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05 settembre 2007

Maggiolini II

20 Il Giornale Riscopriamo l'autorità (purchè non sia arbitrio)

L’autorità,

un tema attuale

Rintronano le orecchie della retorica sull’amore e sul servizio alla patria. Ammazzano un carabiniere o un poliziotto e talvolta ci si dimentica di presenziare al funerale; braccano un magnaccia,un stupratore o un assassino di bambini, e i servizi televisivi si allungano come romanzi d’appendice: tutti i particolari anche più scabrosi; proiezione di scene da guardoni; qualche lamento inefficace e si prosegue con un servizio sulle sfilate di moda.

E il rotolare dei principi morali non si arresta, poiché, quando si lascia correre un delitto, altri delitti si preparano non meno efferati. Tanto, la gente è abituata a vedere i telegiornali come sequenze di violenza e di profanazione delle persone. Si consola subito dopo, quando vi sono i riassunti e i risultati delle partite di calcio.

E’ giunta l’ora di recuperare il senso dell’autorità. Autorità che non è necessariamente esercizio di intolleranza, di costrizioni e di prevaricazioni.

Stiamo pure su un piano generale, includendo anche la famiglia e la nazione. Concediamoci alla laicità più austera, non necessariamente permissiva. Autorità significa “aiutare a crescere” e costituisce una funzione indispensabile nella articolazione complessiva dei rapporti interpersonali, perché ogni cittadino e ogni legittima aggregazione di cittadini abbia la possibilità di uno sviluppo umano armonico e completo.

Di contro, non è possibile ignorare l’eventualità – remota? – che i responsabili del bene pubblico si servano del loro potere per imporre un ordine che sa un poco almeno di tirannia.

L’autorità anche civile si giustifica non solo per la competenza nella guida delle cose pubbliche, ma anche per la prudenza e l’equità di chi la esercita. Il che è quanto dire che non può esercitare il potere di comandare chi non è capace e non è orientato a obbedire, quando è necessario e opportuno. Dio solito si afferma che l’autorità è in qualche modo un servire. I cittadini non solo hanno l’obbligo di obbedire, ma anche il diritto di essere comandati con saggezza e rispetto delle persone.

Questa precisazione rimanda all’obbligo dell’osservanza di quella che si è soliti chiamare la “legge naturale”: di quella legge, cioè, che ha origine dalla struttura fondamentale dell’uomo e dalla creazione di Dio.

Il diritto e talvolta il dovere di fare le giuste rimostranze contro chi comanda ingiustamente deriva dal diritto che l’uomo sia rispettato e promosso alla pienezza della sua dignità. Si può essere concilianti fin che si vuole, ma non è possibile negare la legittimità di qualche insorgenza, quando è necessaria per esigere il bene, anche minimo, che spetta ai cittadini e alle nazioni. In altre parole, “ il cittadino è obbligato in coscienza a non seguire, anche a contrastare, le prescrizioni dell’autorità civili, quando tali comandi entrano i conflitto con la legge morale, con i diritti fondamentali delle persone o con gli insegnamenti del Vangelo” come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2238. Addirittura, anzi, entro certi limiti e con precise riserve, ci si può chiedere se sia lecito ricorrere alle armi. A determinate condizioni: se ricorrono tutte insieme le seguenti circostanze : “ 1) in casi di violazioni certi, gravi e prolungate dei diritti fondamentali; 2) dopo che si siano tentate tutte le altre vie; 3) senza che si provochino disordini peggiori; 4) qualora vi sia una fondata speranza di successo; 5) se non è possibili intravedere ragionevolmente soluzioni migliori (dal Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2243)”. E’ evidente che il ricorso alle armi si fonda su una plausibilità assai remota, stanti le circostanze che giustificano l’intervento. Non si dimentichi che per la Chiesa cattolica questo mondo non è il migliore dei mondi possibili. Perciò non si può stravolgere la legge naturale, come quando, a esempio, si dichiara che la democrazia è sopra ogni valore: l’obbedienza assoluta la si deve a Dio, non alla maggioranza dei cittadini. Detto diversamente: la democrazia non può diventare un nuovo Dio, una nuova natura. Sopra la maggioranza e la minoranza nella democrazia sta il bene e il male.

Risulta ovvio che una simile visione delle cose ha una vera consistenza quando alla base dell’uomo e dell’umanità sta l’opera del Creatore.

