05 settembre 2007

Che cos'è la verità?

Meeting 2007 Lunedi' 20 agosto

LA VERITA' E' IL DESTINO PER IL QUALE SIAMO STATI FATTI

Di seguito il discorso di Don Francesco Ventorino durante l'incontro "La verità è il destino per il quale siamo stati fatti"
Ho un ricordo ancora vivo – sono passati quarant’anni – dell’urlo di mia madre di fronte al cadavere di mia sorella, morta improvvisamente perché aveva voluto portare avanti una gravidanza a rischio: «Dottore, perché è morta mia figlia?». Il medico non ha capito il significato della domanda e le ha spiegato come era morta: per un embolo. Ma mia madre, una donna del popolo e quasi analfabeta, poneva un’altra domanda: «Perché una donna muore a trenta anni, per dare la vita ad un figlio che vive sette giorni e poi muore a sua volta». Era la domanda sul destino della vita, della vita di sua figlia, di quella del figlio di sua figlia e di ogni uomo. Era una domanda che nasceva da quell’esigenza di cui è costituito il cuore di ogni uomo, «esigenza clamorosa, indistruttibile e sostanziale – l’avrei sentita definire poi da don Giussani – ad affermare il significato di tutto» .

1. Ma la vita ha un destino?
Negli ultimi anni alcuni intellettuali in Italia si sono affaticati nel dimostrare che questa, la domanda di mia madre, è una domanda senza senso.
L’uomo non sarebbe altro che un animale prodottosi nel corso di un’evoluzione che non risponde ad alcun disegno divino, né ad alcuna finalità prestabilita. Il ruolo della specie cui apparteniamo non sarebbe superiore a quello delle api o delle formiche o dei passeri, cioè produrre e riprodursi.
A questa domanda, dunque, non ci sarebbe risposta e quindi non avrebbe senso neanche porsela. E così sono stati liquidati in maniera semplicistica i più grandi pensatori e poeti di tutta l’umanità considerati come degli imbecilli che per tutta la vita si sono cimentati con una domanda che sarebbe addirittura contro la ragione.
Dietro questa ostinata negazione di un senso, di una verità e di un destino della vita c’è una paura – l’ha rivelata da tempo Gianni Vattimo –, è la paura che «se c’è una natura vera delle cose, c’è anche sempre un’autorità – il papa, il comitato centrale, lo scienziato oggettivo, ecc. – che la conosce meglio di me e che può impormela anche contro la mia volontà». Perché «a che altro serve insistere sulla oggettività e la “datità” del vero, se non a garantire qualche autorità a qualcuno?» .
Non ci sarebbe, dunque, altro fondamento delle leggi etiche e giuridiche se non il consenso sociale.
Oggi dietro la pretesa di equiparare le coppie di fatto, etero ed omo- sessuali, alla famiglia fondata sul matrimonio si nasconde la stessa paura: quella che si possa affermare la natura vera delle cose e la stessa diffidenza nei confronti di chiunque e di qualunque istituzione voglia difendere «l’oggettività e la “datità” del vero».
Don Carrón agli Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione di quest’anno, come esempio di questa mentalità, citava Rorty, il quale afferma:
«Non vi è niente di profondo in noi se non quello che noi stessi vi abbiamo messo, nessun criterio che non sia stato creato da noi nel corso di una pratica, nessun canone di razionalità che non si richiami a un tale criterio, nessuna argomentazione rigorosa che non sia l’osservanza delle nostre stesse convenzioni» .
Niente “dato”, dunque, – concludeva don Carrón – tutto “convenzione”.
Il nichilismo, cioè la negazione che ci sia una verità e un destino della realtà, è l’orizzonte teorico in cui si colloca e si giustifica la nostra “civiltà dei consumi”, perché se la realtà non ha una sua verità e neanche l’uomo possiede un suo destino, il consumare, assecondando l’istinto del benessere, è l’unico rapporto che l’uomo può stabilire con il reale.
Da quest’atteggiamento, che vale per ogni rapporto, nasce quella concezione per la quale le cose, il denaro, il sesso, l’amore e perfino la vita propria e altrui diventano una proprietà gestita secondo il modello dell’“usa e getta”.
«Proporvi, o imporvi, delle verità – scrivevano quest’anno degli insegnanti di un liceo della mia città, Catania, a degli alunni che avevano chiesto delle certezze per vivere per morire – è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica» .
Questa rinuncia della scuola pubblica, laica e democratica, a proporre delle verità non è recente. Ricordo che quand’ero giovane insegnante di Religione nello stesso Liceo mi sono dovuto opporre, provocando uno scandalo generale, ad un Consiglio di classe, che si era trovato unanime nella decisione di punire in modo esemplare un ragazzo e una ragazza che erano stati sorpresi a baciarsi sullo scalone della scuola, adducendo questa motivazione che chiedevo fosse messa a verbale: «La scuola prima insegna che la morale non è altro che una convenzione sociale e poi vuole punire dei ragazzi che muoiono dalla voglia di baciarsi e che non avrebbero dovuto farlo solo per rispettare una convenzione che domani potrebbe cambiare [come di fatto è accaduto], magari quando loro non ne avranno più né la voglia, né la capacità».
Il Preside, intelligente, avendo intuito che io volevo rovesciare le parti e accusare loro di corruzione di minorenni, ha subito sospeso la seduta, comminando ai quei ragazzi solo la minima sanzione disciplinare.
Non ci si strappi le vesti poi, quando ci si trova – come accade spesso ai nostri giorni – di fronte alla violenza dei giovani contro se stessi e contro gli altri, né ci si affanni ipocritamente a cercare spiegazioni altrove e a trovare affannosamente dei rimedi efficaci.
L’unico rimedio serio sarebbe quello di impedire la corruzione morale derivante da un simile argomentare, che si ammanta arbitrariamente della dignità del pensiero “laico”. Ma il pensiero veramente laico ha tutt’altra profondità e grandezza, come vedremo.
Ci troviamo di fronte ad una dissoluzione dell’uomo caparbiamente perpetrata – come diceva don Giussani – pur di non riconoscere che la sua ragione è strutturalmente apertura al Mistero, grido e domanda di significato e di verità, pur essendo questo «un cammino di ricerca, umanamente interminabile»

2. La domanda sul destino della vita costituisce il cuore di ogni uomo
«Ma non ha ragione, non ha ragione il nichilista!», ha gridato una volta don Giussani qui a Rimini agli universitari di Comunione e Liberazione, perché è grande – Dio come è grande! – l’uomo, il giovane, il ragazzo quando guarda la sua ragazza, mentre lei non lo vede, perché sta andando via, la guarda e sente il meglio di sé venire a galla: gli viene [...] un’adorazione. Giusto! Perché quel volto è il simbolo di Colui che ci ha fatti per Sé, cioè per la felicità, che è la bellezza come ha capito Leopardi nell’inno Alla sua donna, che è la verità» .
Perché non ha ragione, dunque, il nichilista? Perché egli andrebbe contro quel meglio di sé che gli viene su dal suo cuore, cioè da quel complesso di evidenze e di esigenze, che lo costituiscono strutturalmente e che gli impediscono di dire che la sua ragazza è un niente; anzi lo spingono ad una adorazione di quella misteriosa promessa che nella bellezza di lei si rende presente.
Il cuore è ciò che Pirandello, un vero laico e mio conterraneo, in Uno, nessuno e centomila, chiama quel “punto vivo” che è dentro di noi e che scatta quando qualcuno o qualcosa lo provoca. Vitangelo Moscarda, che è un banchiere, provocato dal suo amico, che proditoriamente lo accusa di essere un usuraio, e dalla risata cinica con cui sua moglie commenta questa accusa, reagisce così:

