24 maggio 2007

Cristiana Dobner

La Ragione in clausura : critica letteraria, traduce da 10 lingue, ama Agatha Christie e la cultura della differenza e non sopporta la pornografia del sentimentalismo. Suor Cristiana Dobner

Di Andrea Monda da Il Foglio 21 aprile 2007

Da femminista posso dirti che il pro­blema delle femministe è che mol­te di loro devono ancora diventare don­ne "pensanti al femminile", cioè con una propria autonomia di immagini e sensibilità, liberandosi da un modo di pensare tipicamente maschile e rima­nendo aperte a un sentire più autenti­co, personale, profondo". "Ma tu sei femminista?".

La domanda sorge spontanea, visto che sto parlando con una monaca di clausura. In genere questa attività non è cosa semplice, data la vita di silenzio e solitudine a cui sono tenute le mona­che di clausura, ma è ancora più diffì­cile se la monaca in questione è suor Cristiana Dobnen saggista, critica let­teraria, traduttrice e filosofa (un breve ma intenso ritratto lo si trova nel bel li­bro-inchiesta "Clausura" di Espedita Fisher appena pubblicato da Castelvecchi), non è facile trovare un attimo per un colloquio tra un articolo per l'Osservatore Romano, uno per Avveni­re e le lezioni di greco-biblico da dare alle novizie. Quando l'ho contattata via mail mi ha detto che lei usa Skype: "E' più rapido di Messenger e della posta elettronica. Ogni tanto c'è qualche in­termittenza ma la connessione miglio­rerà. La mia priora sa che lo uso per la­voro e si fida di me". Ed eccomi qui a parlare con suor Cristiana via Skype, in videoconferenza. Sul monitor mi ap­pare un bel volto di una donna di circa 60 anni incorniciato dal velo carmelita­no a sua volta incorniciato dalle cuffie bianche che funzionano da telefono. E' grintosa, suor Cristiana, nel volto e nei ragionamenti, non ci pensa un attimo a dire la sua su Benedetto XVI ("Rispet­to al predecessore si è perso qualcosa in comunicatività, d'altra parte ammi­ro la sua intelligenza, il rigore teologi­co, la finezza filosofica: avevamo biso­gno di tutte queste virtù") e sul femminismo, specie quello italiano: Se si intende femminista chi in Italia a partire dal '68 ha visto e vissuto il femmini­smo solo come opposizione all'uomo, come libero amore e aborto, allora non sono una femminista. Ma il femmini­smo non è un atteggiamento di mera ri­vendicazione. Nel mio saggio 'Fare Diotima fare Teresa?' ho scritto che proprio 'la mia identità di cristiana e carmelitana mi rende possibile affron­tare l'identità della donna e il suo luo­go nella storia e nella società, svilup­pando un discorso per e tralasciando ogni forma di discorso contro' e citavo una bella affermazione della teologa Cettina Militello per cui 'femminista' è chi 'presta attenzione al femminile e alla donna a partire dal suo originario e imprescindibile orizzonte vitale"'.

Le cito Flannery O'Connor che di­ceva di scrivere "non benché, ma proprio in quanto cattolica" e la Dobner dimostra di conoscere bene la lettera­tura americana: "Non solo la O'Con­nor, ma conosco e amo particolarmen­te Whitman, Carver, Hemingway e poi Emily Dickinson. Quest'ultima è gran­de e stimolante per una monaca di clausura, anche perché lei si recluse negli ultimi anni della sua vita. Ma forse i suoi erano motivi 'insufficien­ti'. Noi non siamo 'recluse', non ci con­sideriamo còsi. Noi non ci mettiamo sotto chiave. Noi vogliamo stare a con­tatto con una presenza, stare con Qualcuno. Stiamo in un perimetro ma non chiuse dentro il perimetro".

Questa suora femminista: è una sorta di vulcano in eruzione, conoscitrice e traduttrice di una decine di lingue e au­trice di diversi saggi l'ultimo dei quali dedicato a Etty Hillesum, "Pagine mi­stiche", che ha offerto al lettore italia­no l'aspetto più squisitamente religioso (ed espunto dalla precedente edizione Adelphi) dei diari della geniale ebrea olandese morta a 29 anni in un campo di concentramento nazista.

"In effetti in Italia la Hillesum è sta­ta in parte censurata - dice - e penso che questo sia accaduto perché non è stata compresa, ma considerata soltan­to sotto l'aspetto di una giovane eman­cipata, mentre era il vuoto che la spin­geva a esperienze sessuali continue e diverse che, come ha ammesso lei stes­sa, l'hanno lacerata e distrutta".

Le chiedo se esiste ancora oggi in Ita­lia uno "steccato", dall'antico sapore ri­sorgimentale, tra cultura laica e cattolica e la vedo annuire attraverso la webcam, anche se la sua risposta scivola ancora sui problemi che vive all'inter­no della sua esistenza claustrale: "Co­me mai i libri di autori cristiani come Chesterton o come Santa Teresa si tro­vano, a Roma, solo dalle parte del Vati­cano e non altrove? Perché questo ac­cade? Esigenze di mercato? Impossibi­lità di veicolare, senza un filtro preciso, testi per certi aspetti 'antichi' o troppo impegnativi? Lo vedo anche con le no­vizie, se non spiego loro Teresa d'Avila e Giovanni della Croce, rimangono col­pite solo a livello affettivo. Poi, quando scendo a fondo e 'ragiono', motivo e spiego, nasce la vera cattura, la vera fa­scinazione. C'è bisogno di tempo, molto tempo, se vuoi scendere nel profondo. Il pericolo che io vedo è quello di una persona che viva solo la dimensione della emotività e dell'affettività, e que­sto non funziona, ci vuole una persona 'integra', capace di vivere, in armonia tra fede e ragione. Una persona che ab­bia cura del suo cuore, e uso questo ter­mine nel senso biblico, cioè della tota­lità della persona. Penso che abbia dav­vero ragione Flannery O'Connor quan­do parlava della pornografia del senti­mentalismo, lei lo diceva parlando del­la letteratura ma è un discorso che fila anche nella vita e nella vita carmelita­na. Una persona solo emotiva rimane immatura e impedisce di crescere a tut­ta la comunità. Una carmelitana deve invece tendere a diventare una perso­na armonizzata, integra: sentire e vole­re e intendere tutto insieme".

Le chiedo di parlarmi di lei. "Sono nata a Trieste, sessant'anni fa, da una famiglia mitteleuropea, di origine au­striaca, ma proveniente da Praga e dal­la Germania, con rami slavi e trisavolo turco. Noi siamo i Dobner, la famiglia che Magris ha definito 'quelli degli oro­logi' nel suo libro 'La mostra'. Ho una sorella di due anni più piccola, pittrice, ritrattista e docente universitaria al conservatorio, pianista, con tre figli: un primo violinista, un architetto e un filo­sofo-pianista. Io suono il pianoforte. Da piccola, essendo la prima nipote avevo tutti addosso, nonni, zie e zii che mi hanno fatto leggere molto precocemen­te: mi ricordo le favole, in tedesco, e poi tutta la letteratura infantile e d'avven­tura. Scoprii molto presto i classici; mio padre mi leggeva Dickens e in fretta ho imparato a leggere, puntando a farlo nella lingua originale perché volevo as­saporare la bellezza originale del testo. In famiglia erano tutti amanti delle lin­gue straniere e poliglotti e ricordo che fui rimproverata da mio padre che mi aveva visto leggere un autore inglese tradotto".

Il fatto è che la giovane Cristiana ha sempre voluto tenere "più lingue in più scarpe", con due grandi passioni, la classicità e la letteratura russa: "Do­po i classici, Omero, Virgilio, i tragici greci, Shakespeare, Goethe, ma anche Thomas Marni, Isaac Singer e la lette­ratura jiddish, ho amato molto la lette­ratura russa. Dostoevsky, Tolstoj... Ri­cordo molto bene quando lessi 'II dottor Zivago': quando fu stampato ero molto giovane e lo lessi nella splendi­da melodia della lingua russa. E mi piace anche il cinema russo, in partico­lare Andrej Tarkovsky, ogni tanto mi sono vista dei film anche all'interno del Carmelo, e poi andavo a suo tempo ai cineforum. Ovviamente Bergman, ma anche qualche italiano, come Olmi e i Taviani, vorrei vedere 'La masseria dell'allodole' perché il romanzo mi è piaciuto molto. Ma anche gli inglesi, il grande Padre Brown di Chesterton".

Ma non c'è contraddizione tra la tua scelta esperienziale e oblativa e la let­tura di libri così basati sul puro razioci­nio come i gialli della Christie? "Nessu­na contraddizione. E' proprio Chester­ton con il suo genio a dimostrare la per­fetta conciliazione tra fede e ragione. Non si può e non si deve scindere fede e ragione, le due cose vanno coniugate insieme, il 'puro raziocinio' sostiene in­fatti la scelta di vita. La.fede non è qualcosa di vago ma va pensata, ordina­ta, purificata, così come la ragione, pro­prio come ha detto Ratzinger dialogan­do con Habermas. Non è un caso che nella storia millenaria della chiesa i monasteri siano sempre stati collegati alla cultura e, aggiungo io, alla donna.

Torniamo alla sua vita giovanile: "Mi chiamavano Bucherwurm, verme del libro, in italiano si direbbe 'topo di biblioteca', ma ho avuto anch'io la mia gioventù, molto 'fisica': le mie estati passavano fra lunghe nuotate, escur­sioni montane e viaggi. Per la musica, sono indecisa tra Mozart e Bach. Il Don Giovanni diretto alla Scala da Mu­ti è sublime. StravinsM, Messiaen e Preisner, e la Gubaidulina come com­positrice donna".

