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28 novembre 2013

Come risponde la Russia di Putin alla richiesta di elezioni regolari

"Novaja gazeta", 27-11-2013, 01.38.00
Potete appellarvi!

Ma solo nel vostro seggio

Il governo russo ha deciso di eseguire la sentenza di aprile della Corte Costituzionale – ha presentato alla Duma di Stato un disegno di legge che da agli elettori il diritto di appellarsi contro gli esiti delle elezioni.


Fino alla sentenza della Corte Costituzionale i tribunali di tutti i livelli si rifiutavano di accogliere le denunce dei cittadini, ritenendo che i loro diritti elettorali terminassero nell'urna per le elezioni: inserivano la scheda e arrivederci, tutto il resto non è già più affare vostro. I brogli "non violano" personalmente i vostri diritti elettorali. Sostenevano questa posizione (tra l'altro alle sedute della Corte Costituzionale) il presidente, il parlamento, la procura, i tribunali e, alla fine, le commissioni elettorali – dichiarando che, dice, merita permettere ai cittadini di appellarsi contro i brogli, così i tribunali si occuperanno solo di questo.

La Corte Costituzionale, tuttavia, ha occupato un'altra posizione, avendo dichiarato che le violazioni delle richieste della legislazione elettorale commesse nel conteggio dei voti portano con se "la deformazione degli esiti delle elezioni, cosa che mette in dubbio la legittimità degli organi di potere e i principi della democrazia". E di per se "toccano l'interesse costituzionale di ogni elettore, indipendentemente dall'espressione concreta della sua volontà".

Sembrerebbe che tutto fosse notevole – ma nella sentenza della Corte Costituzionale sono contenute posizioni che sminuiscono essenzialmente il suo significato. I cittadini possono contestare gli esiti delle elezioni solo nel seggio dove questi stessi hanno votato e gli osservatori non possono fare denunce in tribunale a nome di un candidato o di un partito che rappresentavano al seggio elettorale: tale diritto è dato solo al partito stesso o al candidato.


Con la sentenza della Corte Costituzionale alla Duma di Stato è stato prescritto di "precisare le condizioni per l'appello contro le azioni delle commissioni elettorali nel conteggio dei voti e nel bilancio dei risultati delle elezioni" – cosa che adesso fa.

Nella legge federale sulle garanzie fondamentali dei diritti elettorali si propone di inserire il diritto degli elettori e dei partecipanti ai referendum di "rivolgersi al tribunale con denunce su decisioni e azioni (omissioni) della commissione di un seggio legate all'accertamento dei risultati in quel seggio elettorale o seggio di referendum in cui hanno preso parte alle elezioni o al referendum". Di conseguenza ai tribunali, sulla base di queste denunce, è attribuito il diritto di abrogare le decisioni delle commissioni di seggio sui risultati delle votazioni, se le violazioni commesse "non permettono di determinare in modo affidabile i risultati dell'espressione della volontà degli elettori" o di stabilire il nuovo conteggio dei voti.

E' chiaro che la legge sarà approvata senza particolari discussioni (tanto più che la Corte Costituzionale di fatto ha già deciso tutto). Proveremo ad analizzare le conseguenze.

Che gli elettori ottengano la possibilità di contestare gli esiti di una votazione è un "più" indubbio. Ma proprio della VOTAZIONE che si svolge in un seggio concreto. Ma non degli esiti delle ELEZIONI che sono formati dagli esiti delle votazioni in molti seggi. Il cittadino può contestare (e in caso di successo abrogare) gli esiti della votazione nel proprio seggio, ma perché siano abrogati i risultati delle elezioni, di tali seggi si deve raccogliere non meno di un quarto del numero complessivo.
Per dirla altrimenti, è realistico abrogare gli esiti delle elezioni municipali, dove i seggi sono pochi – per questo si richiede un numero relativamente piccolo di querelanti. Per l'abrogazione delle elezioni regionali, per esempio a Pietroburgo, dove ci sono più di 1800 seggi elettorali, si richiede di presentare (e vincere) già più di 450 istanze – il che, diremo direttamente, non è troppo realistico. E abrogare con questo mezzo i risultati delle elezioni della Duma o di quelle presidenziali (circa 100 mila seggi elettorali) è del tutto fantascientifico. Inoltre il querelante deve anche dimostrare di aver preso parte alle votazioni, il che richiede l'apertura dei sacchi sigillati con la documentazione elettorale e il controllo dell'ente di emissione delle schede.
In secondo luogo, com'è noto, negli ultimi tempi il maggior numero di brogli non avviene affatto nelle commissioni di seggio, ma in quelle territoriali – dove, senza ingegnarsi astutamente, riscrivono i protocolli dei seggi. Tra l'altro il disegno di legge governativo non da la possibilità di contestare una decisione di una TIK [1].

In terzo luogo, l'abrogazione dei risultati delle votazioni in un seggio o in qualche seggio può essere del tutto utilizzata dalle autorità ai propri scopi e portare a conseguenze opposte a quelle a cui aspirano i sostenitori delle elezioni oneste. E cioè: trovando i corrispondenti querelanti, che scriveranno denunce, il potere può ottenere non abrogazioni, ma CAMBIAMENTI degli esiti delle elezioni nel senso per loro necessario. Infatti talvolta è sufficiente abrogare gli esiti delle votazioni in alcuni seggi dov'è al comando l'opposizione per ottenere un serio cambiamento degli esiti delle elezioni.

Tra l'altro non si può dubitare: i tribunali riterranno fondate queste denunce! Subito le accoglieranno, terranno conto delle prove delle violazioni e convocheranno i testimoni necessari. Cioè si comporteranno in modo diametralmente opposto a come avviene di solito quando l'opposizione denuncia violazioni.

In generale, se le elezioni diventeranno più oneste dopo l'approvazione del disegno di legge è una grossa domanda. Ma se diventeranno solo un po' più oneste, vorrà dire che da questo verrà qualche utilità.

Autore: Boris Višnevskij


Indirizzo della pagina: http://www.novayagazeta.ru/politics/61158.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)


[1] Territorial'naja Izbiratel'naja Komissija (Commissione Elettorale Territoriale).




14 novembre 2013

Il regime di Putin è morto perché non sa creare eroi?

"Novaja gazeta", 13-11-2013, 01.47.00
Il torbido eroe del nostro tempo [1]

Chi è diventato un campione nella vita e nella letteratura?

Per prima cosa un po' di storia. Nel maggio 1862 a Pietroburgo scoppiano mostruosi incendi. Sembra che tutta la città sia presa dal fuoco: bruciano le parti Moskovskaja e Jamskaja [2], brucia la Malaja e la Bol'šaja Ochta [3], in via Sadovaja [4] arde per tutta la sua lunghezza l'Apraksin Dvor [5]. Non si riesce comunque ad appurare la causa degli incendi. Si avanzano diverse versioni: incendiano i polacchi, gli studenti, i nichilisti, gli elementi criminali.

Tuttavia non si tratta di questo.

In quei giorni orribili l'ancora relativamente giovani Fëdor Michajlovič Dostoevskij corre attraverso il fumo in via Bol'šaja Moskovskaja [6], dove abita N.G. Černyševskij [7], irrompe nel suo appartamento e, secondo le memorie, grida letteralmente: "Nikolaj Gavrilovič! Per il Signore stesso! Ordini di fermare gli incendi!.."

Tra l'altro N.G. Černyševskij non ha alcuna carica amministrativa, questi, si capisce, non ha alcuna influenza ufficiale, nella gerarchia dei ranghi dell'Impero Russo in generale non è nessuno, ma, secondo Dostoevskij (rappresentante dell'intellighenzia della capitale), ha una tale autorità reale che gli basta solo dire una parola e gli incendi si spegneranno il giorno dopo.

Come chiamare una persona simile?

Come determinare il suo posto nella scala sociale, se con tutta l'enorme autorità non ha effettivamente alcuna posizione ufficiale.

La definizione ufficiale l'ha trovata la letteratura russa. Ha saputo assegnare uno status che non risulta in alcuna nomenclatura amministrativa.

E' l'"eroe del nostro tempo".


E così l'"eroe del nostro tempo" è una persona o, cosa che pure accade, un personaggio contrassegnato letterariamente, che, senza avere alcuno status ufficiale, gode non di meno di una colossale influenza sulla società. Si presenta come un campione sociale, un modello da imitare, è quello con cui molti vorrebbero "fare vita". Esprime come "spirito dell'epoca" la sua concezione del mondo, le sue fondamentali strategie di comportamento.