«Ebbene, da quella risata mi sentii ferire all’improvviso come non mi sarei mai aspettato che potesse accadermi in quel momento…: ferire addentro in un punto vivo di me che non avrei saputo dire né che né dove fosse; […] un “punto vivo” in me s’era sentito ferire così addentro, che perdetti il lume degli occhi» .
E più avanti dice:
«Quel punto vivo che s’era sentito ferire in me… era Dio senza alcun dubbio: Dio che s’era sentito ferire in me, Dio che in me non poteva più tollerare che gli altri a Richieri mi tenessero in conto d’usurajo». .
Don Giussani ha insistito per tutta la vita sull’importanza del cuore, di questo criterio oggettivo che abbiamo in noi:
«la natura lancia l’uomo nell’universale paragone, dotandolo di quel nucleo di esigenze originali, di quella esperienza elementare di cui tutte le madri allo stesso modo dotano i loro figli» .
Questo è il criterio della verità ed il fondamento della nostra libertà:
«Se non si afferma la verità del nostro cuore, siamo preda degli avvoltoi che dominano il mondo. Ogni uomo è avvoltoio verso l’altro, rapinatore dell’altro; non solo i potenti, ma anche il compagno può essere il rapinatore della tua anima, sfruttatore di te, può tentare di strumentalizzarti. Non possiamo impedire questo, possiamo fare una sola cosa: essere noi stessi, essere il nostro cuore» .
Benedetto XVI, quando era il professore Joseph Ratzinger, in una conferenza pubblicata nel 1972, citava una dichiarazione di Hitler che proclamava il suo proposito di distruggere il cuore di ogni uomo:
«Io libero l’uomo dalla costrizione di uno spirito diventato scopo a se stesso; dalle sporche ed umilianti autoafflizioni di una chimera chiamata coscienza morale, e dalle pretese di una libertà a autodeterminazione personale, di cui ben pochi sono all’altezza» .
Così Ratzinger la commentava:
«La coscienza era per quest’uomo una chimera dalla quale l’uomo doveva essere liberato; la libertà che egli prometteva doveva essere una libertà dalla coscienza. […] La distruzione della coscienza è il vero presupposto di una soggezione e di una signoria totalitaria. Dove vige una coscienza, esiste anche una barriera al dominio dell’uomo sull’uomo e all’arbitrio umano, qualcosa di sacro che rimane inattaccabile e che è sempre sottratto all’arbitrio, sottraendosi ad ogni dispotismo proprio o estraneo. Solo l’assolutezza della coscienza è l’opposto assoluto nei riguardi della tirannide; solo il riconoscimento della sua inviolabilità protegge l’uomo nei confronti dell’uomo e nei confronti di se stesso; solo la sua signoria garantisce la libertà»
Il nichilismo dunque, come negazione di questo criterio del vero e del bene, di cui siamo dotati, sarebbe il principio di una vita disumana e della legittimazione di ogni violenza dell’uomo sull’uomo.
Don Giussani, leggendo Nietzsche, ne ha mostrato tutta la contraddizione:
«“Un giorno un viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio...”. Questa è la scelta che ha fatto l’uomo contemporaneo: chiudere la porta alla speranza, all’impeto ideale che gli alita alle spalle, acquattato in fondo al suo cuore, trasmessogli da sua madre e da tutto ciò che lo anticipa nella storia: questo evidente desiderio del vero, del reale, del certo.
L’uomo moderno se ne sente perseguitato come da un aguzzino “tetro e appassionato”, e ad un tempo ammette di essere costituito dal desiderio della verità, mentre si ribella alla natura del proprio cuore che è profezia di Dio» .
Dante ha stupendamente cantato nel Paradiso:
«Io veggio ben che già mai non si sazia
nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra,
di fuor dal qual nessun vero si spazia.
Posasi in esso come fera in lustra,
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.
Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch’ al sommo pinge noi di collo in collo» .
Descrive così stupendamente l’esperienza umanissima (“io veggio ben”) dell’esigenza costitutiva del nostro cuore della verità, cui tende in tutto ciò che conosce, con la speranza fondata che essa ci sia e che sia possibile trovarla (“e giugner puollo”), perché altrimenti il nostro desiderio sarebbe un desiderio vano (“se non, ciascun disio sarebbe frustra”). E l’uomo sarebbe – come è stato detto da Sartre – «una passione inutile» .

3. L’avvenimento della verità
L’uomo è dunque domanda di verità. A questa domanda la realtà stessa si incarica di rispondere: la verità si lascia incontrare, accade: essa è l’imporsi della realtà nella sua evidente presenza!
«La verità – diceva don Giussani – è come la faccia di una bella donna, non puoi non dire che è bella, non riesci! […] La verità è una cosa che si impone inevitabilmente. Uno ha una frazione di istante per cui il cuore si commuove»
Essa spalanca la coscienza e il cuore dell’uomo e gli fa ritrovare se stesso e la sua libertà. Essa semplicemente è.
Ancora Luigi Pirandello, questo autore che non finisce mai di sorprendermi per la sua apertura ad ogni aspetto dell’umano e per la sua capacità di raccontare l’umana esperienza, nella novella Ciaula scopre la luna narra di un garzone mezzo scemo, costretto a lavorare in una miniera di zolfo, che una notte, portando il suo carico sulle spalle all’esterno di essa, giunto allo stremo delle sue forze, perché «non aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur ora», fece la “scoperta” della luna, della sua «chiaria», della sua bellezza e in quell’avvenimento ritrovò se stesso, la sua umanità.
«La scala era così erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il carico, pervenuto all’ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare in su, non poteva veder la buca che vaneggiava in alto. […]
Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.
Possibile?
Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento.
Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C’era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore» .
È una documentazione suggestiva di quanto scrive don Giussani ne Il senso religioso:
«Lo stupore, la meraviglia di questa realtà che mi si impone, di questa presenza che mi investe, è all’origine dell’umana coscienza» .

