Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

07 dicembre 2011

"Tutto intorno a te (frammenti di narrazione)". V

...

Che bravo che sei, mi lasci anche parlare, sfogare... Perché sei tollerante, democratico. E poi cosa? Laico, antifascista? Ok, ok...

Però quando elabori la sintesi, o meglio la critica del teorema e dovresti essere convincente, anche perché tu non la esponi in modo dottrinario e dogmatico, ma anzi senza parlare come quello che ha la verità in tasca, ecc., ecc., ecc... è proprio lì che mi convinci meno. Ne vogliamo parlare? Tanto è la vita che usa le nostre parole contro di noi, mica solo il diritto penale americano...

No, caro amico, non sono d'accordo... Ti pareva? Stavo in pensiero... Che banalità. A differenza di quello che pensano gli sciocchi, non essere d'accordo è la cosa più banale del mondo. Tutto si oppone istintivamente, anche la vita è l'insieme delle funzioni che si oppongono alla morte. Forse il vero grande è chi dice "Hai ragione". La frase più difficile, altro che "ti amo". Comunque se non sei d'accordo, non sei d'accordo, va bene... Come diceva Clint Eastwood, le opinioni sono come le palle, ognuno ha le sue.

Parli da uomo ferito... Parlo da quello che sono e me ne fai una colpa. E il bello è che dopo mi fai pure l'elogio della sincerità (o forse dimenticavo che l'unico uomo sincero al mondo sei tu?). Ma non anticipiamo.

Pezzo di pane... "Pezzo di pane" non si diceva di una persona buona? Ce l'hai con me perché sono buono? Comunque non lo sono, non ti preoccupare...

Lei se n'è andata e tu non hai resistito... Sei così tollerante, democratico, laico, antifascista... - dimentico qualcosa? - che additi un debole perché è debole. Bravo.

Non esistono leggi in amore... Opinabile, quantomeno. Non ho neanche voglia di spiegarti perché.

Basta essere quello che sei... Provaci e poi vedi la fine che fai. Se sei un uomo ferito, ti incolperanno di esserlo (vedi sopra).

E lascia aperta la porta del cuore... L'ho fatto e ho preso solo freddo. Così non mi dirai che faccio sempre la lagna, che non sorrido mai, che non sono autoironico, ecc.

Vedrai che una donna è già in cerca di te... Se c'è davvero, datele un navigatore satellitare o almeno qualcosa collegato a Internet, così va su Google Maps e se è di là dell'oceano, le dicono di andare a nuoto o in canoa, ma almeno si fa un'idea vaga della strada... E datele qualcosa da mangiare, che forse è partita senza neanche portarsi dietro un panino e sono decenni che gira a vuoto...

...

19 novembre 2009

Inquietante

CADAVERI IMMORTALI

Nell’anno 2299 si era ottenuta l’immortalità biologica.

Una grande conquista per l’umanità, un passo indispensabile verso nuovi viaggi e nuove scoperte. I viaggi interspaziali cominciavano a richiedere tempi che non potevano essere compressi nel breve corso di una vita umana.

Dal 2299 fu possibile programmare la preparazione degli equipaggi sulla base di centinaia d’anni. Con l’immortalità si rese necessario, per mantenere costante la popolazione terrestre, permettere nuove nascite solo per reintegrare le perdite umane avvenute in modo traumatico. Come ogni legge, anche questa, aveva delle deroghe. Si poteva nascere liberamente solo in due casi eccezionali: in previsione di un nuovo mondo da colonizzare o per motivi di difesa in occasione di aggressioni spaziali.

E’ bene ricordare come la potenza di ogni famiglia dipendesse, a quei tempi, come oggi, da due fattori distinti: classe sociale di appartenenza e numero di persone biologicamente immortali del quale era composta.

La classe sociale, indicata con le lettere dell’alfabeto dalla A alla Z, dava subito l’idea della ricchezza di una famiglia, il numero dopo la lettera indicava, invece, il numero dei componenti della famiglia: esseri immortali che, se numerosi, potevano diventare anche una vera e propria lobby politica.

Per esempio un D48, gruppo familiare decisamente altolocato, doveva guardarsi da un Q742, un membro del quale era presente in ogni iniziativa, commissione, o spedizione militare.

Ogni famiglia cercava di ottenere il maggior numero di deroghe per la nascita di nuovi elementi, e rafforzare così il proprio potere numerico. Bastava un componente della famiglia nel Ministero “Mondi e Colonie” per venire a conoscenza, prima di altri, dei bandi di concorso per nuove nascite e poter inoltrare le relative domande di deroga.

Tutto questo è, però, storia vecchia.

Dal 3115, proprio per evitare qualsiasi tipo di speculazione, tutte le nascite vennero tassativamente vietate in ogni classe sociale, pena la soppressione immediata di pari membri della stessa famiglia.

Le nascite furono utilizzate, così, all’interno di ogni famiglia per eliminare i parenti scomodi…

Del resto nel 3115 la speculazione demografica aveva già raggiunto livelli allarmanti. Tutte le famiglie indicate con le lettere successive alla L contavano oltre diecimila unità e per tutte le altre si era comunque già nell’ordine di varie centinaia.

Dopo aver vinto la morte l’umanità si trovò, così, ad affrontare un problema ancora più grosso: quello della crisi degli alloggi!