Nello stesso tempo l'"eroe del nostro tempo" non è affatto un'immagine unica, che è comune a tutti. Qui, di regola, esistono due nette figure, che concorrono per le menti e le anime delle persone.

In primo luogo ci sono gli eroi della cultura ufficiale. Li crea, li muove e li reclamizza il potere. Sono le sue costanti ideologiche, il suo supporto, la base della suo esistenza sociale. Il più tipico in questo senso è il periodo sovietico, quando il potere seppe costruire un sistema globale di tali personaggi: per i bambini e gli adolescenti – Pavlik Morozov [8], per la gioventù – Pavel Korčagin [9], per gli adulti – Valerij Čkalov [10] e Aleksej Stachanov [11], per i membri del PCUS – il comunista (personaggio dell'omonimo film [12]). Va notato che questi eroi sono portatori di alti valori (gli ideali comunisti) e per questi sono pronti a sacrificare tutto, perfino la vita.

In secondo luogo ci sono gli eroi della controcultura. Questi compaiono nella zona della libera creatività (sociale o artistica) e si oppongono all'ordine delle cose esistente. Nello stesso tempo la loro protesta può avere un carattere non politico, ma profondamente esistenziale: Onegin [13], Pečorin [14], Bazarov [15], per esempio, respingono non tanto il potere, quanto la vita, che non li soddisfa per una serie di motivi. Tuttavia qui sono presenti anche gli eroi della resistenza aperta, nella versione popolare sono Stepan Razin [16] e Emel'jan Pugačëv [17] e nelle versioni delle classi istruite dapprima Vladimir Dubrovskij [18] e più tardi gli eroi della "Narodnaja volja" [19] e i rivoluzionari dell'inizio del XX secolo. Noteremo che anche questi eroi sono portatori di alti valori (ideali di libertà, uguaglianza, giustizia) e sono pure pronti a dare la vita per realizzarli.

Noteremo anche che ogni gruppo di eroi ha la sua funzione. Gli eroi della cultura ufficiale legittimano il presente. Con il loro esempio, espresso, di regola, nella letteratura, nel cinematografo, nei mezzi di informazione di massa, questi affermano che la realtà esistente è la migliore di tutte le forme di esistenza politica e sociale e che ha un'attraente prospettiva storica.

A loro volta, gli eroi della controcultura respingono categoricamente il presente. Questi affermano che la realtà esistente è insopportabile, che ha dei difetti che ostacolano la normale vita delle persone e che dev'essere trasformata in qualcosa del tutto diverso. In tal modo gli eroi della controcultura legittimano il futuro e la collisione tra questi due status temporali costituisce la contraddizione fondamentale di qualsiasi cultura sociale.


Come sono gli "eroi" della Russia contemporanea?

A prima vista è chiaro che ora non ci sono eroi della cultura ufficiale portatori di alti principi vitali nella coscienza dei russi. Il potere russo contemporaneo non si è rivelato in grado di crearli. Evidentemente perché nello stesso potere attuale non ci sono alti principi di un attraente ideale sociale. E' troppo preoccupato dal problema dell'arricchimento personale.

Tuttavia i piedistalli della concezione del mondo non restano vuoti. Se su di essi non ci sono veri eroi, che esprimono un attivo senso morale, questi si riempiono degli attuali surrogati ideologici. La Russia contemporanea è un netto esempio in questo senso. Molti sondaggi mostrano che le sfere prioritarie per la gioventù ora sono il servizio dello stato e gli affari.

Ecco cosa forma ora il paesaggio sociale.

Ecco chi adesso è innalzato sui piedistalli.

Gli eroi del nostro tempo sono diventati il "funzionario" e l'"uomo d'affari".

E' un paradosso stupefacente. Entrambi i personaggi indicati, indubbiamente, appaiono negativi agli occhi della maggioranza dei russi. Qui non si tratta di alcun alto principio Questi personaggi sono incompatibili con qualsiasi ideale metafisico. Sia il funzionario, sia l'uomo d'affari sono guidati da due comandamenti immutabili: "arricchisciti" e "non farti beccare". O in altre parole: rastrella quanto puoi, ma nel frattempo osserva le regole del gioco sociale occulto. Questi non sono tanto eroi, quanto "antieroi del nostro tempo", non legittimano tanto il presente, quanto lo screditano e lo distruggono. E inoltre proprio questi ora sono il campione per molti giovani russi.

D'altra parte, la controcultura russa comincia ora a proporre molti veri eroi. Tutti questi, indipendentemente dalle dimensioni dell'attività e dai cognomi concreti, si possono designare con il nome convenzionale "Aleksej Naval'nyj". Nello stesso tempo l'autenticità di questi eroi non lascia dubbi: tutti questi annunciano alti principi, assai trascinanti per la maggioranza ("lotta alla corruzione", "contro la menzogna", "per elezioni oneste", ecc.) e tutti questi sono pronti al sacrificio per la loro realizzazione nella vita. Entrano in una lotta impari con i "dragoni" al potere e hanno già ottenuto una serie di clamorose vittorie. Ideali e spirito di sacrificio – ecco i criteri di autenticità dell'eroe. Non si può dire questo né del "funzionario", né dell'"uomo d'affari".

E' presente un'evidente asimmetria di concezioni del mondo. Ora non ci sono eroi che affermino la realtà nella coscienza della società russa. Sono presenti solo antieroi. Però gli eroi che respingono la realtà, gli autentici eroi del nostro tempo, sorgono uno dopo l'altro.


L'asimmetria di concezioni del mondo è un segno molto tipico. Anche all'inizio del ХХ secolo in Russia mancavano gli eroi della cultura ufficiale. Il potere zarista di allora non si rivelava in grado di crearli. Nella coscienza della società russa, perlomeno di parte di essa, nella coscienza della "minoranza passionale" dominavano i nomi degli eroi della controcultura politica – Andrej Željabov [20], Sof'ja Perovskaja [21], Vera Zasulič [22], come pure gli adesso quasi dimenticati guerriglieri ėsėry [23] – Ivan Kaljaev, Egor Sazonov, Stepan Balmašëv.

Una situazione analoga si creò anche in URSS all'inizio degli anni '80. Per quanto il potere sovietico di allora cercasse di creare eroi ufficiali, per esempio i costruttori della BAM [24], questo non gli riuscì. Tuttavia tutti conoscevano i nomi di Aleksandr Solženicyn e dell'accademico Sacharov.

Nel primo caso seguì la Rivoluzione di Febbraio, che abbatté il potere zarista, nel secondo la perestrojka, che pure in modo rivoluzionario distrusse la stagnante realtà socialista.
Probabilmente è una regola.

Probabilmente è una diagnosi con cui si può classificare il cambiamento di epoche.
E nel modo più comune suona così.

Una realtà che non può creare eroi che la sostengano è una realtà morta, ha esaurito la sua risorsa esistenziale. Un potere che non può creare i suoi eroi è un potere morto, non ha chiare prospettive di vita.

La diagnosi, certo, non è troppo ottimistica.

Tuttavia la storia non ha altre diagnosi.

Autore: Andrej Stoljarov [25]


Indirizzo della pagina: http://www.novayagazeta.ru/arts/60916.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)


[1] Allusione al romanzo "Un eroe del nostro tempo" di Michail Jur'evič Lermontov (1810-1841), che come tale ritraeva una figura piuttosto ambigua.

[2] "Di Mosca" e "dei Vetturini" nella zona centrale.

[3] La Piccola e la Grande Ochta, quartieri sulla riva sinistra e destra dell'Ochta, affluente della Neva, il fiume principale di San Pietroburgo.

[4] "Dei Giardini", via del centro di San Pietroburgo.

[5] "Corte Apraksin", grande mercato costruito nelle terre del conte Fëdor Matveevič Apraksin.

[6] "Grande di Mosca", via del centro di San Pietroburgo.

[7] Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, scrittore socialista.

[8] Pavel Trofimovič Morozov, giovanissimo sovietico che avrebbe denunciato suo padre per aver venduto grano ai contadini ricchi e sarebbe stato ucciso per vendetta dai familiari (molti storici lo considerano un'invenzione della propaganda).

[9] Protagonista del romanzo "Come si temprò l'acciaio" dello scrittore del realismo socialista Nikolaj Alekseevič Ostrovskij.