Come avvenne la scelta per la vita di clausura? "A ventidue anni mi trovavo a Washington DC a studiare filosofia e lingue con grande interesse per la filo­sofia pensata 'al femminile' (e con at­tenzione alla cultura ebraica, uno dei perni del mio pensare e studiare, in particolare la figura Lèvinas) quando la vocazione maturò. Chiesi al mio pa­dre spirituale, un gesuita, e mi consi­gliò, una volta terminati gli studi, di ri­tornare in Europa. Torno e a venticin­que anni entro al Carmelo di Legnano. Ora invece mi trovo a Concenedo, dove siamo in quindici, tutte italiane, di di­versa età, c'è chi ha cinquanta/sessan­ta anni di Carmelo e chi è entrato da pochi mesi. E io non sono l'unica suora tecnologica, una mia consorella è for­midabile con le potenzialità grafiche dell'informatica".

Concenedo è una piccola frazione di Barzio, a mille metri d'altitudine nella Valsassina, in provincia di Lecco, è un luogo squisitamente manzoniano (la fa­miglia Manzoni proviene proprio da Barzio), ma senza essere la monaca di Monza, suor Cristiana al tempo stesso non mi nasconde una certa durezza nel­l'impatto con la realtà del Carmelo. "Una durezza non proprio disorientan­te, ma ri-orientante. Avevo studiato an­che in Spagna e avevo letto molto san Giovanni della Croce e santa Teresa d'Avila e quindi in parte sapevo a cosa andavo incontro; però l'impatto fu co­munque spiazzante, perché i miei inte­ressi culturali dovettero subire un rio­rientamento nel senso di un 'congela­mento' e il riferimento alla Parola ac­quisì una dimensione monastica» non più laica. Da quel momento la Parola di Dio è stata sempre al centro della mia vita e della mia vita culturale e tutto ri­passa sempre da lì. Questo ho trovato al Carmelo. Non avevo più quindi un rap­porto diretto con la cultura dominante ma tutto venne e veniva e viene riassor­bito attraverso la Parola. Un versetto biblico esprime meglio quello che vo­glio dire: Giosuè 1,8 che dice il centro della regola del Carmelo: 'Non si allon­tani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte, perche tu cerchi di agire secondo quanto vi è scritto'. L'originale ebraico per 'meditare' fa riferimento al tubare del­la colomba. Io, in quanto carmelitana, medito, tubo con la Bellezza della Pa­rola, e con la Bellezza delle parole del mondo, siano esse musica, letteratura, poesia, pittura... (ricordo quando an­davo in tutti i musei di tutte le città che ho visitato, consumando tutto il fondo dei jeans, sedendomi per terra per la stanchezza e per assaporare a lungo qualche opera più significativa). La Bellezza è la parola di Dio, bello è la persona che vive la Parola".

Chiedo a suor Cristiana di commen­tare la recente omelia "sulle donne" di padre Cantalamessa, il predicatore del Papa, molto apprezzata anche dalla femminista Luisa Muraro. "Bene ha fat­to padre Cantalamessa a criticare il femminismo alla Simone De Beauvoir e bene ha fatto la Muraro nell'approva-re tale critica. Del resto non poteva fa­re diversamente: la Muraro è persona molto aperta e rispettosa, una donna pensante che ha riflettuto a lungo sulla donna nella pratica politica, cioè nella concretezza della storia ed è, soprattut­to, una sostenitrice come me della cul­tura della differenza, per cui ha elimi­nato il problema dell'opposizione uo­mo-donna a favore della difesa della identità femminile. In altri modi e mo­menti la stessa cosa hanno fatto Edith Stein che non opponeva uomo a donna ma li pensava uno di fronte all'altro e Maria Zambrano quando ha parlato di un sapere dell'anima, che realizzasse una conciliazione dei due opposti, il momento poetico e quello filosofico. Purtroppo questa cultura della diffe­renza non è ancora molto conosciuta".

Su questa difficoltà suor Cristiana si mostra un po' preoccupata: "II proble­ma è che ci sono, anche tra le femmini­ste, donne pensanti e donne non pen­santi, per usare una terminologia del cardinale Martini che parlava appunto di una distinzione non tra credenti e non credenti ma tra pensanti e non pensanti. Il cardinale voleva sottolineare vivono lasciandosi trasportare senza interrogarsi, senza pensare veramente, e così devo constatare che ci sono mol­te donne, anche tra le femministe, non pensanti. In particolare mi riferisco proprio al fatto della cultura della dif­ferenza, un problema spesso disatteso dal molte femministe. Stimo molto per­sone come la Muraro ma anche come Paola Ricci Sandoni e Lucetta Scaraffia, anche se non so, queste ultime, in quale misura aderiscano effettivamen­te al pensiero della differenza o svilup­pino invece altri percorsi analoghi. Senza dubbio si tratta di donne che pensano e conducono notevoli studi e anche avvicinamenti fra donne per procedere in questo senso". Cosa ne pensa una suora di clausura del Family day? "Il Family day è qual­cosa che avviene 'a valle'. Spero non cada nel rischio di limitarsi ad essere una mera parata. Penso che il fonda­mento di un atteggiamento di attenzio­ne alla famiglia dovrebbe essere più acuto, articolato e profondo. Proprio perché la famiglia è, oggi più che mai, sotto attacco. Mi pare infatti che nella società ci sia una mania, una patologia del sesso; si pensa troppo al sesso, sen­za pensare alla costruttività dell'amo­re. Il problema è quindi anche quello dell'educazione dei giovani. Ho letto che ogni diciannove secondi in Inter­net viene messo on line un clip o video pornografico... Che cosa nasce da una cultura di questo tipo? Il recupero, di valori come pudore, castità, può realiz­zarsi solo se questi valori vengono vis­suti, solo così questi valori vengono ri­scoperti. Certamente poi si deve anche intervenire sul clima sociale, creando anche ambienti giovani e sani, rispon­denti alle esigenze di giovani che vo­gliano vivere il Vangelo. La situazione del resto è preoccupante: penso ai film, video, cartelloni pubblicitari, tutti de­gradanti per l'uomo e per la donna, perché finiscono per considerare gli uomini solo come merci. Quindi da una parte occorre un lavoro 'a monte', più capillare, che consiste essenzialmente nel vivere in modo serio e sereno la propria vita personale e familiare, dal­l'altra anche una pratica altrettanto se­ria e concreta della vita politica, socia­le". Suor Cristiana mi fa un cenno, la discussione è finita, deve andare.




Ringrazio A.N. per questo contributo

23 maggio 2007

Questioni spinose

Aiutare i poveri o imitarli? Dilemma vecchio 2000 anni
Monsignor Bagnasco parla di "pacchi viveri"per i bisognosi La storia
di un comando evangelico e di una tentazione ideologica
di Marco Burini

Tratto da Il Foglio del 23 maggio 2007

"I poveri li avete sempre con voi", dice a un certo punto Gesù di
Nazaret nel vangelo di Giovanni. E subito il lettore si sente come un
cammello/gomena incastrato nella cruna di un ago.

Il pensiero non trova un varco, perché su questo punto la predicazione
cristiana è palesemente contraddittoria: il povero è il destinatario
del messaggio di salvezza ("Beati i poveri"), ma tale messaggio chiede
che il destinatario sia strappato dalla condizione di povertà ("Avevo
fame e mi avete dato da mangiare"). Affrettarsi a distinguere tra
povertà materiale e povertà spirituale è un modo per rifugiarsi dietro
le parole. Dunque: soccorrere i poveri o farsi poveri, sfamarli o
imitarli? Povertà benedetta o maledetta, compito o destino? Predicare
rassegnazione o liberazione, carità o giustizia? Amministrare le
risorse e distribuirle oppure vendere tutto e condividere la
precarietà? "I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me" è
un monito che si comprende alla luce del capitolo venticinquesimo del
vangelo di Matteo, laddove le opere di misericordia verso gli ultimi
diventano il lasciapassare per l'eternità. Gesù, insomma, identifica la
propria sorte con quella dei poveri. E allo zelante Giuda, ansioso di
dare una risposta politica allo scandalo di un popolo ridotto in
miseria dalla dominazione romana ("Perché quest'olio profumato non si è
venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?", mugugna davanti
a Maria che sperpera l'unguento sui piedi del maestro) fa notare che ci
sarà tempo -tutto il tempo -dopo la sua morte, per dedicarsi a loro.