La Terra è quello che è: un paio di progetti per allargarla, proposti da architetti di potenti famiglie B, C e D non ebbero seguito perché si calcolò che l’attrito delle sporgenze artificiali avrebbe potuto modificare gli equilibri gravitazionali del Pianeta. Gli studi si concentrarono, allora, su come poter limitare lo spazio abitabile per ogni essere umano e il risultato ultimo a cui approdò una commissione di ingegneri, biologi, psicologi e architetti, fu quello di ridurre l’ingombro dell’abitazione pressochè all’ingombro stesso del corpo umano. Un loculo!

Questo successo fu possibile grazie ai grandi progressi fatti in campo virtuale con esperimenti di ipnotismo mentale.

Si scoprì che la necessità di vita rispetto all’ambiente fosse, prima di tutto, una necessità mentale: la prova di questa scoperta risale alla notte dei tempi, addirittura al ventesimo secolo. Era usanza di quelle popolazioni primitive, chiamare certi periodi dell’anno “ferie” o “vacanze”. Durante questi periodi, pare, cercassero tutti di abbandonare case accoglienti, refrigerate, per andare ad ammassarsi in situazioni imbarazzanti lungo le rive dei continenti. Non era il corpo a godere di questi cambiamenti, bensì la mente. Fatta questa banale osservazione si potè agire virtualmente sui fattori mentali, indipendentemente dal fatto che il corpo rimanesse chiuso in un loculo. Ciò significò molto da un punto di vista urbanistico.

Nelle città si svilupparono i momenti di lavoro, commercio, comunicazione, a scapito delle case private ridotte a semplici loculi dove ci si coricava tranquillamente alla sera, davanti all’immagine virtuale dell’ambiente che si era scelto di visitare. Era sufficiente, infatti, autoipnotizzarsi davanti all’immagine di uno chalet montano, di una costa marina, di una fattoria e per tutta la notte era come se si vivesse realmente in quel posto.

Il trentaduesimo e il trentatreesimo secolo furono epoche veramente felici: un’umanità sdraiata in piccole bare, silenziosa, ipnotizzata, tutta compresa in viaggi virtuali da sogno: galoppate in brughiera, pesca in alto mare, sciate ‘fuori pista’ su cime incontaminate, senza parlare della possibilità di vivere con la mente interni spaziosi, magnifici, pieni di ogni comfort.

Sembrava che l’umanità avesse finalmente risolto il problema dell’habitat… Pareva una soluzione definitiva, sino a quando cominciarono ad accorgersi che le immagini fotografiche, riprodotte all’infinito per secoli, cominciavano a mostrare i primi segni di deterioramento. D’altro canto non era possibile rifotografare quei luoghi, dal momento che tutta la superficie terrestre era stata ormai occupata da un’immensa distesa di loculi uguali.

In tutti quei secoli l’umanità non si era più curata della realtà, occupata com’era a rifugiarsi in sogni meravigliosi.

Adesso i negativi delle fotografie risultavano quasi inservibili, producevano immagini sempre meno nitide. Le foto esistenti del vecchio mondo non potevano durare in eterno. L’autoipnosi, di fronte ad un’immagine ingiallita, sbiadita, strappata, funzionava egualmente, ma l’interessato si ritrovava proiettato in un sogno giallo, lacerato da squarci giganteschi, sfuocato… in pratica un incubo.

Dopo i primi risvegli con trauma psichico fu resa obbligatoria una visita periodica statale alle fotografie che ogni famiglia si tramandava di padre in figlio. Ne furono stracciate milioni considerate impraticabili. Alcuni cominciarono a nasconderle per usi clandestini senza il visto sanitario. Altri ne fecero commercio illegale. Alla borsa nera raggiunsero cifre che solo le famiglie più facoltose potevano permettersi: negli altri strati sociali ci si arrangiava con turni, rotazioni, affitti. Una foto di una casa al mare, in certi periodi dell’anno, poteva costare più di un castello scozzese.

Sorsero le fototeche, loculi in serie adibiti a dormitori pubblici dove i meno abbienti trascorrevano, quando potevano, qualche ora di sogno.

Lo Stato intervenne severamente contro la speculazione, confiscando loculi abusivi e foto irregolari, alla fine divenne lui stesso gestore dei sogni dei suoi cittadini più bisognosi.

Questa fase viene ricordata come la campagna dei “ Sogni Popolari” varata nel 3333. Una discreta scelta di ambienti, virtualmente confortevoli, venne messa a disposizione di quanti si dichiaravano, sotto loro responsabilità, nullatenenti, fotograficamente parlando.

Le domande di assistenza si accatastarono e, per aver assegnato un loculo con una fotografia decente bisognava attendere anche degli anni. Tutti rivendicavano il diritto umano di poter sognare un appartamento dignitoso.

Se da un lato la gestione statale regolamentò l’uso delle fotografie conservandole nel modo migliore, d’altra parte non poteva evitare che il numero di queste immagini si assottigliasse di anno in anno. Con la diminuzione delle possibilità di autoipnosi sicure e soddisfacenti aumentava la cura quasi religiosa con cui venivano maneggiate le foto superstiti e cresceva, contemporaneamente, lo scontento popolare di chi non riusciva ad abbandonare, neppure virtualmente, la fredda realtà dei loculi.

Vennero occupati dei sogni: alcuni poveracci si rifiutarono di abbandonare l’ipnosi e occuparono il sogno non volendo più tornare mentalmente nel loculo.

