30 settembre 2008

I santi hobbit?

ZI08092904 - 29/09/2008Permalink:
http://www.zenit.org/article-15569?l=italian

E se gli hobbit fossero santi?

Andrea Monda spiega il significato teologico de "Il Signore degli Anelli"


di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 29 settembre 2008 (ZENIT.org).- Sarà in libreria a fine novembre, ma il libro "L'Anello e la croce"(Rubbettino), scritto da Andrea Monda, ha già suscitato un notevole interesse.
Il libro si propone esplicitamente di indagare il significato teologico de "Il Signore degli anelli", cercando di capire chi sono veramente gli hobbit, rispondendo a domande del tipo: e se fossero le nuove figure di eroi che ben si attagliano alle atrocità e ai drammi del XX secolo? E se fossero figure di santi? E se Frodo fosse una figura di Cristo?
Monda, professore e giornalista, che ha già pubblicato nel 2002, insieme a Saverio Simonelli, un volume dal titolo "Tolkien, il signore della fantasia", è convinto che gli hobbit incarnino "i piccoli che saranno i primi" e gli "umili" del Vangelo ai quali saranno rivelati i segreti del Regno.
Intervistato da ZENIT, Monda ha spiegato che "Il Signore degli Anelli di Tolkien è un libro dal duplice destino: snobbato dalla critica letteraria ufficiale (specialmente in Italia), ha ricevuto dai lettori di tutto il mondo, da oltre cinquant'anni, un successo straordinario che lo ha portato ad essere uno dei libri più letti ed amati".
Una delle questioni più discusse dai critici e dai lettori in questo mezzo secolo è stata la reale o presunta natura religiosa dell'opera.
Per l'autore de "L'anello e la croce" se da una parte "all'interno del romanzo non si trovano elementi espliciti di religiosità", dall'altra "la storia stessa raccontata da Tolkien, e i suoi significati, rivelano una sostanza non solo religiosa ma squisitamente cristiana e cattolica".
Nell'opera di Tolkien, Monda legge la figura messianica in tre personaggi: Aragorn, il re; Gandalf, il profeta; Frodo (che non per nulla è celibe...), il sacerdote.
Quest'ultimo risponde a una missione e obbedisce a una volontà altrui, quella di Gandalf, essendo pronto al sacrificio per salvare gli altri.E Gollum?
Per Monda "l'ambiguo hobbit è come Giuda", un traditore che però alla fine si trasforma in strumento provvidenziale.
Monda ha raccontato a ZENIT di aver letto "Il Signore degli Anelli" la prima volta nel 1978 e di averlo da allora discusso e commentato in più occasioni. Il libro "L'anello e la croce" nasce dalla tesi di laurea in Scienze Religiose, che ha conseguito presso la Pontificia Università Gregoriana nel 2005.
Alla domanda su come abbia fatto a vedere la teologia in un romanzo di avventura e fantasia, il professor Monda ha sostenuto che "la vita è un'avventura", e per il cristiano "la vita non è solo lo scorrere del tempo cronologico, biologico, ma è l'accogliere il Dio che viene, l'avvento del Cristo
che irrompe nella nostra esistenza e la trasforma. La storia umana non è solo umana".
"E la fantasia – ha continuato Monda – non è solo una sterile evasione in un mondo immaginario".
Se la fantasia è quella cosa che la parola stessa indica (dal greco Fòs, luce) allora si capisce che essa "non è 'evasione' bensì 'visione' e quindi tutto cambia. Con la fantasia l'uomo si rende conto che il mondo non è solo quello che appare, che la realtà non coincide con la verità ma ad essa
rinvia, la realtà diventa segno e simbolo".
In merito alla visione simbolica del romanzo e dei personaggi ideati da Tolkien, Monda è convinto che "Tolkien era uno spirito profondamente religioso e cattolico (e così definisce anche il suo romanzo più famoso), voleva parlare delle cose eterne, non di quelle transeunte, per citarlo direi che lui amava i fulmini e non le lampadine, i cavalli e non le automobili".
"A lui interessava ciò che 'resta', cioè che 'resiste'. E sapeva che questa è la carità, come dice San Paolo nella lettera ai Corinzi. E allora s'inventa una storia dove l'amicizia e l'amore sono le cose che resistono a tutto, anche alla catastrofe finale che per Tolkien è una eu-catastrofe (è un suo termine): uno sconvolgimento improvviso e violento che però porta il Bene, porta al Bene ed è un segno che nella sua drammatica storia l'uomo non è abbandonato a sé stesso ma è accompagnato sempre dalla luce della grazia di Dio".
Nel volume, Monda fa una lettura simbolica dei personaggi, Ad esempio il personaggio di Sauron, l'Oscuro Signore, il Satana della storia, viene sconfitto da una piccola compagnia di viandanti, i nove della Compagnia dell'Anello.
"Sauron è uno spirito solitario – ha spiegato Monda – , è uno spirito, cioè non è incarnato, ed è solitario, arroccato nella sua torre nera e superba, chiuso ad ogni tipo di relazione (non a caso è rappresentato da un occhio solo: egli detesta l'alterità) e questo terribile signore della guerra viene sconfitto da alcuni piccoli personaggi, in particolare gli hobbit, che non sono potenti, ma sono uniti da vincoli di amicizia: la Compagnia, da cum-panis, coloro che spezzano il pane insieme".
"E' la compagnia-comunione, fatta d'amore e d'amicizia (pur tra mille cedimenti e tradimenti) che vince contro l'arroganza del potere che si erge da solo contro tutti, con volontà di strumentalizzazione nei confronti degli altri", ha precisato l'autore.
"Gli hobbit – sostiene Monda – sono la più grande invenzione di Tolkien, perché degli eroi, dei cavalieri, dei maghi, dei nani e dei draghi si sapeva già, ma gli hobbit non li conosceva nessuno. Eppure sono loro che permettono il lieto fine della storia".
Monda ha rilevato che "i pagani non conoscevano il 'lieto fine' che non è un'invenzione di Hollywood, ma un contributo dell'avvento del cristianesimo nella storia dell'arte e della cultura dell'Occidente".
"La storia ha una fine, una fine buona perché la storia ha un fine che è la comunione con Dio, rispondere alla sua chiamata", ha sottolineato l'autore del saggio su Tolkien.
Monda ha affermato che "gli hobbit collaborano con Dio al raggiungimento di quel fine. Lo fanno con umiltà, senza piena consapevolezza, ma con tenacia. Essi sono gli umili del Magnificat, che saranno esaltati, mentre i ricchi e i potenti saranno rovesciati dai loro troni".
"E' proprio ciò che accade nel Signore degli Anelli – ha concluso – ; è, se vogliamo, la morale della favola".



Ringrazio G.N. per questo contributo

I bambini ci guardano... ma noi ce ne freghiamo

I bambini non hanno lasciato traccia

Nell’ambito del piano “Groznyj senza tracce della guerra” nella capitale cecena hanno inaugurato un palazzo per i funzionari. Ai festeggiamenti mancavano solo coloro, ai quali questo edificio apparteneva in precedenza

A Groznyj è stato inaugurato in pompa magna il nuovo municipio. Il presidente della Repubblica Cecena ha chiamato questo avvenimento parte del piano “Groznyj senza tracce della guerra”.

Il sindaco della città Muslim Chučiev ha raccontato le difficoltà della costruzione, nel corso della quale si sono dovute ricostruire le tre sale di riunione e del lusso in cui lavoreranno i funzionari: “Per la decorazione dell’edificio sono stati impiegati materiali decorativi moderni di alta qualità: granito, marmo, pietre decorative di Derbent [1], travertino. La particolarità di questo edificio è il suo ornamento nazionale esterno”.

All’inaugurazione c’era molta gente. Mancavano solo coloro, ai quali questo edificio apparteneva in precedenza.

Fino al 1994 in questo edificio, uno dei più belli del centro di Groznyj, c’era il Palazzo della Creatività infantile e giovanile. Qui ogni giorno giungevano centinaia di bambini, anche dalla periferia di Groznyj e dai villaggi.

Proprio i bambini hanno sofferto più di tutti a causa della guerra e proprio questi idealmente dovrebbero ricevere oggi il meglio. Macché! I funzionari ceceni e i loro interessi si sono rivelati assai più importanti. Ma ai bambini hanno promesso di costruire qualcosa poi. Hanno perfino deciso il posto, pare. Da qualche parte alla periferia di Groznyj.

Natal’ja Èstemirova

21.09.2008, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/70/04.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Città del Daghestan.

29 settembre 2008

Qualcuno pensa davvero che promettere e mantenere sia da gente paurosa?

Cari Italiani,

Avete molto di cui andare orgogliosi in Italia – il cibo raffinato, squadre di calcio fantastiche ed una reputazione di romanticismo diffusa in tutto il pianeta. L'Italia ha fatto anche cose splendide in giro per il mondo – solo in Mozambico gli Italiani hanno aiutato a salvare la vita di decine di migliaia di madri che davano alla luce i loro bambini.

Ma il governo ha proposto di tagliare dall'anno prossimo 170 milioni dei fondi dedicati a salvare quelle vite, proprio quello in cui l'Italia ospiterà il G8, facendo perder la faccia al paese davanti al mondo. Invece di dar seguito all'impegno preso insieme agli altri paesi Europei, di incrementare gli aiuti ai paesi bisognosi, questa finanziara colpirebbe drasticamente aiuti già piuttosto scarsi.

Abbiamo saputo che il Ministro delle Finanze Tremonti ha intenzione di far sottoporre la legge Finanziaria al Parlamento già questa settimana, ed abbiamo il suo indirizzo email -- quindi recapitiamogli un mare di messaggi da tutta Italia prima che sia troppo tardi, chiedendogli di ritirare i tagli e mostrandogli l'indignazione con cui dovrà fare i conti se non lo farà. Clicca su questo link per inviare il tuo messaggio, e poi fai girare la voce ai tuoi amici e familiari -- insieme possiamo salvare migliaia di vite umane nel mondo, e anche la reputazione dell'Italia:

http://www.avaaz.org/it/aiuti_umanitari/?cl=125964137&v=2151


Anche in tempi difficili l'Italia deve mantenere le proprie promesse, e far valere il proprio peso nel mondo. Il peso degli aiuti internazionali sulla Finanziaria è minimo, ma può fare una differenza positiva enorme per i più poveri del mondo. L'Italia vuole che vengano salvate più vite di giovani madri, non meno -- è semplice buon senso.