4. L’avvenimento cristiano.
Ma la persona umana, diceva ancora don Giussani, ha il potere di «fare i capricci di fronte all’essere».
«Il capriccio […] dell’uomo di fronte all’essere è un odio a se stesso e al proprio destino. […] Solo qui si rivela la cattiveria dell’uomo» .
La bellezza del mondo e la grandezza del nostro desiderio non vengono sempre accolti come una testimonianza convincente di Dio.
«È questa carenza atroce – diceva don Giussani – che si nota in voi, come giovani di oggi, questa carenza tremenda di stupore di fronte alla bellezza, di capacità recettiva della bellezza. L’esito che invece vi colpisce è quello che provoca una pura reattività. L’esito con cui le cose vi raggiungono è quello di una reattività: vi provocano una reattività e vi bloccano in voi stessi, così che ogni cosa che vi viene davanti è da usare per voi stessi, strumentalizzare» .
Incapaci, dunque di stupore, resistiamo all’estasi, cui tende a portarci la realtà.
Solo nell’esperienza di un grande amore diviene possibile superare questo capriccio di fronte all’essere, questo blocco nella reattività, che alla fine diviene odio a se stessi perché è odio al proprio destino. È in un rapporto, nel quale ci sentiamo affermati più di quanto non riusciamo a fare da noi stessi che rinasce l’amore e la stima per la realtà, a partire da quella per la nostra persona, e la certezza di un destino buono per la nostra vita e per il tutto.
L’uomo ha bisogno di rapporti nei quali il male proprio e quello del mondo non riesce ad insinuare il sospetto di poter essere fregato, perchè in essi si rende manifesta tutta la bontà della realtà e la sua convenienza. È un’esperienza che noi abbiamo fatto e che tutti desidereremmo fare, anche se pensiamo che sia impossibile e perciò vi abbiamo rinunciato.
Tommaso d’Aquino ha scritto pagine mirabili su questo argomento, quando ha affermato che all’uomo, che tende a Dio come al proprio destino, fu necessario che Dio stesso si facesse uomo per indurlo ad amarlo. Infatti
«nulla ci conduce talmente ad amare qualcuno quanto l’esperienza del suo amore per noi. Così l’amore di Dio verso l’uomo non si sarebbe potuto dimostrare in modo più efficace che con il fatto che Egli abbia voluto unirsi all’uomo in persona: è, infatti, proprio dell’amore unire l’amante con l’amato fino a quanto è possibile» .
Quasi riprendendo queste parole, Benedetto XVI, rivolgendosi l’anno scorso a Verona a tutta la Chiesa italiana, ricordava come oggi è più che mai necessario che attraverso la testimonianza dei cristiani emerga «soprattutto quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo».
Questa è la risposta della Chiesa allo scetticismo del mondo.
Cristo è vivo e presente nella sua Chiesa. In forza di questa sua contemporaneità egli si accompagna a noi ed è possibile incontrarlo anche oggi.

L’incontro con Lui dà alla vita l’orizzonte e la direzione decisiva perché Egli è la verità che l’uomo cerca: la verità è un uomo! E l’uomo, quando l’incontra, può riconoscerla – come diceva don Giussani – per l’esperienza di corrispondenza con il proprio cuore, cioè di «soddisfazione all’esigenza di totale comprensione della realtà per cui tutta l’umana coscienza vibra» .
Per descrivere efficacemente questa esperienza di corrispondenza e di soddisfazione don Giussani in Perché la Chiesa si è servito della finale della grande opera di René Grousset, Bilancio della storia, la cui lettura consigliava già ai primi giessini.
Questo autore, concludendo il suo bilancio sintetico della storia dell’umanità afferma: «Quanto alla storia umana, quale storico, giudicando dall’alto, oserà guardarla senza spavento?» E ci trasmette il suo inquietante interrogativo: «Ma se, al termine di tanta angoscia, non vi è effettivamente che la tomba?».
«È allora che l’ultimo uomo, nell’ultima sera dell’umanità, senza speranza – lui – di resurrezione, potrà emettere a sua volta il grido più tragico che abbia mai attraversato i secoli: “Elì, Elì, lemà sabactàni”? A questo grido noi cristiani sappiamo la risposta che, da tutta l’eternità, aveva dato l’Eterno. Sappiamo che il martirio dell’Uomo-Dio era solo per ricondurlo alla destra del Padre e, con lui, tutta l’umanità riscattata da lui. Sappiamo e abbiamo appena constato che al di fuori della soluzione cristiana […] ormai non ve n’è più altra, intendo soluzione accettabile per la ragione e per il cuore».
«Accettabile [commenta don Giussani] perché l’umanità intera è ricapitolata in Cristo, senza tagli arbitrari, senza censure e dimenticanze» .
Parlando nel 1983 ad una televisione svizzera, don Giussani era tornato su questo tema:
«Quello che persuade me come credente è soprattutto una sfida che il punto di vista della fede lancia a tutti gli uomini. Quale punto di vista, ma diciamo il termine scientifico, quale ipotesi di lavoro colloca in una posizione tale da abbracciare, senza dimenticare e rinnegare nulla, tutti i fattori che compongono, che tramano l’esperienza? Vale a dire, è un realismo ultimo quello che giustifica l’ipotesi della fede».
Dobbiamo riconoscere, infatti, che solo in Cristo si manifesta pienamente il destino dell’uomo e della storia in modo totalmente corrispondente, e quindi accettabile, alla ragione e al cuore. Egli solo è la parola definitiva sulla vita e sulla morte, sul significato del mondo e della storia, la risposta a quella esigenza profonda di verità e di giustizia che costituisce il cuore dell’uomo.
Solo nell’avvenimento dell’incontro con Lui – diceva ancora il Papa a Verona – può rinascere la «grande domanda» sull’origine e il destino dell’universo, sul Logos creatore e diventa «di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene». Infatti, è solo di fronte alla risposta che si riapre e si chiarifica la domanda.

5. La bellezza cristiana è lo splendore della verità
«L’uomo riconosce la verità di sé attraverso l’esperienza della bellezza, attraverso l’esperienza di gusto, attraverso l’esperienza di corrispondenza, attraverso l’esperienza di attrattiva che essa suscita, una attrattiva e una corrispondenza totale» .
È della bellezza cristiana, dunque, dell’attrattiva e dello splendore che la verità assume nell’incontro cristiano, che l’uomo di oggi ha più che mai bisogno perché, come affermava il Papa stesso, quand’era ancora il cardinale Ratzinger, nel suo messaggio per la XXIII edizione di questo Meeting,
«la bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo».
Ma riconosceva:
«La paura che […] la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà”, ha angosciato gli uomini del nostro tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’affermazione secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov’era finito Dio quando funzionavano i forni crematori?» .
È necessaria, dunque, una bellezza che regga di fronte all’urlo di mia madre che chiede perché possa accadere che sua figlia muoia a trent’anni per dare la vita ad un figlio che a sua volta muore dopo pochi giorni. È necessaria una bellezza che renda accettabile la vita e la morte, la gioia e il dolore, la realtà insomma, così come l’uomo ne fa esperienza.
Solo nel Volto del Crocifisso appare l’autentica e credibile bellezza, solo nel Crocifisso c’è, infatti, un destino o un Dio credibile anche da mia madre. A questa bellezza, infatti, dopo aver lottato una vita intera con il Mistero come Giacobbe con l’Angelo, essa, sorridente, si è affidata nell’atto della sua morte. A tutti quelli che venivano a visitarla, quando era già alla fine, chiedeva: «Tu verrai alla mia festa?». Alludeva al suo funerale.