Le foto, ormai, erano limitatissime. Molti avevano perso il ricordo dell’ultima ipnosi e da anni giacevano, occhi sbarrati, tra le quattro pareti del loro box, uno spazio-corpo che gli era stato venduto con la promessa che la mente sarebbe stata altrove. Una prigione eterna, data l’immortalità conquistata in precedenza dall’uomo.

Delle fotografie si sentì parlare sempre più di rado e in maniera sempre più mitica. Sembrava che le poche foto superstiti avessero acquistato un carattere sacro e venissero maneggiate come reliquie da una strettissima cerchia di alti funzionari statali che avevano, però, fatto voto di castità ipnotica. Si impegnavano cioè a conservarle intatte negandosene l’uso, nel timore di consumare anche quell’ultimo tenue filo che collegava l’intera umanità a quei paesaggi e a quelle atmosfere che avevano caratterizzato i primi millenni del suo sviluppo.

La Terra, ridotta ad una sfera di loculi scuri nei quali è possibile intravvedere bagliori umidi di occhi disperati, gira trionfante in moto perpetuo vendicandosi, così, di una stirpe umana che ha creduto di poter trovare al di fuori di essa motivo di vita.

Terra: pianeta del Sistema Solare abitato da cadaveri immortali (definizione dall’Atlante Intergalattico del 5580, irradiato da Mor, stella per l’informazione ai naviganti).


Maurizio Nichetti (http://www.nichetti.it/)

02 luglio 2009

"Tutto intorno a te (frammenti di narrazione)". IV

...

- To pass day... To pass night... Every day... And every night... Radio Subasio!

Almeno mi pare che dica così. Chissà perché l'ascolto solo in macchina. Per sentirmi in compagnia, forse. Quando ho comprato questa macchina non pensavo che ci avrei quasi sempre viaggiato da solo con Radio Subasio. E invece per ora la ragazza che ha viaggiato più spesso con me è stata Susanna Scalzi. A me le rosse piacciono anche, ma un po' meno stagionate... Oh, scherzo, Susanna, lo sai che amo solo te...

Ma se mi mettete "Amore bello" mentre sono bloccato nel traffico sotto la pioggia, per la mia depressione latente comincia ad essere davvero troppo! Allora passo su Virgin... Ma dov'è? La prima cosa che faccio quando salgo in macchina dopo che l'ha presa mio fratello è togliere Virgin Radio... E ora? Ora mi tocca fare tutto il giro, perché ho rotto il tasto e la frequenza sale e basta. Virgin è vicina a Radio Maria! Guarda un po'... Per attinenza? E chi c'è? Kid Rock? Vai!!!

- ...And we were trying different things, we were smoking funny things, making love out by the lake to our favourite song... Sipping whiskey out the bottle, not thinking 'bout tomorrow, singing Sweet Home Alabama all summer long...

Ma che sto cantando? E facendo... Altro che tamburellare con le dita sul volante! Che penseranno quelli che mi vedono suonare una chitarra elettrica immaginaria, che per di più sembra avere solo il manico? E se non fosse che muovo continuamente su e giù indice, medio, anulare e mignolo, il gesto sembrerebbe anche un po' equivoco... E imito pure il verso della chitarra elettrica con la bocca... Ho scoperto solo da poco che si chiama beatboxing. Intanto qui non ci si muove nemmeno per idea...

...

31 marzo 2009

Il tacchino induttivista (come dire che non sempre la filosofia è difficile e noiosa)

Un tacchino, in un allevamento statunitense, decise di formarsi una visione del mondo scientificamente fondata (una wissenschaftliche Weltauffassung, secondo i neopositivisti del Wiener Kreis).

"Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell'allevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni le più disparate. Finché la sua coscienza induttivista non fu soddisfatta ed elaborò un'inferenza induttiva come questa: "Mi danno il cibo alle 9 del mattino". Purtroppo, però, questa concezione si rivelò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato."


Bertrand Russell (http://it.wikipedia.org/wiki/Tacchino_induttivista)

24 gennaio 2009

"Tutto intorno a te (frammenti di narrazione)". III

...

"Sai, con i programmi che ci sono ora in televisione, mi viene da pensare che il vero spettacolo siano gli spettatori...

Ieri sera, alla prima pausa pubblicitaria, io e Massimo ci siamo scatenati.
- Sai, - mi dice. - se entri in un seminario da frati, poi diventi un prete proprio per benino. Un prete regolare.
- Già. - faccio io. - E se entri in un seminario diocesano, diventi un prete vecchissimo. Un prete secolare.
Marta stava zitta, ma pareva di vederle uscire dalla testa la nuvoletta a tondini col pensiero "Ma perché devo guardare la televisione con questi due idioti?"
Ma quando è apparso lo spot dello Spray Blond o qualcosa del genere (quella roba che si danno le donne in testa per sembrare bionde) con Charlize Theron, mi sono cascate le braccia.
- Nooo... - faccio. - Anche Charlize Theron si da lo spray? Ma allora è vero quello che dice qualcuno, che le bionde in realtà non esistono?!?
Massimo rimase parecchio perplesso anche lui.
Marta con tutta tranquillità dice: - Io non so che cosa ci trovate in queste ragazze coi capelli gialli!