Quindi contiamo sul fatto che Tremonti ammetta di aver commesso una svista, e rimetta gli aiuti al loro posto -- e facciamo in modo che il messaggio gli arrivi, chiaro e forte. Con un numero esorbitante di messaggi nostri, dei nostri familiari ed amici in giro per l'Italia, la nostra voce sarà impossibile da ignorare. Clicca qui per ricordare al Ministro Tremonti che le promesse si mantengono, e gira questo messaggio ad un sacco di persone:

http://www.avaaz.org/it/aiuti_umanitari/?cl=125964137&v=2151


Con speranza,

Paul Hilder e il Team di Avaaz

La chiesa ortodossa russa, la fede e il potere

Il marxismo-leninismo vive e trionfa nella chiesa

Alcuni sacerdoti ortodossi hanno recapitato alla redazione questo manoscritto…

Questo manoscritto ci è stato recapitato da alcuni sacerdoti della Chiesa Ortodossa russa che svolgono il loro ministero da molto tempo e i cui parrocchiani non sono dell’eparchia [1] di Mosca. I padri aspirano a firmare l’opera con i loro nomi autentici, ma noi siamo pronti a pubblicare questo testo solo sotto pseudonimi: ognuno ha diritto di andare sul Golgota, ma il suo prossimo ha il diritto di non incitarlo ad andare sul patibolo. Il resto apparirà chiaro alla lettura del testo, noi diciamo soltanto che per un sacerdote il divieto di celebrare è più che un divieto di esercitare una professione. Per un vero sacerdote l’impossibilità a prender parte alla liturgia è lo stesso che per un filosofo il divieto di pensare o per un poeta di immaginare dei versi. Ela privazione della libertà [2].

Il manoscritto dal titolo “La chiesa con la maiuscola e con la minuscola” (come dimensioni è un libro) si trova integralmente nel sito novayagazeta.ru [3]; i suoi autori sono pronti a prender parte al dibattito sui problemi in esso sollevati con credenti, atei, agnostici e credenti di altre fedi. Nel giornale riportiamo solo alcuni brani del manoscritto, ma senza i loro interventi redazionali sulla sostanza e sullo stile. Alcuni frammenti dell’opera possono suonare un po’ diversi rispetto al contesto originale, in quanto qui bisogna tener conto del formato di un articolo di giornale.

Certamente si sarebbe voluto sollevare e dibattere le questioni toccate in esso non qui, ma nelle pagine e nei siti dei mezzi di informazione della Chiesa. Ma purtroppo sottoporre una simile opera all’attenzione del collegio di redazione, per esempio, del “Žurnal Moskovskoj Patriarchii” [4] è lo stesso che in epoca sovietica recapitare il manoscritto di “Arcipelago GULAG” alla redazione della “Pravda”. Il marxismo-leninismo è defunto, ma le sue idee vivono e trionfano ancora non in un posto qualsiasi, ma nella Chiesa.

L’affidabilità religioso-politica del clero, oltre che nell’acquisizione di materiale ecclesiastico nel magazzino dell’eparchia, deve esprimersi nell’inevitabile abbonamento al principale organo di stampa della Chiesa Ortodossa russa – il “Žurnal Moskovskoj Patriarchii”. Sfogliando le sue pagine lucenti non è facile liberarsi dal pensiero se esista sulla terra una sola persona, a cui di principio possano interessare i testi di questa apoteosi dell’“ufficialità” [5]. Fra l’altro, in epoca sovietica nella stessa rivista in qualche modo a volte si infilava materiale significativo.

Ci si chiede, non sono fondati i chiari giudizi sulla mancanza di ordine nella chiesa che porta la spazzatura fuori dall’isba [6]? Pensiamo di no, in quanto in questo caso l’isba di cui si parla è comunque aperta a tutti, perché non può essere altrimenti per il destino fondamentale della Chiesa. E’ importante che chi entra in questa isba, così come chi ci vive non confonda la spazzatura, la cenere e la polvere con i mobili, i lampadari e le stoviglie e l’enorme mucchio di immondizia davanti all’isba con l’isba stessa.

…Il significato più semplice ed esteriore della parola “chiesa” è tempio, costruzione per riunioni di preghiera. Questa parola si scrive, si capisce, con la minuscola. Ma poi, naturalmente, sorge la questione della più alta comprensione del detto termine… Su questo finora non si sono ancora placate le dispute teologiche. Qui si vorrebbe comunque ribadire questo senza commenti: la Chiesa è l’unità organica in Cristo di tutti gli esseri razionali (persone e angeli), che si volgono a Dio con libera volontà. Il termine greco ekklesia [7], corrispondente al concetto di chiesa, si può tradurre come assemblea di distaccati. Come non è difficile intuire, si intende il distacco da ogni male e peccato. Dunque proprio e solo a questa Chiesa non opera di mani d’uomo, la quale include in se anche tutto ciò che si mostra come immagine di Dio in ogni persona, si applicano le definizioni “santa e immacolata”… In questo senso l’elevazione religiosa dell’uomo verso il suo Creatore è al contempo il suo ingresso nell’unica Chiesa – la Chiesa con la maiuscola. Ma in pratica questo si compie sulla nostra terra peccaminosa nella reale chiesa terrena – la chiesa con la minuscola, che si presenta come la manifestazione della Chiesa ideale e che riunisce in se i molteplici mezzi per la vita religiosa dell’uomo.

…Religione si possono chiamare le norme di fede e di morale, considerate come mezzi e condizioni per riallacciare il legame perduto con Dio. E’ molto scorretto identificare la religione con un sistema cultuale, come fanno alcuni filosofi… La religione discende per noi come un raggio di sole della Divina Rivelazione, ma la sua ricezione e comprensione da parte dell’uomo concreto è come una diffrazione di questo raggio nel prisma della coscienza umana. Passando attraverso il prisma, che è formato dalla fede, dalla mentalità e anche dall’insieme delle passioni umane, la religione forma sullo schermo della nostra percezione quello che si può chiamare una struttura religiosa parziale... Non di rado l’uomo sinceramente religioso non difende altro che la propria parziale concezione e un altro in questo caso, ascoltandolo, se ne distacca, prendendo ciò per l’essenza della religione. Come sappiamo dalle parole di Gesù Cristo, l’interpretazione della religione giudaica di alcuni suoi tutori – i farisei e gli scribi – si distingueva molto da ciò che aveva annunciato Mosé. Egli spiegò anche la causa di tale deformazione con una struttura religiosa parziale, da lui chiamata con un’immagine lievito dei farisei…

…L’analisi del percorso veterotestamentario degli ebrei indica la dipendenza del benessere politico e anche economico del popolo dalla sua situazione religiosa. La causa della cattività babilonese, delle sofferenze inferte a Israele dai vicini pagani e, infine, della totale distruzione del loro stato non si nascondeva nell’insufficiente potenza militare. Di questo, con dolore per la patria e con insistenza testimoniano i profeti veterotestamentari e in seguito anche lo stesso Figlio di Dio. Sempre in questa luce bisogna analizzare anche le cause della caduta di due imperi ortodossi – quello bizantino e quello russo. Tuttavia al momento all’interno della nostra chiesa si nota il tentativo di dare altre interpretazioni. Pare che l’impero dei Romei [8] sia caduto nel XVI secolo [9] perché aveva volto il proprio sguardo non a Oriente, cioè alla Rus’ [10], ma al marcescente occidente capitalista. Poi seguono sottotesti nazionalistici, dal sentore di fascismo in confezione russa “ortodossa”. L’apparato concettuale e la mancanza di gusto artistico, senza neanche parlare dell’aspetto religioso esigono di far rientrare le opere su questo tema nel genere propaganda partitico-politica e non in quello di seri studi ecclesiastici. Mette in allarme il fatto che la “bizantinologia da campagna elettorale” viene data come l’uscita dal recinto ecclesiastico per passare al livello di propaganda di massa.

…Grande fu la gioia degli ebrei, liberati da Dio e condotti da Mosé lontano dalla schiavitù in Egitto. Ma più Israele si allontanava dal paese del Faraone, più apparivano le tracce di questo impero pagano nel cuore di quasi ogni rappresentante del popolo salvato. Ci vollero quarant’anni di peregrinazioni perché la sindrome egiziana non morisse nella dovuta misura insieme a tutti gli eroi della pasqua ebraica. Sono passati quasi vent’anni dal tempo dell’uscita della chiesa ortodossa russa dall’“Egitto sovietico”. Appaiono, certamente, anche le tracce di questa liberazione: si aprono vecchie e nuove chiese, vecchi e nuovi monasteri, si diffonde la letteratura religiosa, la predicazione della chiesa risuona attraverso i mass media. Si aprono seminari e istituti e i sacerdoti vanno liberamente nelle scuole e nelle istituzioni laiche. Con questo, ammetterete, la lista dei mutamenti nella vita della chiesa ortodossa russa si può considerare terminata. E questi riguardano esclusivamente l’organizzazione esteriore della Chiesa. Di qualche mutamento interiore non c’è da parlare: non ce ne sono…

La nostra chiesa con la minuscola continua a restare non solo una società chiusa, ma una vecchia caldaia, fatta di pezzi messi insieme dopo l’esplosione e accuratamente chiusa in tutte le sue saldature. Si ha l’impressione che l’ideale di tutti i membri dell’attuale chiesa russa sia la restaurazione in tutti i suoi dettagli di ciò che un tempo è andato in pezzi, come, per esempio, la chiesa di Cristo Salvatore ricostruita a Mosca [11]. Finora lavori sugli errori commessi e tentativi di spiegare le cause della catastrofe della chiesa praticamente non si osservano ad alcun livello all’interno della chiesa ortodossa.