Per questo nel suo messaggio Ratzinger poteva dire:
«Nella passione di Cristo […] l’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo [è la stessa parola che aveva usato don Giussani nell’83]. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine – la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è “vera”, bensì proprio la verità. […] Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo nell’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza» .
E ancora:
«Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei Santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria luce» .
Della bellezza di Cristo si fa esperienza nella Chiesa, cioè nel mondo bello creato dalla fede e dalla luce che risplende sul volto dei Santi.
Noi ne sappiamo qualcosa: l’abbiamo vista nel volto di don Giussani.

Lunedì 20 agosto 2007



Ringrazio A.N. per questo contributo

04 settembre 2007

Help 2.0

Aderisco anch'io all'iniziativa Help 2.0. Della vicenda di Gramos ho già parlato qui e qui. Adesso si tratta di muoversi. Vorremmo salvare il mondo e poi il nostro egoismo e la nostra pigrizia ci portano a non fare niente? E allora facciamo poco, ma facciamolo! Anche perché dare a uno che soffre 5-10 euro che avremmo altrimenti speso in cose inutili o dannose aiuta più noi che lui... Ma se saremo in tanti lui ne sarà contento comunque!

27 agosto 2007

"Il diavolo all'inferno è un eroe positivo" (Stanislaw Lec)

Secondo la lista dei decorati

I familiari dei morti di Dubrovka chiedono di avviare un procedimento penale contro i capi del quartier generale operativo

Ieri i familiari di due persone morte nell’atto terroristico di Dubrovka hanno presentato un’istanza alla procura perché venga avviato un procedimento penale contro il vice direttore dell’FSB[1] Vladimir Proničëv. Questi lo hanno accusato di negligente esecuzione del compito di capo del quartier generale operativo per la conduzione dell’operazione antiterroristica.

Nell’istanza, firmata da Dmitrij Milovidov, Tat’jana e Sergej Karpov, vengono riportate testimonianze documentali sulle circostanze e il momento della morte dei loro cari. I defunti Aleksandr Karpov e Nina Milovidova andarono a far parte dei 68 ostaggi, a cui in generale non è stato prestato alcun soccorso medico e fra l’altro Aleksandr Karpov è rimasto in vita per sette (!) ore dopo l’inizio del blitz. Per la maggior parte del tempo, a vedere i materiali per il procedimento penale, Aleksandr Karpov ha giaciuto in via Mel’nikov 10, dove furono depositati i corpi degli ostaggi e morì alle 12.30 del 26 ottobre 2002 in un’ambulanza.

Questo e molti altri fatti testimoniano dell’assenza di un aiuto organizzato e razionale agli ostaggi che avevano subito l’azione del gas velenoso. La composizione del preparato speciale e dell’antidoto ad esso sono stati tenuti nascosti durante il blitz sia ai soccorritori che operarono nell’immediato sia ai medici degli ospedali in cui in modo irrazionale e caotico giungevano gli ostaggi avvelenati.

Finora non si sa quasi niente di questo gas, ma perfino le scarne informazioni ufficiali dei primi giorni dopo il blitz (sul composto fondamentale del preparato speciale, il Fentanyl[2]) permettono di valutare la sua estrema pericolosità per l’azione che esercita sull’attività respiratoria, cardiaca e cerebrale dell’uomo. Se si considera che la sua azione non fu immediata (i terroristi videro che arrivava il gas e per 15 minuti ebbero la possibilità di far saltare in aria gli ostaggi), allora sorgono degli interrogativi: chi prese la decisione di utilizzare un preparato speciale troppo pericoloso, che non avrebbe in alcun modo impedito l’esplosione del Centro Teatrale, poiché non avrebbe avuto un effetto anestetico immediato sui terroristi? Chi ha preso la decisione di tenere nascosto l’antidoto ai soccorritori e ai medici durante le operazioni di soccorso? Chi, conoscendo bene la pericolosità e le conseguenze di una sostanza altamente tossica, non ha predisposto alcunché per preparare operazioni di soccorso efficaci ?

I familiari degli ostaggi morti ritengono che i colpevoli di questo siano i membri del quartier generale operativo. Ma la composizione del quartier generale operativo, così come la composizione del gas, è coperta dal segreto. Di persone concrete si è saputo solo dalle deposizioni dei testimoni oculari e dalle decorazioni assegnate ai membri delle forze armate e ai funzionari dopo la disastrosa operazione di Dubrovka. La lista è tutt’altro che completa, ma tra gli “eroi”: l’ex capo dell’amministrazione presidenziale A. Vološin, il vice direttore dell’FSB V. Proničëv, il capo del CSN[3] dell’FSB A. Tichonov, il segretario del Consiglio di Sicurezza V.B. Rušajlo, il direttore dell’FSB Patrušeb e anche lo sconosciuto chimico con le spalline dell’FSB, autore del mortale preparato speciale.

Elena Milašina

12.07.2007, “Novaja Gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/52/05.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Federal’naja Služba Besopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), i servizi segreti russi.

[2] Analgesico oppioide.

[3] Centr Special’nogo Naznačenija (Centro per le Operazioni Speciali).

26 agosto 2007

Posso essermi utile?

Ho pensato di usare il mio blog anche per migliorare la mia situazione lavorativa. Come sapete sono un traduttore e al momento non faccio il mio mestiere se non occasionalmente, seppure ad alto livello. Per il resto del tempo faccio il libraio in una piccola realtà, per così dire, con una situazione retributiva che non permette grandi voli. Per chi volesse offrirmi la possibilità di mettere pienamente a frutto le mie conoscenze e le mie capacità, ho messo in Rete il mio blog-CV.

Alla corte di Putin c'è anche chi vende metaforicamente le penne e frega realmente le matite...

Putin e i giornalisti. Incontri segreti

Questo gli dà delle medaglie, pesca dei pesci per loro. Essi gli fregano matite e bicchierini, ma hanno paura a fare domande...

La premiazione segreta

La settimana scorsa l’ennesima partita di lavoratori della televisione (circa 70 persone) ha ricevuto premi di Stato. Il precedente riconoscimento di meriti aveva avuto luogo l’anno scorso – nel giorno dei festeggiamenti per i 75 anni della televisione russa[1]. Allora ricevettero dei premi circa 100 persone della televisione, tra cui Vitalij Vul’f[2], Oleg Dobrodeev[3], Igor’ Kirillov[4], Anatolij Malkin[5], Aleksandr Masljakov[6], Tat’jana Mitkova[7], Vladimir Pozner[8], Èdvard Radzinskij[9], Konstantin Èrnst[10] e molti, molti altri.

Stavolta nella sala di Caterina del Cremlino dalle mani del capo dell’amministrazione presidenziale Sergej Sobjanin hanno ricevuto premi Aleksej Puškov, i manager televisivi Andrei Bystrickij[11] e Vjačeslav Mostovoj[12] (entrambi hanno ricevuto l’ordine d’Onore), Margarita Simon’jan e Vladimir Solov’ëv[13] (entrambi hanno ricevuto l’ordine dell’Amicizia), Konstantin Sëmin[14], Marija Sittel’[15] e Michail Antonov[16], Vadim Takmenev[17], Vadim Glusker[18] e Andrej Lošak[19], Boris Notkin[20] (tutti questi hanno ricevuto la medaglia di prima classe dell’ordine “Per i servigi resi alla Patria”), Leonid Mlečin[21], Oksana Puškina[22] e Anna Prochorova[23] (tutti questi hanno ricevuto la medaglia di seconda classe dell’ordine “Per i servigi resi alla Patria”) e molti altri. A parte questo, un premio di Stato è stato conferito anche a una persona che non era ritenuta degna neanche di essere ricordata nei titoli dei suoi filmati, Aleksej Malkov – proprio la sua produzione su NTV è diventata in buona parte la base ideologica degli attacchi alla JUKOS, a Michail Chodorkovskij, a Garri Kasparov, a Boris Berezovskij[24] e a Viktor Juščenko. Questi è stato premiato “Per i servigi resi alla Patria” (con medaglia di prima classe). L’unico premiato a non essere presente nella sala era Andrei Lošak – il reporter si trovava allora in trasferta.