La terra è di Dio
Israele l'aveva capito fin dall'inizio. Si legge nel Deuteronomio: "I
bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò io ti do questo comando
e ti dico: Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e
bisognoso nel tuo paese". Le numerose disposizioni giuridiche elaborate
nel corso del tempo (l'anno di remissione dei debiti, il divieto di
prestare denaro a interesse e di trattenere un pegno, l'obbligo della
decima, l'obbligo di pagare puntualmente il salario ai lavoratori
giornalieri, il diritto dei poveri di racimolare e spigolare nei campi
dopo il raccolto) andavano in questa direzione. Ma al tempo dell'esilio
la teologia della retribuzione (il giusto premiato e il peccatore
punito) andò in frantumi, a tal punto che nei salmi Dio è accusato di
non vedere le ingiustizie. In seguito, i profeti rimproverarono
aspramente i loro connazionali per aver indurito il loro cuore,
dimenticando che la terra appartiene a Dio e nessuno può accaparrarsela
a danno dei fratelli, specie i più deboli (l'orfano e la vedova).
Celebri le invettive di Amos che nelle frodi e nei soprusi dei ricchi
vedeva la rottura del patto di alleanza su cui si fondava la comunità.
La vicenda di Gesù, formatosi nell'ambiente degli "anawim"(gruppo di
ebrei che attendevano il messia vivendo in povertà e rileggendo i
profeti e i salmi), rabbino itinerante e squattrinato accudito da un
gruppo di donne abbienti, si inscrive in questa storia. Non è un caso
che le sue prime e ultime parole in pubblico riguardino i poveri e una
costante della sua predicazione sia il ribaltamento del luogo comune
che vede nella ricchezza una benedizione ("Guai a voi ricchi!"). Le sue
parole scandalizzano, ma anche i suoi comportamenti danno adito a
pettegolezzi. Si vanta di "non avere nemmeno una pietra su cui posare
il capo", però non disdegna lauti banchetti con personaggi equivoci
("E'un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori") e fa
il mantenuto fino alla fine, tanto che a seppellirlo saranno due suoi
amici benestanti, Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea. Ciò che disorienta, a
ben guardare, è la sua assoluta libertà dal possesso. Come ben dirà
Jacopone da Todi: "Povertate è null'avere/ e nulla cosa poi volere/ e
onne cosa possedere/ en spirito de libertate".

Comunione, non comunismo
La comunità cristiana riparte esattamente da qui. Anche se il
citatissimo brano degli Atti degli apostoli che descrive la vita della
prima comunità ("Tutti coloro che erano diventati credenti stavano
insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze
le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno")
non è la testimonianza di un "comunismo cristiano"ma di una precisa
teologia: la comunione (koinonia) non è dei beni, ma dei cuori. Infatti
"non risulta che i cristiani avessero come prassi ordinaria la vendita
delle proprietà personali; in realtà usavano di esse per il migliore
vantaggio della comunità, intesa come una famiglia unica" (Vincenzo
Paglia). Una famiglia in cui non mancavano le beghe. Come quella che
scoppiò per la distribuzione quotidiana di generi di prima necessità;
le vedove di origine greca protestarono perché si sentivano trascurate
rispetto a quelle ebree, allora gli apostoli organizzarono l'assistenza
istituendo un servizio assegnato a uomini fidati (diaconi, più tardi
anche diaconesse). Episodio degno di nota, dato che fu il pretesto per
il primo concilio della storia, che quindi si riunì non per dibattere
questioni dottrinali o morali ma, appunto, caritative. Al culmine delle
inziative di beneficenza c'era la colletta, già promossa con grande
impegno da Paolo per la chiesa di Gerusalemme. "Queste iniziative
permettevano una circolazione interna di denaro dai ricchi ai più
poveri che consentiva di riequilibrare la distribuzione dei beni
compromessa da un ordinamento sociale profondamente ingiusto come
quello della società greco-romana. Non cambiamento del sistema quindi,
ma significativa correzione di esso" (Goffredo Zanchi).

Radicali carismatici e realisti pastorali
Un cristiano può possedere beni? La domanda sorge spontanea nei primi
credenti che si confrontano con le scritture (specie la chiamata
evangelica del "giovane ricco", oggetto di molte esegesi) e non
abbandona più la storia del cristianesimo. Si delineano due
atteggiamenti opposti: un radicale distacco dal mondo con il
conseguente rifiuto dei beni da una parte e una teologia del possesso
che giustifichi la compresenza di poveri e ricchi nella comunità
dall'altra. La prima tendenza si sviluppa soprattutto nelle comunità
orientali e risponde all'ansia per un regno dei cieli considerato
imminente. Ebioniti, encratiti e apostolici sono i nomi dei circoli
radicaleggianti in cui i beni sono visti con disprezzo. Da essi parte
una deriva gnostica che considera tempo perso l'elaborazione di una
dottrina sociale della chiesa. Ma tra gli intransigenti bisogna
annoverare anche autori di grande spessore come Origene, che chiedeva a
tutti l'ascetismo, e Pelagio, secondo il quale i ricchi non hanno
cittadinanza nella chiesa. La seconda tendenza mira a elaborare
indicazioni pastorali realistiche, che tengano conto della presenza
nella comunità sia di poveri sia di abbienti, in grande crescita dopo
la svolta costantiniana. "La Didaché, lo Pseudo Barnaba, il Pastore
d'Erma e Clemente di Roma trasformano la scelta della povertà radicale
per accogliere il Regno in quella del dovere dell'elemosina al povero
per meritarvi l'ingresso"(Paglia). In tale direzione lo sforzo teorico
maggiore lo fece Clemente d'Alessandria che scrisse "Quale ricco può
salvarsi?", il primo testo patristico che affronta sistematicamente il
rapporto tra annuncio evangelico e possesso dei beni. Partendo
dall'idea che "Gesù Cristo non proibì di essere ricco in modo onesto,
ma di essere ricco in modo ingiusto e insaziabile", Clemente introdusse
una distinzione che diventerà tradizionale tra beni utili (ktèmata),
che si possono tenere, e risorse (chrèmata) preparate da Dio per gli
uomini, che vanno ripartite tra tutti. A sua volta, Agostino confutò
l'idea di Pelagio, che voleva una chiesa di pochi eletti, sottolineando
il primato della carità sulla rinuncia e ricordando che il ricco non
deve dare tutto ai poveri e può continuare a possedere i propri beni,
anche quelli superflui, purché eviti la superbia che essi possono
indurre. La linea tracciata da Agostino -che come tanti altri teologi
dell'epoca è anzitutto un vescovo, dunque un amministratore di beni a
cui è richiesta competenza in materia -sarà il leitmotiv della carità
in epoca medioevale: il superfluo del ricco è il necessario del povero.
Anche per Giovanni Crisostomo "la ricchezza, se accompagnata dalle
opere, è onesta. Quali opere? Sollevare la povertà, sostenere l'inopia…
Da una parte si dà il ricco che ruba i beni di tutti, dall'altro il
ricco che distribuisce il proprio ai poveri… Carattere delle ricchezze
è di disperdersi se si conservano, di conservarsi se si disperdono".
D'altra parte, molti Padri della chiesa ritenevano che all'inizio non
ci fosse proprietà privata, ma tutto era in comune.

Carità contro beneficenza
Si può notare come le due tendenze appena descritte in realtà non si
sono succedute l'una all'altra in senso cronologico, come se al sacro
fuoco dei primi seguaci nullatenenti ed entusiasti per l'approssimarsi
dell'"eschaton"fosse subentrata la riflessione a freddo di chi meditava
come conciliare una pratica cristiana aperta a tutti con una fine dei
tempi che tardava a venire. Piuttosto, si tratta di due anime che hanno
sempre convissuto e continuano a convivere nel corpo ecclesiale
confermando come il nodo della povertà, giocato nella dialettica
carisma/istituzione, sia formalmente inestricabile. Il nodo può essere
sciolto solo nell'esercizio della carità che per la chiesa non è un
optional ma una necessità che va ben oltre il recinto della
beneficenza, ormai ridotta a parola d'ordine dell'ideologicamente
corretto. Per il credente, i poveri sono un pegno inatteso, anche
fastidioso, una consegna non richiesta e ingombrante che sollecita una
cura disinteressata. La beneficenza, invece, è un simulacro che la
società dello spettacolo ha edificato a sua immagine e somiglianza: la
tua destra sappia a menadito ciò che fa la sinistra, e soprattutto lo
sappia il pubblico per un bell'applauso. La carità è un'altra cosa,
rivendica un'autonomia che vuole riscattare la povertà dai palinsesti
(impresa a dir poco ardua, data la pervasività della comunicazione) e
da dibattiti sociologici di prima e seconda mano. Dibattiti che nel
secolo scorso non hanno risparmiato la chiesa stessa, ma che oggi sanno
un po'di muffa.
(1. segue)



Ringrazio A.N. per questo contributo

22 maggio 2007

Anche in guerra un altro mondo è possibile? Non credo, però...

La guerra umana

Per la prima volta nella storia dell’umanità i ministeri della difesa dei paesi più sviluppati si sono posti uno scopo innaturale, dal punto di vista di un normale ufficiale – adempiere un compito militare e non uccidere

La civiltà cristiana muore – dicono i disperati e le isteriche. Hanno troppa fretta. Nonostante gli orrori della globalizzazione, i principi evangelici dell’ordine europeo si sviluppano instancabilmente. Sotto il nostro mondo c’è una solida base morale. Permettetemi di elencare le sue componenti principali al momento presente:

teflon liquido,
tranquillizzanti di nuova generazione,
cianoacrilati[1],
schiuma sintetica “Sandia National”[2],
aerosol profumati,
generatori a microonde Active Denial System[3]...

Con particolare orgoglio chiudo l’elenco comunque incompleto con una componente nazionale, il “Ranec-E”[4].

Ecco in che modo strano e enigmatico si chiamano i prodromi dell’epoca dei conflitti incruenti. Sto parlando delle cosiddette armi non letali o umane. Per la prima volta nella storia dell’umanità i ministeri della difesa dei paesi più sviluppati si sono posti uno scopo innaturale, dal punto di vista di un normale ufficiale – adempiere un compito militare e non uccidere!

E’ chiaro che i militari stessi non sarebbero giunti a una tale perversione. Per fortuna i paesi guida del mondo adesso sono quasi tutte democrazie e là i militari sono comandati dai politici, cioè dai civili. Proprio questi hanno formulato anche un compito mai visto. Anche se i loro motivi avevano solo vagamente a che fare con l’umanità.

