato di questa parola. La lapide posta sul piedistallo sembra un monumento.

Le autorità hanno scelto il miglior posto della città.

Valentina Petrovna, ecologo: “Credo che in tutto questo ci sia l’opera di Dio. Chi non avanzava pretese su un posto così appetitoso? Il mercato, il centro ricreativo. E tutto è finito in nulla. Il posto attendeva il suo profeta”.

L’iniziativa di dedicare un anno a Šalamov è opera della società civile della città. I discendenti delle vittime della repressione si sono rivolti all’assemblea cittadina con l’idea dell’anno. Il capo dell’assemblea municipale Nikolaj Novikov non ha semplicemente appoggiato l’idea, ma se n’è infervorato. Hanno coinvolto il mondo degli affari. La Lukoil ha versato dei soldi.

E così il progetto è stato realizzato da tre forze – la società civile, le autorità e il mondo degli affari.

– Con l’apporto decisivo della società civile, – sottolinea Nikolaj Novikov. Un buon segnale.

– L’avvenimento di oggi non è di dimensioni provinciali. Questo è un avvenimento storico per la Russia. La presa di coscienza di ciò che ci è successo è un processo difficile, ma al di fuori di questo processo non c’è storia né futuro, – ha detto il plenipotenziario per i diritti umani della regione di Perm’ Tat’jana Margolina.

E adesso – attenzione! Tenete a mente tutto.

Krasnovišersk è l’unica città della Russia che ha fatto i conti con le pagine tragiche della nostra storia. Ha stabilito la propria appartenenza a queste pagine (cioè anche la propria responsabilità per esse) di modo che a chiunque varchi i confini della città sia chiaro:

“Qui dal 1928 al 1934 si trovava il campo di concentramento “Višeralag[79]. Migliaia di persona condannate senza colpa – vittime delle repressioni staliniane – costruirono il CBK[80] e lavorarono nei boschi. Prigioniero di questo lager è stato anche il grande scrittore russo Varlam Šalamov, autore dell’antiromanzo “Višera” e dei “Racconti della Kolyma”.

I documenti del nostro passato sono stati distrutti, le torri di guardia sono state segate. Le baracche sono state spianate.

Siamo stati noi?

Rispondo: siamo stati noi.

Con tutta l’espressività di un protocollo, con la responsabilità e la precisione di un documento”. V.T. Šalamov.

L’enorme stand con queste parole è come lo scudo civile della città.

* * *

E così lo scrittore Šalamov apre l’ingresso alla città. Non a caso! Il rapporto degli abitanti di Krasnovišersk con l’arte di Varlam Šalamov è un grande fenomeno, in cui lo stesso scrittore non credeva dopo l’esperienza negativa dei lager. L’artista diviene non solo testimone dei fatti avvenuti sulla terra, ma anche il loro interprete. Di più – il loro giudice.

Boris Pasternak riteneva che nell’arte dovesse avvenire qualcosa, che trasforma l’enunciato artistico nell’ultima parola sulla questione.

Per gli abitanti di Krasnovišersk Šalamov è diventato un’ultima parola del genere.

Postfazione

E comunque… E comunque… C’è il memoriale di Šalamov come scudo all’ingresso della città con un testo duro: c’era un campo di concentramento. E non un’ambigua “struttura di lavoro correzionale”.

E improvvisamente Èduard Berzin è cittadino onorario di Krasnovišersk. Questo succedeva circa trent’anni fa. Nessuno ricorda quando fu compiuto quest’atto. Il ritratto di Berzin apre lo stand dei cittadini onorari. Là c’è anche Sigal’ Iosif Abramovič, che si è espresso in favore dell’apertura del meomoriale. Aveva otto mesi quando capitò sulla Višera.

– Interessante, – rifletto ad alta voce, – sarebbe possibile che il capo di Auschwitz o di Dachau venisse fatto cittadino onorario?

Sento dire in risposta:

– Berzin non è mai stato capo del lager. Era capo della costruzione dello stabilimento.

E’ pronto anche un testo da Šalamov: “Il capo del lager iniziò il suo discorso, ma non era affatto Berzin, era Limberg”.