Le attuali eparchie ricordano i possedimenti terrieri, i vescovi che le amministrano – i possidenti, e beh, i restanti chierici – di conseguenza – i servi della gleba. Tutte le parrocchie sono obbligate a dare all’eparchia un tributo mensile: in precedenza si chiamava tributo vescovile (da qui i “popi tributari”), ma adesso si chiama imposta dell’eparchia. Queste hanno una qualità insolitamente progressiva, cosicché le malelingue dicono inutilmente che nella nostra chiesa c’è totale stagnazione e progresso. Il vescovo ha diritto di trasferire un sacerdote da una chiesa all’altra e da una parrocchia all’altra senza alcuna spiegazione, il che succede non di rado anche con i chierici che hanno servito in un posto per decine di anni. Può essere che il parroco in qualche modo non vada bene, ma può essere anche semplicemente perché il ministero non sembri troppo facile. Le lamentele dei parrocchiani, che amano il loro prete [12] e tanto più i suoi interessi (famiglia, proprietà, ecc.) non vengono presi in considerazione. Il trasferimento in un’altra eparchia presso un altro feudatario è altresì impossibile nel caso che si sia ricevuto dal proprio il divieto di celebrare. Molto recentemente proprio tale disposizione, che abolisce il “giorno di san Giorgio” [13] ecclesiastico, è stata resa pubblica. Cosicché anche da noi si può osservare uno sviluppo: la servitù della gleba ecclesiastica si rafforza.

Nessun chierico osa già più andare a qualche seminario di studi o a qualche conferenza, condotti da organizzazioni laiche (anche su questioni filosofiche o teologiche) senza l’approvazione del vescovo. E un intervento o una qualsiasi pubblicazione senza l’esame preventivo e l’autorizzazione della censura dell’eparchia, chiamata adesso “settore informativo”, viene qualificato semplicemente come un peccato mortale. Non bisogna dimenticare neanche l’esecuzione di corvèe. Queste consistono nel periodico invio senza eccezioni di membri del clero ad iniziative dell’eparchia. Oggetto di esse divengono le sfilate per le strade con lunghi incontri nelle piazze centrali. Ufficialmente vengono chiamate processioni, tanto più che i chierici sono obbligati a portare con se insegne e icone. E’ difficile dire come possa apparire agli occhi di Dio una sfilata forzata di persone con le facce tristi e con un pensiero fisso: quando finirà tutto questo? Ebbene, se le corvèe episcopali sono ineludibili, sarebbe meglio inviare i preti a sabati dell’eparchia [13] per la pulizia del territorio: portare una trave è comunque più facile che lottare con il disgusto per l’incolpevole rito ortodosso della processione.

…Le catene della servitù della gleba non possono non estendersi anche all’ambito della teologia ortodossa. Questo sarebbe ancora poco male, se un censore o un geloso lottatore per la purezza dell’Ortodossia, sottomettendosi a una struttura religiosa parziale, trova davvero una congiura. Tuttavia non di rado nella lotta con l’eresia si vede un mezzo per ottenere meriti e fare un po’ di carriera. Ci sono precedenti di eccezioni fatte per certi “eretici” secondo le tecniche bolsceviche di lotta con l’opportunismo.

Nonostante gli appelli a congelare la teologia ortodossa fino allo zero assoluto della scala Kelvin dopo aver piantato un orto botanico dogmatico, c’è qualche piccolo movimento per ridare un senso ai cliché della scolastica. Alcuni pensieri dei protopope G. Florovskij [15], I. Mejendorf [16] e V.N. Losskij [17] talvolta vengono citati in un contesto positivo. Ma trovare il lavoro di V.V. Bolotov [18] “Tesi sul Filioque” non è molto più facile, che trovare “Arcipelago GULAG” in epoca brežneviana. Al contempo letteratura di colorito antisemita si può acquistare in molti magazzini ecclesiastici: talvolta i librai la propongono non per fini commerciali, ma per l’idea stessa. Nella coscienza sovietico-feudale di buona parte dell’ambito ecclesiastico, non di rado molto lontano da qualsiasi interesse teologico e tanto più filosofico, Bulgakov [19] e Florenskij [20] sono eretici, Men’ [21] è un giudeo-massone [22], un agente del sionismo mondiale, un occultista e un cattolico allo stesso tempo e perciò bisogna semplicemente bruciare i suoi libri. E li bruciano: chi al fuoco della propria struttura religiosa parziale, chi niente affatto simbolicamente...

...La paralisi che ha bloccato l’organismo della chiesa con le catene della servitù della gleba, non impedisce affatto il suo slancio verso la nomenklatura dello stato. Si vuole già riempire in qualche modo il vuoto ideologico che si è formato dopo il crollo del marxismo – e non solo gli uomini di stato, ma talvolta anche i rappresentanti della chiesa. Ma poiché non si ha sottomano niente di nuovo e di un po’ serio per questo scopo, e difficilmente lo si avrà, lo sguardo si volge involontariamente a un passato mal dimenticato, cioè all’ortodossia come uno degli anelli del paradigma russo del XIX secolo: “ortodossia – autocrazia – popolo [23]”.

Una cosa è l’ortodossia come ideologia, un’altra l’adempimento dei comandamenti cristiani a livello statale. Qui si esige la loro estensione anche nei confronti del proprio popolo: per esempio, nella sfera della repressione del crimine; e perfino su scala mondiale: per esempio, amare gli altrui popoli e stati come i propri. Ma a chi mai dei nostri politici verrà voglia di allargarsi così? Anche la nostra chiesa terrena difficilmente si deciderà a darsi da fare per questo: qui è tutt’altro che invocare la spada “ortodossa” contro gli infedeli. E perciò l’aperto ateismo del potere statale non è pericoloso come l’“ossequiente” trasformazione della Chiesa in un’ortodossia poliziesca di stato.

Così come quando si affievolisce la luce nel cuore dei cristiani, quando il sale ecclesiastico perde la sua forza [24] e vi interferiscono persone estranee alla chiesa, qui si può parlare di un generale e diffuso amore per il potere da parte dei membri della chiesa con la minuscola. Questo determina anche l’allontanamento dei componenti della chiesa in generale dalla retta via. Tanto maggiore è l’amore per il potere del vescovo in carica, quanto più fortemente è stimolato lo sviluppo di questa passione nei suoi chierici e più è indifferente al potere il capo, meno lo ama anche il clero della sua eparchia. Perché la chiesa con la minuscola non si trasformi nell’appendice ideologica dello stato o non si muti essa stessa in una macchina statale con un regime da caserma, ognuno dei suoi membri deve sradicare il proprio amore per il potere. Siamo chiamati a non inchinarsi al potere come a un idolo nel proprio cuore. Ma per fare questo è importante vedere le sue manifestazioni, senza chiamare bianco ciò che è nero. (...)

I sacerdoti delleparchia di N.


Dalla
redazione:

Pubblicando questo testo, ci prendiamo la responsabilità non solo di esso (insieme con i suoi autori), ma anche, chiaramente, per la sorte degli stessi autori. Da parte nostra faremo tutto per difenderli da possibili persecuzioni per aver espresso liberamente il proprio pensiero e dalle critiche da parte di chiunque.

19.09.2008, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/color36/05.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Diocesi della chiesa ortodossa.

[2] In russo l’espressione “privazione della libertà” è anche sinonimo di “carcerazione”.

[3] Più precisamente all’indirizzo: http://www.novayagazeta.ru/file/Doc/cerkov.pdf.

[4] “Rivista del Patriarcato di Mosca”.

[5] Il termine oficioz, utilizzato dall’autore, indica quegli organi di stampa che, pur non essendo gli organi ufficiali del potere, sostengono il punto di vista ufficiale.

[6] Cioè che, per usare un modo di dire italiano, non lava i panni sporchi in famiglia…

[7] Il corsivo è mio.

[8] I Romani d’Oriente.

[9] In realtà era il XV, Bisanzio cade nel 1453.

[10] Antico nome della Russia.

[11] La chiesa di Cristo Salvatore a Mosca fu distrutta negli anni ‘30 per ordine di Stalin ed è stata ricostruita negli anni ’90.

[12] Nell’originale batjuška, “padre”.

[13] Nell’antica Russia i servi della gleba potevano cambiare padrone il giorno di san Giorgio. L’usanza fu abolita alla fine del XVI secolo.

[14] Nell’originale si usa il termine subbotnik, che definisce i “sabati comunisti”, in cui si dovevano svolgere gratuitamente lavori di utilità sociale.

[15] Georgij Vasil’evič Florovskij, teologo e storico, emigrato dopo la Rivoluzione d’Ottobre.

[16] Ivan Feofilovič Mejendorf, figlio di emigrati russi, arciprete della chiesa ortodossa americana.

[17] Vladimir Nikolaevič Losskij, figlio di emigrati russi, filosofo e pensatore religioso.

[18] Vasilij Vasil’evič Bolotov, storico della chiesa.

[19] Sergej Nikolaevič Bulgakov, teologo e filosofo emigrato in Francia.

[20] Pavel Aleksandrovič Florenskij, teologo, filosofo e matematico fucilato in un lager del GULag.

[21] Aleksandr Vladimirovič Men’, teologo e storico di origine ebraica, ucciso in circostanze misteriose nel 1990.

[22] Nell’originale židomason, parola composta di žid (termine spregiativo per “ebreo”) e mason, “massone”.

[23] Nello slogan il terzo termine non era narod, “popolo”, ma narodnost’, “carattere nazionale-popolare”.

[24] Qui si cita il vangelo di Matteo, ma la traduzione italiana parla di “sapore”…

28 settembre 2008

26 settembre 2008

Dieci alla centesima

In questi giorni Google ha compiuto 10 anni e per l'occasione ha lanciato il Progetto 10^100, un concorso per idee destinate a cambiare il mondo o perlomeno ad essere finanziate con 10 milioni di dollari... Ma perché 10 alla 100a potenza? Perché questo numero è il googol ("Google" è un errore di trascrizione). Cioè 10.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.
000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.
000.000 (dieci miliardi di miliardi di milardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi)!

