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21 maggio 2008

Discipline della salute mentale e Chiesa

Discipline della salute mentale e Chiesa
La fecondità del dialogo culturale ...e intrapsichico

Convegno
Firenze - 31 maggio 2008

INGRESSO GRATUITO



Organizzato da
Ass. Niccolò Stenone

in occasione del
1° CONVEGNO REGIONALE DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA PSICHIATRI E PSICOLOGI CATTOLICI - SEZ.TOSCANA
in collaborazione con Caritas Firenze
con il Patrocinio del CESVOT

Sabato 31 maggio 2008
Centro La Meridiana, via XXV Aprile
(angolo via Roma)
Scandicci – FIRENZE

9.00
Saluti di:
Dr. Antonio Panti, Presidente Ordine dei Medici della Provincia di Firenze.
Dr. Riccardo Poli, Presidente AIMC Toscana.
Prof. Antonio Pala, Presidente AIMC Firenze.
Dr. Marco Bertelli, Vice-presidente della World Psychiatric Association, MR Section e Segretario della Associazione Italiana per lo Studio della Qualità di Vita.
Padre Renato Ghilardi, Incaricato per la Pastorale della Salute della Conferenza Episcopale Toscana.
Dr. Alessandro Martini, Direttore Caritas Firenze.
Ing. Luigi Marroni, Direttore Generale ASL 10 Firenze.
Dr. Enrico Rossi, Assessore al Diritto alla Salute della Regione Toscana.
Sua Eccell. Claudio Maniago, Vescovo Ausiliare di Firenze.

9.45 Inizio lavori. Moderatore: Dr. Stefano Lassi, Psichiatra AIPPC Toscana e Gruppo Operativo per la Salute Mentale e la Disabilità dell’Ufficio per la Pastorale Sanitaria - Diocesi di Firenze.
Perché un Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici? Gli obiettivi culturali della sezione toscana al servizio della laicità e della deontologia. Dott. Daniele Mugnaini, Psicologo Presidente AIPPC - Sezione Toscana.

10.30
La crisi della relazione interpersonale nella società liquida. Prof. Tonino Cantelmi, Psichiatra e psicoterapeuta ASL Roma, Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Interpersonale di Roma, Presidente AIPPC Nazionale.

11.10
Salute fisica, mentale e etico-spirituale: una proposta metapsicologica integrale. Prof. Maurizio Faggioni, Padre francescano, Professore Ordinario di Bioetica all’Accademia Alfonsianadi Roma. Docente di Teologia Morale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

11.50 “
Metafore terapeutiche” laiche e cattoliche. Dr. Carlo Liedl, Psichiatra ASL Firenze, AIPPC Toscana.

12.30
Riflessione conclusiva. Don Gianni Cioli, Docente di Teologia Morale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

12.45
Dialogo con il pubblico.

13.00
Buffet.
~
Un’occasione di incontro tra due mondi culturali, quello della Chiesa da una parte e quello della Psichiatria e Psicologia dall’altra, impegnati entrambi nel promuovere il ben-essere della persona. Sarà un evento culturale all’insegna dei valori del rispetto e della valorizzazione reciproca, al fine di consolidare dei punti di riferimento culturali alternativi a forme di religiosità francamente immature, ma anche alternativi agli ideologismi materialistico-riduzionisti di chi, operatore della salute mentale, si propone come unica forma di aiuto per chi domanda benessere interiore.
Si rivolge in particolare a sacerdoti, religiosi, catechisti, a psicologi, psichiatri, operatori delle professioni d’aiuto alla persona (medici, mediatori familiari, consulenti, educatori, ecc.) e studenti universitari in queste discipline, per i quali si tratta di una prima risposta al mandato proveniente dalla Psicologia Clinica internazionale, che invita a riconoscere e gestire adeguatamente le dinamiche intrapsichiche del paziente o utente associate ai vissuti religiosi, vissuti che hanno spesso a che fare con la visione cattolica di uomo.

INGRESSO GRATUITO
per informazioni
dott. Daniele Mugnaini
Presidente Sez. Toscana
danielemugnaini@virgilio.it

11 maggio 2008

Sono io il numero 12?

Sono io il numero 12?’: parte la campagna mondiale sull’epatite


Oltre 200 associazioni di pazienti contro una malattia che colpisce 500 milioni di persone e ne uccide un milione e mezzo ogni anno, il 19 maggio la giornata planetaria. In Italia EpaC aderisce al progetto.

Giovedi’ 8 Maggio, 2008 – Oltre 200 associazioni di pazienti nel mondo coordinate dal World Hepatitis Alliance, puntano sullo slogan “Sono io il numero 12?” (www.aminumber12.org) per incrementare la consapevolezza di un dato quasi sconosciuto: nel mondo, una persona su 12 ha l’epatite B o l’epatite C ma la maggiore parte non lo sa ancora.

Il World Hepatitis Alliance lancia una campagna di sensibilizzazione per rendere noto che circa 500 milioni di persone nel mondo vivono o con epatite B o C e ogni anno ne muoiono circa un milione e mezzo e celebra lunedì 19 maggio la giornata mondiale sulle epatiti.

La campagna informativa “Sono io il numero 12?” è già stata avviata in 55 nazioni, da Sydney alla Serbia e da Beijing a Buenos Aires. Charles Gore, presidente della World Hepatitis Alliance, afferma: “A differenza di altre malattie, la consapevolezza e conoscenza sull’epatite B e C rimane inspiegabilmente bassa: l’informazione e la prevenzione sono gli unici strumenti a nostra disposizione per ridurre l’enorme e largamente prevenibile tasso di mortalità. L’epatite virale cronica non può più essere ignorata poiché ogni anno causa la morte di 1,5 milioni di persone: intendiamo insistere affinché le epatiti B e C siano inserite nell’agenda delle priorità della sanità globale e, come è già avvenuto per l’HIV/AIDS, la tubercolosi e la malaria, entrino a far parte degli obiettivi del millennio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”.

Il World Hepatitis Alliance chiede a tutti di registrarsi al sito www.sonoioilnumero12.org per mostrare solidarietà alla campagna, ma anche per ricevere informazioni preziose sulla malattia.

Lo sapevi ?
• Nel mondo, 500 milioni di persone sono attualmente portatori dei virus dell’epatite B o C cronica: mediamente, una ogni 12 persone.
• E’ una quantità di pazienti 10 volte superiore rispetto a quelli affetti da HIV/AIDS.
• Le epatiti B e C uccidono 1,5 milione di persone all’anno.
• Nel mondo, una persona su tre è entrata in contatto con uno o entrambi i virus.
• La maggior parte dei 500 milioni infetti da epatite non sa di esserlo.

La giornata mondiale sulle epatiti

La Giornata mondiale dell’ epatite sarà celebrata in tutto il mondo lunedì 19 maggio 2008: si tratta di una nuovissima iniziativa gestita interamente dalle Associazioni di pazienti. La giornata è stata organizzata per sottolineare la generale mancanza di consapevolezza sul questo problema socio-sanitario ma anche sulla mancanza di volontà politica di attuare strategie sanitarie di informazione e prevenzione così come sono state già pianificate per l’HIV/AIDS, tubercolosi e malaria, nonostante i numeri sulla mortalità siano sovrapponibili o anche superiori a quelli di queste malattie.

World Hepatitis Alliance

La Giornata mondiale dell’ epatite è coordinata dalla World Hepatitis Alliance, una Organizzazione No Profit che rappresenta oltre 200 Associazioni nel mondo che tutelano i malati di epatite B e epatite C. Il Consiglio Direttivo è formato da gruppi di pazienti di sette aree geografiche: Europa, Mediterraneo dell’est, Nord Africa, Nord America, Sud America, Australia e Pacifico dell’ovest.

L’Associazione EpaC

In Italia, EpaC onlus è di fatto la principale associazione di riferimento per i malati di epatite. Svolge attività di counselling, informazione, prevenzione e offre il suo contributo alla ricerca. EpaC onlus sostiene le attività della giornata mondiale sulle epatiti, poiché membro fondatore della European Liver Patient Association (ELPA) uno dei 7 membri del World Hepatitis Alliance.

