29 gennaio 2007

Il dibattito è aperto. Forse...

Dalla tomba della storia il comunismo colpisce ancora la Chiesa cattolica

ROMA, venerdì, 19 gennaio 2006 (
ZENIT.org).- La nomina ad Arcivescovo di Varsavia e le successive dimissioni di monsignor Stanislaw Wielgus, accusato di aver collaborato con i servizi segreti del passato regime comunista polacco, hanno suscitato scalpore e perplessità.

Per cercare di chiarire la storia e i retroscena dell’intricata vicenda, ZENIT propone una dettagliata analisi scritta dal giornalista polacco Wlodzimier Redzioch, che verrà pubblicata in lingua inglese sul numero di febbraio del mensile “Inside the Vatican”.

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Un po’ di storia per capire il presente

I mass media, analizzando tutto quello che succede oggi nella Chiesa polacca troppo spesso dimenticano che non si può capire il “caso Wielgus” senza ricordare che cosa è stato il comunismo. In Europa occidentale molti intellettuali e politici tacciono sugli orrori del totalitarismo comunista perché diversi tra loro sono simpatizzanti dell’ideologia marxista e leninista.
Per rendere l’idea di cosa significasse vivere sotto il regime comunista sovietico vorrei citare Peter Raina, uno dei massimi specialisti della storia contemporanea della Chiesa polacca. Ecco la sua breve analisi: “Uno degli scopi principali del totalitarismo comunista era la distruzione psicologica o l’eliminazione fisica degli oppositori”.
La persecuzione fisica consisteva nell’uso della violenza, compreso l’assassinio. Il terrore psicologico serviva a distruggere la personalità dell’uomo. A questo serviva la reclusione per lunghi anni nelle prigioni, spesso in completo isolamento. Ogni cittadino poteva trovarsi in una situazione “senza uscita”. Tutti dovevano essere coscienti che la loro vita privata, la carriera professionale e il futuro dipendevano dai Servizi di Sicurezza (in polacco Służby Bezpieczeństwa o SB).
L’apparato di sicurezza faceva parte della struttura del Ministero degli Interni (MSW), dove esisteva un dipartimento speciale, il cosiddetto Dipartimento IV, che si occupava specificamente della lotta contro la Chiesa (allora si parlava della lotta contro il “clero reazionario“). Esisteva anche uno speciale ufficio investigativo (biuro “C” ), che raccoglieva tutte le informazioni riguardanti le persone “sospette”.
I Servizi di Sicurezza usavano due metodi. Il primo metodo era la politica antiecclesiale delle autorità, per esempio: l’abolizione delle lezioni di religione nelle scuole, i divieti di organizzare delle cerimonie religiose, l’ostacolare l’uso dei mass media da parte della Chiesa. Il secondo metodo era molto più perfido, e consisteva nel terrorismo psicologico. I modi di terrorizzare i sacerdoti erano molteplici e vale la pena elencarne alcuni:

a) I sacerdoti più zelanti venivano accusati di attività contro lo Stato e di servizio al nemico imperialista. Successivamente venivano processati in spettacolari processi farsa che finivano con la pena capitale o lunghe pene di detenzione.

b) Si cercava di compromettere il sacerdote per poterlo ricattare. Era una prassi comune raccogliere tutte le informazioni possibili circa le abitudini di ogni sacerdote: se gli piacevano gli alcolici, le donne o se provava frustrazione nel suo lavoro. Spesso, s’impiegavano gli agenti-donne per creare qualche situazione compromettente per il sacerdote. Allora, potendo ricattare il sacerdote, gli si faceva una proposta di collaborazione con i Servizi. La collaborazione con gli SB consisteva nel fornire le informazioni circa la situazione in parrocchia, l’attività del parroco, il comportamento e le convinzioni del Vescovo ecc.

c) In ogni provincia funzionavano gli Uffici per le Confessioni Religiose (Urzad ds. Wyznań) legati ai Servizi Segreti, che controllavano le attività delle organizzazioni ecclesiastiche. Ogni qualvolta l’Episcopato Polacco pubblicava una Lettera pastorale contenente una critica del sistema comunista, ogni Vescovo locale veniva chiamato dal Presidente della provincia per un incontro durante il quale doveva dare spiegazioni e chiarimenti circa tale Lettera. In quelle occasioni i funzionari statali usavano il metodo della “carota e del bastone”: passavano dalle minacce alle offerte di aiuto, per esempio offrivano aiuto nella costruzione di una nuova chiesa, se il Vescovo avesse promesso di prendere le distanze dal Primate. Di solito i Vescovi rifiutavano qualsiasi collaborazione e per questo motivo le chiese non venivano costruite, la Guardia di finanza controllava con cattiveria i conti e le tasse delle parrocchie; i seminaristi venivano maltrattati durante il servizio militare obbligatorio.