Symbolum '77



Timoria "Symbolum '77"

Russia: dalla "democrazia sovrana" alla "democrazia popolare"?

Scambiate le piattaforme

Il sistema politico è pronto a trasformarsi in una “democrazia popolare” multipartitica di tipo sovietico. Tutti i ruoli sono già stati assegnati

Ci sono segni che indicano che si preparano a riformare di nuovo il sistema multipartitico. Sorge una domanda ragionevole: perché? Infatti anche l’attuale non si inserisce organicamente nella circostante “struttura politica”?

C’è il partito del potere che ha la maggioranza costituzionale alla Duma di Stato [1], il quale, anche se non decide nulla, assicura in modo affidabile la rapida trasformazione in legge di qualsiasi iniziativa del governo. Ci sono anche altri partiti, rappresentati in parlamento, che, si capisce, a maggior ragione non decidono nulla e tutta la loro funzione consta nel dare un’immagine di pluralismo alle elezioni. Questa costruzione è del tutto funzionale: essa non impedisce in alcun modo al potere esecutivo di condurre la politica che desidera, ma al contempo crea l’illusione di rappresentare gli interessi del popolo. Ma nella nuova situazione politica questo, evidentemente, non basta già più.

Davanti all’acutizzarsi delle posizioni internazionali nei confronti del nostro paese e al formarsi intorno ad esso di un contesto avverso, è necessario il consolidamento di tutte le “forze sane” della società. Ma sul fatto che i partiti dell’opposizione parlamentare abbiano superato più di una volta con successo il test di “sanità” nessuno ha dubbi. Gli basta godere del ruolo di figuranti alle elezioni. Che dibattano pure con “Russia Unita” [2] – certo, non alle sedute della Duma. Che presentino proposte su questioni riguardanti l’attuale politica, ma di certo nell’ambito della linea ufficiale.
Anche per le forze sane extraparlamentari si prevedono varianti di integrazione nel sistema. Che confluiscano in partiti parlamentari di provata fiducia, come gli agrari, che hanno preso la decisione di fondersi con “Russia Unita”. Oppure si rafforzino su una base sana”, si capisce. Che quelli che appartengono alla minutaglia extraparlamentare, a cui queste varianti non stanno bene muoiano di morte naturale – di mancanza di fondi, di mancanza di accesso ai mezzi di informazione, del fatto che semplicemente non li ammetteranno alle elezioni.

Si capisce che i cambiamenti non possono non toccare anche il principale partito del paese. Non è certo per caso che fin dall’estate i leader di “Russia Unita” all’improvviso hanno cominciato a esprimersi all’unisono per la ripresa dei colloqui con gli oppositori politici. Che hanno perfino preso a lodare per la loro “maturità politica”. La partecipazione ai colloqui con i “fratelli minori” deve diventare per essa qualcosa di simile a un ruolo di guida esperta. Si tratta di portare avanti un animato scambio di opinioni, considerare le proposte costruttive, se ne giungono, ma certamente anche correggerle, se i “minori” non tirano dalla parte giusta.

Una tale trasformazione del sistema multipartitico richiede anche la correzione della sua composizione ideologica. In precedenza, quando ci si era posti il compito di indebolire l’influenza nella società di socialisti, liberali e nazionalisti di vario tipo, “Russia Unita” prese il ruolo di una sorta di supermarket ideologico, in cui c’era tutto – dall’imperialismo al liberalismo e al “laburismo”. Adesso che il corso è stabilito, una tale duplicità non si rende più necessaria. La base di questo corso è il rafforzamento della sovranità dell’ordine politico interno, che si basa sulle patrie tradizioni secolari dello Stato. Va da se che, a differenza degli anni ‘90, quando nel nostro paese ognuno era lasciato a se stesso, d’ora in poi lo stato si preoccuperà delle fasce socialmente deboli della popolazione. Perciò è logico che anche “Russia Unita” diverrà portatrice di una filosofia politica di conservatorismo sociale. Infatti da qualche tempo questa posizione, che ha causato discussioni tra i capi di “Russia Unita” e i loro sorveglianti al Cremlino, è stata accolta da tutti.
Che la restante merce ideologica se la prendano gli altri. Se per altre cause qualcosa restasse, per esempio il liberalismo, allora, forse, avrà senso tornare alla vecchia idea di creare un partito liberale “sano”, con la giusta comprensione della realtà circostante e pronto anche a trovare il proprio posto nell’ordine generale.

In breve, per riassumere, viene fuori un modello di multipartitismo che non è quello messicano né quello giapponese, di cui amano spesso ragionare i propagandisti ufficiali, ma il sistema, noto negli ex paesi socialisti dell’Europa dell’Est, della cosiddetta democrazia popolare. Nel centro c’è il partito, che ha il ruolo di guida e di indirizzo della società, intorno ad esso ci sono i piccoli partner-associati, che è “come se” rappresentassero gli altri gruppi politici e sociali presenti nella società. I partiti “dei contadini” e “piccoli proprietari terrieri”, i democratici cristiani e nazionalisti, i liberali, cioè tutte le forze sane degli allora paesi socialisti dell’Europa dell’Est. Ma copiando i noti modelli, non bisogna dimenticare com’è andata a finire. I “piccoli partner” sono cresciuti allontanandosi da chi li “guidava e indirizzava” non appena hanno capito che non era già più in grado di guidarli e indirizzarli. Allontanandosi dal nostro cresceranno ancora più in fretta, in quanto è ben noto a tutti che in realtà questo (a differenza di quello) non guida nulla e non indirizza nessuno, ma svolge solo il ruolo affidatogli.

Andrej Rjabov [3]
osservatore della “Novaja gazeta”

18.09.2008, “Novaja Gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/69/13.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Tutte le assemblee legislative si chiamano Duma in Russia.

[2] Il “partito del potere” di cui sopra.

[3] Andrej Vilenovič Rjabov, politologo russo.

24 settembre 2008

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Abbiamo il parlamento in tasca!

I deputati della Duma di Stato [1] hanno votato uniti per l’aumento dei propri stipendi

I deputati della Duma di Stato sono molto in ansia il problema per la loro situazione materiale e il loro comfort.

Le spese per la gestione del parlamento aumentano ogni anno, superando tra l’altro il tasso di inflazione. Stavolta, come si evince dal progetto di legge finanziaria per il 2009, che i deputati hanno ancora da votare, le spese per entrambi i rami del parlamento saliranno fino a 9 miliardi di rubli [2]. E’ il 20% in più di quest’anno.

In tal modo, ben presto i deputati della Duma di Stato aumenteranno lo stipendio del 19,8% a se stessi e ai propri collaboratori (l’anno scorso era stato proposto per il 2009 un aumento di solo il 15%). Adesso lo stipendio medio di un deputato, contando le indennità, assomma a 110000 rubli [3].

Per l’amministrazione della Duma le spese aumenteranno del 28,6% (ma era stato previsto solo il 12,7%). Peraltro, per esempio, diminuiscono le spese per la collaborazione internazionale. Di conseguenza nel 2010 le spese per il parlamento cresceranno ancora dell’11% e del 10% nel 2011.

Il vice direttore dell’amministrazione della Duma di Stato Jurij Šuvalov ha dichiarato alla stampa che la Duma da molto tempo non aumentava i propri finanziamenti e che adesso il governo, approvati i conti, è andato incontro ai deputati, in quanto il parlamento deve affrontare il passaggio alla tenuta elettronica dei documenti e in generale a un “nuovo livello di amministrazione”. E il direttore dell’amministrazione della Duma di Stato Aleksej Sigutkin ha comunicato ai giornalisti che i fondi saranno spesi anche per le sale di ricevimento dei deputati nelle regioni (per la fornitura di mezzi tecnici e mobilio). Con i soldi forniti ai deputati si cambieranno anche i computer e il mobilio degli appartamenti statali dei deputati, che adesso sono “semplicemente vergognosi”. Aumenterà, a suo dire, anche l’organico dell’amministrazione della Duma – di 50 persone.

La “Novaja gazeta” si è rivolta ai deputati chiedendo cosa manchi loro. Il neoeletto deputato comunista Vadim SOLOV’ËV [4] si è lamentato del fatto, che il deputato medio lavori “a un livello appena sufficiente – l’attrezzatura è vecchiotta”. Il deputato di lunga data di “Russia Unita” [5] Boris REZNIK ha dichiarato di non avere lamentele, ma comunque ha raccontato dettagliatamente “Il mobilio bielorusso nel mio ufficio non viene cambiato da nove anni, tutte le sedie vanno già in pezzi”. E la deputata di “Russia Giusta” [6] Oksana DMITRIEVA si è lagnata di non avere abbastanza collaboratori qualificati. Formalmente ogni parlamentare può avere cinque collaboratori, ma ognuno va pagato circa 15000 rubli [7] al mese. I soldi non bastano e gli tocca cercarne altri per il lavoro di analisi.

Fra l’altro, a quanto dicono i deputati medi, sollevare la questione dell’aumento dei fondi, per esempio per quegli stessi collaboratori non ha senso adesso: “Infatti i fondi vengono distribuiti attraverso l’amministrazione della Duma di Stato e direttamente al deputato può non arrivare niente. Che senso ha sollevare la questione dell’aumento dei finanziamenti, se l’amministrazione della Duma di Stato si mangerà comunque tutto?” – dice la deputata Dmitrieva.

Peraltro nei corridoi della Duma già si valuta il futuro aumento di stipendio. Nel frattempo i deputati indicano altri dirigenti: lo stipendio dei deputati, dicono, aumenta semplicemente perché aumenta lo stipendio dei ministri, infatti per legge il deputato è parificato a un ministro federale. E perciò l’aumento degli stipendi dei parlamentari è nell’ambito dell’indicizzazione degli stipendi dei dipendenti statali.

Nell’amministrazione del comitato della Duma per il budget alla domanda senza cerimonie sui soldi hanno dichiarato quasi con insoddisfazione alla “Novaja gazeta” che “l’aumento delle spese per i deputati segue le stesse normative che riguardano lo stipendio di tutti i dipendenti statali. E perfino per quanto riguarda il mobilio segue le stesse normative che riguardano ogni altro organo federale”.