Storia generale

Oggi non di rado si scrive, che l’elaborazione di armi non letali, che non comportano gravi conseguenze per la salute del nemico, viene portata avanti negli interessi della polizia. Non è così. Tutto è cominciato con il crollo del sistema coloniale.

Allora gli eserciti occupanti cominciarono ad avere a che fare regolarmente con la partecipazione della popolazione civile all’azione delle forze di liberazione nazionale. Oltre che con tutte le forme di disobbedienza civile, le amministrazioni coloniali si scontrarono con combinazioni strane per la tradizione cristiana di attacchi armati e manifestazioni di protesta. (Oggi tutti conoscono la tattica dello “scudo umano”. Nell’URSS, alla vigilia della sua caduta, questo metodo fu applicato in Asia centrale e in Azerbaijan. Nella nuova Russia, in Cecenia.)

I soldati spesso si rifiutavano di sparare su una folla di donne, bambini e anziani, che del tutto volontariamente coprivano i guerriglieri armati nelle file posteriori. L’importante era avvicinarsi al massimo. Ma una volta là… Non facevano prigionieri.

In seguito la necessità di separare i civili dai guerriglieri e dai terroristi che si scambiavano di posto nella folla si è sempre e solo rafforzata. Sempre più spesso all’esercito, e non alla polizia, venivano affidati compiti non tradizionali, come operazioni di mantenimento della pace tra popoli che si odiavano l’un l’altro e che erano pronti a qualsiasi provocazione. In zone densamente popolate sono cominciate operazioni militari contro le narcomafie e perfino contro il terrorismo internazionale.

Nel 1962, mentre a Novočerkassk[5] il nostro esercito sparava su lavoratori disarmati, negli USA e in Europa già si cominciavano a fare ricerche scientifiche per creare nuove armi, che in certi casi permettessero di vincere senza uccidere. Un quarto di secolo dopo comparvero i primi modelli.

E’ chiaro che il principale percorso di sviluppo degli armamenti è quello per la creazione di armamenti letali sempre più precisi e potenti, soprattutto nucleari, che promettevano la morte della civiltà. Ma la stessa comparsa, tra la fine del ХХ e l’inizio del XXI secolo, di armi create specialmente per non uccidere dice molto. Beh, perlomeno che il nostro mondo non è senza speranza.

Nell’URSS la creazione di tali armi procedette senza entusiasmo. Un cannone acustico analogo all’ADS (vedi sopra) avrebbe dovuto essere installato sulle imbarcazioni delle guardie di confine: uccidere cittadini stranieri al momento della cattura, anche se erano bracconieri, era ritenuto scorretto. Ma finora le nostre guardie di confine mantengono i pescherecci giapponesi e coreani con armamenti navali. Ci sono stati esiti mortali.

Un’unica storia

Ma anche nel nostro paese ci sono stati successi nell’ambito dell’uso delle armi umane. Quando durante il conflitto armeno-azero[6] le nostre guardie al confine con la Turchia ricevettero l’ordine di proteggere per un po’ di tempo dai linciaggi qualche centinaio di profughi armeni, la situazione era critica. Con la copertura di una folla di anziani e di donne i guerriglieri tentarono di avvicinarsi il più possibile al cordone dietro il quale si nascondevano i profughi. L’organico delle guardie di confine non era sufficiente per una piena difesa e sparare su una folla senza gravi motivi non era possibile. Tutto procedeva verso una carneficina.

Purtroppo non ricordo il cognome del capitano che creò allora un sistema non letale, che salvò i profughi fino all’evacuazione, svolta poco dopo con successo. Un subordinato del KGB dell’URSS affermò che da parte loro il processo di creazione si svolse così: il capitano strizzò gli occhi e per un minuto stette concentrato a schiacciare un mozzicone nel posacenere. Dopo di che si raddrizzò e dette ordine di costruire.

Per mezza giornata costruirono una barriera di filo spinato attorno alla piccola cittadella di tende dei profughi. All’esterno di essa tesero a diverse distanze una dozzina di cavi d’acciaio. Presto comparve un camion UAZ, che trascinava un cavo con appesi dei pezzi di carne. In una colonna di polvere lo accompagnava un enorme branco di cani randagi, raccolti in tutto il circondario. Presso la barriera le guardie di confine misero loro rapidamente dei collari con guinzagli lunghi molti metri e con dei moschettoni li incatenarono ai cavi attorno al filo spinato.

A sera si creò una situazione di stallo. I guerriglieri raccoltisi per chiudere i conti con gli armeni erano armati di fucili da caccia, scudi metallici, coltelli e piè di porco. Con la copertura delle donne tentarono di avvicinarsi al filo spinato e tranciarlo. Attorno al perimetro della barriera con guaiti selvaggi correvano oltre cento cani furiosi di ogni taglia, colore e razza: il capitano aveva macellato un cavallo e un sergente che correva all’interno della barriera ne trascinava le interiora legate a un moschettone.

Le donne delle prime file degli attaccanti si fermarono. Su questo branco si poteva solo sparare. Le guardie di confine aspettavano questi spari. Questo avrebbe dato loro la base legale per aprire il fuoco in risposta. I guerriglieri non si decisero.

Questo sistema russo di armamento non letale mi da speranza per il futuro. In ogni caso il nostro capitano si era trovato tra le fila di quegli inglesi e francesi, che quarant’anni prima si rifiutarono di sparare sullo “scudo umano”.

In ogni caso non siamo del tutto Oriente, siamo più vicini all’Occidente.

Valerij Širjaev

20.04.2007, “Novaja Gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/color14/06.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Colle tipo “Attak”.

[2] Laboratori di ricerca del Dipartimento per l’Energia degli Stati Uniti.

[3] Nome di arma a microonde dell’esercito americano, detta anche ADS.

[4] “Zaino E”, arma a microonde di fabbricazione russa.

[5] Città della repubblica caucasica della Karačaevo-Circassia.

[6] La guerra che oppose Armenia e Azerbaijan per il controllo dell’enclave armena del Nagornyj Karabach.

21 maggio 2007

Buone notizie dalla Cina

Liberato il sacerdote cattolico Shao Zhoumin !

Padre Shao Zhoumin è stato liberato dal carcere un mese prima della scadenza della sua pena, a causa di una malattia. Ha ringraziato quanti si sono mossi per far conoscere la sua situazione e fatto pressione per la sua liberazione. P. Shao, 43 anni, vicario generale della diocesi sotterranea di Wenzhou (Zhejiang), era stato arrestato nell’agosto scorso per aver falsificato il suo passaporto e poter andare in pellegrinaggio a Roma.

Ti ringrazio per aver sottoscritto l'appello che abbiamo promosso per la liberazione di Padre Jiang Sunian e Padre Shao Zhoumin.

Ti invito a sostenere ancora l'appello inviando un'email ai tuoi amici, per ottenere la liberazione anche di Padre Jiang Sunian, cancelliere della diocesi di Wenzhou. Questi è stato condannato a 11 mesi e dovrebbe uscire di prigione a fine agosto. Anche p. Jiang è malato e soffre di complicazioni respiratorie. Ai due sacerdoti sono stati negati finora visite da parte di parenti e amici.

Davide Bacarella
Insieme per Prato

18 maggio 2007

Family days

La famiglia è, semplicemente, il luogo dell’umano

Sintetico ed essenziale questo articolo di Claudio Risè che mi pare toccare aspetti importanti relativi alle problematiche della famiglia, vista per quello che è, nella sua ontologia e nella sua eterna drammaticità. Naturalmente si tratta solo di cenni che lo psicanalista sintetizza per un articolo per “Il Mattino di Napoli”; però mi pare molto interessante e capace di illuminare meglio la questione “famiglia” e ve lo propongo:


Bellezza, e difficoltà, della famiglia

Famiglia è bello, anche se scomodo. E’ questo l’aspetto forse più autentico della questione “famiglia”, messo in luce dal family day, ma soprattutto dal diffuso lavoro di riflessione e discussione che l’ha preceduto, e che lo continuerà. All’inizio poteva sembrare il vecchio scontro tra due retoriche (con relative appendici politiche). Da una parte quella che vede la famiglia come società “perfetta”, dall’altra quella che la considera come un residuo di epoche trapassate.


Poi invece, nella lunga e capillare discussione su questa giornata, che ha finito per toccare un po’ tutti, famiglie e single, eterosessuali ed omosessuali, coppie unite e separate, persone che stanno insieme guardandosi di traverso ed altre che non si vedono più, a volte rimpiangendosi, è uscita lentamente laverità.


La famiglia è, semplicemente, il luogo dell’umano. Non che non ce ne siano altri al di fuori di essa. Il lavoro, il tempo libero, le compagnie sportive, gli amanti della natura, i movimenti politici, sono tutti luoghi associativi profondamente umani, nei quali ci appassioniamo ed amiamo, sviluppando uno sguardo più ampio sul mondo. Nessuno di loro, però, ci segna in modo altrettanto profondo della famiglia, nessuno plasma in modo altrettanto incisivo la nostra identità,i nostri sentimenti, e persino la nostra capacità di riconoscerli.


Tanto è vero che la psicologia contemporanea nasce proprio lì, osservando la famiglia. E scopre che l’inconscio si sviluppa in buona parte, fin dall’infanzia, proprio per consentire all’individuo di reggere le ricche e complesse dinamiche familiari, che sono alla base della sua personalità.


