28 novembre 2008

Da Pasolini a Saviano

Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Corriere della Sera, 14 novembre 1974



Io so e ho le prove

di Roberto Saviano

…perché nonostante tutto, la verità esiste.
Victor Serge

Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. E lo sanno le mie prove. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesini di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con la parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: “è falso” all’orecchio di ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, infondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.

Cerco sempre di calmare quest’ansia che mi si innesca ogni volta che cammino, ogni volta che salgo scale, prendo ascensori, quando struscio le suole su zerbini e supero soglie. Non posso fermare un rimuginio d’anima perenne su come sono stati costruiti palazzi e case. E se poi ho qualcuno a portata di parola riesco con difficoltà a trattenermi dal raccontare come si tirano su piani e balconi sino al tetto. Non è un senso di colpa universale che mi pervade, né un riscatto morale verso chi è stato cassato dalla memoria del sentiero della storia. Piuttosto cerco di dismettere quel meccanismo brechtiano che invece ho connaturato, di pensare alle mani e ai piedi della storia. Insomma più alle ciotole perennemente vuote che portarono alla presa della Bastiglia piuttosto che ai proclami della Gironda e dei Giacobini. Non riesco a non pensarci. Ho sempre questo vizio. Come qualcuno che guardando Veermer pensasse a chi ha impastato i colori, tirato la tela coi legni, assemblato gli orecchini di perle, piuttosto che contemplare il ritratto. Una vera perversione. Non riesco proprio a scordarmi come funziona il ciclo del cemento quando vedo una rampa di scale, e non mi distrae da come si mettono in torre le impalcature il vedere una verticale di finestre. Non riesco a far finta di nulla. Non riesco proprio a vedere solo il parato e penso alla malta e alla cazzuola. E persino ai calli che genera il manico di legno del frattazzo usato sino allo stiramento del polso per spianare l’intonaco. Sarà forse che chi nasce in certi meridiani ha rapporto con alcune sostanze in modo singolare, unico. Un rapporto che altrove non potrebbe che essere diverso. Non tutta la materia viene recepita allo stesso modo in ogni luogo. Non so, credo che in Qatar l’odore di petrolio e benzina rimandi a sensazioni e sapori che sanno di residenze immense, monocultura e lenti da sole e limousine anche se magari nel quotidiano il tanfo di benzina e petrolio avviene meno che a Madrid. Lo stesso odore acido del carbonfossile credo a Minsk rimandi a facce scure, fughe di gas, e città affumicate mentre in Belgio rimandi all’odore d’aglio degli italiani ed alla cipolla dei magrebini, i corpi che si inabissavano nelle miniere. Lo stesso accade col cemento per il l’Italia, per il mezzogiorno. Il cemento. Petrolio del sud. Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni. Appalti, gare d’appalto, cave, cemento, inerti, malta, mattoni, impalcature, operai. L’armamentario dell’imprenditore italiano è questo. L’imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero, (principato o feudo da valvassore) nel cemento non ha speranza alcuna. Bisogna immaginarsi la sua valigetta simile a quella che qualche anni fa produceva la MicroMachine. Una valigetta per bimbi, che si apriva e dalle pareti uscivano microbetoniere e nano-operai, scivoli e gru. Bisognerebbe pensare così la valigetta di chiunque si appresta a voler diventare imprenditore vincente e potente. E’ il mestiere più semplice per far soldi nel più breve tempo possibile, acquistarsi fiducia, assumere persone nel tempo adatto di un’elezione, distribuire salari, accaparrarsi finanziamenti, moltiplicare il proprio volto sulla fama dei palazzi che si edificano. Il talento del costruttore è quello del mediatore e del rapace. Possiede la pazienza del certosino compilatore di documentazioni burocratiche, di attese interminabili, di autorizzazioni sedimentate come lente gocce di stalattiti. E poi il talento di rapace capace di planare su terreni insospettabili sottrarli