Su questo, in generale, nessuno discute. E’ un’altra faccenda che al riguardo esistono due sistemi retributivi – uno per i funzionari statali e uno per gli altri dipendenti dello stato, che hanno molti problemi in più con gli aumenti di stipendio. “Questi sistemi si differenziano all’incirca del 100%, se si considerano le entrate lorde. Ma i dipendenti statali hanno molte complicazioni sotto forma di diversi versamenti. E di conseguenza la differenza diventa del в 6-700%!” – dice la deputata Oksana Dmitrieva.

Jana Serova

15.09.2008, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/68/16.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Tutte le assemblee legislative russe si chiamano Duma e perciò spesso si specifica “di Stato”.

[2] Oltre 247 milioni di euro.

[3] Oltre 3000 euro (lo stipendio medio russo è di circa 350 euro).

[4] Qui e altrove il rilievo grafico è dell’autrice.

[5] Partito che porta avanti la politica di Putin nelle assemblee legislative.

[6] Altro partito apertamente filo-putiniano.

[7] Oltre 400 euro.

Siete in tempo...

ROMA. MERCOLEDI' 24 SETTEMBRE
PRESENTAZIONE RAPPORTO 2008 DI NTC
ALLA LIBRERIA PONTE MILVIO
Oggii 24 settembre presso la “Libreria Rinascita 2000 Ponte Milvio”, a
Roma, si svolgerà la presentazione del Rapporto 2008 sulla pena di
mortenel mondo di Nessuno tocchi Caino, curato anche quest'anno da
Elisabetta Zamparutti ed edito da Reality Book.

Con inizio alle ore 18.00 e ad ingresso libero, la presentazione vedrà
gli interventi di:

Umberto Croppi, Assessore alla Cultura del Comune di Roma;
Marco Perina, Assessore alle Attività e servizi Culturali del XX
Municipio di Roma;
Sergio D'Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino;
Elisabetta Zamparutti, Tesoriera di Nessuno tocchi Caino.
Introdurrà Urbano Stride, Direttore della Libreria.

La “Libreria Rinascita 2000 Ponte Milvio” è situata al primo piano del
Centro Commerciale Ponte Milvio, in via Riano a Roma.

Siete tutti invitati a partecipare.

Il "meglio" delle chiavi di ricerca di agosto dell'altro mio blog

Stavo per dimenticarmene...


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aleksej borisovič miller
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i russi ce l'hanno piu' grosso?
: bella domanda...

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investire soldi nel gas:
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23 settembre 2008

Monetizzando e non solo...

Qualche tempo fa l'amico Valerio ha aperto un nuovo blog: Monetizzando. Com'è evidente, si rivolge a chi vuole far fruttare economicamente il proprio blog. Però non lesina buoni consigli sulle cognizioni tecniche necessarie ai blogger e in generale su come ottimizzare un blog dal punto di vista organizzativo e formale. Utili quindi anche per chi, come me, sembra perseguire "l'arte per l'arte" e non si prefigge di cambiare il mondo o fare quattrini con il proprio blog, ma solo di far sentire la propria voce. Come dico in questi casi, ci si può dare un'occhiata...

22 settembre 2008

Missili nel granturco

Guarda che granturco

La nostra corrispondente speciale ha replicato il percorso di un missile balistico dal Caucaso del nord alla Transcaucasia e ne ha trovato dei pezzi nel campo di un contadino

In seguito alla guerra di cinque giorni [1] e ad uno sciacallaggio massiccio alcune decine di migliaia di profughi georgiani hanno lasciato il territorio dell’Ossezia del Sud. Di fatto, in Ossezia del Sud hanno permesso di vivere ai georgiani solo nei villaggi lontani da Tskhinvali al confine amministrativo con la Georgia.

6 settembre. Noi – russi e osseti, giornalisti e attivisti per i diritti umani, – siamo partiti da Dzhavi in direzione del confine con la Georgia dell’ovest per cercare i georgiani rimasti.

La strada passava per la catena montuosa di Trialeti, che divide la Georgia dell’Ovest da quella dell’est. Lo spartiacque corre ad un’altitudine di due chilometri: dalla parte orientale della catena montuosa i fiumi scorrono verso il Mar Caspio, da quella occidentale verso il Mar Nero. Per la maggior parte della strada abbiamo osservato lavori di costruzione in piena attività per la posa in opera del gasdotto di un ramo del gasdotto Alagir-Dzuarikau-Tskhinvali [2] della lunghezza di 168 km. La costruzione della tubatura, considerata un oggetto strategico, viene difesa da soldati russi. Non da uomini delle forze di pace.

Per strade abbiamo attraversato una grande quantità di villaggi osseti in abbandono e quasi svuotati. Nel villaggio di Khemulta l’edificio a cinque piani della scuola è stato distrutto dal terribile terremoto del 1991 e si è coperto di erbacce.

Dopo essere scesi per una strada montana tortuosa e danneggiata nella gola di Lesegonskoe e aver attraversato un fiumiciattolo sconosciuto, ci siamo fermati presso un ponticello di blocchi di cemento armato distrutto da non molto tempo. Intorno cera una distesa di bossoli di armi automatiche. Il giorno 9 [3] le truppe georgiane erano giunte dalla Georgia dell’ovest e avevano attaccato Dzhava [4] da qui. Uomini di milizie irregolari hanno fatto saltare in aria il ponte e i georgiani sono tornati indietro. In seguito un bulldozer ha spianato le rive del fiume e attraverso un guado improvvisato ha potuto passare solo una delle nostre macchine – una Niva. La Volkswagen Golf è rimasta sulla riva.

Come abbiamo trovato il razzo

Dopo aver attraversato il fiumiciattolo, ci siamo addentrati nella gola e ben presto abbiamo visto Emzari Dekanoidze, abitante del villaggio a popolazione mista georgiano-osseta di Sinaguri. L’abbiamo fatto salire in macchina, rallegrandoci molto del primo georgiano incontrato. Ci siamo messi a fargli molte domande su come il suo villaggio ed egli in persona avessero vissuto la guerra di cinque giorni. “Nessuno ha sofferto, – ha risposto. – A parte il mio campo di granturco!” Due settimane fa ha scoperto là un missile enorme.

Emzari allarga le braccia, cercando di mostrare quanto è grande il missile. Al momento ridiamo, ma andiamo a vedere il missile. Il campo di granturco si trova proprio davanti a un posto di blocco delle forze di pace ossete. Ci accolgono: le persone bene, i cani male. Un cane morde ad una gamba il nostro autista.
Ma nel granturco giace davvero un grande missile senza la testata con le alette. Accanto c’è una buca profonda mezzo metro, nella quale – lo spiega Saša Čerkasov di “Memorial” [5] – si vede chiaramente il timone della parte mobile del razzo. Il numero di serie non è visibile, ma a rivoltare un peso del genere non proviamo neanche. L’esperto (ha lavorato molto in diverse guerre) Čerkasov è certo che questo è un missile tattico “terra-terra”. E’ il cosiddetto “Točka-U” [6], l’impiego del quale nel corso della guerra di cinque giorni è stato negato dal vice capo dello Stato Maggiore del Ministero della Difesa della Federazione Russa Anatolij Nogovicyn.

Čerkasov racconta che proprio con razzi del genere il 21 ottobre 1999 furono bombardati obbiettivi civili della città di Groznyj: il mercato centrale, l’unico reparto maternità funzionante in quel momento in città, l’ufficio postale centrale e la moschea della borgata di Kalinin. Allora missili con testate cariche di bombe a grappolo furono lanciati dal poligono “Tarskoe” della 58.a armata, che si trova nei dintorni di Vladikavakaz [7]. Morirono immediatamente 140 persone (tra cui 13 puerpere e 15 lattanti della maternità). Più di 200 persone rimasero ferite.

Cosa sia successo alla parte armata del “nostro” missile, che giace nel campo di granturco di Emzari, non si sa. La cosa più probabile è che sia esplosa sul territorio della Georgia dell’ovest, il cui confine è a solo sette chilometri da Sinaguri.

La cosa interessante è che con molte probabilità si può supporre da dove questo “Točka-U” sia stato lanciato. L’11 agosto, quando degli armamenti sono stati fatti passare attraverso il tunnel di Roki [8] della Transkam [9], Tat’jana Lokšina (Нuman Rights Watch) ha visto una rampa di lancio per missili sotto un’enorme copertura nel posto di blocco di confine di Nižnij Zaramag in Ossezia del Nord. (Attraverso il tunnel sono passati anche i nostri “Uragan” [10] – lanciarazzi, in confronto ai quali i “Grad” [11] sembrano giocattoli.) A un certo punto, in modo del tutto inaspettato da giù, dalla gola, dal lato sinistro della strada un missile si è alzato in una colonna di fiamme. Volava con un fischio prolungato e al contempo con un suono basso e indistinto, che procurava dolore fisico. Il missile si è alzato in alto e ha virato da qualche parte verso sud, oltre la catena montuosa, verso la Georgia. Alla domanda: “Cos’era?” – i soldati, che avevano sistemato la base di lancio rotta dell’“Uragan”, risposero alla Lokšina: “Un Točka-U”…

I militari mi hanno spiegato che proprio così (con un fischio e una vibrazione sonora a bassa frequenza) vola il “Točka-U”. E in generale questi missili sono destinati a colpire con precisione grandi obbiettivi.
Il corpo del nostro “Točka-U” ha colpito con precisione il granturco di un contadino. Dove sia caduta la testata potrà chiarirlo solo la Georgia. Emzari ha raccontato anche che ha subito chiamato in aiuto gli uomini delle forze di pace ossete. Questi hanno chiamato gli artificieri russi, infatti i nostri reparti del genio solcano l’Ossezia del Sud. Gli artificieri sono arrivati, hanno osservato il corpo del missile, hanno detto che i “resti” ferrosi non rappresentano un pericolo e se ne sono andati.

