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10 novembre 2013

Scenari di guerra tra USA e Russia?

Siamo vicini alla fine del mondo?

Esperti vicini al potere prevedono le varianti nel caso di un conflitto con gli USA nel decennio prossimo

Tra Russia e USA nei prossimi 10-15 anni con grande probabilità è possibile un conflitto militare. A tali conclusioni sono giunti gli esperti del Consiglio per gli Affari Internazionali Russo, che è capeggiato dall'ex capo del Ministero degli Interni della Federazione Russa Igor' Ivanov e della dirigenza fanno parte i principali studiosi russi e perfino uno dei vice-ministri della Difesa. Cioè persone come minimo vicine al potere o che vi si trovano. E proprio questa circostanza costringe a guardare con più attenzione ai loro argomenti. Perché si tratta praticamente della probabilità di una rapida fine del mondo.

Il rapporto dal simbolico titolo "E' possibile una guerra con l'America?" firmato da Valerij Alekseev è stato pubblicato nel sito del Consiglio Nel documento si esaminano alcuni scenari del possibile conflitto. Certo, la variante in cui i due paesi si lanciano a vicenda missili nucleari è poco probabile. Anche se nel documento si indica anche il fatto che nell'establishment degli Stati Uniti sono sempre più inclini al pensiero della possibilità di un uso limitato delle armi nucleari.

Come scenario più probabile si descrive lo scontro tra Russia e Giappone. Il paese del Sol Levante, ritengono gli esperti, può piantare sulle isole Kurili meridionali gli orti di qualche migliaio di "civili" giapponesi. Allora la Federazione Russa sarà inevitabilmente coinvolta nell'operazione "costringere Tokio alla pace". L'autore fa attenzione al fatto che le trattative tra Russia e Giappone negli ultimi decenni non si sono mosse di una virgola. Allo stesso tempo tra l'élite giapponese è popolare l'idea che al paese sia necessario creare un esercito, cosa a cui non ha diritto per gli esiti della Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, in caso di sconfitta del Giappone, gli States avranno una buona possibilità di mostrare ancora una volta che gli alleati di Washington non possono cavarsela autonomamente con alcuna minaccia.

Un altro scenario suppone una lotta nell'Artico. Soggetti del conflitto, si dice nel rapporto, accanto alla Russia possono essere Canada, Norvegia e Danimarca. Secondo lo statuto della NATO, l'America sarà costretta a immischiarsi per difendere gli alleati. E tra Canada e Federazione Russa da tempo la lite irrisolta sullo status del Polo Nord. Neanche con Norvegia e Danimarca per ora si può giungere a un compromesso sulla divisione delle acque territoriali.
Sono possibili anche altri scenari. In particolare la comparsa di rivendicazioni della regione di Kaliningrad [1] da parte di Polonia e Germania o un qualsiasi gonfiaggio del separatismo regionale in essa.

La cosa più interessante è che l'autore del rapporto pubblicato trae la conclusione che la contrapposizione all'Occidente conviene alla leadership russa: i problemi interni e l'insoddisfazione nei confronti del potere andranno in secondo piano davanti alla guerra.

E' interessante notare che a un conflitto armato con l'America non pensano solo gli esperti, ma anche gli uomini di stato. "SP" recentemente ha scritto dei nostri tentativi di incrementare il potenziale militare nell'Artico. Difficilmente uno stato impiega grandi mezzi finanziari per respingere l'aggressione oltre il Circolo Polare Artico, mettiamo, della piccola Danimarca. Tutti capiscono bene: al Cremlino il probabile avversario numero uno sono ritenuti gli Stati Uniti.

Peraltro in generale di mezzi finanziari per la difesa negli ultimi tempi ne vengono impiegati molti. Nel bilancio fino al 2016 si tagliano in modo significativo le spese per l'istruzione e la sanità, ma crescono continuamente le uscite per il riarmo dell'esercito e della marina. Evidentemente, con l'aiuto della crescita della potenza militare si cerca di compensare gli insuccessi nella sfera diplomatica. Infatti le trattative con Washington sulle questioni importanti già da molti anni "girano in tondo", come se non vivessimo nel secondo decennio del XXI secolo, ma negli anni '60. Non hanno migliorato i rapporti con gli States la posizione della Russi sulla Siria e la storia di Snowden.

Non di meno, come ritiene il direttore della sezione analitica dell'Istituto di Analisi Politica e Militare Aleksandr Chramčichin, per i prossimi anni non bisogna parlare di alcuna contrapposizione agli USA se non politica:

Uno scontro militare tra Russia e USA è del tutto impossibile. Non è affatto negli interessi degli Stati Uniti. Certo, ci saranno conflitti politici. Ma parlare di uno scontro diretto è assolutamente irreale.

"SP": – E' possibile un conflitto indiretto, con la partecipazione di altri stati?

Anche questo è un modo assurdo di porre la questione. Il Giappone o il Canada non sono marionette degli USA, come pure i paesi dell'Europa. Gli autori di simili rapporti partono dalla strana affermazione che gli stati non sono autonomi nel prendere le proprie decisioni e sono completamente dipendenti dalla volontà di Washington. Ma questo non ha niente a che fare con la realtà.

"SP": – Russia e USA discutono le stesse questioni da molti anni , ma non si vede un progresso nella soluzione dei problemi.

Non è del tutto così. Comunque la riduzione degli armamenti avviene continuamente. Semplicemente non possiamo già più ridurre, questo cessa di rispondere agli interessi russi. In altre questioni gioca un grande ruolo l'aspetto psicologico: nei due paesi dominano nella politica i veterani della "guerra fredda", che sono abituati a guardarsi l'un l'altro come nemici. Tra l'altro non ci sono quasi rapporti economici tra i nostri stati, cioè manca un fattore di compensazione. Perciò il dialogo continua a tenersi su toni duri.

"SP": – La situazione può cambiare nei prossimi anni?

Per ora non vedo possibilità in questo senso. I veterani della contrapposizione continuano a dominare. Inoltre, in generale, difficilmente sono possibili buoni rapporti tra due stati potenti che hanno grandi ambizioni geopolitiche.

"SP": – Ci sono molti punti di conflitto tra gli interessi della Russia e quelli degli USA?