In particolare, l’Associazione sta organizzando a Roma, Sabato 17 Maggio 2008, il più grande convegno rivolto ai pazienti epatopatici mai realizzato in Italia ed in Europa, con il patrocinio della Regione Lazio. Il convegno vede come relatori alcuni tra i più noti e autorevoli specialisti delle malattie del fegato Italiani. Ulteriori informazioni al sito internet www.epac.it

Chiediamo al nuovo Governo

• Riconoscimento delle epatiti virali croniche come un problema sanitario da affrontare con urgenza
• Inserimento delle malattie epatiche nel prossimo Piano Sanitario Nazionale con particolare riferimento alla prevenzione del tumore al fegato
• Un piano nazionale di intervento di informazione e prevenzione con obiettivi chiari e quantificabili sugli screening e sulla riduzione della mortalità causata dalle epatiti virali
• Politiche adeguate di sostegno alle Associazioni che si occupano dei pazienti affetti da epatiti e malattie del fegato

Per contatti:

Associazione EPAC Onlus
Ivan Gardini, Presidente - Tel. 039 6612460
Massimiliano Conforti, Vice Presidente - Tel 06 60200566
info@epac.it


Ufficio stampa

Intermedia
030 226105
intermedia@intermedianews.it

02 aprile 2008

Iniziative da sostenere

L'Associazione Sebi (http://www.associazionesebi.it/index.htm), nata in memoria del giovane Sebastiano per aiutare i malati di leucemia, propone questa iniziativa:

Il giorno DOMENICA 6 APRILE 2008 presso il RISTORANTE AURORA di SCANDICCI si terra' il Pranzo Sociale del 2008, i soldi ricavati saranno utilizzati per raggiungere gli scopi che l'associazione si e' posta per gli anni 2008 e 2009, il costo e' di Euro 20,00 a persona, per informazioni e/o prevendite/prenotazioni contattaci via mail a info@associazionesebi.it o via Tel/Fax, vi aspettiamo numerosi per un giorno di festa e per alimentare la speranza in tutti coloro che stanno soffrendo. Grazie.

15 marzo 2008

La sindrome di Chuck Cunningham

Ci sono anche malattie dell'immaginario. Un esempio è la "sindrome di Chuck Cunningham". Chuck Cunningham era il fratello maggiore di Richie Cunningham, protagonista della serie televisiva "Happy Days", un mito per quelli che adesso hanno 30-40 anni. Chuck era un personaggio marginale e incolore, che non ispirava simpatia. Si vedeva poco, ma a un certo punto scomparve del tutto. Non era morto né fuggito chissà dove, ma perfino i suoi familiari si dimenticarono subito e del tutto di lui e alla fine fu come se non fosse mai esistito. Questo fenomeno è assai diffuso nelle serie televisive e ha perso il nome di "sindrome di Chuck Cunningham" solo per la grande popolarità della serie. Ma questa malattia non sembra ignota neanche al mondo reale...

12 marzo 2008

Carlo Acutis

Carlo Acutis, un ragazzo come gli altri. Gli amici, la scuola. L'amore per gli animali. Un talento precocissimo per l'informatica. Una fede già grande. A 15 anni, con una vita di grandi prospettive davanti, muore di leucemia fulminante. Ma il suo è un messaggio di speranza: http://www.carloacutis.org/

27 gennaio 2008

55.a Giornata Mondiale dei malati di lebbra

Il Miele della Solidarietà contro la lebbra

Il Miele della Solidarietà contro la lebbra

2008-01-22 15:20:43

L'Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau (L'AIFO) sotto l'alto Patronato della Presidenza della Repubblica e del Patrocinio del Segretariato Sociale RAI, sarà presente domenica 27 Gennaio 2008 con oltre 3000 volontari nelle maggiori piazze italiane. Grazie all'aiuto di numerosi volontari, verrà distribuito il 'Miele della Solidarietà' provienente da progetti del circuito del Commercio Equo e solidale, così oltre a sostenere i progetti in Brasile, verranno appoggiati anche i piccoli produttori del Sud del Mondo. L'AIFO sarà promotore della 55° Giornata Mondiale dei malati di lebbra, svolgendo una campagna di sensibilizzazione, educazione e informazione che avrà termine domenica 27 Gennaio nella ricorrenza istituita dal padre fondatore Raoul Follereau. Per maggiori informazioni sull'origine del miele e in quale piazze italiane verrà distribuito è possibile consultare il sito internet: http://www.aifo.it.

(Fonte: http://www.aifo.it)

25 gennaio 2008

Cantelmi


«Il presidente dell'Arcigay ascolti i miei pazienti»
pubblicato su Avvenire del 10.01.2008, pag. 10

di Tonino Cantelmi*

Avvenire_logo


prof. Tonino Cantelmi Cantelmi dopo l'attacco di «Liberazione»: mai parlato di terapia riparativa Ma la neutralità del terapeuta è utopia

LEGGI e COMMENTA
l'articolo scritto dal prof. Tonino Cantelmi
«Il presidente dell'Arcigay ascolti i miei pazienti»




Difficile non condividere quanto recentemente affer­mato dal presidente nazionale dell'Ordine degli psi­cologi Giuseppe Luigi Palma, che invoca il rispetto per i codici valoriali dei pazienti che consultano uno psi­coterapeuta e pone un altolà a discriminazioni di ogni ge­nere. Difficile però leggere questo a senso unico e titolare, come fa Liberazione, «l'Ordine degli psicologi condanna Cantelmi» (e invece fa solo un comunicato che ribadisce al­cuni principi a mio parere indiscutibili). Al di là dell'attac­co strumentale e dal tono chiaramente intimidatorio, non avrei difficoltà neanche a sottoscrivere quello che afferma Mancuso, presidente dell'Arcigay, che in un altro prece­dente editoriale terminava anche con un passaggio omele­tico in cui ricordava a me la misericordia di Dio.
Il fatto: u­na presunta inchiesta di Liberazione riportava la vicenda di un giornalista che mi chiede, sotto mentite spoglie, aiuto e che poi strilla che quel medico cattolico e clericale lo vole­va 'curare'. Inchiesta smentita nel dettaglio, grossolana, incompleta, strumentale. Da ciò nasce il caso, montato ad arte: esistono in Italia reti clandestine (davvero?) cattoliche di terapeuti che fanno terapie forzate ai gay. È inutile smen­tire ancora, si rischia di essere ripetitivi. Intanto riparte il tam tam mediatico con blog, siti, agenzie, ecc…
Rinuncio a ri­stabilire la verità, ma raccolgo l'invito di Mancuso ad una discussione (pacata e serena mi auguro). E allora: quali so­no i temi in gioco? Anche se ritengo che discussioni più tec­niche vadano rimandate nelle sedi appropriate (quelle del dibattito scientifico), provo a semplificare, sperando che nessuno voglia strumentalizzare quello che dico.
Primo: nessuna terapia 'riparativa'. Da tempo sostengo che il termine 'riparativa' sia ideologico, come quello 'af­fermativa'. Esiste la terapia, secondo modelli convalidati scientificamente, ed esiste la domanda di psicoterapia. E­siste il lavoro di decodifica del terapeuta ed esiste il consenso del paziente. Si può discutere di questo?
Secondo: nessuna diagnosi di omosessualità. Questo non vuol dire non prendere in esame quella che l'ICD-X (cioè il sistema di classificazione ufficiale dell'Organizzazione Mon­diale della Sanità) chiama 'sessualità egodistonica' e la comprende nella categoria 'Psychological and behaviou­ral disorders associated with sexual development and o­rientation'. Attenzione! L'ICD-X (il più ufficiale e recente sistema di classificazione) chiarisce che ciò vale per tutti: e­terosessuali ed omosessuali e specifica che «l'orientamen­to sessuale da solo non riguarda questo disturbo». Sotto­scrivo e credo che questo possa mettere a tacere ogni spe­culazione. Nessuna omofobia. Vogliamo mettere in discus­sione l'ICD-X? Si può fare, attiene alla ricerca scientifica, ma al momento questa è la posizione ufficiale dell'OMS.
Terzo: rispetto dei codici valoriali del paziente. Ottimo, ma anche questo vale per tutti. Che debbo rispondere alla let­tera di denuncia che proprio oggi mi giunge da un uomo della Basilicata che si dice 'violentato' perché il suo tera­peuta lo pressa per la separazione coniugale che invece con­trasta con i suoi valori più profondi? Ne vogliamo parlare? Davvero nessuno ha mai preso in esame le lamentele di pa­zienti che aderiscono con convinzione a movimenti eccle­siali e che sono profondamente turbati da terapeuti che non rispettano il loro codice valoriale?
Quarto: la presunta neutralità del terapeuta. Innumerevo­li studi metodologici ed epistemologici dimostrano che il terapeuta non è neutrale. Sostenerne la neutralità è sem­plicemente antiscientifico. E allora: non è forse più etico (ma direi semplicemente onesto) dichiarare le premesse antropologiche ed i presupposti epistemologici che sono dietro ogni modello terapeutico? Questo mi sembra un pun­to su cui debba essere promossa in Italia una ricerca au­tentica.
E infine: è vero, ho invitato Mancuso a passare con me una settimana, nel mio studio, per verificare se sia stato giusto prestarsi ad una operazione mediatica di linciaggio così, a mio parere, ingiusta. Rinnovo l'invito e alzo il tiro: potrà ac­cedere, con il permesso dei pazienti, all'agenda degli ap­puntamenti, allo scambio di mail, alle innumerevoli te­lefonate, agli sguardi ed alle sofferenze dei pazienti stessi, insomma a tutto il lavoro svolto.
* presidente Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC)