Ecco. Poi vi diranno che Berzin chiamò Šalamov con sé sulla Kolyma. “Solo con la scorta”, – rispose Šalamov.

La gente della Višera sa che Šalamov voleva scrivere un libro su Berzin. No, qui non ci sono ammiratori di Berzin.

– Diciamo così, – mi dicono. – I rapporti di Šalamov con Berzin erano contraddittori. Come i nostri.

Ebbene! Questo era dunque il periodo “romantico” del Gulag. Con una buona razione di pane e perfino con la possibilità di frequentare il ristorante del lager, se si lavorava duro. Un “periodo romantico” con cataste di morti e di sofferenti nelle segherie. Con i bardotti sulla Višera come forma ottimale di lavoro.

C’è anche un’altra ipostasi delle riflessioni con cui mi sono scontrata il primo giorno al museo: Berzin è un carnefice e una vittima. Una ruota dentata in una macchina mostruosa. Eun tipo di giudizio diffuso. Poco tempo fa un noto regista, dando un giudizio sul film “La fredda estate del ‘53”[81], disse così: la grandezza del film sta nel fatto che il regista non si preoccupa di cercare i colpevoli. Nessuno è colpevole. C’è un fatalismo sociale del genere.

Ma perfino queste conversazioni, se hanno luogo sulla Višera, si distinguono per il fatto che chi riflette non mette un punto alla fine. Ammette la possibilità di un altro giudizio ed è pronto a valutarlo. Come dice in questi casi la molto saggia Nina Djukova, c’è qualcosa su cui lavorare.

Rudol’f: “La particolarità del periodo odierno è l’incapacità di distinguere il bene e il male. E’ una tendenza pericolosa”. Una volta gli hanno proposto di porre una lapide in memoria delle vittime della repressione sul viale Dzeržinskij. Lo scultore è esploso. “Ma che c’è di particolare? E’ la nostra storia”, – si è sentito rispondere.

Un ringraziamento va all’insegnante di storia Igor’ Jakovlev.

– Ci sono delle questioni storiche, che, senza essere illuminati, causano angoscia interiore. Berzin è il fondatore della città in cui vivo. Il prezzo di questo politico lo sappiamo. Come storico dico: non abbiamo avuto la nostra Norimberga. Non abbiamo analizzato la nostra storia. Le pagine più terribili non sono state sottoposte a giudizio. Questa è una procedura storica molto importante. Anche per questo c’è confusione nelle nostre teste. Questa è dappertutto: nel comportamento, nella politica dello stato, nell’insegnamento. Ecco che racconto dell’industrializzazione. Effettivamente è avvenuta a ritmi mai visti al mondo. MaNon si può mettere un punto. Bisogna continuare: a che prezzo.

Una delle persone più intelligenti con cui Šalamov si incontrò sulla Kolyma fu il valente fisico Georgij Demidov. Questi scrisse in seguito allo scrittore: “…la verità è eterna, la menzogna, anche se organizzata su larga scala ha il suo limite storico”. O la nostra menzogna è così grande che il limite è invisibile o ci è successo qualcosa.

E per ultima cosa

Varlam Tichonovič credeva poco o non credeva per nulla che la deduzione di Tolstoj sull’amore come senso dell’essere fosse applicabile a un mondo che è l’inferno.

Ma il ritmo poetico, la logica dell’arte esprimevano la fede nascosta nel fatto che l’amore è possibile. L’amore come una parola di Dio.

Quando della deduzione di Tolstoj

Il mondo non è ancora dotato,

Quando l’amore come una parola di Dio

Fruscia da ogni lato

Ecco: la totale contrapposizione di bene e male come avveniva in Šalamov, prosegue anche ora. Cambiano le forme della sua esistenza. Non è così semplice riconoscere il male, che assume vari aspetti.

Non c’è miglior maestro dell’arte di Šalamov – nervo scoperto di tutti i giudizi sulla Višera.

“Ma tutti noi siamo vivi solo perché ci ha generato l’amore di chi ha sofferto qui. E ha ricordato”, – questo dice Jurij Aslan’jan, figlio del quartiere Lager’.

Una conclusione possente sull’amore come parola di Dio l’ha compiuto il giorno, che si è mutato in una bianca notte nordica. In questa notte, come avrebbe detto Boris Pasternak, c’era qualcosa di fine e possente.