Negli Stati Uniti c'è l'orientamento al dominio globale. Anche se gradualmente questa tendenza si riduce a "niente": l'America non ha semplicemente trainato questa idea. Ma ci scontriamo nello spazio post-sovietico, nel Medio Oriente. E' evidente il conflitto di interessi in Siria. Altri seri punti di contrapposizione non ci sono in particolare, ma bastano quelli che ci sono perché i rapporti siano cattivi.

Il direttore del Centro di Analisi Geopolitiche Valerij Korobin non condivide un simile ottimismo:

A mio parere, un conflitto armato è del tutto probabile. L'America nel corso del secolo passato si muove implacabilmente e coerentemente verso una signoria globale individuale, ha fatto una quantità di sforzi in questo senso. Più di una generazione di politici americani è cresciuta con la concezione della costruzione di un mondo unipolare. Questa idea sta alla base stessa del senso dello stato americano.

Ma sulla strada del dominio individuale sta la Russia come grande spazio eurasiatico. Finché esisterà la grande Russia, esisterò sempre come minimo un altro polo, che non permette agli USA di diventare i padroni del mondo a pieno titolo. Perciò vogliono dividere la Russia, perché non ci sia l'unico stato paragonabile in potenza all'America.

Le tecnologie per la disintegrazione del paese sono le più diverse. Gli americani preferiscono privare lo stato di sovranità con l'aiuto delle forze interne, quando i popoli stessi popoli distruggono i propri stati. Si utilizza sempre lo stesso scenario di intensificazione della pressione. Inizialmente si cerca di realizzare il piano con una morbida rivoluzione "di velluto". Se questa non porta al cambiamento del regime politico, si mette in azione uno scenario più duro. Iniziano gli scontri di strada. Poi avviene l'escalation del conflitto civile. Se non giova neanche questo, inizia la contrapposizione armata al potere vigente. L'ultimo stadio è l'invasione esterna, il colpo militare, la distruzione delle infrastrutture dello stato. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica, che manteneva l'equilibrio delle forze nel mondo, gli americani hanno applicato questo scenario un gran numero di volte.

Questo scenario davanti ai nostri occhi viene realizzato anche contro la Russia. Siamo già passati per tentativi di rivoluzione "di velluto" e di agitazioni di strada. La fase seguente è il conflitto civile. La cosa più probabile è che si fatto maturare sulla base dei rapporti interetnici. Il conflitto del Caucaso andrà avanti. Il seguito sarà un attacco militare diretto sul territorio della Russia da parte degli USA e dei suoi alleati.

"SP": – Gli USA, che non hanno potuto realizzare pienamente questo scenario in Siria, andranno davvero a un conflitto con la Russia, che ha un territorio enorme, una grande popolazione e armi nucleari?

L'America parte dal principio che "il fine giustifica i mezzi". La Siria è un conflitto locale e perciò si può essere soddisfatti di quello che è. Tanto più che il nostro paese ha giocato il suo ruolo come soggetto di rapporti internazionali. Nei confronti della Russia si tratta del dominio globale.

"SP": – Come valutare il fatto che il rapporto sulla possibile guerra sia stato pubblicato su una risorsa del Consiglio per gli Affari Internazionali Russo?

Questo è anche il segno principale che uno scontro militare della Russia con l'Occidente è realistico, che il potere non può più scacciare il pensiero di questo scenario. Perciò il paese deve mobilitarsi per non essere preso alla sprovvista.

"SP": – C'è l'idea che la posizione della Russia sulla Siria sia condizionata dalla spaccatura dell'élite americana, in cui una buona parte era contro la guerra. E potremo condurre una mobilitazione, se la nostra élite ha conti e famiglie in Occidente?

Nelle élites americane le discussioni ci sono anche su questioni non di principio. Per quanto riguarda le questioni della supremazia globale degli USA non c'è alcuna spaccatura.

Se si parla della Russia, nel nostro paese non ci sono semplicemente élites. All'élite si ascrive un tipo di persone nate per governare e prendere decisioni strategiche. Da noi non sono praticamente rimaste persone del genere. Osserviamo sorveglianti di posti, che occupano i posti dell'élite, ma non sono capaci di prendere decisioni. Possono valutare solo un nuovo vestito costoso alla moda o gli pneumatici invernali delle loro costose automobili. Utilizzano la propria posizione solo per il guadagno personale, senza capire affatto categorie come stato, popolo, storia.

Certo, con tale pseudo-élite non vinceremo alcuna guerra, non potremo condurre una mobilitazione. Le nostre autorità sono la garanzia della nostra sconfitta.

E' un altro discorso che nei momenti critici della storia russa di solito avviene una fulminea rottura delle pseudo-élites e la precipitosa ascesa di nuove élites dagli strati più bassi. La nostra tragedia sta nel fatto che si riesce a cambiare in meglio la situazione proprio grazie a un cambio straordinario delle élites. Ma oggi l'élite è al di sotto di ogni critica. Essenzialmente, proprio per questo oggi gli americani si comportano con tanta sicurezza. Guardando al nostro potere, non dubitano della loro vittoria.

Andrej Ivanov, "Svobodnaja Pressa", http://svpressa.ru/war21/article/77093/ (traduzione e note di Matteo Mazzoni)


[1] Enclave russo tra Polonia e Lituania, storicamente territorio tedesco.

01 novembre 2013

Putin è omaggiato dagli USA come "il più potente" perché è un finto anti-occidentalista che in realtà fa il loro gioco?

Erostrato fu una persona influente?

Jurij Boldyrev sul riconoscimento al presidente Putin come persona più influente al mondo

Come ci hanno riferito con gioia e solennità, la rivista americana "Forbes" ha riconosciuto il presidente del nostro paese come la persona più influente al mondo. Più influente non solo del presidente degli USA, ma perfino del leader della Cina. Il cuore si riempie di orgoglio. Anche se "torbidi dubbi lacerano" [1].

Per esempio: può un paese con una popolazione di centoquaranta milioni di persone essere più influente del paese vicino con una popolazione di un miliardo e mezzo? Probabilmente, forse, ma solo se un miliardo e mezzo vivacchiano e si degradano e i vicini centoquaranta milioni si sviluppano precipitosamente. Applicato alla Cina contemporanea e alla Russia contemporanea – è così? Ma se è evidentemente il contrario, centoquaranta milioni si degradano e un miliardo e mezzo si sviluppano, quale altro miracolo può rendere il primo più influente del secondo?
D'accordo, dimenticheremo la popolazione – parleremo solo ed esclusivamente della qualità e delle tendenze dello sviluppo. Così forse un leader (praticamente immutato nel corso di già quattordici anni) di un paese, la qualità del cui PIL (la quota di produzione complessa ad alto valore aggiunto nel volume generale del PIL) nel corso di già un quarto di secolo si abbassa conseguentemente e continuamente ed è calata già, in senso letterale, "sotto il battiscopa", può anche davvero essere più influente dei leader di quei paesi che intensificano precipitosamente questa qualità?