Ringrazio B.R. per questo contributo

06 gennaio 2008

"Liberazione" e Cantelmi

Da "Liberazione", 23/12/2007

Mi forzo, e da ateo convinto prego con lui. Finito il momento di raccoglimento Don Giacomo, con la stessa delicatezza, mi invita a continuare il mio racconto. «La tua relazione con Luca - mi dice - è stata passiva o solo attiva?». Don Giacomo vuol sapere se ho «subito» oppure no una penetrazione. Deve essere solo quello il discrimine fondamentale per capire se davanti a sé c’è un vero omosessuale. «Attivo e passivo», dico di botto. «E mi è anche piaciuto», rispondo quasi in senso di sfida, di fronte a quella domanda così volgare. Volgare non per la cosa in sé, quanto, piuttosto perchè per la prima volta inizio a intravedere, o almeno così mi sembra, i veri pensieri di quel prete così giovane e cordiale. Uno squarcio che smaschera il giudizio che ha di me, anzi, di “quelli come me”.

Don Giacomo annuisce in modo austero e poi mi chiede di parlargli degli altri rapporti. A quel punto tiro fuori una relazione fugace con un altro ragazzo “consumata” dopo il matrimonio. Don Giacomo mi invita a raccontare le sensazioni che avevo provato. Io mi invento un «senso di sporcizia morale» che vivo e mi porto dentro tuttora. Il giovane prete è silenzioso. Mi benedice e mi tranquillizza. «La tua omosessualità - dice - è molto superficiale. Io credo che tu sia pronto per iniziare il percorso di guarigione».
A quel punto sono io che faccio qualche domanda e chiedo lumi su quello che lui chiama “percorso”. Don Giacomo, grosso modo, mi spiega che quasi tutti gli omosessuali hanno subito un trauma o qualcosa del genere che ha interrotto la “naturale” costruzione della vera identità sessuale. «Per questo - dice - servono terapie riparative. Per riprendere in mano quel vissuto, trovare la frattura e ridefinire la propria identità di genere. Tu sei in uno stato di confusione sessuale, devi farti aiutare per ridefinire la tua sessualità in modo corretto». Perfetto, sono pronto per iniziare il “percorso”. Don Giacomo prende un pezzo di carta e scrive telefono e indirizzo del Professor Tonino Cantelmi, «chiamalo tra una settimana, digli che ti mando io, lui saprà già tutto». Mi benedice e mi congeda.

***

Il primo incontro con il professor Cantelmi

Lo studio del professor Tonino Cantelmi - Presidente dell’Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale, c’è scritto nella targhetta - è un porto di mare nel quale transitano e approdano le preoccupazioni e le angosce di varia umanità: ragazzini, adolescenti, mamme, nonne. C’è di tutto in quello studio. Io mi accomodo e attendo di essere chiamato. Lui, il professore, ogni tanto esce e saluta il paziente di turno. Con tutti ha un rapporto molto confidenziale, tutti lo chiamano Tonino. Finalmente arriva il mio momento. Raccolgo le idee per evitare di contraddirmi rispetto alla storia che ho raccontato a Don Giacomo qualche settimana prima. Ripasso lo schema, i nomi inventati dei miei falsi amanti e mi infilo nello studio del Professore. Lui mi squadra, mi sorride e mi fa accomodare. «Sono Davide, gli
dico, mi manda Don Giacomo». Lui annuisce - «con quel nome mi ha inserito nella categoria omosessuale pentito», penso tra me - e mi invita a raccontare la mia storia. A quel punto riparto con la vicenda del Liceo, della mia relazione col mio compagno di banco e dei timori rispetto al mio matrimonio dopo un’altra relazione avuta con un ragazzo un paio d’anni fa.
«Che tipo di rapporti hai avuto?», mi chiede Cantelmi.
Io faccio finta di non capire.
«Voglio dire - continua il Professore - hai avuto rapporti completi?».
Annuisco, ma aspetto che il professore esca dalla sua tana e mi ponga la domanda, la domanda con la D maiuscola, in modo diretto. E lui non mi delude: «Insomma Davide - mi dice schietto - sei stato anche passivo nei tuoi rapporti?».
Ci risiamo, penso tra me. «Sì», rispondo. Decido di fare la parte del laconico. Da un lato perchè ho paura di contraddirmi, dall’altro perchè voglio vedere le abilità del professore in azione. Son curioso di capire in che modo si muove. Come lavora. Ma lui mi sorprende e dopo quell’unica risposta, pronto a sbarazzarsi di me, prende carta e penna e scrive il nome di una collega: «Lei è la dottoressa Cacace - mi dice mentre mi porge il bigliettino - è una mia assistente, contattala a mio nome. Lei saprà già tutto». Mi sembra di rivedere un film già visto. Comunque io non voglio perdere l’occasione di ritrovarmi di fronte al “guru” italiano dei guaritori di gay e allora rilancio prima che lui mi liquidi. «Senta dottore - gli dico con il massimo di gentilezza - io vorrei capire di preciso cosa mi aspetta». «Nulla di particolare - fa lui - la dottoressa ti farà un test..»
«Un test?», faccio eco io
«Sì, un test»
«Un test per misurare il mio grado di omosessualità?», incalzo.
«Beh! In un certo senso sì», fa lui.
«Scusi - gli chiedo - ma cos’è di preciso l’omosessualità?»
A quel punto Cantelmi si accomoda, allunga le braccia sul tavolo e comincia: «Io - esordisce - parlerei della tua omosessualità, non di omosessualità in genere. Diciamo che noi siamo un gruppo di psicologi che cercano di aiutare persone in difficoltà. La nostra è una terapia riparativa»

***

La terapia riparativa: l’omosessualità come il comunismo

Si sentiva parlare da tempo di questi taumaturghi del sesso deviato. Una moda che spopola nel Nord America grazie al lavoro di molti gruppi legati alla Chiesa, e che segue l’insegnamento e la pratica di Joseph Nicolosi, presidente della Narth, National Association for Research and Therapy of Homosexuality. Uno psicologo clinico, questo Joseph Nicolosi, un “santone” che vanta ben 500 casi di «gay trattati» e curati - proprio così, «gay trattati» - e che ha tirato fuori dal cilindro della propria stregoneria psichiatrica la cosiddetta “terapia riparativa” il cui scopo dichiarato è quello di «ricondurre all’orientamento eterosessuale le persone omosessuali». Un messaggio che in Italia è stato ripreso e rilanciato dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all’Università Gregoriana. Insomma, il guru italiano della terapia riparativa, una persona legata a doppio nodo al Vaticano e intorno al quale è nato un gruppo di lavoro formato da cinque, sei giovani psicologi che seguono le terapie individuali dei futuri e “riparati” eterosessuali.
Questa della terapia riparativa è storia antica. Già nel 2005, la rivista Gay Pride pubblicò un lungo articolo nel quale ne metteva in dubbio ogni validità e attendibilità scientifica. Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, presentò anche un’interrogazione parlamentare per bloccare, tramite gli ordini professionali, la terapia riparativa. Anche per questo uno come J.M. van den Aardweg, lo psicoterapeuta americano che ha scritto “Omosessualità & speranza”, parla di lobby gay all’assalto della scientificità. Tanto per capire cosa si muove dietro questa presunta terapia riparativa, lo stesso van den Aardweg sostiene - lo ha fatto in una recente intervista per “Acquaviva2000, cultura cattolica in rete” - che molti omosessuali «presentano seri disturbi mentali, o hanno sviluppato un comportamento omosessuale di proporzioni tali che non sarebbe tanto sbagliato chiamarli “malati”». Non solo, van den Aardweg è convinto che per colpa del movimento gay, «le masse non assimileranno mai completamente la concezione antinaturale che viene loro imposta. Andrà come con il comunismo. Molti, probabilmente i più, presteranno all’innaturale “religione” omosessuale un culto formale, dettatogli dalla paura, ma si finirà col crederci sempre di meno».
Questi sono gli illustri scienziati che sponsorizzano la terapia riparativa. Ancora più esplicite le parole d’ordine del già citato gruppo ultracattolico “Obiettivo Chaire”: «Accompagnamento spirituale, psicologico e medico; attenzione rivolta a genitori, insegnanti ed educatori al fine di prevenire l’insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani; ricerca delle cause(spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata».
Poi l’immancabile Joseph Nicolosi, lo psicologo-clinico americano che ha inventato la terapia riparativa. A giorni sarà in Italia per aggiornare i suoi seguaci e illustrare loro, verosimilmente, le ultime novità della sua terapia. Queste le idee di fondo: primo, alla luce delle scienze sociali la forma di famiglia ideale per favorire un sano sviluppo del bambino è il modello tradizionale di matrimonio eterosessuale; secondo, l’identità sessuale si forma in un’età precoce sulla base di ” fattori biologici, psicologici e sociali”; terzo, esistono numerosi esempi di persone che sono riuscite a cambiare il loro comportamento, identità, stimoli o fantasie sessuali.
A sostegno di queste tesi sono nati i movimenti “ex-gay”, persone “riparate” e spesso convertite al cattolicesimo che hanno lo scopo dichiarato di dimostrare che dall’omosessualità è possibile “guarire”. Il bello della faccenda è che sempre più gruppi di “ex gay” vengono sciolti per il fatto che molti associati hanno ri-trovato un partner dello stesso sesso proprio in quell’organizzazione.