Ma forte fu anche quella volta che eravamo da Bruno.
Non mi ricordo nemmeno che si stava guardando, ma a un certo punto danno la presentazione del film "Cujo", che avrebbero trasmesso qualche giorno dopo. Forse non volevano far vedere cose troppo paurose a quell'ora, ma in quella presentazione non ci si capiva nulla...
Allora Giacomo fa: - Ma che film è "Cujo"?
E Bruno: - E' la storia di un San Bernardo malvagio...
- Ma come faceva a essere malvagio se era san???
- Eh, ma era anche Bernardo!!! E Bernardo vinceva su San!"

...


Vedi anche I e II

12 dicembre 2008

Natale si avvicina...

UNA LETTERA DAL PARADISO di Giuseppe Pontiggia.

Ricevo milioni di lettere, ma e' la prima volta che ne scrivo una. Vorrei denunciare una situazione che e' diventata precaria. Sono sommerso dalla corrispondenza. I bambini si moltiplicano in ogni parte della terra, nonostante le carestie, le malattie e le guerre. Inoltre mi inviano, soprattutto dai Paesi ad alto sviluppo, richieste natalizie sempre piu' complicate. Si accumula cosi' un arretrato che getta me nell'inquietudine e loro nella delusione. Capita infatti che il regalo arrivi con qualche ritardo e l'eta' in questi casi e' decisiva. Lo ha sperimentato anche l'industria del giocattolo. Certi Lego sofisticati risultano troppo difficili per i bambini: sanno usarli solo quando sono cresciuti e hanno perso interesse per i Lego. Centrare l'eta' giusta e' ormai un problema. I miei destinatari anticipano di solito la precocita' e differiscono la maturita' . Molti non diventano adulti neanche dopo i trent'anni e continuano a inviarmi le lettere che mi spedivano nell'infanzia. Questo ha creato un ingorgo che definirei cosmico per non confonderlo con quello planetario. Mi viene in mente la risposta del presidente della Repubblica tedesca Paul Hindenburg a un giornalista che lo intervistava: "Che cosa ne pensa della morte, maresciallo?" - "La attendo con grande serenita' d'animo" aveva risposto Hindenburg. Poi aveva indicato la montagna delle lettere giacenti sulla sua scrivania e aveva aggiunto: "Vorrei che sulla mia tomba, oltre al nome e alla data di nascita, fosse scritto: "Non riceve piu' posta". Nessuno come me puo' capirlo, solo che i suoi guai sono finiti con la morte, mentre per me sono cominciati allora. Non immediatamente, a dire la verita' , perche' per qualche secolo, a partire dal IV, sono stato venerato solo come vescovo di Mira in Asia Minore. E soccorrevo i marinai nei naufragi, i derubati e gli oppressi, i perseguitati e le vergini indifese (una categoria che oggi e' diminuita). Ma dopo il trafugamento, anzi - per usare un termine meno crudo - la traslazione delle mie ossa a Bari sul finire dell'anno Mille, sono diventato il patrono di quella citta' e di innumerevoli altre in tutta Europa, soprattutto quella settentrionale. E proprio qui, per una catena di equivoci che, per non dispiacere al Signore, chiamera' provvidenziali, sono cominciate le mie disavventure. Da San Nicola o meglio Nicolao sono diventato Santa Claus: il mantello vescovile si e' tramutato in un manto rosso, la mitra in un cappuccio a punta, mentre ho conservato la barba bianca bizantina, solo che adesso e' diventata piu' fluente, addirittura immensa, da Guinness celeste. E il mio carattere protettivo e soccorrevole, unito ai miei natali decembrini, mi ha trasformato nel santo dei bambini, senza le discriminazioni della Befana tra buoni e cattivi: mi sembrano un po' in contrasto con l'idea della festa. Comunque, per carita' cristiana, voglio astenermi dai giudizi. Il lavoro nei primi secoli era fortunatamente limitato a una piccola parte del pianeta. E, nei rigori del clima settentrionale, mi riscaldava il calore popolare, che intravedeva in me un erede di divinita' pagane. Era un fraintendimeto a cui noi Santi siamo abituati. Lo accettavo come altri che avevo accettato al Sud: ad esempio di essere adorato anziche' venerato e di essere considerato non un avvocato presso Dio, ma un suo plenipotenziario in libera uscita, prodigo di miracoli in proprio. Il Signore su questo punto chiude un occhio, perché bada all'intenzione. E' comprensibilmente superiore a ogni forma di gelosia e di competizione e, a differenza dei minuscoli leader della terra, delega non appena e' possibile. Questo aspetto, se consente a noi Santi una certa autonomia, non e' privo di risvolti inquietanti: Lui mi ascolta quando intercedo per un miracolo (anche se le sue decisioni talora mi sconcertano), ma non mi da udienza per i doni. Io ho cercato, come si dice a Bari e a Napoli, di arrangiarmi. Consulto i cataloghi ragionati dei giocattoli per seguire la loro evoluzione. L'onniscienza pero' non rientra nella nostra dotazione e questo, con l'andare dei secoli, ha finito per incidere. Prima i giochi sulla terra erano piuttosto elementari, ma la Rivoluzione Industriale ci ha inferto il primo colpo. Giocattoli meccanici ed elettrici hanno moltiplicato il prezzo dei modelli e dilatato la distanza tra chi li possedeva e chi li sognava. Poi la Rivoluzione Telematica ci ha assegnato il colpo decisivo. L'ndustria cambia videogiochi ogni semestre e, quanto alle bambole parlanti, si stanno consorziando in un sindacato. L'aggiornamento non e' piu' una necessita', e' una utopia. Solo gli utenti piu' piccoli la realizzano, sotto gli occhi esterrefatti degli ascendenti piu' anziani, che rifiutano di manovrare i loro giochi, e dei genitori, che ci hanno provato ma inutilmente. Nei Paesi piu' progrediti i bambini non sanno piu' saltare con la corda, avendo perso la padronanza del corpo (un dato che preoccupa i pedagogisti e ha annientato i produttori di corde), ma in compenso digitano per ore con un accanimento instancabile. Solo le lettere dei bambini nei Paesi sottosviluppati mi ricordano l'Europa dei miei tempi. Mi suscitano pero', piu' che la nostalgia, una sensazione di angoscia e di ingiustizia. Distribuire doni natalizi, a una umanita' cosi' tribolata e discriminata, e' un impegno quasi eroico anche per un Santo. Le mie forze non bastano. Chiedo, dunque, per disservizi e ritardi, comprensione. Perfino il Papa ha parlato di silenzio di Dio. Ma io alle lettere dei bambini devo rispondere con un dono. Sono sempre stati, nei secoli, il futuro della Terra.