O forse si tratta di qualche posizione di monopolio del paese? Cioè, non siamo neppure tanto grandi per popolazione e siamo indietro nello sviluppo industriale, però occupiamo una posizione così particolare in qualcosa che senza di noi tutti gli altri sono semplicemente nulla e non vanno da nessuna parte? Ma com'è noto, tutti i tentativi della Gazprom di diventare l'insostituibile fornitore di risorse energetiche che dette le sue condizioni a tutti quelli che gli stanno intorno sono falliti. Il mondo che ci circonda non intende vivere sotto un diktat non basato su altro che i risultati dei nostri antenati, che si sono consolidati prima di noi e hanno valorizzato un territorio tanto immenso. Risultati passati, non rafforzati assolutamente in alcun modo nel nostro presente.

Per non parlare già dell'elementare precarietà della situazione di un simile monopolista perfino potenziale. Bisogna confermare continuamente il proprio diritto a una qualche posizione di monopolio con una forza elementare – la capacità di salvaguardare e difendere questo diritto. Com'è noto, né il possesso del canale di Panama, né il possesso del canale di Suez da parte di Panama ed Egitto di per se, senza alcuno sviluppo, che gli permettesse di dettare essi stessi le condizioni per l'uso di queste risorse da parte degli altri, ha portato felicità e prosperità.
E che forza abbiamo in questo senso? Oggi, dal punto di vista della capacità di difendere la nostra posizione, supponiamo, ancora di monopolio (che garantisce l'"influenza"), siamo più forti di ieri? E domani saremo più forti di oggi? Qual è qui la tendenza? E non è determinata da questa tendenza l'influenza dei leader degli stati?

Quanto alla tendenza, purtroppo, è del tutto evidente che c'è un degrado inequivocabile. Sia scientifico-tecnologica, sia, conseguentemente, militare. Così, allora, da dove viene l'"influenza" del capitano della nostra nave, che sopporta un disastro relativamente lento, ma non di meno continuo?

E' vero che tutti i giudizi, come mi rimprovereranno i lettori più moderni e avanzati, sono dalle "posizioni del XIX secolo", cioè non tengono conto della cosiddetta "forza morbida". In un tempo come nel moderno "mondo umano" la pacificazione può giocare un ruolo non minore e spesso anche maggiore della rozza forza, trovare un fondato riconoscimento generale. Io stesso mi vergogno della mia rozzezza e della mia arretratezza e mi riconosco anticipatamente in errore. Rischierò solo di esprimere altri due dubbi.

Primo dubbio. Come mi è già capitato di far volgere l'attenzione dei lettori in precedenza (vedi il mio articolo "L'Accademia Russa delle Scienze e la Siria: due operazioni "Liquidazione""), in conseguenza della "pacificazione" altamente stimata in Occidente si compie un evidente disarmo unilaterale del nostro alleato Siria, ma senza una qualche garanzia neppure a livello di dichiarazioni di una non ingerenza ulteriore da parte dell'Occidente negli affari di questo stato. E una domanda ingenua: e se si riuscisse a ottenere lo stesso (un pur parziale disarmo della Siria), ma con serie garanzie internazionali di una non ingerenza dell'Occidente in futuro, gli applausi da parte dell'Occidente all'indirizzo degli iniziatori di tale regolazione del conflitto sarebbero stati altrettanto impetuosi?

E secondo dubbio. L'influenza del nostro leader è determinata come esclusivamente dai risultati dei successi di politica estera. Ma supponiamo che gli stessi successi fossero presenti con una politica principalmente diversa di sviluppo interno del nostro paese. Pensate che in questo caso l'Occidente sarebbe incline a riconoscere il leader del paese come il "più influente"?

Per esempio, se invece della resa del paese al WTO fosse seguito un rifiuto non equivoco di tale resa come minimo alle attuali condizioni e tanto più in ordine unilaterale, senza alleati su un unico spazio doganale (che la nostra leadership, in tal modo, ha semplicemente consegnato in modo non equivoco all'Occidente)?

Se invece di Nabiullina alla Banca Centrale avessero messo un rappresentante del settore produttivo nazionale dell'economia, come pure una figura analoga invece di Uljukaev al Ministero dello Sviluppo Economico?

Se invece della distruzione dell'Accademia Russa delle Scienze fosse seguita la decisa cacciata degli iniziatori di tale tipo di "riforma" da tutti gli incarichi di potere? Per non parlare già del fatto che a capo della nuova "Agenzia" (essenzialmente per l'amministrazione della Scienza!) avessero messo effettivamente una persona della Grande Scienza e non esclusivamente delle finanze?

Anche se, ecco, alla fine ho capito perché l'hanno riconosciuto il "più influente": come ci hanno riferito con pathos tutti i principali mezzi di comunicazione di massa, il presidente ha presieduto personalmente il consiglio presidenziale per la scienza! Ecco cos'è, effettivamente, un passo decisivo, degno del riconoscimento da parte della comunità internazionale, che, evidentemente, come pure la maggior parte dei nostri lettori, non è tanto penetrante e non è al corrente del fatto che anche in precedenza lo stesso presidente presiedeva un consiglio analogo presso il presidente.

Ma se a capo del consiglio avessero messo, per esempio, il candidato al premio Nobel Žores Alferov (che non è stato inserito nel Consiglio) o il capo della sezione Siberiana dell'Accademia Russa delle Scienza, l'accademico Aleksandr Aseev (che pure non è stato inserito), se come presidente del presidium del Consiglio avessero messo almeno il presidente eletto dell'Accademia Russa delle Scienze Vladimir Fortov e non lo stesso inaffondabile Fursenko [2]...