***

La terapia riparativa di Cantelmi

Cantelmi cerca di adattare su di me, sul mio caso, le ragioni di quella terapia. Parla di traumi infantili che generano confusione in un mondo già pieno di contraddizioni e di liquidità nei rapporti interpersonali. Il tutto per spiegare che in un certo senso
i comportamenti della persona omosessualità sono indotti da questa schizofrenia esterna. Non solo omosessuali però. Il professor Cantelmi è infatti convinto, e me lo spiega, che la nostra epoca è caratterizzata da una grossa compulsività sessuale: una dipendenza che colpisce migliaia di persone e tra questi tanti, tantissimi giovani. Mi parla di «relazioni malate con il sesso», di «perdita di controllo» e così via.
«E in tutto questo, l’omosessualità?», chiedo io.
«Beh, il mio studio è pieno. Abbiamo la fila. Ci sono centinaia di ragazzi che chiedono aiuto».
«Vede - dico cercando di stanarlo - io non so bene se sono omosessuale. Non capisco se sono vittima di una sorta di disagio psichico o se devo assecondare queste mie pulsioni».
«Non preoccuparti Davide - mi dice sereno e sorridente - dal tuo profilo mi sembra di poter parlare di una ansia generalizzata e di una leggera nevrosi che in qualche modo condiziona e devia le tue scelte sessuali. Ora faremo il test e avremo più elementi per poter scegliere la terapia migliore».

***

Il Test ed i discepoli del professore e la cura

La dottoressa Cristina Cacace dell’Istituto di terapia cognitivo interpersonale diretto da Cantelmi mi accoglie sorridente nel suo studio. Mi osserva, anzi mi scruta con insistenza. «Ora mi becca - penso io - scopre che sono un infiltrato e mi caccia». E invece no. Evidentemente la diagnosi del Professor Cantelmi deve avermi suggestionato. Un po’ nevrotico, perseguitato, mi ci sento davvero. Fatto sta che lei mi invita con gentilezza nel suo studio targato Ikea, mi fa accomodare e mi interroga: nome, cognome, età, indirizzo, telefono e stato civile. Io rispondo senza esitare e attendo, anche qui, “la” domanda . Ma la dottoressa Cacace già sa e non c’è bisogno di alcuna premessa.
Saltiamo direttamente ai particolari più intimi: quante volte, e fino a che punto. «Fino a che punto in che senso?», chiedo io. Lei sorride. Mi chiedo se lei, giovane psicologa, crede davvero alle follie e alla violenza di questa benedetta “terapia riparativa” oppure se è li, in quel piccolo studio solo perchè non trova nulla di meglio. Ma i miei pensieri vengono interrotti dalla domanda della dottoressa:
«Davide, i tuoi rapporti omosessuali sono stati solo attivi o anche passivi»? Sento un forte disagio di fronte a quella domanda ricorrente, ossessiva. Mi viene in mente il lato pruriginoso e voyeuristico di chi la pone. Alla fine rispondo come ho già risposto a Don Giacomo e al professor Cantelmi: «Sì, attivo e passivo». Poi racconto anche a lei del mio rapporto conflittuale con mia madre, delle assenze di mio padre e aggiungo che ogni tanto, da piccolo,venivo scambiato per bambina. La giovane assistente di Cantelmi annuisce gravemente e mi fissa l’appuntamento per il test di personalità. «Dopo il test - mi dice prima di accompagnarmi alla porta - sapremo meglio come trattare la tua situazione».
Pochi giorni dopo sono di nuovo lì e scopro che il Test dura circa quattro ore ed è nient’altro che il cosiddetto “Test Minnesota” quello che utilizzano le forze armate di mezzo mondo per selezionare il proprio personale. Seicento domande circa che dovrebbero dare risposte su eventuali deviazioni del candidato: ipocondria, depressione, isteria, deviazione psicopatica, mascolinità o femminilità, paranoia, psicastenia, schizofrenia, ipomania e introversione sociale. Un pout-pourri che, tra le altre cose, dovrebbe mettere in luce le mie tendenze omosessuali. Comunque la dottoressa mi dà i fogli, un penna e mi piazza in corridoio. Inizio a scorrere le domande: «Hai avuto esperienze molto strane?»; oppure, «Ti piacerebbe essere un fioraio?». A quest’ultima rispondo di sì spinto dalla banalità della considerazione; Forse chi sceglie di fare il fioraio, secondo loro, ha una predisposizione ha diventare un po’checca.
D’un tratto vengo colpito e distratto dalla presenza silenziosa di una signora e di un giovane adolescente. Sono madre e figlio. Lui mi sembra particolarmente timido, a disagio. Non posso saperlo, ma potrebbe benissimo trattarsi di un ragazzino forzato dalla madre per arginare, almeno finché è in tempo, la «propria devianza omosessuale». Di nuovo penso a quanto sia angusta questa pratica e a quanta violenza abbia in sé. Penso alla pressione che può subire un ragazzino di 15-16 anni che sta scoprendo la propria sessualità. La preoccupazione, spesso in buona fede, dei genitori e la scelta di far qualcosa per fermare quella “scoperta” piuttosto che accoglierla e sostenerla. Poi la signora e il ragazzino si infilano in una delle tante stanze dello studio degli allievi di Cantelmi e io torno al mio test infinito: «Hai mai compiuto pratiche sessuali insolite?»; «Ti piaceva giocare con le bambole?»; «Qualcuno controlla la tua mente?»; «Hai spesso il desiderio di essere di sesso opposto al tuo?»; «L’uomo dovrebbe essere il capo famiglia?»…
Finite le domande, torno in stanza dalla dottoressa.
Lei ripone le mie scartoffie che già contengono il risultato del mio “grado di omosessualità” e tira fuori una decina di cartoncini colorati da figure bizzarre. Sono le macchie del test di Rorschach. Spruzzi indefiniti di colore, che agiscono in modo inconscio attivando reazioni proiettive. Insomma, di fronte a quelle macchie sono invitato a rintracciare e comunicare figure sensate. Io mi lancio sforzandomi di vedere peni, vagine, ani e così via. Individuo anche un paio di feti appesi per il cordone ombelicale. Dò il peggio di me, cercando di convincere la dottoressa Cacace che la mia sessualità è particolarmente deviata, talmente corrotta e omosessuale da meritare le sue cure. Ma lei, di fronte al mio sproloquio genitale non fa una piega: sfila uno dopo l’altro i cartoncini del test e prende diligentemente appunti.
Nel frattempo si accosta a me ed io non trattengo un’occhiata fugace alla scollatura. Lei, sorpresa, si ritrae, si copre e mi guarda con imbarazzo. Insomma, dopo tutto quel parlare della mia omosessualità probabilmente sono caduto nella banalità di voler riaffermare la mia “mascolinità” di fronte a una donna. Per la prima volta, in un certo senso, vivo sulla mia pelle la forza e la violenza del condizionamento sociale e culturale che vivono i gay. Poi, riprendo con le mie figure…

***

I risultati del test, quanto sono omosessuale?