Emzari ci ha chiesto con lamenti di portar via con noi questo aggeggio. Ma portar via centinaia di chili di rottami di missile per una strada del genere è ben difficile senza l’aiuto degli “Ural” [12].

Abbiamo fotografato il missile da tutti gli scorci possibili. Gli uomini delle forze di pace ossete hanno chiesto che li fotografassimo a cavallo del “Točka-U”. Dopo siamo tornati a Dzhava. Emzari ci ha raccontato che i georgiani del posto convivono ottimamente con gli osseti. Certo, era politicamente corretto allestremo. D’altra parte, in questa gola dalla vegetazione lussureggiante, quasi subtropicale e dagli alti monti della guerra ricordano solo questo missile nel granturco e un ponte distrutto sul fiumiciattolo.

Testualmente

Di impiegare l’apparato missilistico operativo-tattico “Točka-U” nella zona del conflitto georgiano non c’è alcuna necessità, ha dichiarato il vice capo dello Stato Maggiore della Federazione Russa Anatolij Nogovicyn.

“Questo apparato fa parte dell’armamentario delle forze di terra della Federazione Russa, questo apparato non è nuovo, è stato fatto abbastanza proprio dalle nostre forze, viene utilizzato contro grandi obbiettivi e di trasportarlo là (nella zona del conflitto tra Georgia e Ossezia del Sud) non c’è alcuna necessità”, – ha dichiarato A. Nogovicyn durante una conferenza stampa tenuta a Mosca lunedì.

Elena Milašina

10.09.2008, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/67/00.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Si allude alla “guerra dei sei giorni”. Non so se l’espressione è già in voga…

[2] La città di Alagir e il villaggio di Dzuarikau si trovano nell’Ossezia del Nord, nel territorio della Federazione Russa.

[3] Agosto.

[4] Sic. Ed è scritto così anche in seguito…

[5] “Memoriale”, associazione nata per onorare la memoria delle vittime delle repressioni sovietiche e adesso molto attiva nella difesa dei diritti umani.

[6] “Punto-U”.

[7] Capitale dell’Ossezia del Nord.

[8] Tunnel tra l’Ossezia del Nord e l’Ossezia del Sud.

[9] TRANSKavkazskaja AvtoMagistral’ (Autostrada Transcaucasica).

[10] “Uragano”.

[11] “Grandine”, potenti lanciarazzi di fabbricazione sovietica.

[12] “Urali”, marca di camion.

21 settembre 2008

Vedremo davvero qualcosa del genere a Firenze?






Il progetto dei Della Valle per il nuovo stadio con annessi e connessi

Buon monocruico?

Oggi è il giorno di san Matteo Apostolo. E quindi è il mio... monocruico! O almeno così si dice nella lingua dell'universo parallelo del t9. Perché il t9 non solo scambia le parole, ma si inventa una vera e propria lingua, in cui non solo ci si augura "buon monocruico", ma ci si lancia insulti come vadenavlo, coglimod (variante dialettale taffaoc, coglimme)...

20 settembre 2008

"Si vis pacem, para bellum"? Secondo Putin sì...

Il mito delle forze di pace [1]

La lunga storia del ritiro e dell’uscita dell’esercito russo dal territorio georgiano mette in disparte la questione essenziale: qual è in realtà in questo momento lo status delle forze di pace, sul futuro dislocamento delle quali si fanno adesso tante discussioni?

Il presidente russo e il ministro degli Esteri dichiarano che sulla frontiera esterna della zona di sicurezza sarà dispiegato un contingente militare, consistente in tutto in non più di 500 uomini delle forze di pace e che i restanti reparti russi, che saranno inviati nella regione per appoggiare gli uomini delle forze di pace, saranno inviati nell’Ossezia del Sud. Contemporaneamente si dichiara che sul territorio del conflitto non ci saranno uomini delle forze di pace georgiane.

Fra l’altro negli accordi di Soči (o di Dagomys [2]) del 24 giugno 1992, siglati da Boris El’cin ed Eduard Shevardnadze, ai quali i rappresentanti russi rimandano continuamente come base del loro “mandato di pace”, si parla in primo luogo di “smilitarizzazione dell’area del conflitto ed esclusione della possibilità di inserimento delle forze armate della Federazione Russa nel conflitto”. E in seguito della creazione di strutture “aventi lo scopo di garantire il controllo sul cessate il fuoco, sul ritiro delle milizie, lo scioglimento delle forze di autodifesa [3] e il ristabilimento di un regime di sicurezza” da parte di una Commissione di controllo mista formata dalle parti coinvolte nel conflitto (Georgia, Russia, Ossezia del Sud).

Sotto l’egida della Commissione di controllo si dovevano creare forze miste per giungere a un accordo tra le parti, il ristabilimento della pace e la tutela dei diritti. Queste forze (cioè proprio gli uomini delle forze di pace) per decisione della Commissione di controllo mista dovevano essere costituite da militari georgiani, russi e osseti ed essere composte da 500 persone. Il 6 dicembre 1994 la Commissione di controllo mista stabilì la “Disposizione sui principi fondamentali dell’operato dei contingenti e degli osservatori militari addetti alla normalizzazione della situazione nella zona del conflitto georgiano-osseto”. Secondo queste disposizioni le SSPM [4] sarebbero state sottoposte al Comando militare unito, costituito da rappresentanti delle parti russa, georgiana e osseta (il comandante sarebbe stato stabilito dalla parte russa) e “la decisione sull’impiego di contingenti e di osservatori militari in caso di violazione delle condizioni del cessate il fuoco da parte di una delle parti [sarebbe stata] presa dal comandante delle SSPM allo scopo di ristabilire la pace e dopo averne informato il Comitato di controllo misto”. Fra l’altro “la prosecuzione e la conduzione di azioni di guerra contro elementi criminali oltre i confini della zona di conflitto [si sarebbe compiuta] con l’obbligo di informarne gli organi di potere e le forze dell’ordine locali”.

Difficilmente sarà necessario dilungarsi a spiegare che in questo momento con le azioni di entrambe le parti sono stati violati sia gli accordi di Dagomys sia le suindicate disposizioni del Comitato di controllo misto. Né il comando russo né quello georgiano hanno minimamente pensato di “informare” il Comitato di controllo misto dell’inizio delle operazioni militari e hanno utilizzato l’artiglieria proibita da convenzioni reciproche, i carri armati e l’aviazione. E anche dire che i militari russi “hanno informato” le autorità georgiane della loro uscita dai confini della zona di conflitto è del tutto ridicolo. Ebbene, anche il rifiuto della parte russa (e anche delle autorità della non riconosciuta Ossezia del Sud) di far entrare gli uomini delle forze di pace georgiane nelle SSPM cancella del tutto gli accordi di Soči, qualunque cosa dichiari oggi la Russia.

Questa è la prima, ma non l’ultima circostanza che mostra che l’attuale “mandato di pace” dell’esercito russo in Georgia non è nulla più di un mito.

La seconda circostanza consiste nel fatto che sia per il “rafforzamento” del contingente di pace russo in Ossezia del Sud, sia per ciò che il Cremlino ha chiamato “costrizione alla pace” è necessario adempiere le norme della legge federale del 23 giugno 1995 n. 93-FЗ “Sulle regole per la fornitura da parte della Federazione Russa di personale militare e civile per la partecipazione ad azioni per il mantenimento o il ristabilimento della pace e della sicurezza internazionali”.

Secondo questa legge la decisione di inviare formazioni militari russe oltre i confini del territorio della Federazione Russa per prendere parte ad azioni di pace spetta al presidente sulla base delle disposizioni inerenti del Consiglio della Federazione [5] (il che è del tutto logico, visto l’articolo 102 della Costituzione della Federazione Russa, che stabilisce le condizioni per l’impiego dell’esercito russo oltre i confini del paese). Per quanto riguarda la “costrizione alla pace”, simili azione secondo la legge suindicata possono essere condotte solo “sulla base di decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, prese in accordo con lo Statuto dell’ONU per la rimozione delle minacce alla pace, la violazione della pace e gli atti di aggressione”.

Ci sono precedenti di applicazione di questa legge nella pratica politica russa – infatti, il 25 giugno 1999 il Consiglio della Federazione dette il suo consenso all’“impiego fino al 10 giugno 2000 di formazioni militari delle forze armate della Federazione Russa per un numero totale di 3616 persone nella forza internazionale di sicurezza nel Kosovo”. Nel caso “georgiano” il fatto non è che non si è adempiuta questa legge – non la si è neanche ricordata. Così come si è fatto con larticolo 102 della Costituzione.

Certo, è difficile dubitare che il Consiglio della Federazione nel suo aspetto attuale voti in favore di qualsiasi proposta del presidente sull’impiego dell’esercito russo, ma non hanno neanche riunito. Hanno taciuto anche gli stessi membri del Consiglio della Federazione, i deputati della Duma [6] e la Procura generale, obbligata, parrebbe, a badare alla legalità. Ma non si trattava di qualcosa di inoffensivo – si trattava dell’invio in guerra di soldati e ufficiali russi.

Boris Višnevskij [7]
osservatore della “Novaja gazeta”

25.08.2008, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/62/08.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Il titolo originale c’è un gioco di parole assolutamente intraducibile. In luogo di mirotvorčeskie sily (“forze di pace”, letteralmente “forze creatrici di pace”) viene usate l’espressione mifotvorčeskie sily (“forze creatrici di miti”).

[2] In genere vengono chiamati “accordi di Dagomys”, dal nome del quartiere di Soči in cui furono siglati.

[3] Cioè delle milizie irregolari costituitesi sul territorio allo scopo di difenderlo.

[4] Smešannye Sily po Podderžaniju Mira (Forze Miste per il Mantenimento della Pace).

[5] La “camera alta” del parlamento russo, formata dai rappresentanti dei principali soggetti della Federazione Russa (governatorati, repubbliche autonome, ecc.).

[6] La “camera bassa” (elettiva) del parlamento russo.

[7] Boris Lazarevič Višnevskij, giornalista e membro del partito “Jabloko” (Mela) di orientamento liberale.

18 settembre 2008

Come risponde Carrefour?