Non si obietti, perciò, che il cattolicesimo e l’ordine creaturale siano contro la struttura fondamentale dell’uomo e della convivenza anche civile. Si capisce così perché la Chiesa richiama continuamente il fine di tutto e di tutti: dare giudizi “ che riguardano l’ordine politico quando ciò sia richiesto dai dritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime ( Gaudium et spes, n.76)

Mons. A. Maggiolini, Vescovo già di Como



Ringrazio A.N. per questo contributo

Maggiolini I

QUEI PRETI DEVOTI ALL’ESIBIZIONISMO

di Mons. Alessandro Maggiolini,
Vescovo emerito di Como



Sulla figura del prete si può partire per un ampio e alto volo di teologia per scoprire che cosa suggerisce la Scrittura sulla realtà del sacerdozio cattolico e poi per ordinare gli spunti raccolti in una sintesi che offra una visione teologica completa e profonda. Non sono queste le finalità di un articolo di giornale. Meglio prendere un dizionario biblico o teologico e spaccarsi la testa sugli spunti che la Bibbia offre e la Patristica raccoglie e la Scolastica ordina con la maggior logicità possibile.
Stiamo a ciò che vediamo attorno a noi oggi, nella vita usuale. Come si vede il prete? Come lo si desidererebbe?
Intanto, è da distinguere la pubblicistica popolare che dilaga sui giornali e sui settimanali circa il prete: anche la rappresentazione filmica, letteraria o umoristica: distinguere tutto ciò dalla realtà che si incontra senza trasfigurazioni e senza caricature. Molti notisti avvertono, di questi tempi, che raramente il sacerdote ha avuto tanta pubblicità. E non certo per invitare a intraprendere la via della consacrazione in seminario o oltre. L’immagine sacerdotale compare assai più spesso nelle vignette umoristiche, negli articoli di costume, nelle riflessioni un po’ svagate e un po’ irridenti che mostrano il ministro di Dio come una figura desueta, estranea agli schemi della moda corrente e dello stile di pensiero e di vita comuni. Si vada oltre: un certo vezzo di descrizione e di disegno del prete non si arresta nemmeno all’umorismo: passa a piè pari alla presa in giro più grossolana quand’anche non al disprezzo più volgare. L’umorismo è arte difficile: soprattutto quando lambisce temi sacrali come la talare, la predicazione e la celebrazione dei sacramenti.
Qualche segno di disprezzo o di oltraggio, però, questa insistenza dissacrante l’ha lasciata. Allora quello che doveva essere umorismo diviene sarcasmo e si traduce in un allontanamento da ciò che il prete è, fa e insegna. Non è raro che anche giovani pressoché analfabeti in fatto di cristianesimo si sentano in diritto di sdottorare su un «sentito dire cristiano» che di cristiano non ha assolutamente nulla. Il tema della libertà diviene qui prevalente e la norma morale avanza verso la ribalta della vita e appare come una prigione che disprezza l’uomo e lo mortifica. Poi le cose appariranno in modo diverso. Ma intanto occorre fare i conti con questa situazione.
Il tema va considerato anche «ex parte inferi» perché non si risolva in una celebrazione immotivata. Ciascuno conosce sacerdoti dotti, prudenti, capaci di ascolto e di comprensione, protesi a comunicare consolazione e a dare speranza. Così come conosco altri preti che, senza darsi l’aria di monaci un po’ goffi e malriusciti, riescono ad inserirsi nella società contemporanea e soprattutto nel mondo dei giovani: veste talare compresa. Molti nostri parroci raggiungono una tale semplicità da essere capaci di dialogare anche con le persone meno addottorate e tuttavia desiderose di certezze chiare capaci di scavare dei caratteri umani e cristiani sulla traccia del Vangelo.
Mettiamo che questa sia la norma. Ad attirare un’attenzione curiosa e quasi morbosa, però, sono altri sacerdoti: quelli che mettono ogni cura per camuffarsi da operai, da contadinotti, da sindacalisti, da sportivi, o da disinvolti contestatori del pensare e del vivere comune. Gesù Cristo sembra escluso dal loro linguaggio. Conoscono tutto sulle canzonette e sullo sport. Non esitano a sorpassare il limite delle barzellette spinte, pur di apparire come gli altri e più aggiornati degli altri nelle scemenze più deludenti. Non si vedono mai davanti al Signore a pregare con attenzione e con occhi e cuore fissi al tabernacolo. Non si lasciano irretire in discorsi su valori anche umani e non solo cristiani. Si mostrano conversatori disinibiti. Se proprio vogliono oltrepassare i limiti delle vacuità, i loro interessi si rivolgono ai margini dell’umanità normale: si dedicano, ma in maniera esibizionistica ai poveri, ai portatori di handicap, ai drogati e così via. Purché questi marginali abbiano la capacità di spogliare il prete della propria fisionomia e della propria missione.
Il giorno dopo i fatti, osservano subito il giornale per controllare l’eco che hanno avuto le loro bravate. I ragazzi non imparano quasi nulla da loro né circa il Vangelo né circa il catechismo: roba vecchia e ininfluente. A me uno dei fenomeni più traumatici è dato dal fatto che il tradimento di qualche prete rispetto ai suoi impegni sacri è visto quasi con approvazione e con compiacimento da persone che hanno salutato Dio da lontano.

Il Giornale n. 202 del 2007-08-28



Ringrazio A.N. per questo contributo