Se tale paurosa e orribile "militarizzazione" del paese e del suo bilancio, per cui sono così indignati tutti i nostri mezzi di comunicazione di massa liberali, ma che per qualche motivo non è fortemente ostacolata in questa forma dall'Occidente, fosse consolidata non con la distruzione del potenziale scientifico e tecnologico del paese, ma, al contrario, con il suo rafforzamento…
Se, parallelamente all'innalzamento del management finanziario sopra la Scienza, anche con i "poteri del proprietario" (cioè il diritto consolidato giuridicamente di svendere a destra e a manca tutto e tutti), non avessero messo anche nell'Estremo Oriente [3] uno stimatore professionista (vedi la biografia del nuovo capo del Ministero per lo Sviluppo dell'Estremo Oriente), è chiaro che prima di una grande svendita la cosa più importante è valutare tutto secondo il mercato…

In generale, se si fosse condotta una politica non di resa del paese (seppure al suono di slogan patriottici), ma di sviluppo nazionale, pensate che allora, davanti agli altri pari, la rivista americana "Forbes" avrebbe nominato il nostro leader persona influente? O, al contrario, l'avrebbe nominato terribile dittatore totalitario?

Peraltro, senza mettersi a pensare alla coincidenza: in quale anno il nostro attuale (di fatto, ripeto, già immutabile) leader fu chiamato "persona dell'anno" dalla rivista americana "Time"? Nel 2007 – per il "ritorno del paese nell'arena mondiale". Fu dopo che, all'inizio di quell'anno, Putin designò ministro della Difesa Serdjukov [4].

Che dire, l'insieme dei "meriti" del nostro leader anche nel 2013 (ma sopra ho già aggiunto in questa lista anche le azioni del 2012, prima di tutto il WTO) impressiona anche noi.

Jurij Boldyrev [5], "Svobodnaja Pressa", http://svpressa.ru/politic/article/76713/ (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Citazione del dramma "Ivan Vasil'evič" di Michail Afanas'evič Bulgakov.
[2] Andrej Aleksandrovič Fursenko, già ministro dell'Istruzione e dell'Industria, con i titoli giusti, ma più uomo di apparato che di scienza.
[3] L'estremità orientale della Russia asiatica.
[4] Anatolij Ėduardovič Serdjukov, politico di dubbie capacità, ora caduto in disgrazia e alle prese con accuse di corruzione.
[5] Jurij Jur'evič Boldyrev, fondatore con Grigorij Alekseevič Javlinskij e Vladimir Petrovič Lukin del partito di orientamento liberale "Jabloko" (Mela), il cui nome prende spunto dalle iniziali dei fondatori.

30 settembre 2013

Fra Siria e Afghanistan, Ucraina e Bielorussia si prepara la nuova geopolitica imperiale della Russia di Putin

"Novaja gazeta", 28-09-2013, 14.31.00
La Russia va sul mercato degli imperi politici

Ucraina e Bielorussia vengono coinvolte in una setta totalitaria antioccidentale slava

NVP – Novaja Vnešnjaja Politika [1]

Se non puoi risolvere i tuoi problemi – fai finta di risolvere quelli altrui. Sullo sfondo del sempre più evidente fallimento del corso economico (il paradosso della storia sta nel fatto che Putin alla fin fine, probabilmente, lascerà l'economia russa in uno stato non migliore di quello in cui la prese nel 2000) la Russia si è preparata a sostenere la causa della pace in tutto il mondo. Per questo va anche sul mercato poco affollato e inefficace degli imperi politici, di "quelli che risolvono le questioni" lontano dai propri confini geografici.

E' iniziato tutto in Siria, dove i vertici russi hanno antichi interessi commerciali. Si avvicina l'Afghanistan, che nel 2014 dovranno lasciare le forze internazionali per la collaborazione alla sicurezza sotto la guida degli USA. Ma subito hanno restituito al Cremlino Vladislav Surkov [2] – per coinvolgere Ucraina e Bielorussia in una nuova setta totalitaria ortodossa antioccidentale slava chiusa. Quale, stando al discorso di Putin alla seduta del club "Valdaj" [3], si prepara a diventare la nuova Russia.

D'ora in poi Mosca è la principale responsabile del conseguimento della pace in Siria per via politica. Per propria volontà o, come in proposito scrivono molto nel mondo, per astuta intenzione del Dipartimento di Stato degli USA. Questo, come capendo quanto impopolare fosse l'idea di un'operazione militare contro la Siria negli stessi States e quanto imprevedibili potessero risultare le sue conseguenze, ha lanciato al nuovo presidente iraniano Hassan Rouhani proprio prima dell'incontro con il collega russo l'idea del controllo internazionale sulla liberazione del regime di Assad dalle armi chimiche. Ma poi Putin ha enunciato questa iniziativa come russa. Personalmente questa idea mi ricorda l'apocrifo su come l'Islam fu inventato dai giudei per far dispetto ai cristiani, ma il fatto resta un fatto: la Russia si è chiamata lattario ed è andata nel cesto [4] di un lungo e sanguinoso conflitto internazionale.

Gli entusiasmi per la classe della diplomazia russa, che ha fermato l'intervento in Siria che sembrava inevitabile (per giunta la guerra civile con la partecipazione di mercenari internazionali e con un numero di vittime che ha superato le 100 mila, è in corso là da due anni), svaniranno rapidamente. Questa iniziativa in ogni caso non fermerà la guerra. Non esclude un'operazione militare dall'esterno. Ma alla Russia nel caso di un molto probabile fallimento non resterà una carta vincente per sostenere il mantenimento al potere del regime del proprio alleato.

Ma con qualsiasi scenario di sviluppo della situazione in Siria perlomeno non c'è una diretta minaccia alla sicurezza della stessa Russia. Nel peggiore dei casi dimostreremo semplicemente che non siamo in grado di rispondere dei nostri straordinari amici politici. Ma il quasi inevitabile ritorno geopolitico della Russia in Afghanistan può minacciare direttamente i russi.

Il summit di Soči dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (ODKB [5]), l'analogo russo della NATO, è stato costretto a fare quasi il tema principale di discussione l'imminente uscita nel 2014 del contingente militare internazionale (leggi: delle truppe americane) dall'Afghanistan. Dei paesi con cui l'Afghanistan confina – sono Cina, Iran, Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan – solo i primi due sono in grado di garantire una relativa stabilità alle frontiere. Ma Uzbekistan e Turkmenistan non fanno ancora parte dell'ODKB. Tra l'altro tutte e tre queste ex repubbliche sovietiche dell'Asia Centrale sono ancora nemiche fra loro. E accanto c'è l'inquieto, misero Kirghizistan. Fra l'altro la stabilità nello stesso Afghanistan, pare, non è in grado di garantirla nessuno.