Ecco la risposta di Carrefour alla lettera di Barbara:


Buongiorno.

Il Gruppo Carrefour Italia è profondamente sorpreso e sinceramente dispiaciuto dell’accaduto riferito dalla Signora, fatto che non rientra assolutamente nelle nostre filosofie e nei comportamenti dei nostri collaboratori.

Non possiamo che confermare che il nostro costante impegno è rivolto alla soddisfazione dei nostri Clienti, al totale rispetto delle loro esigenze ed aspettative, dai più piccoli ai più grandi. L’etica è alla base della nostra attività e condizione imprescindibile del comportamento dei nostri collaboratori.

Il tour Disney Cars, realizzato presso il Carrefour di Assago e programmato in altri ipermercati della nostra rete che ne fanno da cornice, rientra pienamente in questo nostro impegno: abbiamo voluto offrire ai bambini ed alle loro famiglie un momento di divertimento.

Affinché i piccoli frequentatori degli ipermercati potessero vivere per un attimo dentro la “favola”, l’organizzazione è stata curata nei minimi dettagli, anche attraverso l’ausilio di società esterne. Tutte le persone coinvolte sono state adeguatamente selezionate ed informate circa la filosofia aziendale ed i comportamenti necessari.

Abbiamo preso contatto con la Signora con la volontà di approfondire l’accaduto affinché ogni responsabilità accertata venga punita con il massimo rigore.

Ci auguriamo peraltro che un singolo sfortunato episodio non pregiudichi il rapporto di fiducia che siamo riusciti a costruire con le migliaia di Clienti che ogni giorno frequentano i nostri punti di vendita e che ci scelgono anche per i valori che contraddistinguono la nostra insegna.

Molti cordiali saluti

Gruppo Carrefour Italia

16 settembre 2008

Richard Wright


Richard William Wright
(Londra, 28 luglio 194315 settembre 2008) è stato un tastierista britannico, noto per la sua militanza nel gruppo inglese Pink Floyd.

Nato in una famiglia benestante nel quartiere di Hatch End a Londra, appena adolescente entra al London College of Music, e lì ha il suo primo impatto con la musica. Abbandona le lezioni di pianoforte dopo appena due settimane. In seguito si iscrive al politecnico di Regent Street alla facoltà di architettura. Qui conosce Roger Waters e Nick Mason, ma ben presto abbandona gli studi per seguire la sua passione per la musica. Nel 1965 i tre, insieme a Syd Barrett, fondano i Pink Floyd.

Dopo l'uscita di Syd Barrett, Wright diventa il compositore melodico del gruppo. La somiglianza della sua voce con quella del chitarrista subentrato a Barrett, David Gilmour, viene sfruttata per creare in alcune canzoni effetti particolari.

Benché non prolifico quanto i suoi compagni Waters e Gilmour, Wright ha contribuito in modo decisivo ai brani di ampio respiro e di toni epici, quali A Saucerful of Secrets, Echoes, e Shine on You Crazy Diamond. I suoi pezzi di maggior successo commerciale sono due canzoni dell'album Dark Side of the Moon (1973): The Great Gig in the Sky e Us and Them, ma anche Keep talking tratta da The Division bell (1994).

Da ricordare tra le sue composizioni sono certamente anche Sysyphus dell'album Ummagumma (1969) e Summer ‘68 dell'album Atom Heart Mother (1970).

L'album dei Pink Floyd in cui è maggiore il suo contributo è senz'altro Wish you were here. Non c'è praticamente uno spazio in quest'album dove non ci sia, di sottofondo, il tappeto musicale di Wright. Suo è inoltre il brano musicale — in cui ricorre a tre sintetizzatore suonati contemporaneamente — che termina l'album, suonato da solo senza la partecipazione degli altri tre.

In seguito ad alcuni problemi personali legati alla propria vita privata (divorzio), e probabilmente anche a un eccessivo uso di cocaina (peraltro sempre smentiti dall'interessato), Wright viene espulso da Roger Waters durante la registrazione di The Wall (1979). Continua a suonare nei successivi concerti del 1980 e del 1981 che promuovono l'album, ma solo come musicista stipendiato anche se bisogna sottolineare che in ogni caso nei saluti finali era sempre presente assieme agli altri Floyd. Ironicamente, Wright fu l'unico a guadagnare economicamente dai concerti, dato che i costi — così come la sua paga — dovettero essere pagati dagli altri membri del gruppo.

L'album successivo, The Final Cut (1983), è l'unico a cui Rick Wright, ormai definitivamente allontanato dal gruppo, non contribuisce. Nonostante questo, lui e il batterista Nick Mason sono i soli componenti del gruppo ad aver suonato in ogni concerto dei Pink Floyd, posto che The Final Cut non ebbe alcun tour promozionale.

Nel 1984 forma un gruppo con Dave Harris, gli Zee. Dopo aver firmato un contratto con la Atlantic Records, gli Zee pubblicano il loro primo e unico album, Identity.

A seguito del completo insuccesso dell'album, Wright, assente dal gruppo sin dai concerti di The Wall del 1980-81, fu chiamato da Gilmour per dare una mano durante le session conclusive di A momentary lapse of reason (1987) (Waters ha ormai lasciato il gruppo da quattro anni), collaborando in alcuni brani dell'album. È reintegrato a pieno titolo come membro del gruppo con l'album Delicate Sound of Thunder (1988), un doppio che seleziona tra il materiale registrato durante concerti della tournée seguente all'album.

Nell'album successivo, Division Bell (1994), scrive cinque canzoni e canta Wearing the Inside Out, certificando la sua personale rinascita artistica a livelli eccelsi.

Incoraggiato dal decisivo contributo fornito a The Division Bell, nel 1996 Wright pubblica il suo secondo album da solista, Broken China, in cui tra gli ospiti appaiono talenti come Sinead O'Connor, Pino Palladino e Tim Renwick. L'album non ha successo commerciale ma nel tempo è stato davvero rivalutato, tanto che un brano di quest'album è stato inserito nella scaletta dei pochi concerti di Gilmour del 2001-2002.

Nel 2006 Wright ritorna nello studio di registrazione con Gilmour per collaborare al terzo album da solista di quest'ultimo, On an Island suonando in due brani. L'album avrà un successo di critica e commerciale davvero clamoroso e raggiugerà il n.1 in molti paesi come l'Italia ed il Regno Unito. Al successivo tour di David Gilmour, Wright ha partecipato in qualità di membro stabile dando fondo a tutto il suo repertorio tastieristico e contribuendo anche in termini di prestazioni vocali, illuminando con la sua sensibilità la scena. Anche il tour ha avuto un grande successo in tutte le date. Testimone dell'esperienza e della levatura musicale di Wright ne è il DVD del tour pubblicato in italia il 14 settembre 2007.

Da un punto di vista strumentale Richard Wright nel corso della storia dei Pink Floyd ha costruito il "muro sonoro" oltre il quale si stagliavano gli epici assoli di Gilmour. Di estrazione jazzistica, è riuscito ad evolversi sino ad entrare in ambiente psichedelico con naturalezza ed una sensibilità davvero impareggiabili.

I suoi momenti più alti possono essere considerati per intero i primi due album del gruppo, il riff ripetuto all'organo di Atom Heart Mother, i sintetizzatori carichi di effetti di Any colour you like, insieme a quelli quasi ossessivi di Welcome to the machine e di Dogs, l'intro di Sheep, il giro di Hammond in Pigs (Three Different Ones) e la parte tastieristica dell'album The Division Bell. I suoi capolavori indiscussi, anche a livello compositivo, rimangono senz'altro il muro sonoro e l'intro di Echoes, l'intera parte sonora di The Great Gig In The Sky, il piano di Us and Them, i sintetizzatori di Shine On You Crazy Diamond.

Come cantante dei Pink Floyd ha sempre fornito un supporto sporadico ma di spessore, spesso come canto di accordo. Le sue migliori performance canore sicuramente sono ravvisabili nei brani Echoes, Time, Burning Bridges, e Wearing the Inside Out. Notevole anche la sua prestazione vocale nella versione live di Arnold Layne, primo singolo dei Floyd, riproposto nel 2006 da David Gilmour nell'On an island tour.

Richard Wright muore improvvisamente il 15 settembre 2008, dopo una breve lotta contro un cancro.[1]


Fonte: Wikipedia


A livello personale, ricordo le sue grandi performance nei concerti dei Pink Floyd a Modena nel 1994 e di David Gilmour a Firenze nel 2006. Richard Wright, l'anima del leggendario sound dei Pink Floyd, un grande musicista, anche se sempre in ombra. Che tu possa essere nella Pace, Rick.

E infine un contributo visivo e sonoro: "Summer '68" dei Pink Floyd, composta dal solo Richard Wright (non ricorda qualcosa questo pezzo?).

Intanto, nella Cecenia "normalizzata" di Ramzan Kadyrov...

Chi ha sparato a Ramzan Kadyrov


Un attentato di cui è proibito parlare

La scorsa settimana le agenzie di stampa “Regnum” [1] e “Kavkazskij uzel” [2] hanno parlato di un attentato a Ramzan Kadyrov. Le autorità cecene hanno subito smentito categoricamente la clamorosa notizia. L’addetto stampa del presidente della Cecenia Lema Gudaev ha dichiarato che quando ci sarebbe stato il presunto attentato Kadyrov era a Jaroslavl’ [3] alla partita del Terek [4]. E lo stesso Ramzan Kadyrov si è espresso ancor più duramente: “Queste fantasie provocatorie sono generate dagli ideologi degli estremisti e dai loro reggicoda”, – il che, tradotto dal ceceno, significa: lasciate perdere, risolviamo la faccenda da soli.

In mancanza di informazioni verificate le voci sull’attentato, come succede di solito in Cecenia, si sono moltiplicate. E Kadyrov non potrà smentire nulla, perché non confermerà nulla. Alcuni hanno detto che a Kadyrov hanno attentato in casa giovedì. Altri che questo è successo allo stadio a Gudermes [5] lunedì. Il sito “Kavkazcentr” [6], si capisce, ha unito le versioni e ha dichiarato che ci sono stati due falliti attentati a Kadyrov. Dopo qualche tempo erano già diventati tre e, evidentemente, in un prossimo futuro sulle pagine di “Kavkazcentr” gli attentati a Kadyrov si compiranno quasi ogni giorno.