Tutti questi sono stati premiati segretamente, come a suo tempo il capo dell’FSB[25] Nikolaj Patrušev (dopo il “Nord-Ost”[26]): non è stato fatto una solo foto né è stato pubblicato il decreto di premiazione nel sito del presidente russo (al momento di andare in stampa – nota dell’autore). La nostra richiesta di spiegazioni del fatto indirizzata al segretario dell’ufficio stampa del presidente russo Aleksej Gromov è rimasta senza risposta. Ma come ha raccontato a condizione di restare anonimo uno dei premiati, la cerimonia è andata avanti in modo austero, “secondo il protocollo”: hanno letto le liste, hanno bevuto champagne e poi sono andati dal presidente a Novo-Ogarevo[27]. Lincontro con Vladimir Putin è durato circa unora. “All’inizio c’è stata ressa (molti volevano parlare con il presidente – n.d.a.), ma poi ha bevuto un tè, ha potuto avvicinare tutti e il presidente ha semplicemente parlato con le persone presenti” – ha detto uno dei premiati. Poiché nessuno ha spiegato le motivazioni delle premiazioni e i giornalisti sono stati informati di queste dalle stesse compagnie televisive, alcuni hanno ritenuto ciò un’“eco dell’anniversario”.

“Quanto alle medaglie mi è sorto forse un dubbio, ma non c’è proprio modo di rifiutare, – ha detto uno dei premiati. – Alla fin fine, non è stato il presidente a scegliere le persone, le lista sono state compilate dalle compagnie televisive per premiare i propri collaboratori. Ma se cominceranno delle persecuzioni, questo servirà (i premi di Stato permettono di ricevere un’amnistia – n.d.a.), dunque sia. Alla fin fine permette di avere uno sconto sulle spese di condominio”.

L’incontro che ha avuto luogo il 27 giugno non è certo il primo incontro segreto del presidente con la gente della televisione. Incontri ben più lunghi e senza tale solenne motivo si sono tenuti nel corso di tutto il suo mandato presidenziale. Ora che questo si avvicina alla fine, alcuni dei partecipanti ad essi, anche questi a condizione di mantenere l’anonimato, hanno raccontato a “Spazio libero”[28] come si sono svolti e che impressione gli hanno fatto.

Gli incontri del presidente coi giornalisti si svolgono segretamente e non se ne può parlare. Solo una volta di un’incontro del genere ha dato informazioni in modo telegrafico l’organo ufficiale “Rossijskaja Gazeta”[29]. Ci sono personalità che sono capitate agli incontri solo una volta, per esempio Evgenij Kiselëv[30] al tempo dell’attacco a NTV (ma allora era un caso particolare e per Kiselëv non si è più ripresentato). Ma ci sono anche alcuni rappresentanti titolati dei mass media che sono riusciti a vedere il presidente 5-7 volte. Senza parlare dei direttori dei canali televisivi, che hanno relazioni speciali sia con il presidente, sia con la sua amministrazione (in particolare i direttori di rete sono presenti ai tradizionali incontri del venerdì con il vice capo dell’amministrazione presidenziale Vladislav Surkov, talvolta simili incontri sono condotti dal vice responsabile del Dipartimento di politica interna Aleksej Česnakov).

I luoghi degli incontri tradizionali con il presidente sono Novo-Ogarevo, il Cremlino e Soči (Bočarov Ručej[31]). Qualche volta, all’inizio del mandato, ancora al tempo di Michail Kas’janov[32], si incontravano al ristorante del “National”[33]. La cadenza era più o meno di una volta l’anno, ma del tutto imprevedibile: un tempo si svolgevano più spesso, in varie forme.


“C’è un qualche motivo per cui questi incontri devono aver luogo”, – ritiene uno dei direttori dei mass media. “E’ una strana selezione – dipende dai loro concetti su chi abbia un ruolo nel mercato, – dice un altro. – Spesso a questi incontri c’erano i direttori della “Rossijskaja gazeta”, della “Komsomol’skaja Pravda”[34], di “AiF”[35], delle “Izvestija”, di “Vremja Novostej”[36], della “Gazeta”[37]. Al tempo di Berëza[38] (quando Boris Berezovskij era ancora il proprietario del giornale – n.d.a.) il “Kommersant’’”[39] non veniva invitato molto. Le “Vedomosti”[40] non venivano chiamate, non c’era neanche il direttore della “Nezavisimaja gazeta”[41]”.

Ma ci sono ancora i messaggi del presidente (dopodiché ci si può incontrare sulla piazza, dove tutto si spande in giro), i banchetti, il Capodanno, il Giorno dell’Indipendenza[42], il 9 maggio[43]. Ai compleanni del presidente i direttori dei mass media non vengono invitati. Ma i banchetti tradizionali con la partecipazione dei direttori hanno luogo anche il Giorno della Costituzione[44]. E qui è importante la disposizione dei posti. “Nel palazzo del Cremlino all’inizio gli oligarchi[45] sedevano più vicino al presidente – ricorda un rappresentante dei mass media, – ma poi, come i giornalisti, si sono trovati più lontano. Una volta ci hanno disposti in ordine alfabetico, ma poi hanno preso a disporre le persone per caste: il patriarca al tavolo con il presidente, il clero vicino a lui, da una parte gli oligarchi, i rappresentanti dei sindacati, i governatori, i giornalisti. Fra l’altro vi sono dei concerti di popstar assolutamente demenziali – un tale squallido dilettantismo”.

Ma questi sono avvenimenti del tipo a cui prende parte tutta l’elite. Ma gli incontri con i giornalisti sono tutt’altra cosa. Di essi ti avvertono in anticipo – telefona il segretario dell’ufficio stampa del presidente Aleksej Gromov. Ma talvolta ci sono chiamate improvvise (così è andata la storia con NTV dopo il “Nord-Ost”, qualche tempo dopo il capo di NTV Boris Jordan ha dato le dimissioni).