[10] Valerij Pavlovič Čkalov, pioniere dell'aeronautica sovietica.

[11] Aleksej (alla nascita Andrej) Grigor'evič Stachanov, minatore modello, da cui lo "stacanovismo".

[12] "Il comunista", film di Julij Jakovlevič Rajzman sulla vita di un lavoratore modello.

[13] Evgenij Onegin, giovane dandy, protagonista dell'omonimo romanzo in versi di Aleksandr Sergeevič Puškin.

[14] Grigorij Aleksandrovič Pečorin, protagonista di "Un eroe del nostro tempo" (vedi nota 1).

[15] Evgenij Vasil'evič Bazarov, nichilista, uno dei protagonisti del romanzo "Padri e figli" di Ivan Sergeevič Turgenev.

[16] Stepan Timofeevič Razin, cosacco che capeggiò una rivolta nel XVII secolo.

[17] Emel'jan Ivanovič Pugačëv, cosacco che capeggiò una rivolta nel XVIII secolo.

[18] Brigante di nobile origine, protagonista del romanzo incompiuto "Dubrovskij" di Aleksandr Sergeevič Puškin.

[19] "Volontà del Popolo", gruppo rivoluzionario del XIX secolo.

[20] Andrej Ivanovič Željabov, rivoluzionario, uno degli organizzatori dell'omicidio dello zar Alessandro II.

[21] Sof'ja L'vovna Perovskaja, rivoluzionaria, una delle esecutrici materiali dell'omicidio dello zar Alessandro II.

[22] Vera Ivanovna Zasulič, rivoluzionaria contraria alla "prematura" Rivoluzione d'Ottobre.

[23] Ėsėr sta per SR (Socialisty-revoljucionery, "Socialisti Rivoluzionari").

[24] Bajkalo-Amurskaja Magistral' (Via di Comunicazione Principale del Bajkal e dell'Amur – lago e fiume della Siberia orientale).


[25] Andrej Michajlovič Stoljarov, embriologo e scrittore di fantascienza russo.

13 novembre 2013

Se un giudice ceceno dice no all'ingerenza del potere politico...

"Novaja gazeta", 11-11-2013, 03.11.00
C'è un giudice!

Per la prima volta in Russia un giudice si oppone apertamente alla pressione del potere. Questo accade in Cecenia

Per la prima volta in Russia un giudice si oppone apertamente alla pressione del potere. Questo accade in Cecenia. Vachid Abubakarov: "Non mi farò spezzare!"


Informazione della "Novaja gazeta"

Abubakarov Vachid Alievič è nato il 15 novembre 1946 nel villaggio di Ajdarly nel distretto Panfilovskij della regione di Taldy-Kurgan [1] della RSS del Kazakistn. Nel 1980 ha finito l'università statale di Rostov [2]. Nel 1986 ha finito l'Istituto per la riqualificazione dei quadri dirigenti della procura dell'URSS. Nel 2008 ha svolto un corso accelerato di istruzione all'Accdemia della giustizia russa. E' consigliere statale di giustizia di 3.a classe. Con decreto del Presidente della Federazione Russa n° 868 del 1 agosto 2003 è stato nominato giudice della Corte Suprema della Repubblica Cecena con incarico triennale. Con decreto del Presidente della Federazione Russa del 6 febbraio 2008 è stato nominato giudice della Corte Suprema della Repubblica Cecena. E' impiegato onorario della procura della Federazione Russa.



Il primo novembre il giudice della Corte Suprema della Repubblica Cecena Vachid Alievič Abubakarov, che ha esaminato il caso del 28enne ceceno Sulejman Ėdigov, ha emesso un'ordinanza di autosospensione. Come motivo dell'autosospensione il giudice ha indicato il seguente: "Una persona, presentatasi come il ministro degli Interni della Repubblica Cecena generale di brigata Alchanov Ruslan Šachaevič da un telefono, il cui numero non è stato accertato, mi ha chiamato e ha dichiarato a me, giudice, che gli era noto da fonte affidabile che l'imputato Ėdigov S.S. era colpevole di aver commesso i crimini attribuitigli e mi metteva in guardia dall'emettere un verdetto assolutorio nei suoi confronti.

La persona indicata è capo di una struttura federale, a cui per legge è imposto l'obbligo della difesa di Stato di un giudice in caso di attentato da parte di chiunque alla sua indipendenza nel prendere decisioni su qualsiasi caso.

Nel corso dell'indagine giudiziaria al tribunale era stato presentato un insieme di prove concordanti, che confermavano gli argomenti dell'imputato Ėdigov S.S. sul fatto che dei sottoposti di Alchanov R.Š., agenti investigativi della polizia, il 03.08.2012 lo avevano sequestrato illegalmente, lo avevano privato della libertà fino al 12.09.2012, gli avevano avvolto le dita delle mani con un cavo di alluminio e lo avevano sottoposto a torture con la corrente elettrica, costringendolo al riconoscimento di colpe e causandogli ferite purulente e a lungo non cicatrizzate al contorno di quattro dita di una mano e di cinque di un'altra.

La telefonata e l'avvertimento di Alchanov R.Š. sono la reazione ai rapporti tendenziosi di persone interrogate dal giudice e interessate all'esito del caso dei loro sottoposti come sviluppo pericoloso per loro delle indagini giudiziarie sul caso.

Dopo l'ingerenza di un pubblico ufficiale di tale livello nell'esame da me svolto sul procedimento penale nei confronti di Ėdigov S.S. qualsiasi sentenza in seguito deliberata da me perfino nella mia propria coscienza fuori dalla mia volontà apparirebbe come una concessione davanti all'avvertimento in caso una sentenza di condanna o come una dimostrazione di coraggio in caso di emissione di una sentenza assolutoria, cioè ordinata o di protesta.

Poiché le suddette… circostanze hanno messo in dubbio… il mio disinteresse per l'esito del caso e la mia imparzialità, ritengo necessario dichiarare l'autosospensione dal caso e astenermi da un'ulteriore esame del caso…"


Il gesto del giudice Abubakarov, a cui, peraltro, tutti gli avvocati ceceni di mia conoscenza fanno riferimento come ad uno dei più duri (è noto per aver dato ad alcuni imputati pene ancora maggiori di quelle richieste dall'accusa), non ha analoghi nella storia del sistema giudiziario russo. E se si tiene conto della geografia del gesto, il giudice Abubakarov è una persona incredibilmente coraggiosa. Lo hanno silenziosamente sostenuto i colleghi tormentati dagli abusi degli agenti di polizia locali. E non lo ha affatto sostenuto la dirigenza della Corte Suprema della Cecenia. Vachid Alievič dice che su tutte le numerose minacce ed esempi di pressione non celata, sfacciata sui tribunali aveva fatto rapporto personalmente al presidente della Corte Suprema e ai suoi vice. E ha atteso, ha atteso aiuto. Ma i capi si sono astenuti dal risolvere il conflitto del giudice con i kadyroviti (la parola "polizia" qui è un po' fuori luogo). Il 31 ottobre Ramzan Kadyrov tenne una riunione generale con i rappresentanti del corpo giudiziario della Cecenia, della procura, del Ministero degli Interni e del comitato inquirente. Alla riunione non si trattò solo del destino del concreto giudice Abubakarov. Si trattò della necessità di stabilire il controllo del potere esecutivo sui tribunali della repubblica. I rappresentanti del potere giudiziario concordarono perché tacquero. Perché non usa obiettare in tali riunioni. Allora Vachid Alievič ha emesso anche un'ordinanza di autosospensione, indicando onestamente il motivo.

Subito dopo la riunione Ramzan Kadyrov andò a Dubai. Ma da Vachid Alievič giunsero urgentemente i suoi figli adulti. Per difendere il padre perché come il giudice Abubakarov, che ha lavorato per più 40 anni nel sistema giudiziario russo (a suo tempo fu procuratore della Cecenia e primo procuratore di una sezione della Prcoura Generale della Russia) evidentemente non c'è nessuno da difendere.

Il 28enne Sulejman Ėdigov viene giudicato sulla base dell'accusa di omicidio di un agente della polizia cecena e di detenzione illegale di armi. La prova fondamentale del caso sono le confessioni di Ėdigov. Ėdigov le confermò durante le indagini e durante il processo. Per tutto questo tempo, secondo i familiari e l'avvocato Said-Achmet Jusupov, Ėdigov sperava in un patteggiamento e in una piccola pena. Anche se per un'accusa così grave non ci sono pene piccole. Ėdigov lo capì quando il processo giunse in dirittura d'arrivo e alla sentenza mancava letteralmente un'udienza. Solo la sua ultima parola. E allora Ėdigov raccontò tutto. Il suo racconto durò qualche ora. "Tenevo d'occhio il volto del giudice e vidi come cambiava, – racconta l'avvocato Jusupov. – Solo che ancora non avevo capito cosa ci promettessero questi cambiamenti".