per pochi quattrini e poi serbarli sino a quando ogni loro centimetro ed ogni bruco divengono rivendibili a prezzi esponenziali. L’imprenditore rapace sa come saper far usare becco e artigli. Le banche italiane sanno accordare ai costruttori il massimo credito, diciamo che le banche italiane sembrano edificate per i costruttori. E quando proprio non ha meriti e le case che costruirà non bastano come garanzie, ci sarà sempre qualche buon amico del costruttore che garantirà per lui. La concretezza del cemento e delle stanze è l’unica vera materialità che le banche italiane conoscono. Ricerca, laboratorio, agricoltura, artigianati, i direttori di banca li immaginano come territorio vaporosi, iperurani senza presenza di gravità. Stanze, piani, piastrelle, prese del telefono e della corrente. Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion, che depredavano il fiume Volturno della sua sabbia. Dagli anni ’70 in poi. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiata da contadini che mai avevano visto questi mammuth di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e davanti ai loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova. Ora non è più il fiume che va al mare, ma il mare che entra nel fiume. Ora nel Volturno si pescano le spigole, e i contadini non ci sono più. Senza terra hanno iniziato a coltivare e bufale, dopo le bufale hanno iniziato a mettere su piccole imprese edili assumendo giovani nigeriani e sudafricani sottratti ai lavori stagionali, e quando non si sono consorziati con le imprese dei clan hanno incontrato la morte precoce. Io so chi ha costruito l’Emilia Romagna, i quartieri nuovi di Milano, io so chi costruisce le ville in Toscana, le ditte di Michele Zagaria uno dei latitanti più ricercati, che lavorano in subappalto in mezz’Italia. I vantaggi che hanno queste ditte ed i loro committenti sono infiniti, gli inerti vengono saccheggiati portati vie dalle colline e dalle montagne. Le ditte d’estrazione vengono autorizzati per sottrarre quantità minime, ed in realtà mordono e divorano intere montagne. Quintali di pietrisco a basso costo partono da questi luoghi. Inerti a costo zero che andranno a rendere competitive le ditte al nord Italia mentre in mezza Europa cercheranno di accaparrarsi poiché sempre più diviene merce rara. Ma non a sud. Dove non c’è altro che scavare, costruire, tirare su. Io so e ho le prove. Qui la deportazione delle cose ha seguito quella degli uomini. Montagne e colline sbriciolate e impastate nel cemento finiscono ovunque. Da Tenerife a Sassuolo. Spesso mentre le ditte dei clan trivellano, rompono per errore una falda acquifera e le cave diventano laghi artificiali. Potrebbe sembrare un freno alla corsa divoratrice dei palazzinari. Non lo è. I clan gestendo anche i traffici di rifiuti vincono gare di appalto per lo smaltimento dei veleni industriali, e fingendo di smaltire in inesistenti discariche si aggiudicano lo smaltimento di rifiuti pericolosi con prezzi bassi che nessun altra azienda in Europa avrebbe potuto proporre. Non si trattava di smaltire ma di buttare. In realtà le ditte non hanno alcun luogo dove smaltire rifiuti tossici, né impianti adatti. Li inabissano nei laghetti. In tal modo non solo hanno guadagnato dall’estrazione abusiva ma hanno anche creato un luogo dove nascondere i rifiuti tossici. In tal senso si può ricavare nuovo danaro e rendere le proprie ditte ancor più competenti al servizio in subappalto dei migliori costruttori in circolazione. Una volta in una vecchia trattoria di San Felice a Cancello, incontrai don Salvatore. Un vecchio masto. Era una specie di salma ambulante, non aveva più di 70 anni ma ne mostrava oltre 80. Mi ha raccontato che per dieci anni ha avuto il compito di smistare nelle impastatrici le polveri smaltimento fumi. Quintali di cemento impastato assieme a polveri velenose il cui costo di smaltimento per le aziende era una delle voci più alte del bilancio. Con la mediazione delle ditte dei clan camorristici, ogni costo si è abbassato e lo smaltimento occultato nel cemento è divenuta la cinetica che permette alle ditte di presentarsi alle gare d’appalto con prezzi da manodopera cinese.