Dopo l'uscita degli americani dall'Afghanistan le sue frontiere con gli stati post-sovietici diventeranno automaticamente una zona di responsabilità politica (e, con molta probabilità, militare) della Russia. A Mosca, forse, toccherà intensificare la presenza militare nella regione, dove a suo tempo una guerra finì l'URSS. Nel frattempo la presenza militare americana in Afghanistan ha soffocato notevolmente i gruppi armati clandestini negli stati dell'Asia Centrale. Se gli States se ne andranno, la probabilità di penetrazione in Russia di potenziali esecutori di atti terroristici e corrieri della droga che trasportano la merce dall'Afghanistan, leader mondiale della produzione di eroina crescerà nettamente.

Finora tutta la politica estera reale della Russia è stata costruita sulla critica dell'impotenza dell'America nella risoluzione dei conflitti internazionali o nelle accuse per la loro escalation. La stessa Russia non ha fatto proprio niente da nessuna parte, nonostante il continuo gonfiarsi delle proprie ambizioni imperiali. Beh, forse ha allenato senza troppo successo i muscoli geopolitici nella "cassa con la sabbia" del Caucaso – in Abcasia e in Ossezia del Sud. In questi territori, che per lunghi anni hanno ritenuto il riconoscimento della loro indipendenza da parte di Mosca la panacea di tutti i mali e la ricetta della prosperità, cinque anni dopo la guerra non sono evidentemente aumentate le speranze di uno sviluppo normale. Anche se si trovano nella situazione di mantenute della Russia.

Cosicché Siria e Afghanistan, come pure il nuovo fronte di lavoro di Surkov – i paesi slavi della CSI – possono diventare il primo test pratico in molti anni dell'adeguatezza professionale delle ambizioni imperiali della Russia. Una cosa è criticare aspramente i pindosy [6] per la dimostrazione della loro eccezionalità nell'articolo di Putin sulla stampa libera americana e tutt'altra cosa è rispondere da soli del comportamento di qualche troglodita politico tipo Assad o garantire una pace stabile alle frontiere degli stati dell'Asia Centrale con l'Afghanistan.

Autore: Semën Novoprudskij


Indirizzo della pagina: http://www.novayagazeta.ru/columns/60218.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] "Nuova Politica Estera". In realtà la sigla significa perlopiù Načal'naja Voennaja Podgotovka (Preparazione Militare Iniziale). Il corsivo, qui e altrove, è mio.
[2] Vladislav Jur'evič Surkov, "ideologo" della Russia di Putin.
[3] Club che ha lo scopo di curare l'immagine della Russia e prende il nome da una città della Russia nord-occidentale.
[4] "Se ti chiami lattario, vai nel cesto" in Russia significa "agisci secondo quanto proclami".
[5] Dalla dicitura russa Organizacija Dogovora o Kollektivnoj Bezopasnosti.


14 settembre 2013

Vladimir Putin Nobel per la Pace?

Vladimir Putin – il secondo dopo Gorbačëv

Il presidente russo è stato proposto per il premio Nobel per la Pace

A Vladimir Putin, come a suo tempo a Michail Gorbačëv, potrebbe essere assegnato il premio Nobel per la Pace. Iniziatore della proposta di candidatura del presidente russo al prestigioso riconoscimento internazionale – per il contributo alla regolazione del conflitto in Siria – è il capo del Fondo Panrusso per l'Istruzione Sergej Komkov.

"Una lettera ufficiale con la corrispondente proposta è stata da me inviata tramite corriere al comitato per l'assegnazione del premio Nobel il 10 settembre, – ha chiarito Komkov a "Svobodnaja pressa". – Al contempo una copia della lettera è stata indirizzata per posta elettronica all'indirizzo elettronico del comitato norvegese del premio Nobel, cosa pure prevista. Prima di fare questo, naturalmente, mi sono consultato con la segreteria del comitato e ho precisato chi può effettuare tale proposta".

"SP": – Chi?

Secondo le disposizioni sul premio Nobel per la Pace possono proporre una candidatura persone fisiche, se hanno il titolo di professore e il dottorato di ricerca, ma anche i direttori di istituti scientifici e di comunità scientifiche. Io ho il titolo di professore dell'Accademia Europea di Scienze dell'Informazione in Belgio e il titolo di professore dell'Accademia Internazionale delle Scienze di San Marino. Sono dottore in Diritto, ho un dottorato di ricerca – cioè secondo tutti i parametri rientro nel numero delle persone che possono proporre la propria candidatura all'esame del comitato. Perciò la presentazione è stata preparata e indirizzata ufficialmente al comitato norvegese del Premio Nobel a Oslo.

"SP": – Ne risulta che è una sua iniziativa personale?

Sì. E' una mia iniziativa personale.

"SP": – Perché Putin?

In primo luogo, sono stato una persona di fiducia di Putin al tempo della sua prima elezione a presidente nel 2000 e conosco molto bene Vladimir Vladimirovič. A dire il vero, la mia posizione su una serie di questioni (in particolare nella sfera dell'istruzione) si è sempre distinta da quella assunta dai suoi funzionari. In secondo luogo, ora vivo nella Repubblica Ceca e da là vedo molto bene qual è oggi la situazione internazionale – l'incandescenza delle passioni è giunta al grado più alto. L'Europa vive in estrema tensione. Perché molti capiscono: quegli avvenimenti che si sviluppano precipitosamente nel bacino del Mediterraneo e in Medio Oriente possono condurre non solo a una guerra locale, ma anche a una guerra mondiale.

Là la cosiddetta opposizione siriana fa una politica del tutto folle, ma anche Bashar Assad, che conduce un gioco estremamente pericoloso, è pure impossibile da lodare. Che dire degli Stati Uniti, che, come al solito, perso il controllo, si gettano nel combattimento senza cercare di risolvere niente in modo pacifico?! Ed ecco che nelle condizioni di una situazione così tesa, esplosiva, la posizione di Vladimir Putin è risultata l'unica sicura. Questi ha cercato di fermare questo processo già nel corso del summit del G20: nonostante i rapporti tesi, creatisi già da parte americana, ha trovato comunque sostenitori ed è riuscito a cambiare bruscamente la situazione. Inoltre è riuscito a prendere l'iniziativa nelle proprie mani e ha costretto tutta la comunità mondiale ad andare per una strada proposta non dagli USA, ma dalla Russia. Certo, anche questa strada è abbastanza difficile, ma è l'unica sicura. Perciò Putin oggi, a differenza forse di un'intera serie di altri premi Nobel per la Pace, e in particolare a differenza dello stesso signor Obama, che è già possessore del premio, merita questo riconoscimento.