05 dicembre 2008

Ricordi di scuola

XLVIII

Qui conta del re Currado, del padre di Curradino.

Leggesi del re Currado, del padre di Curradino, che, quando era garzone, sì avea in compagnia dodici garzoni di sua etade, che li faceano compagnia. Quando lo re Currado fallava in neuna cosa, e ' maestri che·lli erano dati a guardia non lo battevano, ma battevano questi garzoni suoi compagni per lui. E que' dicea:


«Perché battete voi costoro?»


Rispondeano li maestri:


«Per li falli tuoi».


E que' dicea:


«Perché non battete voi me, ch'è mia la colpa?»


Li maestri rispondeano:


«Perché tu se' nostro signore; ma noi battiamo costoro per te. Onde assai ti de' dolere, se tu hai gentil cuore, ch'altri porti pena delle tue colpe».


E per ciò si dice che lo re Currado si guardava di fallire per la pietà di coloro.


http://www.hs-augsburg.de/~Harsch/italica/Cronologia/secolo13/Novellino/nov_n005.html

19 novembre 2008

Divertissement?

L'ucronia è un genere letterario molto interessante, che si basa sull'idea di una "storia alternativa" in cui gli eventi seguono un corso diverso da quello reale. L'ucronia può essere sia utopica sia distopica (un esempio classico in questo senso è La svastica sul sole di Philip Dick, in cui si immagina un mondo in cui i nazisti hanno vinto la II guerra mondiale). Ma in questo sito si sono dati molto da fare, elaborando oltre 2500 "storie alternative". Ne pesco una "a caso":

Scacco matto.
Vladimir Putin cade in disgrazia agli occhi di Boris 'Eltsin, che come proprio delfino sceglie lo scacchista Garri Kasparov, molto impegnato sul fronte dei diritti umani e nettamente occidentalista. Il 7 maggio 2000 Kasparov sconfigge proprio Putin nelle elezioni presidenziali. La Russia non subisce una svolta in senso eurasista ed aderisce alla NATO (made in
William Riker)

Un divertissement letterario molto più leggero è quello di scrivere "libri di una riga" con trame impossibili. Lo fanno nel blog Fake books - libri di una riga. L'ultimo esempio in ordine di tempo rende l'idea di cosa si tratti:

Lei è una bambina prodigio che può parlare con i morti. Ma i morti non le rispondono.




EmediateAd


28 ottobre 2008

"Tutto intorno a te (frammenti di narrazione)". II

...

Dalla filologičeskij fakultet (la chiamavamo così anche quando parlavamo in italiano) all'immenso edificio dell'MGU si diceva che ci fosse un chilometro. A me pareva un'esagerazione, ma certo quel bel vialetto sembrava che non finisse mai. Certo che far fare ai prigionieri del Gulag un'università alta due terzi dell'Empire State Building senza la facoltà di Lettere...

Quel pomeriggio io, Pietro e Giusy tornavamo all'obščežitie (neanche questo veniva mai tradotto - dire "casa dello studente" non rendeva affatto l'idea) dicendo che faceva ancora troppo caldo e che doveva esserci del vero in quel che si diceva sull'effetto serra. Mosca senza neve ai primi di novembre era troppo triste, che credesse alle lacrime o no. E io maledicevo pure di essere venuto a stare lì quattro mesi senza portarmi niente di "ginnico" per poter giocare a calcio finché ancora si poteva. Qualche giorno prima avevo rinviato un pallone uscito dai campetti adiacenti con tale irruenza da spaventare il destinatario che si era girato per evitare la bordata...

A un certo punto arrivò Katja. Katja ci metteva in crisi perché studiava italiano e voleva sempre parlare con noi nella nostra lingua, mentre noi parlavamo in russo solo a lezione e volevamo parlare un po' di russo vivo. Eppure Katja era ammirevole perché si barcamenava già bene nella nostra cavolo di lingua, senza uno straccio di declinazione, con due soli generi grammaticali (manco che al mondo fosse tutto maschio o femmina) e con autentiche follie come il trapassato remoto e il futuro anteriore... Però, come capita spesso ai russi, non riusciva a trovare un po' di affluency (po-russki: beglost'). Senza... fare... pause... reggeva... al massimo... un'unità sintattica. Ma... a... volte... anche... molto... meno.