Il ceceno Sulejman Ėdigov non è un abitante della Cecenia. In Cecenia è nato e ha vissuto fino alla prima guerra cecena [3]. Tornò già dopo la seconda [4]. Si mise a lavorare per l'OMON [5]. Nel 2008 perse il lavoro a causa di problemi alla vista ed emigrò in Svezia. Tra l'altro c'è un altro motivo per cui Ėdigov se ne andò. Il suo conoscente Timur Isaev (soprannominato Islam) è un anello molto importante in questa storia. "Feci conoscenza con lui alla fine del 2006 nel micro-quartiere Ippodromnyj [6] della città di Groznyj, dove allora vivevo, – ha raccontato al processo Ėdigov. – Allora lavoravo all'OMON. Isaev mi fece conoscere Abubakarov Islam e Bachaev Magomed. Nel marzo 2008 mi licenziai dal lavoro per motivi di salute. Islam iniziò a invitare spesso me e le due persone summenzionate a casa sua e là, nel corso della conversazione, ci spinse ad entrare nelle formazioni armate illegali per condurre la "guerra santa". In massimo grado a causa di Isaev nel febbraio 2009 me ne andai in Svezia con la mia famiglia. Ma anche là Isaev mi trovò, si mise in contatto con me su Internet e per telefono. Dalle sue parole venni a sapere che questi, Abubakarov e Bachaev erano entrati nelle fila delle formazioni armate illegali. E mi telefonò a casa perché seguissi il suo esempio. Quando mi rifiutai, allora chiese che lo aiutassi con dei soldi. Dopo di che dichiarai a lui già in modo duro che tutto ciò non mi era necessario e che non si mettesse più in contatto con me…"

Vi stupirete, ma il "jihadista" Timur Isaev è molto ben considerato dal Ministero degli Interni ceceno. Ecco cosa ci ha detto un agente delle strutture armate molto influente, Chamzat Ėdil'gireev, capo dello ROVD [7] di Kurčaloj [8], tristemente noto in tutto il mondo (per via dell'omicidio di Natal'ja Ėstemirova).

Ėdil'gireev ha dichiarato che "Timur Isaev ha grandi meriti davanti alla Repubblica Cecena. Ha più risultati di tutte le sezioni regionali degli affari interni di Groznyj messe insieme". Qui merita chiarire cosa intendeva il capo di uno degli ROVD di maggior successo in Cecenia con la parola "risultato". In Cecenia già da molti anni (vedi "Novaja gazeta", n° 2 del 14.01.2009, articolo "La "macchia" cecena", autrice – Natal'ja Ėstemirova) esiste un interessante metodo di lotta con la cosiddetta clandestinità: nella fiducia dei giovani ceceni si insinua un arruolatore, gli fa il lavaggio del cervello con la "guerra santa" e li persuade a darsi alla macchia. E presto gli agenti della polizia cecena ricevono decorazioni e generose paghe di denaro pubblico per questi giovani idioti arruolati e uccisi nel corso dell'ennesima operazione speciale di successo. E tanti più ceceni "si danno alla macchia", quanto più letteralmente conviene. Ecco com'è la lotta. L'anello più prezioso di essa sono proprio gli arruolatori. Persone intoccabili, queste, di regola, vanno per la Cecenia con macchine dalle targhe d'élite "KRA" (l'abbreviazione si decifra facilmente) e rammentano ovunque il nome del capo della Cecenia [9]. Ecco che anche Timur Isaev va con la targa "KRA" e al processo ha dichiarato di aver personalmente evitato un attentato a Ramzan Achmadovič. Solo che chi lo ha inizialmente organizzato?
Non vi stupite, ma se il bilancio russo cesserà di pagare per le teste dei guerriglieri ceceni, il loro numero diminuirà in modo significativo.
Dopo che Ėdigov fu intervenuto con l'ultima parola, il giudice Abubakarov emise un'ordinanza per verificare tutti i fatti. Il comitato inquirente e la procura guardarono alla verifica assai superficialmente. E allora il giudice Abubakarov fece ripartire da capo il processo e si occupò egli stesso delle indagini. Gradualmente dagli interrogatori dei testimoni – compaesani di Ėdigov, agenti di polizia e del comitato inquirente, esperti e medici – si formò un quadro chiaro e coerente. Timur Isaev sapeva che Ėdigov si occupava di una piccola attività – comprava e portava per la vendita macchine usate dall'Europa alla Cecenia. Ci sono i fondamenti per supporre che l'ennesimo accordo (Ėdigov giunse in Cecenia con l'ennesima macchina a fine luglio 2012) fu organizzato con l'intermediazione di Isaev. Al processo fu accertato che Timur Isaev, che non era un agente di ruolo della polizia cecena, prese parte il 3 agosto 2012 al sequestro di Sulejman Ėdigov presso la porta di casa dei suoi genitori. Il che contraddice la conclusione dell'accusa, secondo cui Ėdigov sarebbe stato arrestato il 12 settembre 2012 al mercato di Urus-Martan [10]. Per quaranta giorni (dal 3 agosto al 12 settembre) Ėdigov fu tenuto prima nello ROVD di Kurčaloj e in seguito nell'ORČ [11] del Ministero degli Interni della Repubblica Cecena perché se ne andassero i segni delle percosse e si cicatrizzassero le ferite purulente alle dita delle mani. Alle dita avevano collegato cavi in alluminio e li avevano messi nella presa, ottenendo da Ėdigov la "spontanea" confessione dell'omicidio. Quando le ferite presero a suppurare, per Ėdigov chiamarono una collaboratrice dell'obitorio locale, di formazione infermiera (questa lo ha confermato al processo). La donna sistemò le ferite, queste si cicatrizzarono, ma restarono delle cicatrici rotonde e furono registrate al momento del trasferimento di Ėdigov al SIZO [12]. Essenzialmente queste cicatrici resteranno per tutta la vita.

Gli agenti della polizia cecena interrogati al processo si comportarono con sicurezza e sfacciataggine. Ma le dure domande del giudice Abubakarov (abitudini della passata vita da procuratore) furono una completa sorpresa per quelle persone abituate alla completa impunità. E questi si tradirono. E capirono di non aver detto ciò che era necessario. E allora, evidentemente, corsero dai capi perché trovassero un compromesso con il giudice. La situazione, secondo la catena, giunse al ministro degli Interni della Cecenia, che lo stesso Abubakarov ritiene una "persona intelligente". Nel senso che Alchanov, come pure Abubakarov, ha servito per la maggior parte della vita nel sistema giudiziario russo. Con tutti i suoi "più" e i suoi "meno". Il sistema a cui è soggetto adesso è difficile chiamare sia giudiziario sia russo.

Essenzialmente qui non c'è niente da stupirsi. La pace in Cecenia si basa sui guerriglieri-transfughi, a cui è data carta bianca e per cui, come si è rilevato, è indifferente chi uccidere – soldati russi o ragazzi ceceni. Di fatto è un banditismo incompatibile con qualsiasi concetto di legge, anche con il nostro assai storpiato.


IN PRIMA PERSONA

Il giudice ABUBAKAROV alla "Novaja gazeta": "Non mi farò spezzare!"

Di fatto tutto ciò che è accaduto l'ho scritto in forma succinta nella mia ordinanza. Io, come giudice, non devo prender parte ad alcun regolamento di conti su questioni di minacce e avvertimenti al mio indirizzo. Di questo deve occuparsi la mia dirigenza. Dal 16 ottobre al 1 novembre ho aspettato che la mia dirigenza prendesse il controllo della situazione. Ma ciò non è accaduto. Per di più il 31 il vice-ministro del Ministero degli Interni della Cecenia Apti Alautdinov si è rivolto apertamente al capo della repubblica con la richiesta di far pressione sulla corte e "richiamarla all'ordine".

Che significa – all'ordine?