Tutt’altro che antiquata, dunque, la famiglia, se i suoi rapporti ed i suoi affetti sono alla base di uno dei saperi più scandalosi ed anticonformisti della modernità: appunto la psicoanalisi. Questa ricchezza antropologica, però, non viene riconosciuta né dai detrattori della famiglia, né da coloro che la rappresentano come un’oleografia sorridente e gentile, i cui protagonisti si metterebbero al riparo dalle esperienze, umane e vitali, della sofferenza e del dolore.


I nemici della famiglia sono riconducibili a due grandi filoni. Da una parte i nostalgici delle ideologie totalitarie del 900, che vedevano in essa il pericoloso antagonista dell’onnipotenza del partito unico, e che la combatterono fino a distruggerla, come accadde col comunismo sovietico. Dall’altra gli innamorati dell’anarchia, che vedono giustamente nella famiglia il luogo dove si forma l’ordine della personalità, e quindi il rispetto dell’individuo per le norme e leggi della società.
I difensori della famiglia, dal canto loro, hanno avuto finora troppa fretta nel presentarla come la condizione umana giusta e felice per antonomasia. Proprio perché ricchissima di contenuti affettivi, e profondamente calata nella realtà pratica di ogni giorno, di cui deve raccogliere le sfide, la famiglia vive invece, da sempre, in una condizione drammatica. Essa è il luogo dove l’individuo rinuncia a vivere solo per sé, sacrifica il proprio egoismo, per dedicare gran parte delle proprie energie agli altri: il coniuge, ed i figli.
Le ironie dei vecchi “viveurs”, che preferivano godersela invece che tirar su marmocchi, hanno oggi lasciato spazio alla supponenza, a volte un po’ acida, dei singles, o dei partigiani delle coppie informali, più elastiche e adattabili ai desideri del momento. Tutto ciò chiarisce ancor meglio la caratteristica della famiglia come luogo del sacrificio, per amore dell’altro, perché è giusto così.


Questa realtà difficile è la sua grandezza.

Per i commenti rimando al blog di Claudio Risé (http://claudiorise.blogsome.com/)




Strumentalizzare il Cammino Neocatecumenale e scoprire che la Chiesa è libera
Attualità - mer 16 mag

di don Antonello Iapicca, curatore del blog I segni dei tempi (http://kerygmaterzomillennio.splinder.com/)

No, proprio non ci siamo. Sembra impossibile accostarsi alla Chiesa, ai cristiani, alle loro vite e ai loro movimenti, alle loro comunità, alla loro fede e al modo di viverla ed esprimerla senza cadere nel tranello della mistificazione e della strumentalizzazione. Ad esse non si è sottratta Elisabetta Ambrosi con il suo articolo sul Family Day apparso su Europa del 15 maggio. Un titolo ed una scrittura fuorviante, un'esca cui far abboccare quanti cercano, con semplicità, una cronaca dell'evento non viziata e non di parte.

Bisogna comunque capire. Europa è l'organo ufficiale della Margherita, il partito nelle cui file militano i cosiddetti Cattolici democratici, altrimenti conosciuti come cattolici adulti . La loro difficoltà è evidente, almeno quanto l'ostinazione con cui difendono le proprie posizioni, rispettabilissime per carità, ma opinabili e deprecabili se pretendono di definirsi cattoliche quando sono sconfessate apertamente dalla Gerarchia e dal Magistero. Due loro esponenti di primo piano, il Presidente del Senato Marini e il Ministro Bindi, commentando il Family Day non hanno trovato di meglio che difendere a spada tratta i Dico. E questo alla faccia della loro stessa retorica contrabbandata per pensiero cattolico, quello che farebbe della mediazione, dell'ascolto e dell'attenzione alle esigenze e al vissuto della gente il centro del cristianesimo. Infatti, se le parole dette dalla gente non corrispondono con il proprio pensiero si ignorano, senza tante discussioni.
Così come l'articolo dell'Ambrosi ha ignorato, pregiudizialmente, la realtà del Family Day. E' stato come ritoccare una foto, qualche taglio e qualche aggiunta e il gioco è fatto. La realtà capovolta, a servizio dell'ideologia. Occorreva dimostrare che hanno ragione loro, i cattolici democratici e i diessini appena fusi nel novello Partito Democratico. Dimostrare cioè che i cattolici stanno dalla loro parte, che sono liberi e non appaltati alle destre. Su quest'ultimo aspetto l'operazione era fin troppo facile, rispondendo alla realtà. Per l'altro no, ci voleva una bacchetta magica per dire che i cattolici sono a favore dei Dico mentre ci stanno marciando contro.
Allora che fare? Il metodo è semplice: dosare bene le parole e ditribuirle con dovizia. Fin dal titolo dicevamo: " Una piazza inquieta. E assai poco politica e mediatica ". Leggendolo si è colti di sorpresa, però! che qualcuno finalmente abbia colto nel segno? Poi ti metti a leggere l'articolo e strabuzzi gli occhi: " Ha sbagliato chi l'ha descritta solo come una piazza ideologizzata dalle destre e dalla Chiesa in tandem, una piazza politica e politicizzata, contro la laicità e la tolleranza, «perfettamente antimoderna ». Vero, verissimo accidenti! E non ti rendi conto di aver abboccato all'amo. Sì, perchè quello che nell'articolo si sta dicendo è che, da una parte, Berlusconi con quella gente non c'entrava nulla, e forse è vero, ma dall'altra che chi ha cercato di strumentalizzare il popolo di Dio è stata proprio la Chiesa, " che ha deciso di puntare su un'offensiva politico-mediatica per cercare disperatamente di salvarsi dall'inevitabile declino (estinzione?)". Primo affondo e primo boccone avvelenato: La Chiesa ha puntato su un'offensiva politica ma ha fallito. Perchè la gente che era lì, quel milione di cattoici, non si riconoscono nel disperato tentativo della Chiesa - ma cattolici e Chiesa non sono la stessa cosa? mah... - di sottrarsi all'estinzione consegnandosi nelle mani taumaturgiche di Berlusconi. Il popolo di San Giovanni è inquieto , proprio come lo sono, perennemente, i veri papi e vescovi del cattolicesimo di sangue blu, quello democratico e adulto dei ministri e dei leader di governo. Quel milione di persone, quelle famiglie, quei bambini erano lì a manifestare contro il Papa e contro Ruini e Bagnasco, contro la famiglia tradizionale e la sua difesa e non lo sapevano. Si erano sacrificati, avevano percorso centinaia di chilometri per reclamare i diritti delle unioni omosessuali e non se ne erano accorti.
Invece se ne è accorta l'Ambrosi. Infatti, lei, che ha attraversato Piazza San Giovanni " con un minimo di curiosità e attenzione ", ha " scoperto poi che il grosso dei manifestanti facevano parte di un movimento particolare, i Neocatecumenali. La vera star, come ha notato sornionamente il ministro Fioroni, era «il prete spagnolo sul palco»: quel Kiko Arguello, che poi prete non è, che, incapace di sottostare alle addomesticate interviste del conduttore Zaccuri, gli ha strappato il microfono dalle mani per proclamare la forza del Vangelo e la sconfitta sulla morte, l'unica speranza in grado di creare famiglie di «dieci, dodici, quindici figli»". Ecco quello che serviva al successo della mistificazione: strumentalizzare la presenza di Kiko Arguello e delle decina di migliaia di membri del Cammino Neocatecumenale per mostrare la Chiesa spezzata: da una parte i carismatici, e la freschezza di un popolo fecondo, zelante, felice, dall'altra una chiesa arroccata che non parla più di Dio, come ama ripetere il ministro Bindi.
Non solo. Per completare il quadro occorreva issare Kiko Arguello sul carro degli inquieti di professione , e quale migliore occasione la stantia vulgata propalata da vaticanisti superficiali di una presunata difficoltà del Cammino in vista dell'approvazione degli Statuti? Così l'Ambrosi arruola Kiko Arguello tra i poveri disillusi dalla Chiesa e dalla Gerarchia, uno che avrebbe dovuto piegare il capo e andare alla Canossa del Family Day per ottenere l'agognato riconoscimento: " Certo, stonava il leader carismatico e indomabile, armato di chitarra e di parole vibranti, costretto a cantare su un palco a forma di casetta borghese, con i salotti fucsia e i pagliacci che gli giravano intorno ".
E Kiko stesso ridotto dalla penna dell'Ambrosi ad un pagliaccio, che, la presunta ma a lei notissima " tensione crescente con la Chiesa ", ha costretto a trascinare " perfino un movimento tendenzialmente apolitico a schierarsi, a funzionare da falange armata del papa, che ben ne conosce la forza e capacità di produrre famiglie e vocazioni ". Con un colpo due piccioni. Fatto secco il Cammino Neocatecumenale, fatta secca la Chiesa, non a caso e malignamente contrapposti. La strumentalizzazione è così servita: " Ma anche i neocatecumenali a San Giovanni chiedevano risposte e, pur non mettendo formalmente in discussione l'obbedienza alla Chiesa, anzi, si aspettavano parole forti, che né la politica, né il cristianesimo filosofico di Ratzinger sanno dar loro ".
Beh, a questo punto non possiamo più tacere il cumulo di menzogne trascritte sul quotidiano della Margherita. I neocatecumenali in Piazza San Giovanni non chiedevano nessuna risposta, perchè, e l'Ambrosi lo aveva anche scritto, " la forza del Vangelo e la sconfitta sulla morte", sono "l'unica speranza in grado di creare famiglie di dieci, dodici, quindici figli". Chi ha conosciuto Cristo e il suo amore, chi vive per testimoniarlo e annunciarlo, non scende in piazza aspettandosi parole forti o chiedendo risposte. Il Cammino Neocatecumenale è sceso in Piazza per mostrare la gioia e la bellezza, le verità e la pienezza del vino nuovo dell'amore di Cristo risorto. Quelle mamme e quei papà, quei nonni, quei ragazzi e quei bambini erano loro la risposta e la parola forte, per chiunque avesse voluto ascoltare. " Non siamo contro nessuno " ha ripetuto Kiko Arguello. Esattamente come il Papa e il suo cristianesimo, né filosofico e né teologico, semplicemente il cristianesimo di una persona viva, Gesù Cristo risorto. E' Lui la parola forte che, con calore e amore, Papa Ratzinger ripete senza posa, e che tutti possono ascoltare. Guarda caso, un'altra Piazza, quella di San Pietro, da quando il Cardinal Ratzinger è divenuto Papa sta vedendo moltiplicarsi le presenze, segno che, se è vero che la politica di risposte e parole forti non può darne, è vero assolutamente il contrario per Papa Benedetto XVI.
Evapora così il goffo tentativo di strumentalizzare una realtà della Chiesa suscitata dallo Spirito Santo per salvare attraverso di essa innumerevoli persone in tutto il mondo. La stoltezza della predicazione che sfugge ad ogni classificazione, segno della libertà dello Spirito Santo che soffia in modo imprevedibile anche su un palco borghese, in una Piazza zeppa di famiglie, questa stoltezza divina è la vera incompresa dai sapienti di questo mondo.
Loro invece, giornalisti o intellettuali che siano, devono poter manipolare tutto, gestire e usare. Le parole che chiudono l'articolo in questione lo dimostrano chiarissimamente: " Anche il Family day, dunque, è stata una denuncia implicita della frattura, sempre più aspra e carica di conseguenze, tra fedeli e chiesa gerarchica e tra cittadini e politica, e dell'incapacità di quest'ultima di rappresentare la società, a causa della vittoria delle «minoranze dominanti», di cui parla Ilvo Diamanti, che impediscono che si faccia prevalere il bene comune. Bene pure molto chiaro alla stragrande maggioranza delle persone di questo paese: «Politiche per la famiglia, lavoro non precario, una vecchiaia non penosa».Ecco perché paradossalmente chi rappresentava meglio quella piazza era proprio colei che dalla piazza è stata più contestata, la ministra della famiglia. E certo il fatto che le persone non l'abbiano capito la dice lunga su quanto Chiesa, politica e media abbiano saputo confondere le acque" . A parte che proprio lei, il ministro Bindi, da quella piazza era, "coraggiosamente", scappata a gambe levate, le ultime parole mostrano il vero intento del pezzo. E' il ghigno beffardo del falsario, del divisore, che sigilla la menzogna. La Chiesa, alleata della politica e dei media, esattamente come ha scritto Scalfari, che invece l'Ambrosi sembrava aver sconfessato, ha ingannato un milione di persone in Piazza e l'Italia intera. Chi stia invece confondendo davvero le acque è fin troppo chiaro...
Ma sappiamo anche che per il mondo e i suoi sapienti il Cielo è chiuso e lo sguardo è angosciosamente e inquietamente schiacciato sulla terra che ospita i propri passi. Il proprio io è l'unico criterio, angusto, con il quale leggere la realtà. Per addomesticarla e farle dire quel che si ha prestabilito, per difendere e legittimare le proprie posizioni.
La Chiesa e il cristianesimo sono altra cosa. Per questo sono da duemila anni perseguitati: perchè non abbassano il capo e non sacrificano a nessun idolo di questo mondo. Così è stato anche sabato 12 maggio sul palco del Family Day, da dove è risuonato l'annuncio di un amore più forte di ogni trappola e di ogni schiavitù. Altro che frattura tra fedeli e Chiesa gerarchica, quella esiste solo nelle illusioni dei cattolici adulti e dei loro giornali. Esattamente come la fandonia sulle due piazze, è tutto un Barnum che confonde, e, per difendere e legittimare, butta nel tritacarne delle menzogne mistificanti tutto e tutti. Questa è stata la volta del Cammino Neocatecumenale.
Anche per questo Kiko e le sue parole e i centomila del cammino sono stati un segno di contraddizione, un segno dell'amore più forte della morte. Anche quella, tutta interiore ma non meno dolorosa, della calunnia e della mistificazione, della strumentalizzazione e della banalizzazione. Tutto passa, rapidamente. Solo l'amore resta in eterno, perchè Deus Charitas Est, come ha detto e ripetuto, con forza , Benedetto XVI. E come ogni figlio della Chiesa sperimenta ogni giorno.