МК” [7] ha deciso di non distaccarsi dal “Kavakazcentr” e ha pubblicato una storia veramente terrificante su come a Kadyrov abbiano portato un messaggio da parte del “capo dei militanti” Doku Umarov [8]. Nel messaggio sarebbe stato scritto che Kadyrov non avrebbe potuto sentirsi al sicuro neanche a casa sua e che avrebbe avuto conferma di questo se fosse andato al bagno, dove avrebbe trovato due proiettili nel posto indicato da Doku. Kadyrov sarebbe andato in bagno, avrebbe trovato i proiettili, sarebbe tornato, avrebbe messo in riga le proprie guardie del corpo e avrebbe preso ad insultarli in modo tale che uno di loro non avrebbe retto e avrebbe fatto fuoco. Questa storia ha tutti gli elementi necessari agli uomini delle forze armate che odiano Kadyrov: essa mostra che Kadyrov non controlla né la Cecenia né se stesso… C’è solo un piccolo difetto: è difficile pensare una “versione” del genere…

Cos’è successo veramente? E’ molto difficile dirlo, perché tutti quelli che sanno la verità tacciono; ma già il loro silenzio testimonia, come Kadyrov controlli bene la Cecenia e quanta più paura ispiri rispetto agli uomini delle forze federali. Tuttavia questa è la Cecenia; in Cecenia la gente non sparisce senza che nessuno lo noti – non succede che in Cecenia uccidano qualcuno e questo non si sappia. Non è Novogireevo [9], sapete.

E’ probabile che quello che è avvenuto non sia comunque un attentato, ma piuttosto una banalità. Bisogna ricordare che in Cecenia ci sono usanze tali che portare una Stečkin [10] in presenza di Kadyrov è un privilegio inalienabile delle persone a lui più vicine. E’ un po’ come era per un cortigiano portare la spada in presenza del re di Francia. Secondo le informazioni più verosimili Kadyrov stava parlando su toni alti con il nipote di un uomo delle forze armate tra i più vicini a lui. Se avesse mandato a quel paese un generale russo, questi sarebbe andato all’indirizzo indicato. Ma Kadyrov ci ha mandato un giovane ceceno ed è cominciata una sparatoria. In questa situazione lo zio ha fatto scudo a Kadyrov con il suo corpo per difenderlo dal nipote.

Alcuni affermano perfino che Kadyrov sia rimasto ferito, si vede, dicono, che zoppica leggermente e che ha una spalla troppo immobile. Allora il viaggio a Jaroslavl’ per la partita del Terek è stata come la comparsa del primo console Bonaparte all’opera di Parigi subito dopo l’esplosione della “macchina infernale” [11]: un’evidente dimostrazione di spavalderia. E’ comprensibile anche perché sulle voci sull’attentato sia stato posto un divieto severissimo – questa storia fa parte in tutto della serie di Druon sui re maledetti [12]. Non solo agli uomini delle forze federali, ma anche a quelli dei villaggi vicini chiedono di non immischiarsi: l’“indagine” è già conclusa, la condanna emessa ed eseguita.

Tuttavia, a ben vedere, la sparatoria è stata utilizzata anche per fare una purga nella cerchia più vicina al presidente Kadyrov. I testimoni affermano che il 20 luglio a Centoroj [13] dalla cosiddetta base Brat [14] al margine occidentale del villaggio si sentivano grida di persone che venivano torturate. A ben vedere, erano figli e parenti di alti funzionari della repubblica. Tra questi si fanno i nomi del figlio di uno dei grandi funzionari agrari, del fratello del capo di uno dei ROVD [15] provinciali con i suoi due figli e di altre persone, i cognomi delle quali sono noti alla redazione, ma fare i quali sarebbe scorretto.

Diverse fonti riportano un numero di giustiziati pari a 6 e oltre, ma qui bisogna considerare che le voci, sia per ignoranza sia per cattiva disposizione sono le più atroci, ma la realtà in Cecenia a volte è più atroce delle voci. In ogni caso pare che non si tratti solo di un giovane ceceno impaziente.

La Cecenia si è scontrata con il problema più terribile – il problema dell’età.

Prendete un ceceno sui 40 anni. Ha combattuto o ha visto la guerra. Ha visto gli uomini delle forze federali legare suo padre a un BTR [16], uccidere e ricattare durante le “operazioni di pulizia” [17], ha visto il cadavere di sua moglie… Tuttavia ha visto anche altro – la totale anarchia come nel ‘97, guardie che ogni cento metri rapinavano i passanti in nome di Allah, teste tagliate in prima serata in televisione, il raid di Basaev in Daghestan [18], che era, essenzialmente, il tradimento del proprio popolo e il tentativo di far tornare la Cecenia in stato di guerra, perché per Basaev la guerra era meglio della pace. Una persona così ha visto troppo per credere a qualcuno. Gli si può spiegare che Kadyrov ha fatto in modo che in Cecenia ci fossero i soldi russi e non i carri armati russi, – ma che vogliono i militanti: che di nuovo scompaiano i soldi e di nuovo tornino i carri armati? E’ difficile che sia contento che Kadyrov abbia tolto la libertà alla Cecenia, ma è costretto, anche se con una stretta al cuore, a riconoscere, che ha ridato alla Cecenia la vita.

Ma prendete un ragazzo sui 15 anni – l’età in cui, secondo l’adat [19] un ragazzo è ritenuto maggiorenne. E’ cresciuto in un tempo in cui non c’era scuola e la risposta alla domanda: “Chi prendere a modello?” era univoca: “Basaev”. Questo ragazzo odia i russi per il sangue e la sporcizia, vuole uccidere il “suo” sbirro e morire per Allah. A 15 anni è impossibile spiegargli, che la strada della canna del fucile automatico non porta in paradiso, che porta ad un mucchio di merda [20] in mezzo a un mare di sangue. E la cosa più terribile è che se si potesse spiegare questo a un ragazzo di 15 anni, questo ragazzo diventerebbe uno straccio e non un uomo.

Uccidere questi adolescenti significa uccidere la futura elite della nazione. Risparmiarli significa aumentare il numero di militanti. E’ un circolo vizioso, che Kadyrov adesso cerca di spezzare con metodi oltremodo duri. Propongono ai genitori di togliere i loro figli dai boschi e introducono il principio della responsabilità collettiva, motivando con il fatto che in Cecenia il padre sa sempre dove fugge il figlio. Da qualche tempo hanno iniziato a bruciare le case.

Non molto tempo fa, durante uno di questi incontri nel ROVD del quartiere Staropromyslovskij [21], i parenti di Aslan Chasbulatov, fuggito tra i monti, sono insorti dicendo che misure profilattiche del genere sono illegali. I poliziotti gli hanno risposto che vivono secondo le regole dell’adat. Questo è il dilemma dell’attuale Cecenia: i militanti vogliono vivere secondo la sharia, nel ROVD del quartiere Staropromyslovskij vivono secondo le regole dell’adat, alla legge russa che si incarna nel tribunale Basmannyj [22] e del capitano Ul’man [23] chiedono di non preoccuparsi.

Julija Latynina [24]
osservatrice della “Novaja gazeta”

07.08.2008, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/57/12.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Agenzia di stampa russa.

[2] “Nodo caucasico”, giornale elettronico che fa capo all’associazione Memorial (Memoriale), nata per difendere la memoria delle vittime delle repressioni sovietiche e tuttora attiva nella difesa dei diritti umani nella Russia putiniana.

[3] Città della Russia centro-settentrionale.

[4] Squadra calcistica di Groznyj, di proprietà di Ramzan Kadyrov e da questi sostenuta anche come immagine della “normalizzazione” della Cecenia.

[5] Città della Cecenia nei pressi della capitale Groznyj.

[6] “Caucaso-centro”, sito degli indipendentisti ceceni.

[7] Moskovskij Komsomolec (“Il membro del Komsomol di Mosca”), un tempo organo della sezione moscovita del Komsomol, l’organizzazione giovanile comunista, adesso giornale noto per i suoi toni forti, quasi scandalistici.

[8] Ultimo presidente dell’autoproclamata repubblica indipendente di Cecenia, in seguito rinnegato dall’ala politica del movimento indipendentista per essersi proclamato “emiro del Caucaso”.

[9] Quartiere periferico di Mosca, città in cui Kadyrov regola i propri conti senza alcun problema…

[10] Tipo di pistola russa.

[11] L’ordigno che avrebbe dovuto ucciderlo il 24 dicembre 1800 e che invece uccise molti passanti innocenti.

[12] “I re maledetti” è una saga dello scrittore e politico francese Maurice Druon sugli intrighi alla corte di Francia.

[13] Villaggio natale e quartier generale di Kadyrov.

[14] “Fratello”.

[15] Rajonnyj Otdel Vnutrennich Del (Sezione Provinciale degli Affari Interni), cioè la sede provinciale della polizia.

[16] Mezzo blindato russo.

[17] Le začistki (letteralmente “ripuliture”) sono operazioni di rastrellamento durante le quali moltissime persone sono sparite per sempre e altre hanno dovuto pagare per non essere uccisi o maltrattati.

[18] L’attacco di Basaev con i suoi uomini contro il Daghestan nel 1999 per costituire un grande stato islamico caucasico e che fu uno dei motivi scatenanti della “seconda guerra cecena”.

[19] L’insieme delle consuetudini che regolano la vita dei ceceni (il corsivo è mio).

[20] Sic.

[21] Quartiere di Groznyj.

[22] Il tribunale del quartiere Basmannyj di Mosca, dove sono stati celebrati processi come quello al petroliere Chodorkovskij è diventato l’emblema di una giustizia al servizio del potere politico.

[23] Il capitano Ul’man, responsabile di una strage di civili ceceni, fu scarcerato durante il processo contro di lui e fuggì prima della sentenza.

[24] Importante giornalista e scrittrice russa.