Capisce, tutta la situazione è iniziata dal fatto che fanno irruzione direttamente dal giudice e chiedono: "Non intendi mica rilasciarlo?" Il giudice finché non si allontana in camera di consiglio e non delibera la sentenza non ha diritto di dire né che imprigionerà, né che rilascerà. Così gli ho pure spiegato. "Il vostro compito, – gli ho detto, – è presentare le prove, se lo ritenete colpevole". Una situazione in cui il Ministero degli Interni della repubblica, la procura, il comitato inquirente, lo FSB [13] della repubblica invece di procurare prove e dimostrare la colpevolezza dell'imputato non trovano altro che richiamare il capo della repubblica a influenzare il giudice perché emetta una sentenza di condanna è del tutto inaccettabile e io, per riguardo a me stesso, per riguardo al giudice non tollererò una cosa del genere! Perciò ho dichiarato l'autosospensione.

Ha trovato appoggio presso la dirigenza della Corte Suprema della Federazione Russa?

Se avessi trovato appoggio, non avrei dichiarato l'autosospensione.

E' la prima volta che si scontra con una situazione del genere?

Sono da quarant'anni negli organi, sono stato procuratore della repubblica, vice-procuratore dei trasporti di Mosca, sono stato primo procuratore di una sezione della Procura Generale e un'ingerenza così insolente e invadente nel mio lavoro non c'è mai stata.

Questa situazione può minacciare la Sua sicurezza personale?

Indubbiamente. La mia difesa dev'essere attuata per legge dal ministro degli Interni della repubblica. Ma quale sarà questa difesa – lo vede da sola. E' una situazione angosciosa. I miei figli sono stati costretti a venire per sostenermi. E' una situazione del tutto inaccettabile.

Ma Lei si è rivolto per avere sostegni al capo della repubblica Ramzan Kadyrov?

Il 31 ottobre questi ha ascoltato tutte le parti e se n'è andato. Tutti aspettano che dopo il suo arrivo probabilmente regoli i conti con me. Perlomeno l'hanno invitato a fare questo.

Ma per questa situazione si è rivolto allo FSB, alla procura o al comitato inquirente?

Se lo FSB, la procura, il Comitato Inquirente, il presidente della Corte Suprema, i suoi vice, tutti i presidenti dei tribunali distrettuali, tutti i capi delle sezioni regionali degli affari interni e i procuratori dei distretti erano a questa riunione, allora a chi rivolgersi? Per questo caso mi trovo in camera di consiglio, non ho balbettato neanche una parola a qualcuno su quale sentenza intendo emettere e là hanno dichiarato apertamente che ho quasi preso una bustarella e intendo vendere il caso. Di fatto, se l'imputato ha dichiarato che su di lui hanno applicato metodi di indagine illegali, sono obbligato a dare ordine di indagare per fare una verifica. Gli inquirenti si sono sottratti alla verifica, ma senza questa non potevo deliberare una sentenza e non volevo decidere il destino di una persona. E non lo farò mai. Io stesso ho verificato tutto quello su cui l'imputato ha deposto in tribunale e questi fatti sono stati confermati.

Lei ha compiuto un gesto civico inusuale, atipico non solo per la Cecenia, ma anche per la Russia, purtroppo. Perché l'ha fatto?

Mi dispiace per quei giudici che si fanno spezzare così. Io non voglio che mi spezzino. E se la cosa andrà alla rottura, meglio lasciare il processo e dichiarare l'autosospensione che arrendermi e deliberare una sentenza ingiusta. Tra l'altro non ha importanza che sia assolutoria o di condanna. Nessuna sentenza può essere legale se si fa pressione sul giudice.



Commento

Il capo dell'ufficio stampa del ministro degli Interni della Cecenia Magomed-Amin DENIEV:

"Non potrò trovare il ministro per il vostro commento. Ma posso dichiarare ufficialmente che questa notizia non corrisponde alla realtà. Come posso provare le mie parole? Ma ci troviamo in tribunale forse? Dichiaro ancora una volta con sicurezza che respingo le accuse all'indirizzo del ministro e vi dico ufficialmente che non confermo questa notizia".


P.S. I familiari di Sulejman Ėdigov si sono rivolti ufficialmente al Gruppo Mobile Riunito degli attivisti per i diritti umani russi che è capeggiato dal membro del Consiglio per i diritti umani presso il Presidente della Federazione Russa Igor' Kaljapin. Noi, a nostra volta, ci rivolgiamo al presidente della Corte Suprema della Federazione Russa Vjačeslav Lebedev, al procuratore generale Jurij Čajka e al capo del Comitato Inquirente Aleksandr Bastrykin. Le informazioni esposte nella delibera di autosospensione del giudice Abubakarov contengono in se i caratteri di un attentato criminale alla giustizia. Chiediamo che si reagisca immediatamente.


Autrice: Elena Milašina


Indirizzo della pagine: http://www.novayagazeta.ru/inquests/60871.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)


[1] Città del Kazakistan sud-orientale.

[2] Città della Russia meridionale.

[3] La guerra russo-cecena degli anni 1994-1996 finita con un armistizio.

[4] La guerra russo-cecena degli anni 1999-2009 finita con il consolidamento del regime di Ramzan Achmadovič Kadyrov.

[5] Otrjad Milicii Osobogo Naznačenija (Reparto di Polizia con Compiti Speciali), sorta di Celere russa nota per la propria brutalità.

[6] "Dell'Ippodromo".

[7] Rajonnyj Otdel Vnutrennich Del (Sezione Distrettuale degli Affari Interni), in pratica la sede distrettuale della polizia.

[8] Villaggio della Cecenia centro-orientale.

[9] In quelle targhe Kadyrov si presenta secondo le regole russe con cognome, nome e patronimico: Kadyrov, Ramzan Achmadovič.

[10] Città della Cecenia centro-occidentale.

[11] Operativno-Rozysknaja Čast' (Sezione Investigativa Criminale).

[12] Sledstvennyj IZOljator (Isolatore di Custodia Cautelare).

[13] Federal'naja Služba Bezopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), il principale servizio segreto russo.

07 novembre 2013

La "Marcia Russa" vista dall'interno

"Novaja gazeta", 05-11-2013, 13.10.00
La marcia dei bambini abbandonati

Non hanno niente, tranne la nazionalità e l'odio. Questo è l'unica cosa che li unisce. Per questo sono qui

A capo delle colonne pronte per la marcia russa [1] stanno quattro persone in uniforme nera con alte insegne. In cima alla aste alzate al cielo grigio ci sono croci massicce color sabbia. Enormi teli traboccano lentamente al vento. A destra c'è il tricolore imperiale bianco-giallo-nero, al centro due insegne con severi volti di Cristo, a sinistra un'insegna con il volto del cantante Tal'kov [2] e la scritta "Igor', ucciso per la Russia". Sul lato opposto dell'insegna con il volto di Cristo brilla in oro solenne: "La Russia sopra a tutto". Cristo non ha detto questo della Russia, questo non si trova nel Nuovo Testamento, né nei Vangeli non canonici, ma qui ciò non ha importanza.

Il ragazzo che sta al centro con l'insegna di Cristo si chiama Dmitrij Antonov. Ha le guance rosse, un'uniforme nera cinta con cinghie, stivali e un caffettano su cui brilla opaco un teschio argentato. Sulla fibbia di una larga cinghia da ufficiale c'è un' aquila bicefala. Su un lato del petto nero un segno ampolloso con il profilo di Nicola II, sull'altro un segno con il profilo di Tal'kov. Questo ragazzo, che sta a capo della marcia, è tanto pittoresco che attira continuamente a se le telecamere. E' un monarchico e sa con precisione che la monarchia tornerà in Russia. "La Russia per i russi… Siamo contro la gente di altra stirpe e di altra fede", – dice.
"E i baschiri e i tatari… che fare con loro?" – "Dio darà! Dio darà!" – promette, guardando chi gli ha posto la domanda con pura, indubbia e infantile serietà nello sguardo.
Davanti alla colonna, che ancora non si è messa in moto, a gambe divaricate stanno alcuni agenti dell'OMON [3] grossi e larghi come armadi in tuta mimetica grigio-azzurra. Guardano la folla che si infuria, che lancia urla, che impreca, che grida a squarciagola in silenzio e con qualcosa negli occhi… che, per quanto strano, ricorda l'umorismo. All'improvviso a uno di loro freme la radio: "Pečora [4]-2! Per via Belorečenskaja [5] è passato un gruppo di adolescenti di trenta persone…" Frinisce in cielo un mio vecchio conoscente, un elicottero della polizia. Tra gli agenti dell'OMON e la colonna, nello spazio vuoto, circondato da un gruppo di compagni sta il nazionalista Dëmuškin. E' in camicia bianca come neve e giacca nera su un giubbotto nero con un'ampia cravatta arancione. Intuisco che così ha unito nel suo abito i colori della bandiera imperiale. La barbetta rossa sporge dal suo mento e questi parla con voce non forte, chiara e pulita e pronuncia male la "r" e la "l". Parla del fatto che stamattina lo FSB [6] ha attaccato un magazzino dei nazionalisti, dove questi conservavano striscioni, pannelli e cartelli preparati per la marcia. "Hanno fatto stendere le guardie sul pavimento, hanno versato vernice su tutti i nostri striscioni…" I suoi compagni – tutti esclusivamente in nero – ascoltano in silenzio le notizie dal fronte.