Ringrazio D.N. per questi contributi

A proposito di diritti umani violati

DUE SACERDOTI CATTOLICI , SONO STATI NUOVAMENTE ARRESTATI E CONDANNATI IN CINA
A SEGUITO DI UN PELLEGRINAGGIO A ROMA

"Insieme per Prato" ha lanciato un appello per chiedere

l'immediata liberazione dei due preti cinesi.

Diffondi questa email.

L'appello sarà inviato al Sindaco di Wenzhou

e per conoscenza al presidente della provincia di Prato gemellata con Wenzhou

Qualche giorno dopo Pasqua è arrivata la notizia della condanna a 9 e 11 mesi di prigione per due sacerdoti cattolici della diocesi di Wenzhou, padre Jiang Sunian e padre Shao Zoumin arrestati il 25 settembre scorso al ritorno da un pellegrinaggio a Roma.

Padre Jiang Sunian e padre Shao Zoumin sono stati arrestati piu' volte in questi anni in quanto sacerdoti cattolici.

Sia p. Shao che p. Jiang hanno già subito due volte il carcere. La prima volta nel 1999. In seguito p. Shao, ricoverato d'urgenza per una malattia contratta durante la detenzione, fu scarcerato. Nel novembre dello stesso anno, invece, p. Jiang fu fermato per aver pubblicato in maniera illegale 120 mila libretti di inni e arrestato formalmente il 23 dicembre.

"Per chi desidera piena libertà religiosa e rifiuta l'adesione e il controllo dell'Associazione Patriottica, vi sono ancora arresti e condanne. In molte comunità sotterranee i fedeli non hanno potuto partecipare alle celebrazioni perchè la polizia in pieno assetto per arrestare i sacerdoti. A Wenzhou (Zhejiang), il Giovedì Santo, la polizia ha fatto un raid nel luogo dove si doveva tenere la Messa in Cena Domini. I preti sono riusciti a fuggire appena in tempo, sfuggendo all'arresto. " fonte Asianews


Sostieni la campagna per chiedere l'immediata liberazione di Padre Jiang Sunian e Padre Shao Zoumin,
firmando all'indirizzo http://insiemeperprato.blogspot.com

per ulteriori info: Davide Bacarella 340 73 76 529



Ringrazio D.N. per questo contributo

17 maggio 2007

Giustizia criminale

Processo in corso

Gli uomini dei corpi speciali sono scappati senza essere notati

Ul’man e i suoi compagni d’armi sono ricercati in tutta la Russia

Il 12 aprile 50 cosacchi sono giunti a Rostov dai villaggi cosacchi del Don per sostenere gli uomini dei corpi speciali accusati dell’omicidio di sei civili inermi della provincia di Šatoj in Cecenia. In quel giorno presso il tribunale militare distrettuale del Caucaso settentrionale avrebbero dovuto proseguire le arringhe delle parti in causa. Ma comunque i cosacchi non hanno visto il loro idolo, il capitano Ul’man. Insieme ai complici – il tenente Kalaginskij e il sottotenente Voevodin – si è nascosto chissà dove. L’avvocato di Ul’man Roman Kržečkovskij ha dichiarato che i telefoni cellulari di tutti e tre sono stati spenti e che né lui né gli avvocati degli altri imputati sanno dove si trovino adesso.

E’ perfettamente evidente, che il sottotenente e due ufficiali dei corpi speciali del comando dell’intelligence dell’esercito russo hanno deciso di darsi alla fuga perché stavolta, al terzo processo, c’era la minaccia di una vera reclusione. E’ evidente anche che una tale svolta degli avvenimenti era assolutamente prevista.

Durante l’ultima seduta il procuratore aveva chiesto per gli imputati da 18 a 23 anni di reclusione e al contempo non aveva accolto l’istanza per il mutamento della misura preventiva dalla firma di un impegno a non allontanarsi alla reclusione. Tale istanza era stata presentata dalla parte lesa, i familiari delle persone uccise a colpi d’arma da fuoco dagli uomini dei corpi speciali, e dai loro avvocati nella richiesta di appello inoltrata alla Corte Suprema della Federazione Russa dopo la seconda assoluzione degli imputati da parte della giuria. Tuttavia la Corte Suprema, pur impugnando la sentenza e rinviando il caso a un nuovo esame, lasciò la precedente misura preventiva – la firma. (Il capitano Ul’man durante l’istruttoria e le prime udienze si trovava nel SIZO[1] ed è stato liberato dopo il verdetto della giuria direttamente in aula.)
Gli imputati, accusati di aver compiuto un crimine particolarmente grave, hanno pienamente usufruito della propria libertà: hanno esercitato una palese pressione sui testimoni. Come ha dichiarato nel corso dell’ultima udienza il pubblico ministero colonnello Titov, i sottoposti del capitano Ul’man hanno rilasciato le vere deposizioni nella prima fase dell’istruttoria, quando Ul’man si trovava in stato di reclusione e non poteva influenzare i propri soldati. Di conseguenza, dopo che con loro “hanno condotto un lavoro” i comandanti e gli uomini dell’intelligence, o hanno ritrattato, o improvvisamente “hanno dimenticato” tutto.