"SP": – Se premieranno Putin, sarà un premio per la Pace diverso da quelli di Gorbačëv e Obama?

Certo. E' un premio che viene conferito in un'altra situazione storica. Bisogna capire in quale tempo si verifica questo o quell'avvenimento. Oggi, quando il mondo è realmente sull'orlo non semplicemente di una guerra locale, ma di una guerra mondiale, le persone che cercano di cambiare bruscamente questa situazione e fare di tutto perché il conflitto non si origini meritano il più alto riconoscimento. Si è creata una situazione storica, in cui il più prestigioso riconoscimento nell'ambito della difesa della pace è il premio Nobel per la Pace.

Il direttore dell'Istituto Internazionale per gli Stati più Nuovi, il politologo Aleksej Martynov guarda con favore alla proposta della candidatura di Vladimir Putin al premio Nobel per la Pace:

Questa crisi siriana, che hanno già battezzato la "Crisi di Cuba-2" per l'appunto scambia di posti Putin e Obama. Cioè, siamo abituati al fatto che i presidenti americani da noi di solito sono per la pace e ricevono i premi Nobel per la Pace. E la Russia è l'impero del male. Ma oggi osserviamo, e tutto il mondo lo osserva, come il leader russo e quello americano si sono scambiati di posto. Putin è diventato quello che può garantire la pace. Penso che meriti il premio Nobel.

"SP": – Cosa darà questo alla Russia?

Non si tratta di cosa darà questo alla Russia. Si tratta di cosa darà questo al mondo e al mondo questo darà la pace (scusate lo slogan banale). Comunque nessuna persona normale vuole la guerra. Una persona normale vuole la soluzione pacifica di qualsiasi conflitto. E la capacità in questo senso l'ha mostrata nella situazione attuale proprio Vladimir Putin. E gli editoriali di tutti i maggiori giornali del mondo oggi parlano di questo.

Con palese scetticismo commenta l'iniziativa il co-presidente del Consiglio per la Strategia Nazionale, il politologo Valerij Chomjakov:

In qualche modo dubito che il comitato del Nobel accoglierà con entusiasmo questa candidatura. Non penso che là ci sarà un senso di profonda soddisfazione quando riceveranno questa proposta. Per quanto riguarda le iniziative siriane del presidente, là non c'è ancora un risultato. E come si concluderà tutta questa storia è noto solo a Dio. Inoltre, se si crede alla parte americana, queste iniziative non erano affatto di Vladimir Putin. Queste sono state discusse da lui con Obama a Piter [1], dov'è sorta l'idea stessa. A chi è venuta in mente per primo? Non lo so. Semplicemente sui mezzi di comunicazione di massa è apparsa prima la notizia che eravamo usciti con questa iniziativa. Forse è così. Ma le iniziative non meritano il premio Nobel, meritano dei risultati. Ma i risultati per ora non ci sono.

"Quello che ho sentito sulla proposta di Putin per il premio per la pace sembra qualcosa di non molto serio, – dice il vice-direttore del Centro di Studi di Politica Contemporanea Sergej Ryženkov. – E' chiaro che la procedura non è molto complessa. Ma vengono proposte, stando a quanto capisco, migliaia di persone, ma riceve il premio una. In questo caso hanno legato questo alle iniziative per la Siria, ma in qualche modo, a mio parere, affrettatamente. Se là, in Siria, tutto si risolverà effettivamente con l'immediata partecipazione del nostro presidente e si risolverà positivamente, allora meriterà pensarci. Ma ora questo causa perplessità. Anche se fosse un tentativo di PR internazionali, sembra strano. Per la sua influenza Putin (astraendosi dalle caratteristiche positive e negative) è una persona abbastanza significativa nella politica mondiale e non ha bisogno di PR.

"SP": – Vuole dire che questo premio non gli è necessario per rafforzare la propria autorità nell'arena internazionale?

No. Questo premio non gli è proprio necessario. Se in Siria, grazie alla sua iniziativa, si organizzasse qualcosa pacificamente, allora sì.

Dal dossier di "SP"

Il comitato del Nobel per ora non commenta la proposta della candidatura del leader russo al premio per la Pace. Il rappresentante del comitato, come riferisce la RIA "Novosti" [2], si è rifiutato di farlo, riferendosi al fatto che i nomi dei candidati vengono tenuti segreti.

Svetlana Gomzikova, "Svobodnaja Pressa", http://svpressa.ru/society/article/74187/ (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Nome colloquiale di San Pietroburgo.

[2] RIA sta per Russkoe Informacionnoe Agentstvo (Agenzia Russa di Informazioni) e "Novosti" significa "Notizie".

04 settembre 2013

Il Giappone non fu sconfitto dalle bombe atomiche americane ma dall'esercito sovietico?

La capitolazione incondizionata dei samurai

Il Giappone fu costretto alla resa non dagli attacchi atomici degli americani, ma dalle truppe sovietiche

Il 2 settembre è il giorno della fine della Seconda Guerra Mondiale. Proprio quel giorno nel 1945 il Giappone, l'ultimo alleato della Germania, fu costretto a firmare la capitolazione incondizionata. In Russia questa data per lungo tempo è rimasta come nell'ombra della Grande Guerra Patriottica [1]. Solo nel 2010 il 2 settembre fu dichiarato Giorno della Gloria Militare della Russia. Tra l'altro la disfatta dell'Armata del Kwantung di più di un milione di persone in Manciuria da parte delle truppe sovietiche è uno dei brillanti successi delle armi russe. In conseguenza dell'operazione, la cui parte principale durò in tutto 10 giorni – dal 9 al 19 agosto 1945, furono eliminati 84 mila soldati e ufficiali giapponesi. Quasi 600 mila furono fatti prigionieri. Le perdite dell'Armata Sovietica ammontarono a 12 mila persone. Una statistica abbastanza convincente per quelli che amano ripetere che i marescialli e i generali sovietici vinsero solo perché coprirono i nemici di cadaveri. 