Questo testimoniava non solo l’ampiezza e l’apertura dello spazio uralico, ma anche la forza umana di coloro che qui sono morti e di coloro che se ne sono andati da queste regioni e sono tornati.

Questo ha generato e istruito figli sulla Višera.

Ha insegnato una grande sapienza – non abbandonare all’oblio padri e fratelli.

Alla dolorosa e impavida domanda di Varlam Šalamov: siamo stati noi o no? – sulla Višera rispondono immutabilmente: sì! Siamo stati noi.

Lo siamo stati e lo siamo. Sempre. In eterno.

A Krasnovišersk c’era un monumento a Dzeržinskij.

Èlvira Gorjuchina
Mosca – Perm’ – Krasnovišersk – Solikamsk, Borovsk, Bereznjaki

14.09.2007, “Novaja Gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/color35/02.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Varlam Tichonovič Šalamov, prigioniero del Gulag e scrittore che ne ha dato testimonianza.

[2] “Polacco” (ma nel russo corretto la parola ha l’accento sull’ultima sillaba – poljàk). In polacco l’accento è fisso sulla penultima sillaba e quella è praticamente la pronuncia esatta della parola “polacco “ in polacco…

[3] Abbreviazione di Vooružënnaja OCHRana (Guardia Armata).

[4] Zona di loro competenza, cioè.

[5] TeploÈnergetičeskij Centr (Centrale TermoElettrica).

[6] Principale città della Siberia.

[7] Russia nord-orientale.

[8] Fiume da cui deriva il nome della città.

[9] L’articolo 58 del codice penale sovietico riguardava le attività antisovietiche. In nome di questo articolo milioni di persone finirono nell’“arcipelago Gulag”.

[10] Letteralmente “la lingua dietro ai denti”.

[11] Soloveckij Lager’ Osobogo Naznačenija (Lager a Destinazione Speciale delle isole Soloveckie). In russo slon significa “elefante”. Le isole Soloveckie, colloquialmente Solovki, si trovano nel mar Baltico.

[12] “Fabbriche chimiche della Višera” (il corsivo è mio).

[13] Robert Hamilton Bruce Lockhart fu condannato a morte per aver preparato un attentato contro Lenin, ma poi fu “scambiato” con l’ambasciatore sovietico a Londra Litvinov.

[14] Feliks Èdmundovič Dzeržinskij, fondatore della polizia politica sovietica.

[15] Vjačeslav Rudol’fovič Menžinskij, capo della polizia politica sovietica dal 1926 al 1934.

[16] Abbreviazione di Višerskij Lager’ (Lager della Višera).

[17] Sergej Mironovič Kostrikov (Kirov) fu ucciso ufficialmente da un fanatico trotskista, anche se si suppone che possa esser stato fatto uccidere da Stalin. Costui, dopo l’assassinio di Kirov dette il via alle grandi “purghe”.

[18] Azienda agricola di stato senza i privilegi dei kolchoz, come quello di vendere “liberamente” le eccedenze.

[19] “Burrone dei montoni”, località del nord della Russia.

[20] Medio corso del Volga, lungo cui nel ‘700 si stabilirono tedeschi invitati da Caterina II (pure tedesca, anche se di lontanissime origini slave) mantenendo lingua e tradizioni. Stalin lì deportò nell’estremo nord della Russia e nella parte asiatica dell’URSS.

[21] Città della zona uralica della Federazione Russa come Tjumen’.

[22] Città della Siberia meridionale.

[23] Letteralmente “siede” (in russo si dice “sedere in prigione”, per quanto Solženicyn abbia detto che i prigionieri del Gulag non stessero seduti praticamente mai).

[24] Andrej Andreevič Vlasov, generale sovietico che passò ai nazisti e costituì un’armata che collaborò con questi.

[25] Città del distretto di Perm’.

[26] “Partigiano”, lager della provincia di Magadan, nell’estremo oriente della Siberia.

[27] Ministerstvo Gosudarstvennoj Bezopasnosti (Ministero della Sicurezza di Stato), uno dei nomi della polizia politica sovietica.

[28] Città della zona uralica della Russia europea.