Il soldato Cybdenov, che si era segnalato per una memoria fenomenale (stupì gli inquirenti perché ricordava tutti i nomi, i cognomi, gli indirizzi e le date di nascita degli abitanti del villaggio di Daj interrogati prima di essere uccisi a colpi d’arma da fuoco), al terzo e ultimo processo dapprima si è rifiutato di deporre, dicendo che gli faceva male la testa. Il giorno dopo, quando è riapparso al processo, il giudice gli ha domandato ironicamente:

- Ebbene, è già riuscito a ricevere le indicazioni dei vecchi compagni? Ora parlerà?

Cybdenov aveva ricevuto “indicazioni” – alle domande del procuratore ha risposto: “Non ricordo”.

La scomparsa facile da prevedere degli imputati conviene a molti. Al più importante processo ceceno dei nostri giorni guardano fissi sia in Cecenia, sia nelle altre regioni russe. Alle udienze vanno tanto i “patrioti” dei gruppi che sostengono Ul’man – cosacchi, attivisti dell’RNE[2] e di altre organizzazioni di sinistra[3] e nazionaliste, quanto i sostenitori dei diritti umani, che esigono pene dure per gli assassini di civili inermi, e gli studenti ceceni degli istituti superiori di Rostov. La situazione in aula è stata molto tesa dal primo all’ultimo giorno.

Qualunque sentenza emetta il tribunale, solleverà necessariamente un’ondata di proteste dall’una o dall’altra parte. Ma se non ci sono gli imputati, vuol dire che non c’è neanche il verdetto. Gli uomini dei corpi speciali sono ricercati in tutta la Russia. La prossima udienza è stata rinviata al 24 maggio, quando il tribunale dovrà decidere se interrompere le udienze o emettere una sentenza nei confronti dell’unico e solo imputato finora non fuggito, il maggiore Perelevskij.

Si ha l’impressione, che questo tipo di svolta degli eventi fosse scritto da un pezzo. Altrimenti perché persone accusate di omicidio plurimo avrebbero atteso la sentenza standosene tranquilli in libertà, mentre decine di migliaia di persone accusate di crimini meno gravi stanno per anni nel SIZO?

Anna Lebedeva
nostro corrispondente speciale

16.04.2007, “Novaja Gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/27/11.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Sledstvennyj IZOljator (Carcere di detenzione preventiva).

[2] Russkoe Nacional’noe Edinstvo (Unità Nazionale Russa), partito neonazista.

[3] Di nostalgici dell’Unione Sovietica.

Visioni distorte

SAN GIOVANNI? BUONA PARTE DEI MANIFESTANTI ERANO NEOCATECUMENALI
Una piazza inquieta. E assai poco politica e mediatica

di ELISABETTA AMBROSI

Cosa è successo veramente a San Giovanni? La piazza, nei suoi dettagli colorati - passeggini, striscioni e ombrelli blu - è stata diffusamente raccontata.

Ma poco tempo si è speso a pensare perché quel milione di persone (meno, con tutta probabilità, ma che importa) fosse lì. Ha sbagliato chi l´ha descritta solo come una piazza ideologizzata dalle destre e dalla Chiesa in tandem, una piazza politica e politicizzata, contro la laicità e la tolleranza, «perfettamente antimoderna». Il tentativo di strumentalizzazione c´è stato, con buona pace dell´ingenuità degli organizzatori. Da parte della Chiesa che ha deciso di puntare su un´offensiva politico-mediatica per cercare disperatamente di salvarsi dall´inevitabile declino (estinzione?). E da parte della politica, come testimonia il prevedibile arrivo del Cavaliere, tanto che l´ironia suscitata dal suo ingresso al momento clou della manifestazione - la catechesi profetica e il canto accorato della resurrezione di Cristo del fondatore dei neocatecumenali Kiko Arguello - nasconde persino qualche sospetto di diabolica premeditazione. Ma proprio il fatto che, a dispetto di quanto hanno scritto, per esempio, Scalfari e Berselli, la piazza non abbia tributato in realtà alcuna ovazione a nessuno dei leader politici, Berlusconi compreso, è stato uno dei segni di come lo sforzo di appropriarsi le simpatie (e il voto) dei cattolici non sia andato del tutto a buon fine.
Il fatto è che San Giovanni - la vera novità di sabato 12 maggio, nonostante le «sensate recriminazioni» di coloro che accerchiavano la fontana dei fiumi - era una piazza inquieta, antica e moderna insieme.
Una piazza in cui si è materializzata una realtà che sfugge alla rappresentanza politica e al circuito mediatico, «figlia», come ha scritto Massimo Franco sul Corriere, «di una attualissima solitudine delle famiglie, che parla allo stato e gli chiede protezione. Una realtà che cerca risposte. E vuole capire chi gliele dà».
Una piazza scarsamente politica, perciò.
Ne è testimonianza soprattutto il fatto che, a volerla attraversare con un minimo di curiosità e attenzione, si sarebbe scoperto poi che il grosso dei manifestanti facevano parte di un movimento particolare, i Neocatecumenali. La vera star, come ha notato sornionamente il ministro Fioroni, era «il prete spagnolo sul palco»: quel Kiko Arguello, che poi prete non è, che, incapace di sottostare alle addomesticate interviste del conduttore Zaccuri, gli ha strappato il microfono dalle mani per proclamare la forza del Vangelo e la sconfitta sulla morte, l´unica speranza in grado di creare famiglie di «dieci, dodici, quindici figli». Certo, stonava il leader carismatico e indomabile, armato di chitarra e di parole vibranti, costretto a cantare su un palco a forma di casetta borghese, con i salotti fucsia e i pagliacci che gli giravano intorno.
Ma per il movimento fondato in Spagna nel 1964 questa era la prima vera uscita pubblico-politica, al di là dei loro raduni di massa, tutti «interni». Una novità che da sola la dice lunga sulla natura dell´evento. Segno che la tensione crescente con la Chiesa, l´attesa per la ratifica dello statuto del movimento da parte ecclesiastica, sta costringendo perfino un movimento tendenzialmente apolitico a schierarsi, a funzionare da falange armata del papa, che ben ne conosce la forza e capacità di produrre famiglie e vocazioni.
Ma anche i neocatecumenali a San Giovanni chiedevano risposte e, pur non mettendo formalmente in discussione l´obbedienza alla Chiesa, anzi, si aspettavano parole forti, che né la politica, né il cristianesimo filosofico di Ratzinger sanno dar loro.
Anche il Family day, dunque, è stata una denuncia implicita della frattura, sempre più aspra e carica di conseguenze, tra fedeli e chiesa gerarchica e tra cittadini e politica, e dell´incapacità di quest´ultima di rappresentare la società, a causa della vittoria delle «minoranze dominanti», di cui parla Ilvo Diamanti, che impediscono che si faccia prevalere il bene comune. Bene pure molto chiaro alla stragrande maggioranza delle persone di questo paese: «Politiche per la famiglia, lavoro non precario, una vecchiaia non penosa». Ecco perché paradossalmente chi rappresentava meglio quella piazza era proprio colei che dalla piazza è stata più contestata, la ministra della famiglia. E certo il fatto che le persone non l´abbiano capito la dice lunga su quanto Chiesa, politica e media abbiano saputo confondere le acque.


"Europa", 15 maggio 2007


Ringrazio D.N. per questo contributo

16 maggio 2007

Terrificante

L'inchiesta sul traffico di esseri umani

I trafficanti di cellule e i bimbi spariti

Trapianti cellulari, chirurghi clandestini, annunci di preparati biologici in grado di stimolare la guarigione, iniezioni di embrioni per cancellare le rughe: è il grande affare delle staminali

KIEV — Bambini venduti come pezzi di ricambio. Feti frullati per infondere vitalità a vecchi e malati. Sono voci che girano da anni. Traffico d'organi, neonati scomparsi, chirurghi clandestini e il nuovo business delle cellule staminali. Ma si è sempre potuto considerarle leggende metropolitane. Ne sono fiorite in Brasile, in India, in Africa. Mai nulla che, fino ad oggi, sia stato confermato. L'Interpol, che si attiva ad ogni denuncia, non ha trovato alcunché. Questa volta però è diverso. La prova che il traffico esiste potrebbe arrivare in pochi mesi. Sarebbe sufficiente che si concludessero indagini affossate da cinque anni e l'Ucraina potrebbe scoprire di essere un supermercato segreto di organi, tessuti e cellule umane. Il Consiglio d'Europa s'interroga, in un rapporto ancora riservato, sulla scomparsa di duecento bambini dalle sale parto dell'ex Repubblica sovietica. Spaventoso, ma non è tutto. In Ucraina, attivisti per i diritti umani chiedono di sapere che cosa succede non a duecento, ma a tremila neonati ogni anno: le mamme li sentono piangere alla nascita, gli obitori ne certificano la morte, eppure secondo i registri delle sale parto e dei cimiteri non esistono. I loro cadaveri scompaiono. Due medici sono scappati da Kiev (e stanno chiedendo asilo politico in Irlanda) perché hanno paura di essere uccisi proprio per aver dato voce all'orribile sospetto. In Ucraina il Corriere è venuto in possesso di un documento della Procura generale di Kiev in cui si chiede l'aiuto dei servizi segreti per il proseguimento delle indagini sulla scomparsa di alcuni neonati. Motivo? I misteriosi infarti che hanno chiuso la bocca a due testimoni chiave. Da quando è stato redatto il documento, invece di ricevere l'aiuto degli 007, il magistrato si è visto togliere il caso. E le morti sospette sono diventate sei.