«Non molto, la tua omosessualità è davvero sfumata», mi dice la dottoressa Cacace mostrandomi una ventina di pagine che contengono la mia “diagnosi”. «Omosessualità sfumata», proprio così. A quel punto chiedo maggiori spiegazioni. «Allora, io direi che siamo di fronte ad una nevrosi che ha indotto una deviazione sessuale - continua lei - sarà il professor Cantelmi a spiegarti meglio.
Dopo qualche giorno sono di nuovo nella sala d’attesa del professore. La sensazione è la stessa: un porto di mare aperto a tutti i “casi umani”. Cantelmi, cortese e accogliente come sempre, sfoglia i risultati del mio test e mi parla di “leggera nevrosi e depressione” che avrebbe indotto la mia deviazione sessuale, l’uscita dai binari di una sessualità sana e consapevole. «Tu non sei propriamente un omosessuale», mi dice. «La tua mi sembra più una preoccupazione determinata da alcuni episodi legati all’infanzia». Poi attacca con il conflitto con mia madre e l’assenza di mio padre, da me del tutto inventata, che mi avrebbe privato di una figura maschile forte, una figura di riferimento su cui avrei dovuto modellare la mia sessualità e definire il mio genere. Dunque non sono del tutto omosessuale.
Forse la terapia è già iniziata. Negare la mia omosessualità è il primo passo verso la “guarigione”. Probabilmente è una modalità per iniziare a smontare la convinzione del “paziente”. Sentirsi dire, «non sei propriamente omosessuale», forse, significa iniziare a destrutturare la personalità dell’individuo, le sue convinzioni e metterlo di fronte al fatto - un fatto certificato da uno psicologo - che la sua omosessualità non è mai esistita. Anzi, che l’omosessualità in sé non esiste se non nei termini di una deviazione dalla norma, dall’unica norma reale: l’eterosessualità.
«A questo punto - continua poi il professore - si tratta di andare a ripescare quelle fratture e superarle attraverso una terapia adeguata».
«Che tipo di terapia?» chiedo io. «Una terapia individuale. Ti seguirà un mio assistente, ma io - mi tranquillizza - sarò costantemente informato dei tuoi progressi». «Ma io sapevo di gruppi di mutuo-aiuto, pensavo che mi inserisse lì». «I gruppi ci sono - mi dice lui - ma sono gruppi con persone che hanno una forte devianza sessuale. Non credo che sia la terapia migliore per il tuo stato. Non so, vedremo».
Io non mollo la presa e cerco di scoprire cosa accade dentro quei gruppi. «Sono gruppi di persone guidate da psicoterapeuti che condividono le propria esperienza verso un percorso riparativo», aggiunge frettolosamente Cantelmi. Poi si alza, mi dà il numero di telefono dell’ennesimo psicologo, ovviamente un altro assistente, e mi regala un libro: “Oltre l’omosessualità” di Joseph Nicolosi.
Nicolosi, proprio lui, il guru dei guaritori, il creatore della terapia riparativa, quello che vanta ben 500 casi di «gay trattati», anzi, riparati. «Leggilo - mi dice - troverai situazioni simili alla tua. Persone come te che ce l’hanno fatta».

***

Il libro di Nicolosi

Oltre l’omosessualità” di Joseph Nicolosi è una raccolta di storie di vita. Otto storie di omosessuali corretti, riparati, e un’appendice finale sulle modalità della terapia. Tra loro Albert, un trentenne che «parla con tono leggermente effeminato e la nostalgia - sottolinea Nicolosi - di un bambino perduto». E in effetti il problema di Albert, racconta Nicolosi nel suo libro, è proprio il suo attaccamento al mondo perduto dell’infanzia. Di qui un’illustrazione delle caratteristiche ricorrenti nelle persone omosessuali: attrazione distaccata per il proprio corpo, prime esperienze sessuali con altri bambini, ipermasturbazione, - «gli omosessuali - spiega Nicolosi - si masturbano più spesso degli eterosessuali: è un tentativo di stabilire un contatto rituale con il pene» - e una figura materna opprimente. A quel punto l’obiettivo del dottor Nicolosi è quello di «sviluppare un senso più solido della mascolinità» di Albert. Come? Innanzi tutto affrancandosi dall’opprimente legame materno, coltivando amicizie maschili non sessuali e facendo lunghi giri in bicicletta. Lunghi giri in bicicletta, proprio così. Finalmente arrivano i primi progressi: Albert riesce a controllare la masturbazione, si distacca dalla madre, non salta addosso al suo amico e continua a girare in bici per il quartiere. «Le stanno succedendo proprio delle belle cose», confida il dottore ad Albert. Tre anni dopo Albert ha una voce sicura, ogni inflessione femminile è sparita, si è «staccato emotivamente dagli altri maschi e dalla mascolinità», e si è affrancato dal controllo materno: la colpa originaria, la causa della sua omosessualità; Albert si è anche fidanzato con una ragazza. Insomma è riparato. Ed è riparato perchè «ha afferrato - commenta Nicolosi - il concetto del falso sé»: la falsa identità gay che l’esterno ti impone. «No, non sono gay», è l’ultimo commento di Albert prima di iniziare la sua nuova vita da eterosessuale.
Altra vicenda interessante raccontata da Nicolosi è quella di Tom: «Un uomo straordinariamente bello, alto circa 1m e 80, occhi azzurri e ben vestito». (chissà che anche Nicolosi non tradisca una tendenza omosessuale: il guaritore dei gay che scopre di essere gay, un grande classico già visto mille volte). Tom è sposato, ma separato a causa di una relazione con un altro ragazzo: «Andy, un ventiquattrenne irresistibile». Nicolosi è chiaro con Tom: «Se lei vuole divorziare da sua moglie e iniziare la sua nuova vita con il suo amante gay io non la seguo». Il fatto è che Tom si sente vuoto senza la moglie e i figli e non sa come presentarsi in società, come tirare fuori la sua omosessualità.
Un paio di buone ragioni per iniziare la terapia riparativa. Il fatto è che, almeno per Nicolosi, Tom è un omosessuale anomalo: «Non ha problemi di affermazione nei confronti degli altri uomini, in affari è deciso e risoluto ed è estroverso. Ma sotto sotto - svela Nicolosi - ha la fragilità emotiva tipica degli omosessuali». A farla breve, Tom ha una paura nera di perdere la moglie e i figli e ritrovarsi solo perché «le relazioni omosessuali sono senza futuro». A quel punto Nicolosi incontra la moglie di Tom che ha tutta l’intenzione di collaborare per riportare il marito sulla retta via. Un lavoro che riesce, ma i segni dell’omosessualità hanno lasciato la loro traccia indelebile: Tom è Hiv positivo e di lì a poco muore. Il messaggio, meglio, l’avvertimento di Nicolosi è fin troppo chiaro: attenzione, di omosessualità si può guarire ma anche morire.

***

Prove di guarigione

Quando torno nello studio del professor Cantelmi scopro che la mia guarigione è nelle mani di un suo giovanissimo assistente. Anche lui sfoglia i risultati del mio test, e inizia a parlare del percorso che abbiamo davanti. «Ripercorreremo il conflitto con tua madre, l’assenza di tuo padre, cercando di ricomporre le fratture che hanno generato la confusione».
«Confusione?»
«Si, certo, confusione di genere. Ma prima Davide - continua il giovane dottore - parlami della tue esperienze omosessuali». Per la quarta volta mi ritrovo a parlare del mio compagno di Liceo e racconto delle paure del mio matrimonio. Ma la Domanda arriva: «Davide, i tuoi rapporti sono stati completi?». «Vuol sapere se l’ho preso nel di dietro dottore? Sì, due volte», rispondo seccato. Lui sorride imbarazzato. Ma in effetti è proprio quello che voleva sapere. Poi si riprende e attacca. «Vorrei anche sapere le sensazioni che hai provato». Sull’orlo dell’esaurimento per quelle domande così ripetitive e di basso livello, attacco un pilotto infinito. Gli racconto, invento, ogni particolare. Gli parlo dell’eccitazione del rapporto omosessuale maschile, del senso di trasgressione e richiamo alla mente alcuni passaggi particolarmente suggestivi e “scabrosi” descritti da uno dei pazienti del libro di Nicolosi. Lui si beve tutto e prende diligentemente appunti. Finalmente gli ho offerto il “malato” che è in me e mi sembra visibilmente soddisfatto.
Io inizio a provare un senso di nausea. Nausea per Don Giacomo, per il professor Cantelmi e per i suoi giovani assistenti. Sono passati sei mesi dal mio primo incontro e a questo punto mi sembra di non riuscire a sopportare oltre. Mi rendo conto che in questo lungo periodo abbiamo solo parlato del mio didietro. Per la prima volta realizzo che nessuno di loro mi ha mai chiesto se mi era capitato di innamorarmi di qualche uomo. Nessuno ha mai voluto sapere le mie emozioni di fronte ai rapporti omosessuali. Possibile che non gli interessi altro che il numero di penetrazioni “subite”? Il giovane psicologo mi fissa un nuovo appuntamento. Io lo saluto e sparisco. Non metterò mai più piede in quello studio. Ormai ne so abbastanza.