d) La censura di Stato di solito limitava la tiratura delle riviste ecclesiastiche. L’aumento della tiratura dipendeva dalla decisione dell’impiegato dell’Ufficio per le Confessioni Religiose, che collaborava con i Servizi Segreti. Con i preti direttori o segretari delle riviste si usava il metodo che chiamerei: “Qualche cosa per qualche cosa”. Si prometteva di dare il permesso per aumentare la tiratura o di fornire più carta (allora la distribuzione della carta era completamente nelle mani dello Stato), se i responsabili delle riviste si impegnavano a fornire le informazioni riguardanti i membri della redazione. Certi responsabili, con il permesso verbale dei superiori, accettavano tali ricatti perché la possibilità di aumentare la tiratura della stampa religiosa veniva percepita come prioritaria.

e) Una delle armi di ricatto più usate dai Servizi Segreti era la concessione di un passaporto per poter viaggiare all’estero. Ogni cittadino che faceva richiesta di passaporto veniva invitato per un incontro presso gli uffici degli SB. Anche in questi casi valeva la regola “Qualche cosa per qualche cosa”: al cittadino veniva dato il passaporto se prometteva di fornire delle informazioni, e i Servizi volevano sapere tutto sulla gente. Ovviamente questa regola valeva anche per i sacerdoti che per poter andare a studiare all’estero (tanti sacerdoti sognavano di visitare Roma e di continuare gli studi nelle Università Pontificie) o per fare i missionari dovevano richiedere il passaporto. Di solito i sacerdoti raccontavano fatti senza nessun significato tanto per soddisfare in qualche modo gli ufficiali dei Servizi, che prendevano nota di tutto.

Raina sottolinea che malgrado le persecuzioni che si protraevano per lunghi anni, le autorità comuniste non sono riuscite né a distruggere la Chiesa cattolica, né a rompere i suoi legami con la nazione e il popolo, come hanno fatto con tante altre organizzazioni non comuniste. La ragione di questo fallimento era il radicamento profondo della Chiesa nella società polacca. I comunisti hanno fallito anche perché a capo della Chiesa in Polonia in questi anni difficili c’era il Cardinale Stefan Wyszyński, un grande pastore. Il suo atteggiamento verso il totalitarismo è diventato il simbolo della lotta contro il comunismo.

L’analisi del professor Raina aiuta a capire il meccanismo totalitario che cercava di fare dei sacerdoti polacchi (gli storici parlano del 10% del clero) “spie dei comunisti”. Ma bisogna richiamare anche un altro fatto che segna la fine del comunismo in Polonia e che in grande misura ha influenzato la vita politica del Paese nel periodo successivo. Nel 1989 il passaggio dal totalitarismo comunista alla vita democratica è avvenuto senza spargimento di sangue grazie all’accordo tra l’ala “riformista” del partito comunista e il movimento di “Solidarność”. Gli incontri patrocinati dalla Chiesa polacca si svolgevano intorno ad una grande tavola rotonda, cosicché accordi stipulati allora passeranno alla storia come gli “accordi della tavola rotonda”.

I comunisti cedevano il potere in cambio dell’impunità per i membri del partito e di tutto l’apparato dei Servizi di Sicurezza. Gli “accordi della tavola rotonda” hanno assicurato l’intoccabilità ai veri organizzatori e carnefici dello Stato totalitario ed anche ai fedeli servi del regime comunista: giudici, giornalisti, professori, gente di cultura ecc. Questa politica introdotta dal governo del Premier Tadeusz Mazowiecki è stata chiamata la politica della “grossa linea” (in polacco “gruba kreska”), che stava a simboleggiare la rottura con il passato. La regola d’impunità veniva rispettata anche quando si è deciso di aprire gli archivi dei servizi di sicurezza per dare la possibilità alle vittime del regime di consultare i loro dossier. A questa assurda situazione alludeva il Primate Josef Glemp quando nell’omelia del 7 gennaio diceva che, mentre un sacerdote è sottoposto al giudizio sommario, rimangono impuniti “decine di migliaia di membri dei vecchi servizi segreti, che oggi hanno buoni impieghi”, e anche il Cardinal Tarcisio Bertone il quale ha auspicato che si faccia la verifica del passato anche dei politici.