La marcia comincia a muoversi. Sopra c'è il cielo gonfio di umidità e cupo dell'autunno russo, intorno le accurate nuove costruzioni del quartiere periferico di Ljublino e i campi verdi con stradine diritte su cui, come in un'altra vita, passeggiano mamme con i bambini e dai due lati la strada stretta è premuta da alte barriere portatili. E' una strettoia, da essa non ci se ne può andare. Dietro le barriere stanno poliziotti piuttosto giovani e più lontano, occupando tutto il parcheggio del grande magazzino Auchan, in tre file uguali si sono schierati trenta camion dell'esercito a tre assi con i cassoni coperti. Il ristorante "Tanuki" al primo piano di una nuova costruzione propone di "regalare alle persone vicine un pezzetto di Giappone", ma anche questo ristorantino, che galleggia a quindici metri dalle colonne, sembra posto in un altro pianeta e in un'altra realtà. Là, dietro le finestre, la gente mangia comodamente la zuppa Misoshiru e qui, in una nuvola di imprecazioni, in un accesso di insulti incarogniti, prendendo tutto il mondo per il petto, vanno diecimila persone con bandiere nere e rosse con il kolovrat [7] bianco.

Gridano forte perfino per una marcia, dove nessuno parla piano, al limite della perdita della voce, facendo risuonare l'aria di grida, facendola a brandelli, vicino all'isteria. Naval'nyj non c'è, ma non ha importanza perché qualcuno lo sostituisce con successo, gridando con intonazione selvaggia, schiacciante: "Noi siamo il potere qui!" Le colonne divise in reparti vanno davanti agli abitanti del luogo che stanno presso le barriere e guardano con curiosità e senza pausa e senza stanchezza gridano furiosamente che sono russi. "Chi siamo? – Russi! Ai russi il potere russo! La Russia per i russi! Abolire il due-otto-due [8]! Russi, avanti!" E perfino "Mantieni il sangue puro!".
In che senso? Nel senso di non amare le ragazze di altre etnie? Non innamorarsi di persone giovani senza chiedergli il quinto punto [9]? Ma non potete andare a quel paese con il vostro sesso fascista razzialmente corretto, ragazzi?
E come da se, con la graduale evidenza di una malattia, sorge qui e là in queste colonne accalorate il tema ebraico. "In primo luogo, bisogna distinguere chi è ebreo e chi non è ebreo…" – sento il colloquio di un uomo e una donna vicino a me. Gli eterni sforzi e l'eterna paura del nazionalista russo, cosparso di pulci di antisemitismo: non si può riconoscere subito se qualcuno è ebreo! Ah, cosa sarà allora! In queste conversazioni si sente odore di noia putrida e cetrioli inaciditi.


Giubbotti neri e teste rasate a zero si associano bene a pantaloni ginnici neri con strisce bianche. Un tal numero di scarponi neri allacciati non l'avevo ancora visto nello stesso posto. Teste rasate, tempie rasate ai lati, colli da lottatori ben rasati, qualcuno in mezzo alla testa rasata ha lasciato un ciuffo di capelli – va in marcia un look brutale da guerra di strada, passano gli oscuri vendicatori dei truffati dalla vita, dei rapinati da Čubajs [10], dei cacciati nel nero nulla delle periferie. Due persone in abiti neri aderenti davanti ai miei occhi si azzuffano tra loro con odio viscerale, come bestie. Non hanno condiviso qualcosa per strada. Il megafono si immischia nel loro conflitto, in esso grida una persona bassa con un cappotto lungo fino ai piedi e un cappello di feltro nero: "A chi appartiene la Russia? – Ai russi! (grida la colonna) – Chi siamo? – Russi! (grida ancora più forte) – Ordine russo sulla terra russa!" – annuncia ad alta voce il megafono. "Dio è con noi!" – in seguito stabilisce per Dio e difficilmente sa che proprio queste parole erano incise sulle fibbie delle SS.

Povero Dio! Quanti pazzi, furiosi, malati se lo sono già designato come capo e hanno annunciato che è con loro. Quante volte hanno già deciso per lui e si sono sbagliati. Dio, gridavano, è con noi nelle colonne dei crociati, nelle fila dei carnefici che bruciavano l'eresia albigese, nei silenziosi uffici dei burocrati zaristi, che inflessibilmente hanno portato il paese alla rovina, nei cortei degli assalitori con le fiaccole, nelle folle accalorate del pogrom di Kišinëv [11]. Ma non è mai stato là con loro. E ora non è qui con loro. Dio se l'è svignata, non sopporta più i nazionalisti di tutti i popoli della Terra, che lo fanno a pezzi, se n'è andato lontano spaventato, colpito duramente da questa follia che si affretta sempre più, che cresce sempre più e si è nascosto da qualche parte nelle profondità del suo Universo da questi adolescenti aggressivi e imprecanti, da questi uomini adulti con volti dall'insopportabile serietà, offesi dal potere, dalla vita e dal destino, rapinati dal mondo degli affari, privati di speranza. E allora una volta all'anno giungono a Ljublino, stringono i pugni e gridano: "La Russia per i russi! Ai russi il potere russo!"

Ma che altro possono gridare? Non hanno più nulla, tranne la nazionalità. Tutto il resto gliel'hanno tolto. Non hanno sindacati, nel paese non ci sono sindacati. Non hanno partiti, dov'è il partito della persona che lavora? Non hanno soldi, li ha presi tutti per se Abramovič. Non brillano per istruzione, la carriera – non fatemi ridere, quale carriera? E i loro figli l'Al'fa-Bank non li manderà a studiare in America. L'opposizione li disgusta perché a capo di essa ci sono un ex ministro del governo di El'cin [12] e uno scrittore alla moda che invia lettere istruttive dalla Provenza [13] e un operatore delle tangenti di Skolkovo [14] e gente simile. Beh, dovrebbero seguire Sobčak [15] e ascoltare i commentatori di "Ėcho Moskvy" [16]? Per questo sono qui e per questo hanno volti oscuri, pesanti, cupi e molto cattivi, come non li vedi mai in piazza Bolotnaja [17], ma che qui sono così tanti sotto la pioggia tra le stazioni del metrò "Ljublino" e "Bratislavskaja" [18].


Questa ferocia di persone rigettate dalla vita come si getta la spazzatura, la ferocia di persone che conducono i loro giorni nel lavoro estenuante senza chance di guadagnare e lasciare almeno qualcosa ai figli, questa ferocia di persone che sanno che le hanno derubate sfacciatamente, gli hanno portato via il paese e fregato la vita. E quando gridano l'eterno slogan della protesta "Putin ladro!", Putin per loro è un concetto collettivo per tutte quelle persone e forze volgari e schifose che gli hanno tolto qualcosa che difficilmente possono esprimere a parole nella tenebra senza luce della loro vita. "Abbasso, abbasso l'ordine cekista [19]!" – risuona allora una giovane voce e questo grido è ripreso da centinaia di voci. Sotto bandiere rosse con una granata disegnata sopra vanno quelli del partito "Altra Russia" con uno striscione pure rosso, su cui è scritto uno slogan chiaro e semplice come un ceppo: "Portar via e dividere!" "Lavoratore, lavoratore, uccidi il capitalista!" – sentenziano e cantano piano questi sotto la pioggia come riscaldandosi con una canzoncina non difficile da guerriglia urbana.