Davide Varì



Da "Liberazione" del 26 dicembre 2007, pagina 2

La lettera del Prof. Tonino Cantelmi che difende il suo operato

«Nessun pregiudizio o terapia “forzata” Solo professionalità per chi chiede aiuto»

Caro Davide, sarebbe bastata una richiesta di intervista e ti avrei spiegato tutto, senza che nascesse questa inutile caccia alle streghe (vedi quello che dichiara Mancuso sulla base delle tue affermazioni). Mi spiace ma, permettimi di dirlo, l’articolo è davvero squallido: forzature, anche nel linguaggio, falsità, deformazioni della realtà, ironia sulla sofferenza, danno un quadro distorto della realtà. In questa sede mi preme comunicarti il dispiacere di chi, come me e come i miei collaboratori, lavorano con passione e con onestà. Ripeto, sarebbe bastata una richiesta di intervista (non mi sono mai sottratto alla stampa ed al

dialogo): tutto avviene alla luce del sole. E’ facile, forzando e storpiando la realtà, ridicolizzare le persone, ma oltre che non rispettoso, è anche oltraggioso per professionisti che ogni giorno lottano contro la sofferenza con tutto se stessi. Non riconosco alcune affermazioni che mi attribuisci, trovo che alcune frasi hanno un linguaggio che non mi appartenga e che decontestualizzate assumano significati persino opposti. Mi sembra che trattiamo tutti i pazienti con rispetto e dignità. Alcune tue affermazioni sono del tutto false, come avremo modo di dimostrare. Ho trovato poi davvero offensivo le illazioni su terapie “forzate” su minorenni: abbiamo dati per disconfermare tali illazioni e per mostrati quanti ragazzi (non c’entra l’omosessualità) ci consultano per il disagio che vivono (vorrei farti notare che i pazienti con omosessualità, che mi contattano per vari motivi, sono davvero la minoranza) e che invece nessun minorenne ha avuto accesso a terapie “forzate”. Quell’articolo nel complesso offende me, i miei collaboratori ed i pazienti. Mi auguro che tu voglia anche tranquillizzare Mancuso: non ci sono persecutori, nè “psicosantoni fanatici” (basterebbe leggere i libri e le pubblicazioni scientifiche che ho fatto), nè ultracattolici e non c’è alcun pregiudizio, ma solo la voglia di aiutare chi chiede liberamente aiuto. Infatti persone omosessuali che richiedono il nostro aiuto e non intendono mettere in discussione il loro orientamento sono accolti, rispettati ed aiutati rispettando la loro dimensione valoriale e la loro scelta. Sono sicuro che un gran numero di persone omosessuali che ho avuto in terapia potranno confermarti il rispetto per le loro scelte. Come ti ho ben chiarito nei nostri colloqui, diamo aiuto e sostegno anche a coloro che vogliono invece verificare aspetti inerenti la loro omosessualità, senza avere alcuna preclusione ed adottando percorsi terapeutici ben accetti dalla comunità scientifica. Non ritengo corrette un mucchio di cose da te scritte, che ti saranno contestate in modo adeguato. Tuttavia, poichè spero nella tua onestà intellettuale, mi attendo una rapida ed onesta valutazione da parte tua di questa mia richiesta di rettifica, anche dando alla stessa il rilievo pari al tuo articolo.

Da "Dire"

Tearapie riparative. Cantelmi: "Quanto e' stato raccontato dal giornalista di Liberazione e' falso e ne rispondera' in sede giudiziaria".

Nessuno pretende di 'curare' i giovani gay: offriamo quello che viene offerto da tutti gli psichiatri e psicologi rispettando il codice deontologico e i valori del paziente". Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, docente di psicologia all'Universita' gregoriana e fondatore dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici risponde cosi' all'inchiesta pubblicata nei giorni scorsi su 'Liberazione' e realizzata dal giornalista che si e' finto gay, per sei mesi, per sondare se anche in Italia, come negli Usa, si diffonde la 'terapia riparativa' dei gruppi legati alla Chiesa e lanciata da Joseph Nicolosi, psicologo clinico che vanta 500 casi di gay 'trattati'.

"Quanto e' stato raccontato dal giornalista di Liberazione- sottolinea Cantelmi- e' falso e ne rispondera' in sede giudiziaria, anche se, purtroppo, e' stato strumentalizzato da altri. E invito il presidente dell'Arcigay Aurelio Mancuso a passare una settimana con me, per seguire tutto quello che facciamo e capire come lo facciamo". Nessuno, spiega lo psichiatra cattolico, "viene forzato a cambiare l'orientamento sessuale. Chi chiede una terapia e non mette in discussione l'omosessualita', non viene forzato in alcun modo". Se qualcuno invece, prosegue Cantelmi, "non si riconosce come omosessuale e non vuole esserlo ha il diritto di approfondire questo problema e di ricevere un percorso psicoterapeutico adeguato".

Ma anche questo non e' detto che porti a dei cambiamenti: "Noi cerchiamo di aiutare il giovane a capire le origini sulla sua sofferenza- sottolinea lo specialista- e a trovare risposte, non c'e' una terapia specifica sull'omosessualita' Il giornalista, racconta Cantelmi, "si e' finto gay e si e' sottoposto ai test, ma si tratta di test di personalita' diffusi in tutto il mondo, il Mmpi-2, (Minnesota multiphasic personality inventory), e il Rorschach. Gli si e' detto che aveva una serie di problemi e gli e' stata proposta una normale psicoterapia cognitivo-comportamentale". Eppure, lamenta Cantelmi, "nessuno ha pensato di verificare il servizio che poi il giornalista ha fatto. E' stato preso per buono". Io, spiega lo psichiatra, "visito centinaia di persone, non esistono pressioni, il fatto e' che non tutti gli omosessuali si riconoscono nel modello gay, cosi' come molti che hanno esperienze omosessuali di fatto non lo sono. E vanno aiutati a capire sino in fondo la propria conflittualita'. La terapia mette in discussione tutti i comportamenti, questo puo' succedere anche rispetto a quelli omosessuali". Ma che ne pensa Cantelmi delle teorie di Joseph Nicolosi? "Mi sembrano molto americane, semplicistiche di fatto.

Piu' volte, come psichiatri cattolici, abbiamo ritenuto la sua posizione troppo riduttiva". Ma e' giusto, per lo psicoterapeuta, "rispettare sempre il codice di valori dei nostri pazienti, e rispettare anche i valori degli omosessuali credenti. Questo deve essere molto chiaro per tutti. Invece molte volte le terapie sono mortificanti, soprattutto nei confronti dei credenti".

Conclude Cantelmi: "Non si parte con il pregiudizio, noi rispettiamo il desiderio del paziente, ma spesso capita che non ci sia rispetto per pazienti che hanno codici diversi". E, tiene inoltre a sottolineare in conclusione lo psichiatra, "non c'e' nulla di clandestino, non c'e' nessun circuito italiano del 'sesso deviato', ne' alcun collegamento nostro con la chiesa cattolica. Non ci sono, in definitiva, teorie 'vetero-complottiste'".



Ringrazio A.N. per questo contributo

18 dicembre 2007

Influenza

Cliccalavoro mi ricorda che anche l'influenza è al lavoro:

Le feste si avvicinano, hai programmato ogni dettaglio e l’agenda sembra già esplodere di impegni. Cena con i colleghi, shopping natalizio, brindisi di fine anno…

Ma se con le feste arriva anche l’influenza? Dove trovare utili informazioni e un valido aiuto per conoscerla e preparasi ad affrontarla nel migliore dei modi?

Sul sito www.passalinfluenza.it troverai tutto quello che ti serve sapere per prevenirla e trattarla in modo adeguato.

Con un semplice click potrai conoscere tutti i dettagli sulla natura del virus, le modalità di contagio, i sintomi e le possibili complicanze. Potrai scaricare un utile opuscolo informativo, giocare con un divertente puzzle e accedere a contenuti multimediali.

Sul sito troverai ad accoglierti il simpatico DOTTOR I, che risponderà alle tue domande e ti aiuterà con i suoi consigli a prevenire e combattere l’influenza stagionale.

VAI A VISITARE WWW.PASSALINFLUENZA.IT


Si può andare a vedere "Vero o falso?" e capire quanto ne sappiamo dell'influenza. Io l'ho presa varie volte, ma ho imparato poco e ho dato 6 risposte esatte su 10. Miei cari lettori, provate a rispondere: non è un meme, ma può essere interessante...


05 dicembre 2007

La Progeria

Raccolgo l'invito di S.B. a parlare della Progeria, una malattia rara e terribile. La Progeria colpisce i bambini provocando loro un invecchiamento tanto precoce quanto repentino e conduce alla morte in giovanissima età. E' una "malattia orfana": non si dedicano grandi investimenti alla ricerca di cure e i mezzi di comunicazione ne parlano pochissimo. In qualche film (ricordo il bellissimo "Jack" con Robin Williams e il non eccelso "Un anno per morire" con Ralph Macchio) si è parlato di malattie che provocano l'invecchiamento precoce, ma in modo fantasioso e di fatto confondendo le idee. Per far conoscere la Progeria e contribuire alla ricerca di una cura è nata l'Associazione Italiana Progeria Sammy Basso (intitolata a una vittima della malattia) e presto sarà attivo anche il sito ufficiale.