Il linciaggio mediatico

I primi che hanno “approfittato” della possibilità di accedere agli archivi dei servizi di sicurezza non sono stati i perseguitati e gli storici ma alcuni giornalisti. E stranamente questi giornalisti si sono interessati soltanto delle carte riguardanti il clero. Per questo motivo l’opinione pubblica, non soltanto in Polonia ma in tutto il mondo, invece di sentire le storie dei carnefici e dei fedeli servi del regime comunista ha cominciato ad essere informata circa la presunta collaborazione del clero polacco con i servizi di sicurezza. E’ stata così capovolta la prospettiva storica e i sacerdoti polacchi, le prime vittime del regime, sono stati presentati come spie e collaborazionisti. La Chiesa martire polacca, per 50 anni baluardo della libertà contro il comunismo, è stata additata come traditrice. Per di più analizzando i fatti si ha l’impressione che tutto sia stato orchestrato da molto tempo e che il piano di attacco venga eseguito con un’impressionante precisione.

Veniamo allora ai fatti: il primo attacco contro un sacerdote è stato sferrato subito dopo la morte di Giovanni Paolo II e ha colpito un domenicano polacco Konrad Hejmo, il responsabile dell’accoglienza dei pellegrini polacchi in Vaticano, associato nell’immaginario collettivo al Santo Padre. Il secondo attacco è legato alla visita di Benedetto XVI in Polonia; subito dopo un sacerdote di Cracovia Isakowicz-Zaleski ha tirato fuori, con una grande amplificazione mediatica, le sue accuse contro un gruppo di sacerdoti della diocesi vicini a Karol Wojtyła e al Cardinale Stanisław Dziwisz ed ha annunciato la pubblicazione di un libro su questo argomento.

Nelle ultime settimane stiamo assistendo ad un altro capitolo della vicenda: questa volta l’attacco è legato alla nomina del nuovo Arcivescovo della capitale polacca, la più prestigiosa carica ecclesiastica del Paese. La scelta di tirar fuori dai milioni di documenti conservati negli archivi quelli che possono colpire di più la Chiesa polacca, proprio quando tutta la nazione si stringe intorno ad Essa e cresce lo spirito religioso (morte di Giovanni Paolo II, visita di Benedetto XVI, nomina dell’arcivescovo di Varsavia), sembra ben calcolata.

A questo proposito il comunicato del Direttore della Sala Stampa della Santa Sede contiene un frase inequivocabile: “A tanti anni di distanza dalla fine del regime comunista, venuta a mancare la grande e inattaccabile figura di Papa Giovanni Paolo II, l’attuale ondata di attacchi alla Chiesa cattolica in Polonia, più che di una sincera ricerca di trasparenza e di verità, ha molti aspetti di una strana alleanza fra i persecutori di un tempo ed altri suoi avversari e di una vendetta da parte di chi, nel passato, l’aveva perseguitata ed è stato sconfitto dalla fede e dalla voglia di libertà del popolo polacco”. Successivamente, padre Federico Lombardi ha commentato realisticamente: “E’ bene osservare che il caso di monsignor Wielgus non è il primo e probabilmente non sarà l’ultimo caso di attacco alle personalità della Chiesa in base alla documentazione dei servizi del passato regime”.