So che le parolacce sulla stampa sono proibite e io senza divieti legislativi me la sono cavata senza parolacce. Ma qui, a questa marcia e in questo testo, le parolacce sono naturali e necessarie come precisa espressione dell'odio e di quella coscienza da fronte con cui vivono migliaia di migliaia di abitanti delle periferie con le finestre sul mercato delle verdure. Queste parolacce sono necessarie per esprimere la paura che prende l'autista moscovita quando da una BMW nera si gettano su di lui dei cavalieri caucasici con mazze e coltelli. A dire il vero, anche alla "Marcia Russa" si sono trovate persone che hanno espresso questo con parole colte su un cartello accurato: "Il crimine ha un'etnia!" – ma gli altri non li hanno sostenuti. Gli altri gridavano con un qualche malvagio e perfino gioioso odio: "F... il Caucaso!" e poi per tutta la strada per la via stretta tra due cordoni di polizia cantavano un inno fatto in casa: "E beh, e beh, andate a c... via da qui [20]! La Russia per i russi, Mosca per i moscoviti!" E stranamente in questa folla, che evidentemente non si distingue per amore per i libri, su un cartello sollevato ho visto il volto del generale Ermolov e i suoi famosi favoriti che si allargano in basso.

L'eroe della battaglia di Borodino, l'amico dei decabristi Aleksej Petrovič Ermolov fu un Cesare irrealizzato e il realizzato pacificatore del Caucaso. Bruciava i villaggi. Ma era una guerra lontana da Mosca, di cui i mercanti moscoviti venivano a sapere dalle lettere e dai racconti degli ufficiali ritornati. E qui va una colonna di moscoviti con un enorme cartello grigio-azzurro su cui a lettere nere è scritta una parola: Birjulëvo [21]. Vanno uomini oscuri con i cappucci sollevati, con scarpe da ginnastica sporche, che sanno che non c'è polizia, né tribunale e che nel caso che succeda qualcosa toccherà sistemare da soli. E poi, con le parole di "Ėcho grjaduščej vojny" [22], la serie: "Pugačëv [23], Rostov [24], Sagra [25], Manežka [26], Kondopoga [27]".

Vanno in un gruppo distinto e piccolo dei cosacchi con berretti a visiera e pantaloni con le strisce e cantano dolcemente per via: "Cristo è risorto! – E' veramente risorto!" [28] Portano uno striscione con il nome dell'atamano [29] Pëtr Molodilov, che ha avuto diciassette anni di reclusione per aver ucciso due armeni che avevano violentato una ragazza russa. Questo non è il suo unico omicidio. Vanno i silenziosi difensori del Chopër con lo striscione: "No all'estrazione di nichel sul Chopër!" Vanno ragazzi con striscioni "Russo significa sobrio" e gridano allegramente: "Russi per lo sport!" Davanti ai cosacchi va un uomo triste con una camicia bianca non rimboccata con cuciture sul petto e insieme a una piccola donna scura porta un quadretto colorato in una cornice in cui sono raffigurati Nicola II e la sua famiglia. Riscaldando la sua anima, facendo gioire il suo cuore monarchico, portano in testa alla colonna un cartello con le parole: "Ortodossia. Autocrazia. Popolo russo", a cui guarda dalla tomba e si frega gioiosamente le mani il Pobedonoscev [30] che inventò sia questo slogan, sia questa politica che porta in un vicolo cieco.

Tutto si mischia in questa folla non grande, ma molto rumorosa, che marcia sotto la pioggia incipiente al grido: "Gloria alla Russia!" Alla marcia ci sono molti adolescenti e giovani, vanno i figli delle periferie, i fumatori dietro i garage, le compagnie sui tubi delle centrali termiche, che si uniscono strettamente in stormi e mucchi nei loro quartieri depressi senza lampioni. Portano davanti a loro uno striscione rosso corto e alto, su cui con enormi lettere è scritta una sola parola "Russi" e sopra questa striscia rossa, che brilla nettamente nella pioggerella grigia, gettano improvvisamente le braccia inclinate verso l'alto, facendo il saluto nazista. Uno, a sinistra, ha i capelli sporchi con la divisa e la bocca sdentata, in cui non c'è un dente e fa il saluto, fa il saluto in estasi, allarga un sorriso e di nuovo fa il saluto.

Nell'aria umida di novembre e nella nuvola di tag di questa marcia girano parole e concetti incompatibili. Uomini con camicie con le cuciture e stivali lustrati, che rappresentano qui l'Ochotnyj Rjad [31] che è passato e cerca di rinascere, che una volta andava a picchiare gli studenti, passano al suono di un'orchestra di nove musicisti con giubbottini bianchi con i cappucci (sette strumenti a fiato, due a percussione), che eseguono la marcia sovietica "My roždeny, čtob skazku sdelat' byl'ju" [32]. Al suono di "Katjuša" [33] ragazzi cattivi, che ostentano la loro forza oscura scandiscono ridendo: "Agli alberi al posto delle foglie appenderemo i comunisti!" Cristo qui è vicino a Tal'kov, gli antisemiti adorano l'ebreo Gesù, al grido "Svobodu!" rispondono "Slava rodu!" [34] e le richieste di uno stipendio europeo e di democrazia si accompagnano alla richiesta di un sistema di potere a proporzione etnica. Un ragazzo piccolo con le mani sporche porta sopra di se una targhetta, presentandosi come membro del gruppo "Wotan Jugend" e un altro, ancora più piccolo di questo, va con un pallone giallo sotto l'ascella e una sciarpa dello Spartak al collo. Sulla sciarpa ha attaccato un teschio nero. E un altro tifoso proprio in mezzo alla bandiera imperiale ha incollato lo stemma del CSKA. Oh, povera vittima del sistema dell'istruzione, persona cresciuta in un paese di cassonetti e immondezzai, chi potrebbe raccontarti di Bobrov [35], di Netto [36] e che gridi invano in modo lacerante "La Russia per i russi!", anche perché il generale Bagration [37] era georgiano, il maggiore Cezar' Kunikov [38] ebreo e che la bandiera imperiale russa che porti fu inventata da un barone tedesco [39]
E in tutta questa confusione, in tutta questa poltiglia di concezioni, nel ghigno e nel riso, nei richiami e nelle grida all'improvviso arriva galleggiando con lo stesso passo una colonna ben compatta di giovani fascisti, a capo dei quali va a schiena avanti un ragazzo alto e grida al megafono con affettazione, prolungando apposta la "a": "Na-cional'nyj sa-cializm! Na-cional'nyj sa-cializm!" [40]
Il rettangolo della colonna è impavesato di striscioni da tutti i lati: accanto a me si muove il quadro di un eroe nordico con un ascia in mano, nuotano due oscuri musi di skinheads a me ignoti con occhiali neri con la scritta "heroes forever", ma ciò non ha importanza. L'importante è l'autodenominazione a lettere enormi "Nazional-socialismo", il numero 88 e il beffardo "A ciascuno il suo" scritto sotto di esso, tolto dalle porte di Buchenwald e trascinato qua, in una via di Mosca, nella nostra vita tormentata e dissanguata da quella guerra, verso i nostri cimiteri, in cui ancora stanno piccole piramidi con piccoli caccia YAK-3 scrostati e ritratti ovali grigi di giovani aviatori.

L'OMON attacca i fascisti di fianco partendo dai suoi autobus. Là ce n'è un intero parco, in essi si può mettere un esercito. In un giorno di maggio ho visto come stavano in piazza Bolotnaja, intrecciando le mani, ragazzini e ragazzine di aspetto intellettuale, artistico e niente affatto brutale, ho visto come hanno resistito due ore sotto gli attacchi dell'OMON senza farsi scacciare e trascinare, semplici moscoviti con volti da operatori di ufficio e capelli lunghi da boheme, ma questi, con spaventose maschere nere con fessure strette, appena gridato solennemente scemenze fasciste, non resistono neanche qualche secondo. La loro colonna cessa di esistere, si sfascia, singoli tipi si spezzano con orrore a destra e a manca e intorno inizia il panico. E' un momento molto spiacevole quando centinaia di persone che andavano ordinate davanti a te si trasformano all'improvviso e con volti deformati si danno a correre a gambe levate proprio verso di te, minacciando di abbatterti e calpestarti. E non c'è dove nascondersi. Qualche minuto dopo si ristabilisce la tranquillità e la marcia scorre tranquilla accanto a tre agenti dell'OMON congelati nell'immobilità, uno dei quali mi colpisce per lo spazio di un metro e mezzo tra le spalle e per tre sodi accumuli di grasso sulla nuca rasata. Ha un berretto. Alle sue spalle cartelli e striscioni fascisti rosso-neri sgualciti, rotti, calpestati e strappati cadono nell'acqua e nel fango.