27 novembre 2007

Ancora per Gramos

Ricordate il caso del bambino kosovaro Gramos Gashi, colpito da una terribile malattia? Ne ho parlato qui, qui, qui e qui. Gramos necessita di 22.000 euro all'anno per potersi curare cioè per poter vivere! Per aiutarlo ancora è stato pubblicato un libro di fiabe, "Le fiabe di Gramos", i cui ricavati andranno a finanziare queste cure. Il libro può essere acquistato solo qui. Possiamo fare un regalino di Natale a Gramos e a qualche altro bambino...

19 settembre 2007

Per Gramos

Ricordate il bambino kosovaro Gramos, colpito da una rara e terribile malattia? Ne ho parlato qui, qui e qui. Per sopravvivere necessita di un farmaco assai costoso. Proviamo allora a firmare questa petizione per chiedere che la salvezza di una vita umana possa prevalere sul profitto. Ricordo che, anche se "firme" come questa non hanno valore legale, possono comunque "fare rumore"... Quello che abbiamo fatto per i costi di ricarica possiamo farlo per un bambino povero che rischia di morire!

12 luglio 2007

Solidarietà concreta e precisa

Morgan segnala qui l'iniziativa "Un altro anno per Gramos". Io avevo già parlato qui del bambino kosovaro Gramos e della sua rara e terribile malattia. Solo per poter restare in vita ha bisogno di 22.000 euro all'anno. Ma cosa sono? 10 euro all'anno per 2.200 persone: basterebbe non andare a vedere un brutto film una volta all'anno o rinunciare a un paio di birre... Poi, per approfondire, si può leggere qualcosa sulle malattie rare e sullo scandalo delle "terapie orfane". Vedi qui, per cominciare...

04 luglio 2007

Solidarietà concreta

Morgan Palmas, al cui blog sono linkato in permanenza, segnala un'iniziativa di solidarietà concreta. Si tratta, come si può vedere, di un bambino kosovaro colpito da una malattia rara (se non altro non "orfana" - ma questo è un capitolo che magari aprirò un'altra volta). "Piove sul bagnato", verrebbe da dire, ma fatti come questo ci permettono di fare buon uso della nostra relativa ricchezza (in confronto a senzatetto e profughi siamo tutti ricchi). Si può diffondere la notizia o contribuire nella misura del possibile. Meglio entrambe le cose.

29 marzo 2007

In Rete ci sono anche appelli veri

Gli appelli che girano in Rete non vanno diffusi acriticamente né rifiutati in blocco. Vanno controllati e diffusi, se risultano veri. Come quello per salvare il piccolo Giovanni Guglielmo. Se ne parla qui: http://www.salviamogiovanni.org/. Questo ci ricorda anche quanto è importante la donazione del midollo osseo (già ne parlavo qui: http://matteobloggato.blogspot.com/2007/03/non-fate-come-me.
html)...

23 marzo 2007

Un'iniziativa che mi è stata segnalata

(...)

La Legge finanziaria per il 2006 (Legge 23 dicembre 2005, n. 266) prevede l'opportunità per il contribuente di sostenere il volontariato destinando il 5 per mille dell'IRPEF dovuto all'erario similmente a quanto già previsto per l'8 per mille. Di fatti non esiste incompatibilità, possono essere indicati entrambi.

L'amministrazione finanziaria ha reso noto che solo dopo l'estate si potranno conoscere gli importi spettanti alle migliaia di associazioni beneficiarie della raccolta di anno scorso... noi, in qualsiasi caso, desideriamo ringraziare tutti coloro che hanno aderito sinora ai nostri appelli.

Quest'anno si replica: ti chiediamo di sostenere i nostri progetti di

prevenzione, informazione, counselling e ricerca sull'epatite C assegnando il tuo 5 per mille alla nostra Associazione.

*************************************************

Per spazzare via discriminazioni, ignoranza e cattiva informazione,

per poter decidere come, dove, quando e con chi curarci

per la nostra dignità e i nostri diritti

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Come fare?

dettagli alla pagina http://www.epac.it/new/5x1000.php

Nei modelli: UNICO persone fisiche 2007, 730/1-bis redditi 2006, e integrativo CUD 2007

1. inserire il codice fiscale dell'Associazione 97375600158 nella casella A SOSTEGNO DELLE ORGANIZZAZIONI NON LUCRATIVE DI UTILITA' SOCIALE.

2. Apporre la propria firma nella casella dove è stato messo il codice dell'Associazione.

IL PASSAPAROLA

________________


Per maggiori informazioni e per chiunque ci voglia aiutare con il PASSAPAROLA con parenti, amici, in azienda, dal commercialista, abbiamo pubblicato on line dei promemoria e bigliettini da visita (PDF scaricabile)

http://www.epac.it/new/informazioni/memo_5x1000_2007.pdf

http://www.epac.it/new/informazioni/memo2.pdf

http://www.epac.it/new/informazioni/cinquepermille_bi_vi.pdf


Per chi desidera impegnarsi in progetti più ampi, (presso i CAAF, grandi aziende, ecc.), può contattare la sede Operativa dell'Associazione allo 06/60200566 e chiedere del Sig. Massimiliano Conforti, m.conforti@epac.it

Auguri di Buona Pasqua a Voi e alle Vostre famiglie!

La redazione di EpaC Onlus

11 marzo 2007

Testimonianze

Giornata di morte, giornata di vita nuova


ROMA, mercoledì, 7 marzo 2007 (ZENIT.org).- Riportiamo per i lettori di ZENIT una delle testimonianze contenute nel libro appena pubblicato per iniziativa de “La Quercia Millenaria” ( www.laquerciamillenaria.org), "IL FIGLIO TERMINALE: Storie di straordinario amore come risposta alla ordinaria eutanasia prenatale" (Nova Millenium Romae, 10 Euro).

* * *


Come è noto, quest’anno il 4 febbraio la Chiesa ha celebrato la giornata per la vita. Ma per la mia famiglia, per me, mia moglie e per i miei figli il 4 febbraio è la giornata della morte. Il 4 febbraio, esattamente un anno fa, moriva nostro figlio Francesco, dopo solo 33 ore di vita. La coincidenza di date può far pensare ad un amaro scherzo del destino e, del resto, l’intera esistenza di Francesco sembrò ad alcuni uno scherzo della natura, un errore, una mostruosità.

Microcefalia. La diagnosi era arrivata inaspettata un giorno di ottobre, lasciandoci senza voce per chiedere, senza forza per stare in piedi, senza sangue per sentire calore. Era solo una parola ma definitiva; una irrevocabile sentenza di morte per nostro figlio e per il nostro spirito.

Ci trovammo così ad affrontare l’assurdo di un feto destinato al feretro. Ci trovammo soli. Molti attorno a noi non capivano, non condividevano e preferivano negare quell’assurdo, sopprimerlo. Interrompere la gravidanza: questa la migliore soluzione, l’unica. Per il bene… per gli altri figli, per noi stessi. Del resto, ci disse un medico, in fondo finché è nella pancia “è come un parassita e non c’è alcun vantaggio a portare avanti una gravidanza così”.

Si, ci trovammo soli, distanti da tutti e perfino da noi stessi: il cuore diceva una cosa, ma la testa… le frasi ascoltate strisciavano suadenti fra i nostri pensieri, eco del suggerimento del nemico di sempre, l’antico serpente, ostile alla vita e alla felicità umana; senza neppure accorgercene la nostra attenzione si concentrò sulla “gravidanza da portare avanti” e non sul bambino da sopprimere, l’interesse si rivolse al “vantaggio”, alla superiorità dell’utile in confronto all’inutile, piuttosto che alla incommensurabile distanza tra l’essere e il non essere. Arrivò il dubbio radicale: ne valeva la pena? Chi lo voleva un essere così, inutile? Cosa era, chi era realmente? Dove era Dio, in tutta questa storia?

Una notte svegliandomi, trovai mia moglie in lacrime, consapevole che non ce la poteva fare ad andare avanti. Cominciammo allora a pregare, senza neppure alzarci dal letto. Non volevamo spiegazioni, volevamo aiuto. Non volevamo conoscere il motivo, ma il senso. Non volevamo cambiare strada, volevamo essere accompagnati lungo la via.