Il Papa non sapeva

Tutti gli osservatori dei fatti ecclesiastici si chiedono: perché Benedetto XVI non è stato informato prima del passato dell’arcivescovo Wielgus? A tale proposito bisogna fare qualche precisazione. Il dossier riguardante monsignor Wielgus, già vescovo di Płock, è stato preparato in primavera. Allora la Nunziatura Apostolica a Varsavia non aveva nessuna possibilità di fare le sue verifiche presso gli archivi dei vecchi servizi di sicurezza: la legge polacca prevedeva che solo gli interessati potevano consultare i loro dossier conservati presso l’IPN (Istituto della Memoria Nazionale). Per poter effettuare le ricerche negli archivi storici dell’IPN l’Episcopato polacco ha fondato una speciale commissione storica che ha cominciato a funzionare nell’autunno del 2006. Ma la commissione non ha fatto niente per verificare le carte del monsignor Wielgus, malgrado le voci apparse in Polonia circa il suo passato, perché il vescovo ha assicurato tutti, Santo Padre compreso, che non aveva collaborato con i servizi comunisti e non aveva fatto del male a nessuno. Fidandosi della parola del vescovo la Santa Sede, tramite la Sala Stampa vaticana, ha fatto sapere in un comunicato del 21 dicembre che monsignor Wielgus godeva della piena fiducia del Papa, tenendo conto anche del suo passato. Il problema è apparso di nuovo due settimane prima della presa di possesso della cattedrale di Varsavia, quando la rivista polacca “Gazeta Polska” ha annunciato la pubblicazione di documenti che avrebbero attestato la collaborazione del vescovo con i servizi comunisti.

Il 2 gennaio monsignor Wielgus ha chiesto alla Commissione Storica dell’Episcopato di fare la verifica dei suoi dossier conservati negli archivi, confermando la sua estraneità al lavoro di spionaggio; lo ha giurato davanti all’arcivescovo Jozef Kowalczyk, Nunzio apostolico in Polonia. Ecco il testo del solenne giuramento firmato da Wielgus: “Giuro su Dio, Uno e Trino, che durante i miei incontri e conversazioni con i rappresentanti della polizia e dell’intelligence, che ho avuto in occasione dei miei viaggi all’estero negli anni ‘70 e ‘80, non mi sono mai messo contro la Chiesa e non ho fatto, né detto niente di male contro il clero e le persone laiche”.

Nel comunicato della Commissione diffuso già il 4 gennaio (soltanto 1 giorno di lavoro per analizzare 90 documenti!) si dice che i documenti attestano che monsignor Wielgus aveva collaborato con i servizi di sicurezza e la sua attività avrebbe potuto nuocere a certe persone dell’ambiente ecclesiale. Il giorno seguente l’arcivescovo Wielgus, che nel frattempo aveva preso possesso della diocesi, ha scritto una commovente lettera penitente alla “Chiesa di Varsavia” nella quale ammetteva i suoi contatti con i servizi segreti, si scusava per aver taciuto su tali contatti, assicurava di nuovo che la sua collaborazione con i comunisti non aveva fatto male a nessuno, chiedeva il perdono per il suo comportamento di 30 anni fa e si metteva a disposizione del Santo Padre. La sera del 6 gennaio, si sono quindi avuti febbrili contatti e consultazioni tra la Nunziatura Apostolica e la Segreteria di Stato. Alla fine il Papa ha preso la decisione di accettare le dimissioni dell’arcivescovo Wielgus e lo annunciato a sorpresa prima della cerimonia della presa di possesso della cattedrale da parte del nuovo vescovo.

Al cardinale Josef Glemp, primate della Polonia, Benedetto XVI ha chiesto di amministrare temporaneamente l’arcidiocesi. Durante la santa messa il cardinale Glemp ha pronunciato a braccio una appassionata omelia (cfr.
ZENIT, 10 gennaio 2007). Con questo atto sembrava che Roma locuta causa finita, ma il caso Wielgus ha troppi risvolti per dichiarare il caso chiuso.

Perché monsignor Wielgus ha taciuto?

Il cardinale Glemp ha sottolineato nella sua omelia nella cattedrale di Varsavia che “non sappiamo quale pressione veniva esercitata su di lui (mons. Wielgus), quali metodi siano stati usati per costringerlo a firmare un atto, non valido legalmente, perché fatto sotto minacce ed intimidazioni”. Il Primate della Polonia voleva dire in questo modo che la firma estorta sotto minaccia non ha nessun valore legale. Questo è vero. Ma perché monsignor Wielgus non ha ammesso le sue responsabilità fin dall’inizio? Si presume che ritenesse quella sua firma sul documento di 30 anni fa non valida, né dal punto di vista legale né da quello morale. Probabilmente per monsignor Wielgus dietro a quella firma estorta non c’era nessun impegno morale per adempiere agli obblighi di collaborazione richiesto dai servizi dello spionaggio polacco. In questo contesto i media non hanno evidenziato un fatto molto importante di tutta la vicenda: monsignor Wielgus, prima di andare a studiare in Occidente, ha firmato un documento per l’intelligence della Polonia, e non per i servizi segreti che erano i guardiani del totalitarismo comunista all’interno del Paese!