La gamma di partecipanti è sempre diversa e per loro è sempre imprevedibile, inspiegabile. Talvolta chiamano solo gente della televisione: le “stelle” dei canali e i loro capi, preferendo non mischiarli con i direttori dei mass media di carta stampata (così è stato per esempio, uno degli incontri a Novo-Ogarevo), ma talvolta (come, per esempio, nel maggio 2004 a Bočarov Ručej) la gamma era più ampia. Allora, per esempio, erano presenti Konstantin Èrnst, Oleg Dobrodeev, Nikolaj Senkevič (allora ancora a capo di NTV), Irena Lesnevskaja[46], il capo della RIA-Novosti[47] Svetlana Mironjuk, il capo dell’ID[48] Prof-Media Rafaèl’ Akopov e i direttori della “Komsomol’skaja Prava”, del “Kommersant’’”, delle “Izvestija” (allora era ancora direttore Raf Šakirov[49])… Dello Stato, a parte Vladimir Putin c’erano Michail Lesin[50] (negli ultimi anni è stato ospite di rado a questi incontri), Michail Seslavinskij[51] e Aleksej Gromov. Talvolta a tali incontri c’era anche Vladislav Surkov.

Ci sono anche avvenimenti speciali. Uno degli incontri relativamente più recenti, nella primavera dello scorso anno, è stato dedicato al 15° anniversario della VGTRK[52] e allora tutta la dirigenza della holding e dei canali televisivi che ne fanno parte e le “stelle” di “Rossija”[53] sono andati a Soči (Vladimir Putin ha allora espresso particolare ammirazione a Vitalij Vul’f). Alcune immagini di questo incontro sono finite in TV. A dire il vero, qualche giorno dopo a Bočarov Ručej ha avuto luogo anche un altro incontro – con i direttori dei mass media moscoviti della carta stampata. Questi (includendo i capi di tre agenzie di stampa) erano 25. E questo incontro è stato l’unico per il direttore delle “Vedomosti” Tat’jana Lysova. Allora interessava a molti la questione della futura cessione del “Kommersant’’” (a quell’incontro era presente il già ex direttore Vladislav Borodulin). “Quando chiesero del “Kommersant’’”, egli (Vladimir Putin – n.d.a.) disse: “Oh, è la prima volta che ne sento parlare”, – ricorda uno dei partecipanti. – Anche se era noto a tutti, che aveva respinto il primo (acquirente – n.d.a.) e aveva respinto il secondo. Ma no, la risposta era una: “rapporti reciproci tra i soggetti proprietari”. Anche se era noto a tutti, per questioni di quale livello andavano da lui – per qualsiasi questione, bisognava porlo a conoscenza e capire dal tipo di movimento delle sopracciglia che non era contrario. Ma lui – “ne sento parlare per la prima volta”.

Un incontro speciale ebbe luogo anche in occasione del dibattito sulla legge sui mass media – dopo il “Nord-Ost” (allora, nel 2003 sia la Duma sia il Consiglio della Federazione[54] introdussero modifiche draconiane alla legge, sulle quali Vladimir Putin “mise il veto”). Questo fu l’ultimo incontro di questo tipo per il direttore di “Ècho Moskvy”[55] Aleksej Venediktov – i manager della radio non lo chiamarono altre volte.

Uno degli incontri, che ebbe luogo nel 2003, parve ai partecipanti un “concerto solista” di Irena Lesnevskaja, quando la fondatrice di Ren TV (che allora non aveva ancora mutato la grafia in caratteri cirillici[56]) discusse praticamente da sola con il presidente. Lincontro durò circa cinque ore. Per via, sull’aereo speciale per Soči, Aleksej Gromov chiarì che qualunque domanda volesse porre, la dattilografa le raggruppava e la conversazione fu molto libera, “lontano dalle telecamere”. “Senkevič raccontava storielle, – ricorda uno di quelli che volò su quell’aereo. – Disse: “Io farò una domanda a Putin: “Ma Lei che dice?”. Ma non mi decisi. E allora Putin verso la fine della conversazione chiese: “Ci sono ancora domande?” e Lesnevskaja disse: “C’è qui Senkevič che vorrebbe raccontare una storiella... – Fece una pausa e chiese: - Ma Lei che dice?”. “Kostja (il direttore del Primo canale Konstantin Èrnst) e Dobrodeev erano finiti sotto al tavolo” – ricorda un altro partecipante.

Allora si parlava in particolare di Aleksandr Lukašenko e in alcuni mass media più tardi comparvero notizie che riguardavano le relazioni russo-bielorusse, che rimandavano a “fonti informative”. Tali, non è difficile indovinare, erano diventati i direttori dei mass media che avevano ascoltato Putin.

A proposito, l’incontro si fece ricordare anche perché Putin al momento dei saluti buttò lì inaspettatamente: “Io so tutto di tutti voi”.

In un altro incontro ci fu l’“assolo” di Vladimir Pozner. Il conduttore televisivo, che sedeva di fronte al presidente era confuso dopo aver ascoltato la retorica di “Patria”[57] e aver visto il cinismo con cui veniva gestito il partito. Secondo una versione, Aleksej Gromov rispose: “Questa è stata un’iniziativa della dirigenza del suo canale”. Tra l’altro, secondo un’altra, fu il presidente e parlare e si espresse ancora più duramente sulla dirigenza. Ma la persona che partecipo alla conversazione, afferma che fu Gromov a parlare e dice che Pozner “è considerato un classico”: si sono complimentati con lui in occasione dell’anniversario, gli hanno dato una decorazione, è stato salutato al TÈFI[58]. E perciò non avrebbe potuto esserci alcuna asprezza nella risposta alla sua domanda. Quell’incontro durò circa quattro ore. In qualche modo Pozner si rammaricò anche dell’assenza della TV pubblica.

Più o meno le stesse persone c’erano anche nel maggio 2004, ma allora furono presenti anche il giornalista del “pool del Cremino” Andrej Kolesnikov e il direttore della “Komsomolka”[59] Vladimir Sungorkin e l’incontro durò circa due ore.

Ma in generale, con il passare degli anni, si è preso a definire i rapporti con i direttori dei mass media e i giornalisti televisivi sulla base dei ritardi di Vladimir Putin. “Al primo incontro ritardò di circa 40 minuti, ma poi, con il passar del tempo, ha tardato ancora di più, – ricorda uno dei partecipanti fissi agli incontri. – E questa è un comportamento assolutamente da orientale: perché ognuno sappia qual è il suo posto”.

Un tema a parte degli incontri è la cucina: di essa si lamentano in molti. “Assolutamente sovietica, all’inizio c’erano vini georgiani, poi sono passati ai francesi, – dice uno dei partecipanti. – Il cognac è nazionale. Gli operatori personali (del presidente – n.d.a.) bevono Hennessy[60], ma al nostro tavolo ci danno da bere quello nazionale”. “A uno degli incontri a Soči ci hanno dato da mangiare zuppa di pesce – fatta con il pesce che aveva pescato il presidente stesso – ricorda un altro. – Pesciolini piccoli così”. “Ci danno da mangiare male, cibo statale, di partito, – si lamenta un terzo. – Il vino è mediocre, la cucina è a volte peggiore, soprattutto a Bočarov Ručej. Ma quando gli incontri hanno luogo a Mosca, allora il cibo è buono – di solito è di Novikov (Arkadij Novikov, ristoratore – n.d.a.). Allora non c’è niente da dire. Se non fosse per il cibo, non so che si farebbe. Infatti deve essere noioso anche per lui”.