Dopo i saluti, si volle togliere subito una curiosità.
"Qual è... quella parola... che significa... "ragazza"... e comincia... per "f"?", chiese.

Io e Pietro passammo avanti, ci guardammo in faccia e trattenemmo le risate a fatica. Giusy scattò avanti e ci guardò malissimo.
"Ma dai, non può essere quella parola lì!", fece.
"Ah sì? E allora qual è?", feci io con aria sfottente.
La faccenda si faceva imbarazzante. Non ci andava di darle spiegazioni.

Dovevamo cambiare discorso. E lo facemmo. Probabilmente Katja pensò che il nostro imbarazzo derivasse dalla nostra ignoranza della nostra lingua madre.

Ma la conversazione fu stranamente impalpabile, anche se parlammo di vsjakaja vsjačina ("ogni ognità"? "Qualsiasi qualsiasaggine"? Il russo è fantastico, perché non si può tradurre - e Katja ci faceva parlare in italiano...). E quel chilometro che chilometro non era sembrava sempre più lungo. Maturava un momento epifanico.

"Ecco qual era la parola!", a Katja venne fuori una beglost' mai sentita prima. "Fanciulla! FANCIULLA!!!"

...


Vedi anche: I

27 ottobre 2008

"Tutto intorno a te (frammenti di narrazione)". I

...

"E' rigore, dai, l'hai presa con un braccio!", gridò Mattia.
"Ma che dici???", gli si rivoltò contro Bruno.

In effetti a me non pareva. Però tutto si può dire di Mattia tranne che sia uno che se ne approfitta. Vediamo come va a finire.

"Vabbe', se tu vuoi il rigore, ti si da", fece Nino con l'aria di uno che concede qualcosa a un bambino capriccioso.

Come "ti"? Se ce lo date, ce lo date a tutti. E poi state vincendo 3-0, saremo più meno a un quarto d'ora del secondo tempo, c'è poco da fare i signorotti offesi. Certo, meno male che Davide non si è fatto vedere "senza addurre motivazioni plausibili", altrimenti mi sarebbe toccato fare l'arbitro e qui il rigore non l'avrei dato e forse avrei litigato con Mattia per la terza volta in vent'anni...

"Allora, chi lo batte?", disse Claudio dopo aver messo la palla sul dischetto.
"Tu l'hai voluto, lo batti tu!", disse Nino a Mattia con fare provocatorio, entrando in una discussione non di sua competenza.
"No, no, io non lo batto", disse Mattia deciso.

Mattia, alle volte non ti capisco proprio. Perso per perso, potevi anche batterlo tu... Ma che cavolo, è la mia occasione!

"O ragazzi, se non lo vuol battere nessuno, lo batto io!!!", gridai.
"Battilo tu", disse Claudio freddamente, come dire "ma chi se ne frega".
"Lo batto io, allora?!?", dissi, probabilmente con un'aria incredula da fare spavento.

Claudio mi fa un gesto come un cameriere che invita a entrare in un ristorante di lusso. Allora vado. Ho fatto già uno sbaglio: non ci si fa piazzare la palla sul dischetto da un altro. Non l'ha messa uno di loro, quindi non ci saranno scherzi come quello di Maspero a Salas. O quello di Benito Lorenzi a non ricordo chi del Milan con il pezzo d'arancia. Ma forse Claudio l'ha messa un po' avanti rispetto al dischetto e magari il piede mi scivola sul gesso... Tanto più che non c'è manco l'erba qui. E' vero comunque che il tempo si dilata quando stai per battere un rigore. Ricordo quel racconto sull'"Avvenire" su Paolo Poggi che deve battere il rigore decisivo per la salvezza del Venezia. Colonnine su colonnine di ricordi di partite nei campielli, ma per l'esecuzione due parole "Tiro. Gol". Ma come tiro? Nell'unico modo che so: d'interno collo destro alla mia sinistra. Sì, lo so che di destro si può tirare anche a destra, basta "aprire la gamba e girare il piede"... E come no? Ma io guardo quelli che lo fanno come la gente al circo guarda i contorsionisti. Via, Alessandro si è piazzato malissimo, è troppo a destra di almeno un metro. A sinistra s'è aperta una voragine. Vai! C'è un silenzio agghiacciante, anche la periferia sembra essersi zittita. Corro e non sbaglio neanche il numero di passi, non sono arrivato né lungo né corto. Stango e la palla sale inesorabile. Alessandro resta dov'è, tutto il suo movimento è un'occhiata a destra per capire che non ci arriverà mai... Dai, dai, dai!!! Traversa!!! Il rimbombo pare spandersi per tutto il quartiere, segue un altro silenzio che si rompe subito...

"Porca puttana!!!", urlai.

...

15 ottobre 2008

Fermate il mondo, vogliamo scendere tutti...