L’atteggiamento dell’allora padre Wielgus riflette un atteggiamento di tanti sacerdoti nei Paesi comunisti che per il bene maggiore (possibilità di praticare il culto, costruzione delle chiese, pubblicazione dei testi religiosi, formazione dei fedeli e seminaristi, ecc.) pensavano di scegliere quello che sembrava il male minore, e cioè certi compromessi con il potere comunista. Era una tattica, un gioco che si è rivelato poi molto pericoloso. Padre Wielgus ha intrapreso questo “gioco” perché riteneva, come ha dichiarato, che le sue preziose ricerche scientifiche e la possibilità di studiare all’estero per il bene della Chiesa in Polonia valevano questo rischio.

C’è chi facilmente condanna questo tipo di atteggiamento dei semplici sacerdoti, ma a questi odierni “giudici” va ricordato che anche la Santa Sede per anni ha coscientemente proseguito la politica del “compromesso” con i governi comunisti per il bene delle Chiese locali o più realisticamente per farle sopravvivere. Allora, infatti, si riteneva che il comunismo sarebbe durato ancora delle generazioni. Si accettavano le nomine dei vescovi concordate con i regimi ritenendo che un vescovo gradito anche ai comunisti era meglio che una diocesi senza pastore. Questa era la famosa “Ostpolitik” del Vaticano. Chi non si ricorda i viaggi di monsignor Agostino Casaroli e le sue foto con i membri della nomenclatura comunista? Un “compromesso” tanto pericoloso da far dire al cardinale Stefan Wyszyński ad uno dei diplomatici vaticani che trattava con le autorità comuniste in Polonia: “Non ci tradite!” Anche i singoli vescovi e il segretariato dell’Episcopato polacco, volenti o nolenti, dovevano trattare certe faccende con il Ministero degli interni. Per anni si è incaricato di questi contatti il memorabile vescovo Bronisław Dąbrowski aiutato da mons. Orszulik. In questo contesto è più facile capire anche i piccoli compromessi individuali.

Documenti o carta straccia

Qualche giorno dopo la rinuncia dell’arcivescovo Wielgus i media polacchi hanno dato la notizia che Malgorzata Niezabitowska, (vecchia attivista di “Solidarnosc” e, dopo il 1989, portavoce del premier Mazowiecki), è stata assolta dalle accuse di essere stata una spia dei servizi comunisti. In questo modo è finito l’incubo della vittima di comunisti che per qualche anno ha vissuto con l’infamante marchio di traditrice. I giudici hanno potuto constatare, grazie alla testimonianza dell’ex-ufficiale dei servizi, che i documenti trovati negli archivi comunisti erano stati falsificati. L’allora ufficiale dei servizi segreti, per far vedere ai superiori che riusciva ad “adescare” dei collaboratori, scriveva rapporti di incontri mai avvenuti con dichiarazioni di persone che non hanno mai collaborato.
La triste storia che ha cercato di infangare la signora Niezabitowska ha fatto capire all’opinione pubblica che le carte conservate negli archivi dei servizi segreti non sono i veri documenti. Sono piuttosto le carte dove i veri rapporti dei collaboratori sono mischiati con i rapporti “gonfiati” degli stessi ufficiali dei servizi e con carte falsificate ad arte. Per questo motivo il comunista Leszek Miller, l’ex Primo ministro polacco, ha detto che non possiamo verificare l’autenticità del materiale raccolto negli archivi. “Per gonfiare i loro curricula – ha aggiunto Miller – i funzionari dei servizi non avevano scrupoli. Un contatto occasionale con una persona o una banale conversazione registrata all’insaputa dell’interlocutore, erano sufficienti per farne un informatore. Senza parlare dei dossier prefabbricati, fatti su ordine dei superiori”.
E’ paradossale che questa realtà venga spiegata da un ex dirigente comunista e membro del Politburo del partito comunista, mentre se a dirlo sono i sacerdoti non vengono creduti.
A questo proposito l’arcivescovo Wielgus ha dichiarato che le carte che lo riguardano documentano le aspettative dei servizi segreti e dell’intelligence verso la sua persona, non certo i suoi atti.

Giornalisti o sciacalli?