Che cosa sta succedendo? Poche settimane fa il primo ministro Viktor Yanukovich era a Bruxelles, per una seduta del Comitato per gli affari esteri dell'Unione Europea. La deputata irlandese Kathy Sinnott gliel'ha chiesto. La risposta è sconvolgente perché conferma l'esistenza di un traffico di parti umane («embrioni» secondo Yanukovich): «Grazie per aver sollevato il doloroso problema del commercio di embrioni — ha detto il premier ucraino in presenza di diversi testimoni —. Spero siate d'accordo con me che non si tratta solo di fermare chi vende, ma anche chi compra. Purtroppo leggi insufficienti permettono che, oggi, questo traffico esista. Con la vostra assistenza confido che riusciremo a mettere fine a tutto ciò. Ho dato pieni poteri ai servizi segreti e al ministero dell'Interno, ma bisogna considerare anche il retroterra di povertà prevalente in Ucraina». Svetlana Pusikova non sa delle ammissioni del suo primo ministro. A 26 anni è incinta per la seconda volta. «Ma non andrò più a partorire in ospedale. Ho troppa paura che possa succedere di nuovo, che mi possano rubare anche questo bimbo». Erano le quattro di una notte d'autunno del 2002 quando nacque quello che avrebbe dovuto essere il primo figlio di Svetlana. «Ho partorito in fretta, senza problemi. Non mi hanno dato il bimbo da tenere in braccio, però l'ho visto mentre lo lavavano e lo pesavano. "Complimenti", ha detto un'infermiera. Ero felice e confusa, certo, ma ho osservato bene una donna in camice bianco che lo prendeva, lo avvolgeva in un panno e lo portava via. Da allora non ho più visto mio figlio». Sulla cartella clinica è registrata tutt'altra storia: non un parto a termine, ma un aborto spontaneo al sesto mese. Non un bimbo vivo di oltre 3 chili, ma un feto nato morto di 800 grammi. Chi mente? Svetlana ha denunciato la «rapitrice», ne ha fatto un identikit. Inutile. Nessuno all'Ospedale numero sei di Kharkov dice di averla mai vista. Passano pochi mesi e nello stesso nosocomio dell'impoverito Est dell'Ucraina va a partorire Olena Stulniev. Ecco che cosa racconta. «Non ho sognato, all'inizio del 2003 mi è nata una bimba che avremmo voluto chiamare Regina». «C'ero anch'io — le dà manforte il marito Dimitri —. Le infermiere sono uscite dalla sala parto sorridenti e hanno scritto sul tabellone delle nascite: "Regina, 54 centimetri"». Ma anche la loro bambina è stata dichiarata un «aborto» di pochi mesi e il suo corpo mai restituito alla famiglia. In questa città ai tempi dell'Urss si costruivano carri armati, aerei e turbine, mentre oggi metà degli abitanti è senza lavoro. Eppure le élite del sistema comunista sono rimaste le stesse. Larissa Lazarenko è, tra le tante altre cose, anche il primario dell'Ospedale numero 6. La dottoressa rifiuta un incontro con il Corriere e, al telefono, urla il suo fastidio: «Lasciatemi in pace, è già stato tutto chiarito, non è successo nulla». Un punto di vista discutibile dal momento che l'inchiesta è semplicemente ferma. «Il caso è stato spostato in sette differenti uffici da quando la mia "Associazione per le famiglie numerose" si è messa ad aiutare queste madri — racconta Tatiana Zakharova, religiosissima attivista per i diritti umani di Kharkov —. Non appena il magistrato inquirente cominciava a capirci qualcosa la pratica gli veniva tolta. La richiesta dagli alti vertici era sempre la stessa: archiviazione».

Tatiana è convinta che quelli di Svetlana e Olena non siano casi isolati. «Hanno offerto alle famiglie dei soldi per mettere tutto a tacere, ma per fortuna, almeno queste due madri sono decise ad arrivare alla verità. Grazie alla denuncia di Svetlana siamo riusciti a far dissotterrare la cassa dove avrebbe dovuto essere il suo bimbo, a sequestrare i registri del reparto di ostetricia, dell'obitorio e della società di pompe funebri. Ne è uscito un quadro pazzesco: niente era come avrebbe dovuto essere. Nella piccola bara erano ufficialmente sepolti 28 aborti, ma c'erano 30 cadaveri. L'unico ad avere il braccialettino di riconoscimento era un feto di 800 grammi e guarda caso era proprio il braccialettino di Svetlana. Ma non solo. Erano tutti sezionati e privati degli organi mentre dalle carte dell'obitorio non risulta alcuna asportazione. In quella cassa c'erano anche i resti di un bimbo nato a termine che non avrebbe dovuto essere lì. Dico resti perché erano stati risparmiati gli arti e poco altro. Qualcuno l'aveva fatto a pezzi con un bisturi». Quindi il bimbo di Svetlana è stato trovato? «No. Ho detto che abbiamo trovato il braccialettino. Ma era su un cadavere diverso. L'ha con fermato il test del dna fatto fare da un laboratorio indipendente tedesco. Qualcuno aveva aperto la tomba prima di noi e aveva infilato quel braccialettino. L'hanno fatto di notte e, per sua sfortuna, un barbone che dormiva al cimitero li ha visti. Poco dopo aver testimoniato è morto nel rogo della sua baracca». Che cosa sta succedendo in Ucraina? Se l'è domandato anche la dottoressa Irina Bogomolova della Procura generale di Kiev quando le è stato affidato il caso. «Credo di essere arrivata molto vicina alla verità — dice Bogomolova al Corriere dalla sua casa di Odessa, sul Mar Nero —. Poi nell'aprile del 2006 sono stata improvvisamente prepensionata e quindi costretta a interrompere le indagini. Ho fatto ricorso e da pochissimo sono stata reintegrata nel mio ufficio, com'era mio diritto. Aspetto di tornare anche in possesso della pratica per finire l'inchiesta. Solo allora potrò raccontare quello che so sui neonati scomparsi». Anche Tatiana Zakharova, la presidente dell'Associazione per le famiglie numerose, è preoccupata di non violare il segreto istruttorio. Ma qualcosa può ancora dire.

«Sono ormai sei le morti sospette. Il barbone del cimitero è bruciato vivo. L'infermiera dell'Ospedale numero 6 che confessò di aver falsificato la cartella clinica di Svetlana ha avuto un attacco di cuore. Lo stesso è capitato al dipendente della ditta di pompe funebri che trasportava i "rifiuti biologici", gli aborti, al cimitero. In un incidente d'auto è morta un'amica di Svetlana che era con lei alla visita pre parto. Sono invece scomparsi nel nulla la donna dell'identikit che uscì dalla sala parto con la figlia di Svetlana in braccio e mio figlio, il mio braccio destro in questa battaglia, sparito sei mesi fa». Anche Tatiana si sente minacciata. «Non vivo più in casa mia. So di essere sorvegliata. Ormai quasi ogni notte cambio alloggio». Seguendo il ragionamento del premier Yanukovich («c'è chi vende "materiale umano" quindi c'è anche chi acquista») si può anche dire che se c'è chi miete parti umane nelle sale parto, ci deve anche essere chi le vende. Tatiana non ha dubbi e punta il dito sull'Istituto di Criobiologia di Kharkov. Sul sito Internet dell'Istituto si legge ciò che toglie il sonno a Tatiana. «Trapianti cellulari, preparati biologici in grado di stimolare naturalmente la guarigione grazie soprattutto al tasso di crescita notevolmente più alto garantito da cellule e tessuti fetali».

C'è anche una sorta di catalogo dei prodotti disponibili nell'Istituto di criobiologia: «cellule nervose embrionali, tessuti fetali di timo, tiroide, ossa, midollo spinale e milza». Il professore Valentyn Gryshchenko dirige l'Istituto con mano ferma a dispetto dei suoi 78 anni. Ha maniere cortesi, un eloquio raffinato, capisce l'inglese, ma preferisce parlare al Corriere in russo attraverso un interprete. L'esordio è in difesa: «Queste storie non hanno senso. Noi lavoriamo su staminali adulte che in tutta la letteratura scientifica si sono dimostrate più efficaci di quelle fetali o embrionali ». Ciò detto, il professor Gryshchenko non pensa di contraddirsi quando dice: «Questo Istituto esporta tessuti e cellule embrionali, ma non a pagamento, solo nell'ambito di cooperazioni scientifiche». E neppure si nasconde quando gli si fa notare che tra i suoi clienti c'è l'Istituto di Medicina Rigenerativa delle Isole Barbados. Un roboante nome per indicare una clinica privata di cui si ignorano i meriti scientifici mentre sono ben noti i prezzi per discutibilissimi trattamenti di ringiovanimento basati proprio sull'iniezione di cellule staminali embrionali. «Sì, abbiamo rifornito anche quella clinica» ammette Gryshchenko. Due anni fa, il ministro della Sanità ucraino Nikolay Palichuk aveva detto: «Non permetterò che i nostri bambini siano venduti a pezzi all'estero». Poche settimane dopo un rimpasto di governo lo allontanò dalla sua poltrona.

Andrea Nicastro, “Corriere della Sera”

14 maggio 2007


Ringrazio F.A. per questo contributo