E’ noioso perché, con il passare degli anni, gli incontri hanno preso ad avere un carattere rituale, dicono i loro partecipanti. All’inizio esisteva un interesse reciproco, ma adesso è come se non ci fosse, si è perso il senso. A uno degli ultimi incontri, per esempio, ha regnato continuamente il silenzio. “Ha salvato tutti Gusev (il direttore di “MK”[61] Pavel Gusev – n.d.a.): “Ecco che i russi siedono, siedono e bevono”, – il collega di Gusev ricorda le sue parole salvatrici. – No, non fanno domande scomode ed egli non si aspetta mosse particolari. E’ assolutamente convinto di essere nel giusto, la maggior parte di quelli che siedono a tavola per lui sono dei sottoposti. Perciò il senso degli incontri si è perduto”. In uno dei primi incontri – a Bočarov Ručej – il presidente mostrò ai direttori dei mass media i “pulsanti del terrore”. “Erano tutti vestiti di nero, le guardie del corpo ricordavano i “ragazzi” dei film d’azione americani, – ricorda un partecipante a uno dei primi incontri. – Il presidente raccontava delle minacce alla Russia. In seguito si sono presentati in abito da sera, erano già altre guardie del corpo”.

“La prima volta che le persone si incontrano con lui, restano disilluse (un’ammissione del genere, per esempio, è stata fatta al “partecipante alla conversazione” anche da Irena Lesnevskaja quando ha raccontato della sua prima impressione personale, presto mutata - n.d.a.) e questo riguarda non solo i giornalisti, ma anche i politologi. Ma quelli che lo incontrano per la seconda volta, già capiscono che stanno assistendo a un concerto: c’è qualche tema preferito, un modo di dirigere. Può succedere che una sera non ti accorgi di nulla di nuovo. E non cambia niente, non ci sono discussioni: con persone che sono in un rapporto di dipendenza non si discute. Beh, gli fai un’obiezione, dici: Lei è d’accordo in proposito? (colui che parlava preferiva, che non si ricordasse la domanda concreta, ma questa riguardava uno dei temi per cui il presidente è spesso criticato –n.d.a). Ma egli non era daccordo. E più si va avanti, peggio diventa: nel comportamento domina la tattica “i vincitori non si giudicano” e i mezzi per ottenere la vittoria fra l’altro non hanno importanza. Parla più volentieri dell’andamento del prezzo del gas. Ma sentire questo più volte è noioso”.

Gli invitati preferiscono non toccare temi delicati. Qualcuno non vede un senso in questo, qualcuno, evidentemente, si comporta con prudenza. Così, affermano i partecipanti a diversi incontri, sull’arresto di Michail Chodorkovskij nessuno ha mai fatto una domanda. In qualche modo chiesero al presidente come si ponesse davanti al fatto che la sua amministrazione desse direttamente indicazioni ai giornalisti e ai dirigenti televisivi su come riferire di questo o quell’avvenimento, ed egli, duramente, senza possibilità di iniziare una discussione, ha replicato: “Ma era meglio quando c’era Badri?” (Badri Patarkacišvili – uno dei comproprietari della ORT[62] quando Berezovskij era al potere[63] – n.d.a). E non servì replicare che Badri e lo stato non sono proprio la stessa cosa.

In qualche modo, all’inizio della crisi “georgiana” (ancora prima degli arresti di georgiani), da una colloquio personale con il presidente è apparso chiaramente che egli “non è libero dall’immagine sovietica dei georgiani”. “Questi avevano uno status privilegiato negli anni del potere sovietico”, – ha detto. Vedeva come commerciano al mercato di via Nekrasov[64], – spiega la nostra fonte – ma non sapeva, che baracche c’erano nella stessa Georgia, non immaginava il loro tenore di vita, come non lo immagina tuttora. Infatti non è stato là una sola volta!”

Un’altra volta, come ricorda un partecipante a un incontro, il presidente si è espresso sulla Cecenia: “esseri disumani sono giunti nel nostro paese”. Su Beslan ha detto così: che capisce perché usassero le vite dei bambini per fare un ricatto – per “destabilizzare” le cose, cioè erano “tentativi di sconvolgere” la situazione. “Il massimo di sentimenti l’ha mostrato all’incontro con le madri di Beslan, – dice uno degli invitati di Putin. – Ma chiaramente in quell’atmosfera piatta non possono fargli le domande che gli fecero le madri. Esse, le madri, se così si può dire, sono in una posizione privilegiata (nei rapporti con lui – n.d.a.), perché hanno sempre ragione. Perciò con loro ha mostrato la massima sincerità: “Non nego le mie responsabilità”. E questo è il massimo dei sentimenti. Ma allo stesso tempo riesce a sostenere discussioni delicate, ammorbidisce qualsiasi giornalista occidentale (infatti solo questi gli fanno domande pungenti). L’ha scampata dopo il fatto del “Kursk”, se l’è cavata contro un’intera sala”.

“Non ci sono già più domande, tutti capiscono tutto, alle domande pungenti non ricevi risposta, – dice un altro partecipante. – E’ un monologo, raramente interrotto da domande”.

Perché ci vanno se non ricevono informazioni? Per curiosità o per osservare il presidente, “per sentire la sua logica a livello psicofisico, capirne l’umore”, oppure li invitano – e non è il caso di rifiutare. Certo, per qualcuno è importante il fatto stesso del “contatto diretto”[65]. Ecurioso anche osservare i colleghi. “E’ un teatro umano, – dice uno che ha osservato attentamente gli incontri. – Sono successi dei casi al momento di fare le foto: davanti all’obbiettivo ognuno cercava di spinger via l’altro, per essere fotografato più vicino al presidente. Qualcuno si è messo vicino anche al cane.

Oppure il presidente viene con un bicchierino e tutti sono uno sull’altro per essere più vicini. Come i liberali, ma fanno domande adeguate. In qualche modo, all’inizio degli incontri, arraffavano le matite con la scritta “Cremino” e cominciarono a fregare i bicchierini con l’aquila bicipite[66] appena comparsi. Poi l’amministrazione ha preso a venderli ufficialmente. E fregarli è diventato senza senso.
Come pure andare agli incontri. Ma ci vanno.

Sotto testo

“Una certa soddisfazione”

Abbiamo chiesto ai premiati che sentimenti hanno provato e per cosa, a loro parere, abbiano meritato i premi.

Margarita Simon’jan, direttore del canale Russia Today[67], cavaliere dell’ordine dell’amicizia:

- Al ricevere questo premio ho sentito l’ennesimo moto di gratitudine verso i miei collaboratori. Essi rendono possibile ciò che ancora due anni fa mi sembrava irraggiungibile – trasmissioni di informazione di qualità in inglese 24 ore su 24. Probabilmente anche loro meriterebbero il premio e io lo recepisco come un premio al canale e non a me personalmente.

Aleksej Puškov, conduttore del programma “Postscriptum” (TVC)[68], cavaliere dell’ordine d’Onore:

- Sa, non è il primo premio per me. Circa tre anni fa mi è stato conferito il titolo di operatore culturale emerito. Allora e adesso ho recepito la cosa nello stesso modo. Ho creato un programma (va in onda già da nove anni) che riflette i miei propri pensieri (che a molti piacciono e a qualcuno non piacciono). Ma il mio compito non consisteva nel fatto di piacere o nel fatto che qualcuno fosse d’accordo con me. Mi pareva di avere qualcosa da dire. E in entrambi i casi ho recepito i premi come una valutazione di ciò che dico. Con tutta probabilità, ciò che dico è di abbastanza grande interesse.