Ora garage, pareti e pianerottoli hanno nel loro petto i veleni. Non accadrà nulla sin quando non si creperanno, e qualche operaio magari magrebino respirerà le polveri crepando qualche anno dopo incolpando per il suo cancro la malasorte. Gli imprenditori italiani vincenti non hanno altra forza che queste ditte capaci di stravincere come prezzi e qualità. Ogni vantaggio è scaricato su manodopera e sui materiali. Provengono dal cemento. Loro stessi sono parte del ciclo del cemento. Prima di trasformarsi in uomini di fotomodelle, in manager da barca, in assalitori di gruppi finanziari in acquirenti di quotidiani, prima di tutto questo e dietro tutto questo c’è il cemento, le ditte in subappalto, la sabbia, il pietrisco, i camioncini zeppi di operai che lavorano di notte e scompaiono al mattino, le impalcature marce, le assicurazioni fasulle. Lo spessore delle pareti è ciò su cui poggiano i trascinatori dell’economia italiana. La costituzione dovrebbe mutare. Scrivere che si fonda sul cemento e sui costruttori. Sono loro i padri. Non Einaudi, Ferruccio Parri, Nenni e il comandante Valerio. Furono proprio i palazzinari, a tirare per lo scalpo l’Italia affossata dal crac Sindona e dalla condanna senza appello del Fondo monetario internazionale. Quei costruttori si chiamavano Genghini, Belli, Parnasi. Poi ci fu l’’arrivo dei Caltagirone. Cementifici, appalti, palazzi e quotidiani. Oggi i nuovi volti. Ricucci, Coppola, Statuto. I tre nuovi rampanti imprenditoriIo so. So come si lavora nei cantieri. Come le impalcature vengono messe a castello, come la parte maggiore dei cantieri presenti in Italia non sia messo a norma, come i materiali siano saccheggiati, i terreni sottratti, gli operai tenuti a nero. I meccanismi sono scientifici, foggiati dalle più brillanti menti dei commercialisti del bel paese. Gli operai vengono costretti a sottoscrivere buste paga perfettamente regolari, così, soprattutto al nord, per eventuali controlli e monitoraggi di sindacati tutto è in regola. In realtà i lavoratori percepiscono il 50% in meno di quanto indicato. Un modo per dimostrare agli ispettori del lavoro il rispetto dei contratti. Una vera e propria evasione fiscale a tavolino che sottrae allo Stato solo per e ditte peranti al nord 500 milioni di euro, secondo quanti affermano i sindacati confederati degli edili. Cifre che rientrano nelle logiche del massimo ribasso. Oltre il 40 % delle ditte edili che agiscono in Italia sono del sud. Agro-aversano, napoletano, salernitano. Senza contare le miriadi di ditte di subappalto che non hanno traccia e quindi non rientrano nelle statistiche. Le imprese arrivano cariche di ragazzi meridionali e romeni. Pochissimi gli africani. La forza assoluta dei cartelli criminali è l’edilizia. Il certificato antimafia. Ormai ridicolo. Ogni ditta di Totò Riina e di Francesco Schiavone Sandokan avevano i certificati antimafia. Per poterlo ricevere basta dimostrare che nella propria azienda non lavorano personaggi condannati per associazione mafiosa. Che ingenuità! E anche qualora qualche affiliato condannato per mafia fosse loro dipendente questi lavorerebbe a nero e i controlli sono inesistenti. Eppure è vero. Nell’edilizia finiscono gli affiliati al giro di boa. Dopo che si fa una carriera da killer, da estorsore o da palo. Insomma dopo che si è passati nell’esercito dei clan si finisce nell’edilizia o a raccogliere spazzatura. Piuttosto che filmati e conferenze a scuola, potrebbe essere interessante prendere i nuovi affiliati, i ragazzini, e portarli a fare un giro per cantieri mostrando il destino di quando invecchieranno (se galera e morte dovessero risparmiarli) staranno su un cantiere invecchiando e scatarrando sangue e calce. Mentre imprenditori e affaristi che i boss credevano di gestire avranno committenze e spose modelle. Di lavoro si muore. Continuamente. La velocità di costruzioni la necessità di risparmiare su ogni tipo di sicurezza e su ogni rispetto d’orario. Turni disumani 9/12 ore al giorno compreso sabato e domenica. 100 euro a settimana la paga con lo straordinario notturno e domenicale di 50 euro ogni 10 ore. I più giovani se ne fanno anche quindici. Magari tirando coca, che qui vendono a 15 euro a pista. Le mascherine per evitare che le polveri siano inalate sembrano una provocazione e il cordino che dovrebbe assicurare alle impalcature i corpi degli operai è usato come portachiavi dei mazzi molteplici dei capimasto. Quando si muore nei cantieri, si avvia un meccanismo collaudato. Il corpo se morto viene portato via dal cantiere e a secondo della zona viene simulato un incidente stradale. Lo mettono in auto che poi si fanno cascare in scarpate o dirupi, non dimenticando di far prendere fuoco all’auto. La somma che l’assicurazione pagherà al morto verrà girata alla famiglia come liquidazione. Non è raro che per simulare l’incidente si feriscano anche i simulatori in modo grave, soprattutto quando c’è da ammaccare un’auto contro il muro, prima di darle fuoco con il cadavere dentro. Quando il masto è presente il meccanismo è funzionante. Quando è assente il panico spesso attanaglia gli