Aprimmo il vangelo a caso, trovando il passo di Luca dove è scritto: “Gesù era figlio come si credeva di Giuseppe, figlio di Eli, …figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio”...Cominciammo a piangere tutti e due: Francesco, figlio nostro, Francesco figlio di Dio. Ecco Chi, prima di noi, lo aveva voluto così, lo aveva voluto per sé, lo aveva voluto per noi. Nella risposta, una conferma. In fondo, credo, era come se già lo sapessimo, ma aspettavamo che Qualcuno ce lo dicesse. Quella sentenza irrevocabile, quella parola di morte, si trasfigurava in una parola nuova. Francesco divenne parola per noi , forse parola per tutti, eco dell’unica parola, eterna ed irrevocabile: Amore.

Con questa consapevolezza approdammo alle nuove visite, ai successivi controlli. Così accompagnati potemmo andare avanti e attendere. Non più soli. Combatterono al nostro fianco i nostri figli, pregando insieme con noi, tutte le sere per il fratellino malato. Camminarono con noi i fratelli delle nostre comunità neocatecumenali.

E scoprimmo alleati preziosi, le famiglie della associazione La Quercia Millenaria, con la loro confortante testimonianza. Famiglie che avevano vissuto gravidanze patologiche e avevano perso i loro bambini appena dopo averli accarezzati; con loro siamo entrati in una rete di sostegno e di affetto, una risposta concreta alla solitudine soffocante dei giorni precedenti.

Anche per le visite mediche successive facemmo affidamento particolarmente all’esperienza dei medici in contatto con la Quercia Millenaria, come il professor Giuseppe Noia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Ci condusse per mano in quella situazione senza umana speranza e ci diede di sperare: non nella guarigione ma nell’eternità. Perché nell’esperienza di gratuità dell’amore è l’eternità stessa che si fa presente, irrompe e da’ gioia.

Ricordo nel nostro primo incontro guardando l’ecografia, guardando oltre l’imperfezione, riconobbe in quell’immagine e in noi un’umanità ferita: “E’ un maschietto… come lo chiamate?” Piangendo, pronunciammo il suo nome. Un parassita non ha un nome. Un figlio si.

Francesco è nato il 3 febbraio; quel suo volto imprevedibile e immaginato sfogliando ansiosamente libri di medicina ci aveva messo paura finché non lo abbiamo visto realmente. Dopo poche ore ha ricevuto il Battesimo, nel reparto di terapia intensiva neonatale e il sacramento ci ha aperto un orizzonte nuovo: dove tutti, io per primo, dubitando di questo figlio, davanti alla sua fragilità mostravamo la nostra fragilità, Dio mostrava la sua gloria, la sua proposta d’amore: di questo bimbo Lui solo non aveva mai dubitato, anzi lo aveva preferito al suo stesso figlio, aveva anteposto l’imperfetto al Perfetto, il fragile all’Eterno, lasciando che morisse la Vita perché lui avesse la vita. Il battesimo di Francesco aveva squarciato il senso del tempo brevissimo della sua stessa esistenza spalancando l’eternità; aveva realizzato la parola che avevamo ricevuto in quella notte di pianto:

Francesco figlio nostro, Francesco figlio di Dio. Il giorno successivo Francesco è morto: era il 4 febbraio. E’ vero, quest’anno la Chiesa il 4 febbraio ci ha invitato a celebrare la vita e proprio il 4 febbraio la Vita, per un insolito privilegio, aveva scelto noi per essere celebrata in modo speciale: stavamo là, accanto a Francesco, accompagnandolo nel suo breve viaggio, accarezzandolo. Celebrammo la vita, non la morte. E nel nostro stare là apparimmo finalmente Uomini, scoprimmo l’Amore, imparammo la maternità e la paternità: vivi, pienamente, anche noi.
ZI07030711


Storie di straordinario amore per la vita nascente


ROMA, mercoledì, 7 marzo 2007 (ZENIT.org).- Su iniziativa dall’associazione “La Quercia Millenaria” (www.laquerciamillenaria.org) è appena uscito il libro "IL FIGLIO TERMINALE: Storie di straordinario amore come risposta alla ordinaria eutanasia prenatale" (Nova Millenium Romae, 10 Euro).

Si tratta di un inno all'amore e alla vita, raccontato da 18 famiglie che hanno conosciuto il dolore profondo causato dalla perdita di un figlio appena nato.

Il calvario di gravidanze problematiche, con malformazioni fetali e diagnosi infauste, che diventa amore gratuito fino alla fine da parte di famiglie che hanno rifiutato l’aborto accompagnando con amore e dignità i loro bambini.

Nella prefazione al volume monsignor Angelo Comastri, Presidente della Fabbrica di San Pietro, scrive: “Ho dovuto più volte interrompere la lettura di questo libro, perché l’emozione mi invadeva come un’onda alta e gli occhi si appannavano per le lacrime che scendevano spontanee e irrefrenabili”.

“Mentre entravo nelle varie storie raccontate in queste pagine – continua – mi sembrava di entrare in un altro mondo: il mondo da sempre sognato e atteso; il mondo dove tutti i bambini vivono amati e accolti; il mondo dove tutti i genitori profumano di amore fedele e capace di soffrire fino all’eroismo; il mondo dove la maternità e la paternità non vengono gettate nel cassonetto insieme al figlio o alla figlia indesiderati; il mondo dove la maternità e la paternità vengono vissute come una stupenda vocazione all’amore senza 'se'…. Senza 'ma'…. Senza deroghe…. Senza eccezioni!”.

Monsignor Comastri, che è pure un affermato scrittore, ha commentato: “Mentre ascoltavo gli emozionanti racconti delle meravigliose maternità e paternità, all’inizio ripetevo dentro di me: 'Ma costoro sono eroi, sono persone straordinarie, sono eccezioni rarissime!'”.

“Alla fine – sottolinea il presule –, quando ho chiuso il libro, ho cambiato parere ed ho esclamato con lucida convinzione: 'No, queste persone sono le persone normali! No, questi genitori sono i veri genitori! No, queste donne sono le vere mamme! No, questi uomini sono i veri padri!”.

Secondo monsignor Comastri “se la maternità e la paternità si spengono e si rinnegano davanti al caso difficile, lì non c’è e non c’è mai stata la maternità e la paternità: è accaduto un fatto biologico, ma non è scattata la scintilla della umanità, che ci colloca al di sopra del fatto biologico e ci rende capaci di civiltà”.

“Quanto sarei felice - si augura poi - se queste pagine entrassero in tante case e diventassero uno specchio di verità, nel quale tante mamme non mamme e tanti padri non padri potessero vedere il loro vero volto: per avere orrore di sé e per iniziare una terapia, che li porti alla gioia della vera maternità e della vera paternità”.

“Mamme, papà, bambini, medici (in particolare carissimo prof. Giuseppe Noia) protagonisti di queste pagine: i vostri nomi sono scritti nell’archivio di Dio e nessuno potrà mai far sbiadire la memoria di ciò che avete fatto!”, rileva monsignor Comastri.

Infine il già Arcivescovo di Loreto scrive: “Mamme, papà, bambini, medici: sappiate che quello che voi avete fatto vale molto di più di una medaglia olimpica, vale molto di più di un campionato di calcio, vale molto di più di una vittoria al Festival di Sanremo, vale molto di più di un 'oscar'!”.

“Voi ci avete permesso di essere ancora legittimamente chiamati 'umani'!”,

Il libro consta di uno studio introduttivo scientifico di Giuseppe Noia, professore associato di Ginecologia e Ostetricia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, e di diciotto testimonianze di altrettante famiglie, riportate da Sabrina P. Palazzi, Presidente de “La Quercia Millenaria”.

Il ricavato della vendita di questo libro è destinato al fondo de “La Quercia Millenaria Onlus” per il mantenimento e allargamento del Centro di Aiuto per il Feto Terminale (C.A.F.T.)

[Per avere il volume è possibile prenotarlo scrivendo a info@laquerciamillenaria.org, oppure telefonando al numero 320-8010942]
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Ringrazio A.N. per questo contributo

Non fate come me!

"Non fate come me!" cantano i Negrita... Qualche tempo fa mi decisi a contattare l'ADMO per mettermi in lista come donatore di midollo osseo. Avevo tentennato molto al riguardo, per vari motivi. Quello che mi spinse a decidermi fu anche una persona a me cara che fu colpita dalla leucemia e che sta ancora lottando contro la malattia. Scoprii con molto dispiacere di aver perso troppo tempo: si può diventare donatori solo prima dei 35 anni! Da allora mi sento in colpa davanti ai malati di leucemia e perciò dico con forza a tutti gli under 35: rompete gli indugi! Contattate l'ADMO (http://www.admo.it/). La donazione di midollo non è pericolosa né particolarmente dolorosa. E per i malati di leucemia può essere decisiva. NON FATE COME ME!