Stamattina alle 7 un vertiginoso silenzio mi ha svegliato. Mi sono girato verso mia moglie. Non c'era. Non era neppure in cucina né in nessuna altra stanza. Anche Camillo non c'era. Sono uscito sul balcone: strada deserta. Solo un giornale spinto dal vento. Con l'auto ho attraversato la città. Vie e piazze spopolate. I tram fermi o vuoti. In ufficio nessuno. Anche da Maniglia e da mio cognato Augusto non c'è nessuno. Gli appartamenti abbandonati. Ho puntato verso l'aeroporto. Un jet sulla pista. Fortuna di avere il brevetto di pilota. Mi sono levato in volo. Parigi. Atene. New York. Non un'anima. Vuoto. Deserto. Sul banco di un bar di Adelaide trovo una fotografia. Ci sono tutti. Cinque miliardi di persone che mi fanno ciao con la mano... Sotto, una scritta: "Addio, testa di cazzo!". D'accordo, d'accordo...Però andarsene così...Senza dire niente...Che figli di puttana.

Romano Bertola

17 aprile 2008

Arturo

Ero un ragazzino delle superiori, vidi un ragazzo della mia classe che stava tornando a casa da scuola.



Il suo nome era Arturo e sembrava stesse portando tutti i suoi libri.



Dissi tra me e me: perché mai uno dovrebbe portarsi a casa tutti i libri di venerdì? Deve essere un ragazzo strano.



Io avevo il mio week-end pianificato (feste e una partita di pallone con i miei amici), così ho scrollato le spalle e mi sono incamminato.



Mentre stavo camminando vidi un gruppo di ragazzini che correvano incontro ad Arturo...Gli arrivarono addosso facendo cadere tutti i suoi libri e lo spinsero facendolo cadere nel fango. I suoi occhiali volarono via e li vidi cadere nell'erbaun paio di metri più in là.



Lui guardò in su e vidi una terribile tristezza nei suoi occhi. Mi rapì il cuore! Così mi incamminai verso di lui mentre stava cercando i suoi occhiali e vidi una lacrima nei suoi occhi. Raccolsi gli occhiali e glieli diedi dicendogli: 'quei ragazzi sono proprio dei selvaggi, dovrebbero imparare a vivere.'



Arturo mi guardò e disse: 'grazie! 'C'era un grosso sorriso sul suo viso,era uno di quei sorrisi che mostrano vera gratitudine.



Lo aiutai a raccogliere i libri e gli chiesi dove viveva. Scoprii che viveva vicino a me così gli chiesi come mai non lo avessi mai visto prima, lui mi spiegò che prima andava in una scuola privata.



Parlammo per tutta la strada e io lo aiutai a portare alcuni libri. Mi sembrò un ragazzo molto carino ed educato così gli chiesi se gli andava di giocare a calcio con i miei amici e lui disse di si. Rimanemmo in giro tutto il week end e più lo conoscevo più Arturo mi piaceva così come piaceva ai miei amici.



Arrivò il lunedì mattina ed ecco Arturo con tutta la pila dei libri. Lo fermai e gli dissi: 'ragazzo finirà che ti costruirai dei muscoli incredibili Con questa pila di libri ogni giorno! 'Egli rise e mi diede metà dei libri. Nei successivi quattro anni io e Arturo diventammo amici per la pelle.



Una volta adolescenti cominciammo a pensare all'università, Arturo decise per Roma ed io per un altra città. Sapevo che saremmo sempre stati amici e che la distanza non sarebbe stata un problema per noi. Arturo sarebbe diventato un dottore mentre io mi sarei occupato di cause e litigi.



Arturo era il primo della nostra classe e io l'ho sempre preso in giro per essere un secchione. Arturo doveva preparare un discorso per il diploma. Io fui molto felice di non essere al suo posto sul podio a parlare.



Il giorno dei diplomi, vidi Arturo, aveva un ottimo aspetto. Lui era uno di quei ragazzi che aveva veramente trovato se stesso durante le scuole superiori. Era un pò pieno nell'aspetto e stava molto bene con gli occhiali. Aveva qualcosa in più e tutte le ragazze lo amavano.



Ragazzi qualche volta ero un pò geloso! Quello era uno di quei giorni, potevo vedere che era un pò nervoso per il discorso che doveva fare, così gli diedi una pacca sulla spalla e gli dissi:'giovane te la caverai alla grande! Mi guardò con uno di quegli sguardi (quelli pieni di gratitudine), sorrise e mi disse: 'grazie'.



Iniziò il suo discorso schiarendosi la voce: 'nel giorno del diploma si usa ringraziare coloro che ci hanno aiutato a farcela in questi anni duri. I genitori, gli insegnanti, ma più di tutti i tuoi amici. Sono quì per dire a tutti voi che essere amico di qualcuno è il più bel regalo che voi potete fare.



Voglio raccontarvi una storia. Guardai il mio amico Arturo incredulo non appena cominciò a raccontare il giorno del nostro incontro .Lui aveva pianificato di suicidarsi durante il week end. Egli raccontò di come aveva pulito il suo armadietto a scuola, così che la madre non avesse dovuto farlo dopo, e di come si stesse portando a casa tutte le sue cose.



Arturo mi guardò intensamente e fece un piccolo sorriso. 'Ringraziando il cielo fui salvato, il mio amico mi salvò dal fare quel terribile gesto'.



Udii un brusio tra la gente a queste rivelazioni. ll ragazzo più popolare ci aveva appena raccontato il suo momento più debole.



Non sottovalutate mai il potere delle vostre azioni. Con un piccolo gesto potete cambiare la vita di una persona, in meglio o in peggio.



Dio fa incrociare le nostre vite perché ne possiamo beneficiare in qualche modo. Cercate il buono negli altri.