Oggi è molto diffusa la versione, secondo cui i giapponesi furono costretti a deporre le armi dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, che grazie a questo furono conservate le vite di centinaia di migliaia di soldati americani. Tuttavia una serie di storici ritiene che proprio la fulminea disfatta dell'Armata del Kwantung abbia mostrato all'imperatore del Giappone l'inutilità di un'ulteriore resistenza. Già nel 1965 lo storico Gar Alperovitz dichiarò che i colpi atomici sul Giappone non ebbero un grande significato militare. Anche Il ricercatore inglese Ward Wilson nel libro recentemente pubblicato "Cinque miti sulle armi atomiche" giunge alla conclusione che sulle determinazione giapponese nel combattere non influirono affatto le bombe americane. 

– Proprio l'entrata in guerra dell'URSS con il Giappone e la rapida disfatta dell'Armata del Kwantung da parte delle truppe sovietiche servirono da fattori principali della fine accelerata della guerra e della capitolazione incondizionata del Giappone, – concorda il direttore del Centro di Studi sul Giappone dell'Istituto per l'Estremo Oriente dell'Accademia Russa delle Scienze Valerij Kistanov. – Il fatto è che i giapponesi non intendevano arrendersi rapidamente. Si preparavano a una lotta furiosa con gli USA per le proprie isole principali. Testimoniano questo gli accaniti combattimenti a Okinawa, dove giunsero le truppe da sbarco americane. Questi combattimenti mostrarono alla leadership degli USA che erano imminenti battaglie sanguinose, che, secondo le supposizioni degli esperti militari, avrebbero potuto protrarsi fino al 1946. 

Recentemente è stato pubblicato un fatto interessante: sulle montagne non lontano da Kyoto gli americani hanno trovato un'apparecchiatura speciale destinata a lanciare proiettili da guerra che sarebbero stati comandati da kamikaze. Una sorta di aerei-proiettili. I giapponesi non avevano semplicemente fatto in tempo a usarli. Cioè accanto agli aviatori kamikaze c'erano anche altri soldati pronti a diventare kamikaze. 

L'entità numerica dell'Armata del Kwantung in Cina e in Corea con i reparti alleati ammontava a più di un milione di persone. I giapponesi avevano una difesa scaglionata e tutte le risorse necessarie per svolgere una guerra lunga e accanita. I loro soldati erano predisposti a combattere fino alla fine. Ma l'Armata Sovietica a quel tempo possedeva una colossale esperienza di svolgimento di guerra. Le truppe che erano passate per il fuoco e per l'acqua sconfissero molto rapidamente l'Armata del Kwantung. A mio parere, proprio questo fiaccò la volontà di lottare del comando giapponese. 

"SP": – Perché comunque si ritiene che proprio il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki abbia costretto il Giappone a capitolare rapidamente?

– Sminuire il ruolo dell'URSS nella Seconda Guerra Mondiale, aumentando il significato degli USA è una tendenza comune. Guardate cosa avviene in Europa. La propaganda là agisce con tale successo che se si interrogano i piccoli borghesi comuni, moltissimi risponderanno che il maggior contributo alla vittoria sulla coalizione hitleriana è stato fornito dagli USA con i loro alleati occidentali.
E' caratteristico degli americani aumentare i propri meriti. Inoltre, affermando che proprio il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki indusse il Giappone alla capitolazione, essi in qualche modo giustificano questo atto barbarico. Dicono, salvammo le vite dei soldati americani.
Tra l'altro l'uso delle bombe atomiche non spaventò molto i giapponesi. Questi non capirono neanche fino in fondo cosa fosse. Sì, fu chiaro che era stata usata un'arma potente. Ma allora nessuno sapeva delle radiazioni. Inoltre gli americani lanciarono le bombe non sulle forze armate, ma su città pacifiche. Ne soffrirono le fabbriche militari e le basi navali, ma morì principalmente la popolazione civile e la capacità di combattere dell'esercito giapponese non soffrì fortemente. 

"SP": – Il Giappone già da qualche decennio si considera un alleato degli USA. Il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki ha impresso un marchio sui rapporti tra giapponesi e USA o questa è una pagina della storia già voltata da tempo?

– Tali cose certo non si dimenticano. I rapporti di molti giapponesi comuni con gli USA non sono affatto tra i più cordiali. Per quel barbarico bombardamento non c'è giustificazione. Sono stato a Nagasaki e a Hiroshima, ho visto i musei dedicati a questa tragedia. Un'impressione terrificante. A Hiroshima presso il memoriale c'è un deposito speciale dove si trovano le targhette con i nomi delle vittime di questo bombardamento. Ecco che questa lista continua ad essere ampliata – le persone muoiono per le conseguenze delle radiazioni. 

Il paradosso della storia sta nel fatto che i peggiori nemici di ieri oggi sono alleati. Questo incide sul modo in cui i funzionari giapponesi e i mezzi di comunicazione di massa ufficiali trattano questi avvenimenti. Negli articoli della stampa giapponese si può incontrare molto raramente la menzione di chi lanciò le bombe atomiche. Di solito parlano di questo in modo molto astratto. Ecco, dicono, è successa una tragedia, sono cadute delle bombe. Sugli USA tra l'altro neanche una parola. Si può pensare che le bombe atomiche fossero cadute dalla luna. Per di più suppongo che in conseguenza di questo occultamento alcuni giovani giapponesi sono certi che abbia fatto questo l'URSS, nei cui riguardi i mezzi di comunicazione di massa trasmettono molta negatività. 

Ma, ripeto, in maggioranza i semplici giapponesi non hanno dimenticato e non hanno perdonato quel bombardamento. Umori particolarmente negativi nei confronti degli americani sono diffusi a Okinawa, che fino al 1972 rimase sotto la diretta occupazione degli USA. Su questa piccola isola è ancora concentrato il 75% delle basi militari americane in Giappone. Queste basi danno molte spiacevolezze alla popolazione locale, a cominciare dal rumore degli aerei per finire con le sortite di alcuni soldati americani. Di tanto in tanto si verificano degli eccessi. I giapponesi non riescono ancora a tranquillizzarsi dopo che 18 anni fa alcuni marines violentarono una studentessa giapponese.
Tutto questo porta a far sì che regolarmente si svolgano iniziative con la richiesta di togliere la principale base americana. Le ultime proteste degli abitanti di Okinawa erano legate al trasferimento sull'isola di nuovi aerei americani. 