Probabilmente il “caso Wielgus” non sarebbe scoppiato se non ci fossero stati alcuni giornalisti a farlo scoppiare. Ma questo non vuol dire che questi giornalisti hanno dato prova di professionalità e di onestà. Prima di tutto bisogna sottolineare che qualcuno ha messo nelle mani dei giornalisti le carte riguardanti Wielgus. Era qualcuno dei vecchi servizi di sicurezza, non è infatti un segreto che tanti ufficiali tengono a casa loro delle copie dei documenti d’archivi. Le autorità ecclesiastiche non sono riuscite ad avere prima i dossier che qualcuno voleva sfruttare per i propri interessi utilizzando i giornalisti. In seguito la maggior parte dei giornalisti ha assunto il ruolo non di informatori sui fatti, ma di giudici arroganti. Nessuno di loro ha messo in dubbio il contenuto dei dossier riguardanti l’arcivescovo, come se si trattasse di documenti al 100% veritieri e non le carte preparate e manipolate dai servizi segreti. Nessuno ha ricordato che i servizi segreti in questione sono stati la più spietata e criminale organizzazione dello Stato comunista.
E poi, la maggior parte dei giovani giornalisti che ha preso parte ai dibattiti non conosceva la realtà del totalitario mondo comunista e non ha mostrato di possedere la preparazione storica per poter valutare correttamente il contenuto degli archivi. Per di più, nei dibattiti televisivi, pur di screditare monsignor Wielgus, i membri dei servizi segreti sono stati difesi e nobilitati, confondendo il ruolo di carnefice con quello della vittima. Va detto che questo tipo di attacchi contro la Chiesa cattolica non è nuovo per i media anticlericali polacchi, ma stupisce il coinvolgimento in questa aggressione di certi giornalisti, che si sono presentati come cattolici.
Il Primate Glemp parlando di loro ha detto che da cattolici dovrebbero sapere anche che cosa è “il pentimento, la penitenza, il perdono, la riconciliazione”. Lucio Brunelli, vaticanista della RAI, ha scritto che quello che lascia più sbigottiti nelle reazioni al “caso Wielgus” è l’assoluta mancanza del primo sentimento che distingue il cristiano dai suoi simili: il sentimento della pietà, più precisamente il sentimento del perdono. In conclusione, la presunta ricerca della verità e il dichiarato tentativo di “purificare la Chiesa” sono stati i pretesti “politicamente corretti” per linciare, tramite i media, la persona che stava per occupare la più prestigiosa carica nella Chiesa polacca.
ZI07012113


Ringrazio F.A. per questo contributo

2 commenti:

m1979 ha detto...

Secondo me hai ragione te si tratta di una congiura, di una vendetta verso la chiesa cattolica polacca. La storia recente ci racconta che è stata proprio la chiesa cattolica prima ad indebolire e poi a dare il colpo di grazia al comunismo polacco, e non solo! E lei che ha appoggiato le lotte operaie di contro il reggime comunista, con i preti vescovi e cardinali polacchi in prima fila...Quindi io lo vedo come un controsenso le accuse mossele...comunque sono curioso di leggere la seconda parte!

Matteo Mazzoni ha detto...

Ho riportato questo articolo per far riflettere su una vicenda su cui (in buona e in cattiva fede) si è straparlato molto... Dovevo immaginarmi che la cosa ti toccasse... Il problema è che la situazione polacca è paradossale... I comunisti hanno ceduto il potere in cambio dell'impunità per i crimini del passato e adesso deve pagare una persona che senz'altro, a livello di "categoria", rientra tra le vittime? Probabilmente Wielgus ha delle colpe, ma l'ex presidente Kwasniewski, ex leader dell'organizzazione comunista giovanile polacca doveva, a rigor di logica, averne di maggiori... Se non per ciò che ha fatto (probabilmente ha fatto ben poco di male di persona), per ciò che ha avallato... E certe riaperture "selettive" degli archivi sono sospette... A questo punto che li aprano tutti! Potrebbero esserci sorprese dolorose, anche se non credo che la Polonia si potesse paragonare alla Romania di Ceausescu dove un cittadino su tre era un informatore del regime... Ma lì hanno agito diversamente... Hanno scaricato tutte le colpe sui Ceausescu (non che non ne avessero, questo è chiaro, ma comunque stiamo parlando tra oppositori della pena di morte) e si sono autoassolti tutti... Tutti.

Ciao da Matteo