Ora tu hai due scelte, puoi:
1) passare questo messaggio ai tuoi amici
2) cancellarlo e agire come se non ti avesse toccato il cuore.

Come puoi vedere io ho scelto la numero 1.
'Gli amici sono angeli che ci sollevano i piedi quando le nostre ali hanno problemi nel ricordare come si vola.'

Non c'è né inizio né fine. Ieri è storia. Domani è mistero.

...

Pare che il sofista Gorgia abbia detto che la tragedia è un'illusione, in cui chi illude appare più giusto di chi non illude, e l'illuso più saggio di chi illuso non è." (Søren Kierkegaard, Stadi sul Cammino della vita - Considerazioni varie sul matrimonio in risposta a delle obiezioni da parte di un marito)

Visita il sito: http:/alteritaebellezza.blogspot.com/

Visita il sito: http:/www.lascrivania.com

Visita il sito: www.lacittadidio.com



Ringrazio A.N. per questo contributo

12 febbraio 2008

Un romanzo in sei parole

Regina Madry lancia una sorta di meme che è una sfida micidiale: scrivere una storia in sei parole. Com'ella ci mostra, Hemingway ci riuscì, a suo tempo. Io posso fare di peggio (e lo farò) e invito tutti i miei lettori a cimentarsi:

Una storia banale
Cercava l'amore e lo trovò.

Fine di un amore
Dissi solo: "Sii felice come vuoi".

La prima biografia non autorizzata di Obelix
Allegro, picchiava romani e mangiava cinghiali...

Con una sola certezza
Ti amerò sempre - e tanto basta.

Plagio
Scende la pioggia, ma che fa?

Una storia troppo grande
Avevo solo sei parole per dirlo...

Senza merenda
Colazione, pranzo, cena, spuntino di mezzanotte.

La finale
Con fatica ottenemmo una grande vittoria.

Davanti al mistero
Senza sgomento disse: "Andiamo a vedere".

La rivelazione
Non c'era niente da capire.

Reg
Un solo errore lasciò segni incancellabili.

Cantando in inglese
It's a rainy day, hallelujah!

Con sole sei parole per dirlo
Passai tutto il giorno a scrivere.

Verso la meta
Partì che pareva caricato a molla.

Un uomo deciso
Non si fermò finché non arrivò.

L'ottimista
Vedrai, questo è solo l'inizio...

Chuck Norris
Credevamo che tirasse solo calci rotanti.

Paranoia all'ultimo Stadio
Chiedeva sempre chi erano i Beatles.

03 gennaio 2008

Buffoni!

“Rabbi Baruk si recava spesso nella piazza del mercato. Là un giorno gli apparve il profeta Elia e Baruk gli chiese: ‘Fra questa gente c’è almeno uno che avrà parte nel mondo futuro?’. Elia rispose: ‘Nessuno!’. Più tardi in piazza si presentarono due uomini. Elia dichiarò a Baruk: ‘Ecco, costoro avranno parte nel mondo futuro’. Baruk, incuriosito, chiese loro: “Qual è la vostra professione?’. Risposero: ‘Siamo buffoni...’” (Apologo ebraico)

21 agosto 2007

Zen

Un viaggiatore incontrò una tigre e fuggì con la tigre alle calcagna. Arrivato sull'orlo di un precipizio l'uomo vi saltò, afferrandosi a una liana e rimanendo sospeso nel vuoto, mentre la tigre annusava al di sopra di lui. Tutto tremante l'uomo guardò in giù e vide un'altra tigre che lo guardava. Due sorci, uno bianco e uno nero, si misero a rodere la liana alla quale era sospeso. L'uomo vide allora vicino alla sua testa una appetitosa fragola selvatica. Tenendo la liana con una mano, colse con l'altra la fragola e la mangiò. Come era delizioso il suo gusto!

04 ottobre 2006

Un mio racconto del 1995

LA POLIZIA BRANCOLA NEL BUIO

“Rubate centomila lampadine. La polizia brancola nel buio.”

“Lele, questa ‘un c’è proprio garbata.”

Portanasegammé. E abbozzala col pluralis maiestatis o come caspita si chiama. Tanto te non sai nemmeno l’italiano...

“Si va dall’Agnese?”

E m’avete portato fuori a questo freddo per andare dall’Agnese? E io che mi ci rappresento? A me ‘sta nebbia dai polmoni m’è già scesa nei…

Allora si va. Noi sì che si brancola. Eppure non è tanto buio. In strada perlomeno. Non ci fosse altro di bello nella nebbia tutte le città sono grige. Anche quelle grige. E le strisce pedonali sono bowling dove noi birilli non ci vedono e ci possiamo anche muovere. Ma le palle sono più grosse…

Il Pista si appoggia con due mani sulla pulsantiera di un citofono. “E ora ti ‘ccappa!” Poi ci penserà l’Agnese a dirgli che “non si devano pigliare in giro gli andicappati.”

“Fermi tutti, c’ho una scheda ancora buona.” Il Chiava parla e pensa per tutti. “Signora, è la Sip, potrebbe gentilmente soffiare nell’apparecchio?” E’ la centesima volta che lo fa. E finora si sono gonfiate solo le mie.

Ma il Pista è in serata di grazia. “Ora sì che brancola!” E salta a piè pari contro un lampione. E il giraffone grigio si ringolla all’istante la macchia gialla che aveva sputato nella nebbia buia.