– La penisola coreana e la Cina erano una base di servizi logistici e risorse molto importante per il Giappone, – dice l'orientalista, candidato in Scienze Storiche e collaboratore del Centro per gli studi sulla Corea dell'Istituto per l'Estremo Oriente dell'Accademia Russa delle Scienze Konstantin Asmolov. – Esisteva perfino un piano di evacuazione della corte imperiale giapponese in Corea nel caso in cui sulle stesse isole del Giappone fossero iniziati combattimenti accaniti. Fino al momento dell'uso dell'attacco nucleare molte città giapponesi furono distrutte da bombardamenti convenzionali. Per esempio, quando l'aviazione americana bruciò, morirono circa 100 mila persone. Da come i giapponesi reagirono inizialmente al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki fu evidente che non erano molto spaventati. Per loro, in generale, non era una grande differenza se una città era distrutta da una bomba o da mille. La disfatta dell'Armata del Kwantung da parte delle truppe sovietiche e la perdita della più importante piattaforma strategica sul continente fu per loro un colpo ben più serio. Proprio perciò si può dire che l'URSS al prezzo di 12 mila soldati morti accelerò in modo significativo la fine della Seconda Guerra Mondiale. 

– Quale fu il ruolo dell'URSS nella disfatta del Giappone si può giudicare da questo fatto, – dice lo storico e direttore del Centro per gli studi sulla Russia dell'Istituto di ricerche fondamentali e applicate dell'Università Umanistica di Mosca Andrej Fursov. – Churchill proprio alla fine della guerra dette ordine di elaborare l'operazione "Impensabile", che sottintendeva l'attacco delle truppe americane e inglesi con la partecipazione di divisioni tedesche sotto il controllo degli alleati occidentali il 1 luglio 1945. Contro questa operazione da parte degli esperti militari anglo-americani furono avanzati due contro-argomenti. Il primo – l'Armata Sovietica era troppo forte. Il secondo – l'URSS era molto necessaria per sconfiggere il Giappone. Nonostante il fatto che già nel 1943 nella guerra nell'Oceano Pacifico fosse avvenuta una svolta e gli americani avessero stretto con successo il nemico, questi capivano perfettamente che senza l'Unione Sovietica "finire di falciare" il Giappone sarebbe stato assai complesso. L'Armata del Kwantung teneva enormi territori in Cina e in Corea. E gli americani non avevano esperienza di una seria guerra terrestre. Perciò fu deciso di non svolgere l'operazione "Impensabile".

Se l'URSS non avesse sconfitto l'Armata del Kwantung come fece – rapidamente ed efficacemente, le perdite degli americani nella Seconda Guerra Mondiale (circa 400 mila persone) sarebbero state varie volte maggiori. Per non parlare delle enormi perdite finanziarie. 

I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki non giocarono un ruolo militare. Da una parte fu una vendetta ingiustificatamente crudele per Pearl Harbor, dall'altra fu un'azione di intimorimento dell'URSS, a cui bisognava mostrare tutta la potenza degli USA. 

Oggi USA e Gran Bretagna hanno molta voglia di presentare tutto come se il ruolo dell'URSS nella vittoria sul Giappone fosse stato minimo. Bisogna riconoscere che nella loro propaganda hanno ottenuto grandi successi. I giovani di questi paesi non solo sanno poco della partecipazione dell'URSS alla Seconda Guerra Mondiale. Alcuni sono perfino convinti che l'URSS abbia combattuto dalla parte della Germania fascista [2]. Si fa di tutto per spingere la Russia fuori dal novero dei vincitori.

Aleksej Polubota, "Svobodnaja Pressa", http://svpressa.ru/war/article/73580/ (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] La guerra tra l'URSS e gli invasori nazifascisti.
[2] Fuori dall'Italia tutte le dittature di destra sono dette fasciste. Tra l'altro l'URSS fu di fatto alleata della Germania di Hitler nel primo anno della Seconda Guerra Mondiale.

27 agosto 2013

La Russia compra i voti per l'Expo-2020 nelle isole del Pacifico

Il mercato delle sovranità. Ingrosso, dettaglio, self-service

Come va la compera di voti degli stati nani per il nuovo mega-progetto dell'"EXPO-2020" a Ekaterinburg [1]

24.08.2013
[1] Città ai piedi degli Urali.
[2] Čto? significa "Cosa?" in russo.
[3] JUČTO sta appunto per JUžnaja Čast' Tichogo Okeana (Parte Meridionale dell'Oceano Pacifico).
[4] In realtà V.S. (Vladimir Semënovič) Vysockij, cantautore russo popolare in epoca sovietica, ma inviso al potere ufficiale.
[5] Probabile gioco di parole tra Cook e una zuppa coreana chiamata kuk in Russia (guk in Occidente).
[6] Personaggio del romanzo "Le dodici sedie" degli scrittori russi Il'ja Il'f (pseudonimo di Iechiel-Lejb Ar'evič Fajnzil'berg) e Evgenij Petrov (pseudonimo di Evgenij Petrovič Kataev).
[7] Sigla internazionale dall'inglese Bureau of International Expositions.
[8] Così scriveva della Russia il poeta russo Fëdor Ivanovič Tjutčev.
[9] Protagonista di molte opere dello scrittore russo per l'infanzia Kornej Čukovskij (pseudonimo di Nikolaj Vasil'evič Kornejčukov).
[10] Fabbrica Ottico-Meccanica degli Urali. Il corsivo è mio.
[11] Nome popolare della sede del governo russo.
[12] Moskovskij Gosudarstvennyj Institut Meždunarodnych Otnošenij (Istituto Statale per le Relazioni Internazionali di Mosca).
[13] "Nuovo Mondo", rivista letteraria.
[14] Versione umoristica dello slogan "Basta nutrire il Caucaso!" delle manifestazioni nazionaliste russe.
[15] Il romanzo postumo di Hemingway Islands in the stream (Isole nella corrente) è stato tradotto in russo come "Isole nell'oceano".
[16] Bajkalo-Amurskaja Magistral' (Ferrovia Bajkal-Amur), ferrovia dal lago siberiano Bajkal al fiume Amur nell'estremo oriente della Russia asiatica.
[17] "Democrazia sovrana" viene definito ufficialmente in Russia l'autoritarismo di Putin.
[18] A essere precisi l'isola si chiama Tarawa e la capitale Tarawa Sud.
[19] Il Vaticano non è preso in considerazione, d'altronde non fa parte dell'ONU...