[29] In senso proprio čekist significa membro della ČK – nello spelling russo če-ka – , cioè della Črezvyčajnaja Komissija po bor’be s kontrrevoljucej i sabotažem (Commissione Straordinaria per la lotta con la controrivoluzione e il sabotaggio), la prima polizia politica sovietica. “Cekisti” sono detti per estensione tutti gli agenti dei servizi segreti e della polizia politica.

[30] Fiume siberiano tristemente noto per i lager costruiti lungo il suo corso.

[31] Associazione che si dedica ad onorare la memoria delle vittime delle repressioni sovietiche e a difendere i diritti umani nella Russia di Putin.

[32] Dunaj (Danubio) è il fiume delle fiabe russe. Come dire “il” fiume, il Lete…

[33] Aleksandr Nikolaevič Ostrovskij, autore teatrale russo del XIX secolo.

[34] Regione della Russia meridionale.

[35] Oltre 670.000 euro.

[36] Qui e altrove l’autrice cita Šalamov, anche quando non lo dice esplicitamente.

[37] Z/k significava inizialmente Zaključënnyj Kanalestroenija (Detenuto addetto alla Costruzione del Canale – cioè del canale tra il mar Baltico e il mar Bianco), ma poi zèk e termini simili divennero sinonimo di detenuti del Gulag.

[38] Villaggio della regione di Perm’, presso gli Urali.

[39] Regione della Russia nord-orientale, tristemente nota come luogo di deportazione.

[40] La parte della regione di Perm’ bagnata dal fiume Kama.

[41] Cioè Tbilisi, adesso capitale della Georgia.

[42] “Nord” è qui sinonimo di “lager del Nord”.

[43] 11-12 euro.

[44] Aleksandr Sergeevič Puškin, poeta nazionale russo.

[45] Fëdor Ivanovič Tjutčev, poeta russo del XIX secolo.

[46] Afanasjij Afanas’evič Fet (Foeth), poeta russo del XIX secolo di origine tedesca.

[47] Circa 12 chilometri.

[48] Paese della campagna ucraina di cui scrisse Gogol’.

[49] Porto del Mar Bianco, nell’estremo nord della Russia.

[50] Dovrebbe essere èlement, “elemento”.

[51] L’utilitaria russa più piccola.

[52] Azienda che si occupa delle miniere di diamanti degli Urali.

[53] Poco più di 300 euro.

[54] Negli elenchi ufficiali i russi sono nominati con cognome, nome e patronimico.

[55] Fiume del nord della Siberia.

[56] Letteralmente “da Dio”.

[57] Scrittore “ufficiale” oggi sconosciuto.

[58] Città della Siberia.

[59] Konstantin Georgievič Paustovskij, scrittore sovietico.

[60] “Brigata”, serial televisivo russo ambientato nel mondo della criminalità organizzata.

[61] Le scuole russe non hanno nome, sono semplicemente numerate.

[62] Comunista.

[63] Bolscevica.

[64] Giorno della Rivoluzione Russa.

[65] I partecipanti alla fallita insurrezione del dicembre (dekabr’ in russo, da qui il nome) 1825.

[66] Abbreviazione di SMERt’ Špionam (Morte alle Spie), il servizio segreto interno dell’Armata Rossa.

[67] Osip Èmil'evič Mandel'štam, poeta russo, vittima delle purghe staliniane.

[68] Città della regione di Perm’.

[69] Località non ben precisata della regione di Perm’.

[70] Assemblea parlamentare.

[71] Compagnia petrolifera russa.

[72] Degli Scarafaggi.

[73] Villaggio della regione di Perm’.

[74] Semën Michajlovič Budënnyj, generale dell’Armata Rossa.

[75] Il’ja Efimovič Repin, pittore e scultore del “realismo socialista”.

[76] Vasilij Ivanovič Surikov, pittore di soggetti storici, morto prima della Rivoluzione.

[77] Figlio dello zar ed erede al trono.

[78] Reggente e poi zar di Russia alla fine del XVI secolo.

[79] Cioè Višera-lager.

[80] Celljulozno-Bumažnyj Kombinat (Stabilimento di lavorazione di Cellulosa e Carta).

[81] Film sullo stalinismo del 1987.