Com'è prescritto nelle corti, qui si sostiene la propria gente. Ho girato tutte le colonne della "Marcia Russa" e ho visto solo due ritratti di prigionieri di piazza Bolotnaja – di Il'ja Guščin e Jaroslav Belousov. Perché, com'è scritto sotto i ritratti, sono nazional-democratici. Ritratti di altri, che non sono nazional-democratici, alla "Marcia Russa" non c'erano.

E dietro a tutti, dietro a queste colonne urlanti, rumorose, imprecanti e già fradicie sotto la pioggia che aumentava sempre, affrettandosi appena dietro a loro, si trascinava su gambe mezze curve, mezze piegate un uomo grosso e grasso con un giubbotto caldo aperto sul corpo sudato, con un cappello assurdo con i paraorecchi penzolanti e grandi scarponcelli marroni. Un fenomeno più strano alla marcia dei nazionalisti sarebbe difficile immaginarselo. Al collo dell'uomo, che in generale aveva un aspetto assai logoro, brillavano orgogliosamente i colori bianco-verdi puliti della sciarpa di "Jabloko" [41]. Era l'unico membro del partito "Jabloko" alla marcia russa. Gli ho chiesto da dove venisse e mi ha detto che veniva dalle parti di Tula [42] e fiducioso come un abitante di una piccola cittadina con un altro come lui [43], ha raccontato della sua lotta nelle commissioni elettorali per le elezioni oneste. E di come lo hanno preso di peso e portato via e l'hanno tenuto in una stanza fredda e di come ha comunque lottato con loro. Ha detto precisamente, con le date, quando e a quali elezioni ha votato per Javlinskij, ma più delle parole era importante il sospiro con cui accompagnava queste parole. Non era una lamentela. Non si è lamentato. Ma è difficile, difficile, infinitamente difficile essere una persona onesta e democratica nella provincia profonda, in una piccola cittadina presso Tula!

Dietro a lui, chiudendo la "Marcia Russa", circondando la strada con il loro rado cordone, andavano delle ragazze della polizia in tuta mimetica grigio-azzurra con dei cani al guinzaglio. La pioggia aveva già allagato il lastrico, andavo sull'acqua senza scegliere un percorso perché comunque ero già del tutto fradicio da parte a parte. E anche il mio interlocutore. La folta pelliccia dei cani pastore si era infradiciata, si era appesantita, stava giù, le code si abbassavano a terra, i cani si curvavano per via e mi facevano pena. E dietro alle ragazze con i cani andavano lentamente in fila gli autobus bianco-azzurri della polizia.

Ho cercato comunque di capire perché questi sia andato alla "Marcia Russa". Nessuno del suo partito c'è andato, ma questi c'è andato. "Faccio un po' di propaganda", – mi ha detto in risposta questo strambo coraggioso e strano russo e sulla sua schiena pendeva, appeso a cordicelle un cartello artigianale "Libertà per i 26 prigionieri di piazza Bolotnaja!".

Autore: Aleksej Polikovskij


Indirizzo della pagina: http://www.novayagazeta.ru/politics/60783.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)


[1] Manifestazione nazionalista che si tiene in occasione della festa nazionale del 4 novembre (commemorazione della cacciata da Mosca dei polacchi, che volevano insediare il loro candidato sul trono russo vacante, nel 1612).
[2] Igor' Vladimirovič Tal'kov, cantante russo ucciso dietro le quinte di un concerto in circostanze non ben chiarite.
[3] Otrjad Milicii Osobogo Naznačenija (Reparto di Polizia con Compiti Speciali), sorta di Celere russa nota per la sua brutalità.
[4] Fiume della Russia settentrionale
[5] "Di Belorečensk (città della Russia meridionale", via della periferia sud-orientale di Mosca.
[6] Federal'naja Služba Bezopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), il principale servizio segreto russo.
[7] Antica svastica slava.
[8] L'articolo 282 del Codice Penale, che punisce l'incitazione alla violenza su base discriminatoria.
[9] Quello in cui nei documenti ufficiali è indicata l'etnia.
[10] Anatolij Borisovič Čubajs, ministro dell'Economia al tempo di El'cin.
[11] Devastante pogrom del 1903 nell'attuale Chişinău, capitale della Moldavia.
[12] L'ex vice-premier Boris Efimovič Nemcov, co-presidente del Partito Repubblicano di Russia – Partito di Libertà Popolare.
[13] Lo scrittore e leader del Partito Nazional-Bolscevico Ėduard Limonov (pseudonimo di Ėduard Veniaminovič Savenko).
[14] Žores Ivanovič Alfërov, fisico e uomo politico comunista, presidente del centro scientifico per l'innovazione di Skolkovo (quartiere della periferia sud-occidentale di Mosca).
[15] Ksenija Anatol'evna Sobčak, figlia del sindaco perestroikista di Leningrado Anatolij Aleksandrovič Sobčak, giornalista televisiva e membro dell'opposizione.
[16] "Eco di Mosca", radio indipendente.
[17] "Del Pantano" (che c'era un tempo), piazza del centro di Mosca, teatro di manifestazioni dell'opposizione.
[18] "Di Bratislava" (dal nome della via in cui si trova).
[19] Cekisti erano detti gli agenti della Čė-Ka, cioè ČK (Črezvyčajnaja Komissija po bor'be s kontrrevoljucej i sabotažem – Commissione Straordinaria per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio), la prima polizia politica sovietica e per estensione sono detti così gli agenti segreti.
[20] "Inno" che riprende la canzone Idëm, idëm, vesëlye podrugi! (Andiamo, andiamo, allegre amiche) del 1937.
[21] Quartiere della periferia sud-occidentale di Mosca recentemente teatro di un pogrom contro gli immigrati.
[22] "Eco della futura guerra", canzone del gruppo metal neonazista M8L8TH (qualcosa come "martello", in russo molot – 8 sta per "h", ottava lettera dell'alfabeto latino, come dire HH, come dire "Heil Hitler").
[23] Città della Russia centro-meridionale che porta il nome del rivoltoso del XVIII secolo Emel'jan Ivanovič Pugačëv, teatro di scontri tra nazionalisti e caucasici.
[24] Rostov sul Don, città della Russia meridionale teatro di violente manifestazioni nazionaliste dopo l'uccisione di uno studente russo.
[25] Centro abitato ai piedi degli Urali teatro di scontri sanguinosi tra nazionalisti e caucasici.
[26] Nome colloquiale della Piazza del Maneggio, non lontana dalla Piazza Rossa, teatro di scontri tra nazionalisti e caucasici dopo l'uccisione di un tifoso dello Spartak. Il corsivo è mio.
[27] Città della Carelia teatro di scontri tra nazionalisti e profughi ceceni.
[28] Saluto pasquale dei fedeli ortodossi.
[29] Generale cosacco.
[30] Konstantin Petrovič Pobedonoscev, consigliere reazionario degli zar degli ultimi anni del XIX secolo.
[31] Qualcosa come "Fila della Caccia", via di Mosca che fungeva da mercato.
[32] "Siamo nati per rendere la fiaba realtà".
[33] Canzone sovietica, sulla cui aria si canta il canto partigiano "Fischia il vento".
[34] Svobodu significa "libertà" e slava rodu "gloria alla stirpe".
[35] Vsevolod Michajlovič Bobrov, calciatore e hockeista di origine ebraica.
[36] Igor' Aleksandrovič Netto, grande calciatore russo di origine estone.
[37] Pëtr Ivanovič Bagration, generale morto nella battaglia di Borodino.
[38] Cezar' L'vovič Kunikov, eroe della II guerra mondiale.
[39] L'araldista Bernhard Karl von Koehne, russificato come Berngard (Boris) Vasil'evič Këne.
[40] "Socialismo nazionale". Socialismo si scrive socialìzm, ma in russo le "o" non accentate si pronunciano come "a".
[41] "Mela", partito di orientamento liberale, il cui nome prende spunto dalle iniziali Ja-B-L dei cognomi dei fondatori Grigorij Alekseevič Javlinskij, Jurij Jur'evič Boldyrev e Vladimir Petrovič Lukin.
[42] Città della Russia centro-settentrionale.

[43] L'autore dell'articolo, il giornalista e scrittore Aleksej Michajlovič Polikovskij mi risulta però essere moscovita...