- E quali sono le sue impressioni personali?

- C’è certamente una certa soddisfazione, ma questa viene presto inghiottita dalle preoccupazioni quotidiane. Subito dopo il conferimento della decorazione mi sono accinto a preparare l’ennesimo programma. Ma questa è una produzione intellettuale che ricorda perfino quella industriale. Il premio dà anche un senso aggiuntivo di fiducia in se stessi. Non posso dire di soffrire di mancanza di questo senso. Ma tutto questo è un ulteriore conforto.

Natalija Rostova

05.07.2007, “Novaja Gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/color25/01.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Più propriamente delle trasmissioni in etere. Esperimenti a parte, la televisione esiste in Russia dal dopoguerra.

[2] Vitalij Jakovlevič Vul’f, autore teatrale e conduttore televisivo.

[3] Oleg Borisovič Dobrodeev, direttore generale della radiotelevisione di Stato.

[4] Igor’ Leonidovič Kirillov, storico “anchorman” della televisione sovietica e russa.

[5] Anatolij Grigor’evič Malkin, presidente della compagnia televisiva ATV.

[6] Aleksandr Vasil’evič Masljakov, storico presentatore della televisione sovietica e russa.

[7] Tat’jana Rostislavovna Mitkova, vice direttore di NTV (canale privato, che fu “nazionalizzato” da Putin e messo sotto il controllo della Gazprom).

[8] Vladimir Vladimirovič Pozner, famoso giornalista televisivo già attivo in epoca sovietica.

[9] Èdvard Stanislavovič Radzinskij, storico, drammaturgo e conduttore televisivo.

[10] Konstantin L’vovič Èrnst, direttore del primo canale della TV di Stato.

[11] Vice presidente della radiotelevisione di Stato.

[12] Vice direttore del canale TV Centr (TV Centro).

[13] Vladimir Rudol’fovič Solov’ëv, giornalista.

[14] Corrispondente della TV di Stato.

[15] Marija Èduardovna Sittel’, conduttrice del TG della TV di Stato.

[16] Conduttore del TG della TV di Stato.

[17] Vadim Anatol’evič Takmenev, giornalista televisivo.

[18] Corrispondente dalla Francia di NTV.

[19] Giornalista televisivo.

[20] Boris Isaevič Notkin, conduttore televisivo di NTV.

[21] Leonid Michajlovič Mlečin, regista televisivo.

[22] Oksana Viktorovna Puškina, conduttrice televisiva di NTV.

[23] Conduttrice televisiva di NTV.

[24] Boris Abramovič Berezovskij, controverso uomo d’affari ricercato in Russia e non solo, che vive in Gran Bretagna con lo status di rifugiato politico.

[25] Federal’naja Služba Besopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), i servizi segreti russi.

[26] “Nord-Est”, il musical che andava in scena nel teatro di Dubrovka quando fu preso dai terroristi ceceni nel 2002.

[27] Residenza presidenziale nei pressi di Mosca.

[28] Rubrica della “Novaja Gazeta” in cui i lettori possono intervenire liberamente.

[29] “Giornale Russo”, bollettino ufficiale dell’attività del governo.

[30] Direttore di NTV quando era ancora una televisione libera.

[31] “Ruscello del Bottaio”, curioso nome del complesso di dacie in cui si trova la residenza estiva di Putin.

[32] Michail Michajlovič Kas’janov, primo ministro dal 2000 al 2004, poi caduto in disgrazia e attualmente all’opposizione.

[33] Lussuoso hotel di Mosca nei pressi del Cremino.

[34] “La verità del Komsomol”, ex organo del Komsomol, l’Unione della Gioventù Comunista.

[35] Argumenty i Fakty (Argomenti e Fatti), rivista settimanale di attualità e politica nata in epoca sovietica.

[36] “Il tempo delle notizie”, giornale quotidiano.

[37] “Giornale”, quotidiano di informazione.

[38] “Betulla” (gioco di parole con il cognome Berezovskij).

[39] Giornale economico che si considera erede di un giornale omonimo nato prima della Rivoluzione Russa e della riforma ortografica che ha eliminato il cosiddetto “segno duro” (che non corrispondeva ad alcun suono), traslitterato come doppio apostrofo.

[40] Giornale economico legato al “Financial Times” e al “Wall Street Journal”.

[41] “Giornale indipendente”, quotidiano che forse faceva troppo onore al proprio nome…

[42] Il 12 giugno.

[43] Il Giorno della Vittoria, in cui viene celebrata la vittoria sui nazisti nella II guerra mondiale.

[44] Il 12 dicembre, che dal 2004 non è più giorno festivo…

[45] Gli imprenditori multimiliardari.

[46] Irena Stefanovna Lesnevskaja, presidente del colosso mediatico Ren-Media Group.

[47] “RIA (Russkoe Informacionnoe Agentstvo – Agenzia di Informazione Russa) Notizie”.

[48] Informacionnyj Departament (Dipartimento di Informazioni).

[49] Raf Salichovič Šakirov fu poi giubilato per aver pubblicato immagini della tragedia di Beslan ritenute “troppo crude”…

[50] Michail Jur’evič Lesin, consigliere di Putin.

[51] Michail Vadimovič Seslavinskij, capo dell’agenzia federale per la stampa e le comunicazioni di massa.

[52] Vserossijskaja Gosudarstvennaja TeleRadioveščatel’naja Kompanija (Compagnia RadioTelevisiva Statale Russa).

[53] “Russia”, la TV di Stato.

[54] La “camera alta” del parlamento russo, formata dai rappresentanti dei “soggetti” (governatorati, repubbliche, ecc.) della Federazione Russa.

[55] “Eco di Mosca”, emittente radiofonica moscovita.

[56] Infatti il nome dell’emittente è scritto in caratteri latini anche nell’originale.

[57] Partito nazionalista.

[58] Abbreviazione di Televizionnyj Èfir (“Etere Televisivo”), il principale premio televisivo russo.

[59] Nome colloquiale della “Komsomol’skaja Pravda” (letteralmente significa “giovane donna del Komsomol”).

[60] Cognac francese di grande pregio.

[61] Moskovskij Komsomolec (“Il membro del Komsomol di Mosca”), un tempo organo del Komsomol moscovita, adesso una sorta di giornale scandalistico.

[62] Obščestvennoe Russkoe Televidenie (Televisione Pubblica Russa). “Pubblica”?

[63] Sotto El’cin Berezovskij arrivò ad essere vice segretario del Consiglio di Sicurezza.

[64] Via di San Pietroburgo, sede di un mercato all’aperto.

[65] Letteralmente “accesso al corpo”, insomma un incontro ravvicinato del terzo tipo con lo zar….

[66] Antico simbolo della Russia, tornato in auge dopo la caduta dell’URSS.

[67] “Russia oggi”, canale televisivo in lingua inglese.

[68] Cioè TV Centr.