operai. Ed allora si prende il ferito grave, il quasi-cadavere e lo si lascia quasi sempre vicino ad una strada che porta all’ospedale. Si passa con la macchina si adagia il corpo e si fugge. Quando proprio lo scrupolo è all’eccesso si avverte un autoambulanza. Chiunque prende parte alla scomparsa o all’abbandono del corpo quasi cadavere sa che lo stesso faranno i colleghi qualora dovesse accedere al suo corpo di sfracellarsi o infilzarsi. Sai per certo che chi ti è a fianco in caso di pericolo ti soccorrerà nell’immediato per sbarazzarsi di te, come dire ti darà il colpo di grazia. E così si ha una specie di diffidenza nei cantieri. Chi ti è a fianco potrebbe essere il tuo boia o tu sarai il suo. Non ti farà soffrire ma sarà anche quello che ti lascerà crepare da solo su un marciapiede o ti darà fuoco in un auto. Tutti i costruttori sanno che funziona in questo modo. E le ditte del sud hanno garanzie migliori. Lavorano e scompaiono ed ogni guaio se lo risolvono senza clamore. Io so ed ho le prove. E le prove hanno un nome. Sono Ciro Leonardo morto a 17 anni mentre stava riparando un solaio cascando dal settimo piano. Le prove si chiamano Francesco Iacomino, aveva 33 anni quando l’hanno trovato con la tuta da lavoro sul selciato all’incrocio tra via Quattro Orologi e via Gabriele D’Annunzio a Ercolano. Nicola Tricarico 26 anni, fulminato mentre lavorava alla ristrutturazione di un negozio. A nero. Dopo l’incidente sono scappati tutti, geometra compreso. Nessuno ha chiamato l’autoambulanza temendo potesse arrivare prima della loro fuga. Lasciando lì il cadavere raffreddarsi. E quando si muore al nord se non c’è tempo di abbandonare a sud il corpo la macchina incidentata è già pronta assieme alla benzina per occultare il corpo in un incidente sulle affollate e insanguinate strade padane. In sette mesi nei cantieri a nord di Napoli sono morti 15 operai edili. Cascati, finiti sotto pale meccaniche o spiaccicati da gru gestite da operai stremati dalle ore di lavoro. Bisogna far presto. Anche se i cantieri durano anni, le ditte in subappalto devono lasciar posto subito ad altre. Guadagnare, battere cassa e andare altrove. Prima si alzano palazzi, prima si vendono, prima si diviene imprenditori, prima i danari vanno altrove. Prima si possono comprare pompe di benzina, prima si possono avere garanzie con le banche, prima si possono sposare modelle e comprare giornali. A sud si può estrarre, si può ancora estrarre. Si possono depredare terre, mordere montagne, nascondere i veleni sotto la moquette della terra. A sud possono ancora nascere gli imperi le maglie dell’economia si possono forzare e l’equilibrio dell’accumulazione originaria non è stato ancora completato. A sud bisognerebbe appendere dalla Puglia alla Calabria dei cartelloni con il BENVENUTO per gli imprenditori che vogliono lanciarsi nell’agone del cemento e in pochi anni entrare nei salotti romani e milanesi. Un BENVENUTO che sa di buona fortuna siccome la ressa è molta e pochissimi galleggiano sulle sabbie mobili. Io so. Ed ho le prove. E i nuovi costruttori proprietari di banche e di panfili, principi del gossip e maestà di nuove baldracche celano il loro guadagno. Forse hanno ancora un anima. Hanno vergogna di dichiarare da dove vengono i propri guadagni. Nel loro paese modello, negli USA quando un imprenditore riesce a divenire riferimento finanziario, quando raggiunge fama e successo accade che convoca analisti e giovani economisti per mostrare la propria qualità economica, e svelare le sue strade battute per la vittoria sul mercato. Qui silenzio. Vergogna. E il danaro è solo danaro. Giuseppe Statuto e Danilo Coppola gli imprenditori vincenti che vengono dall’aversano da una terra malata di camorra, rispondono con cristallinità chi li tormenta sul loro successo: “ ho comprato a 10 e venduto a 300”. Una formula che difficilmente potrà essere sbandierata come modello di meritocrazia e perseveranza per ostacolare le cinetiche criminali. Ma chi segnalava questi affari, chi aveva un così capillare controllo del territorio? Quali validi agenti hanno usato capaci di comprare a così poco terreni? Nessuna risposta. Dalla terra prendi poi costruisci dalla costruzione hai garanzia e puoi avere così il debito e dal debito ancora palazzi e poi barche, e poi banche…Il meccanismo è banale. Terra è spazio per costruzioni. E come se si estraesse al contrario. Non si scava dalla terra carbone e bauxite. Ma dalla terra si cava l’aria e poi la luce e si occupano vani di ossigeno, il percorso è inverso, spalle al terreno e estrazione al contrario. Qualcuno ha detto che a sud si può vivere come in un paradiso. Basta fissare l’alto e mai, mai osare far cascare gli occhi al basso. Ma non è possibile. L’esproprio d’ogni prospettiva ha sottratto anche gli spazi della vista. Ogni prospettiva è imbattuta in balconi, soffitte, mansarde, condomini, palazzi abbracciati, quartieri annodati. Qui non pensi che qualcosa possa cascare dal cielo. La pioggia d’angeli descritta da Anatole France che casca su Parigi per organizzare la più grande rivolta contro gli errori del creato, non è neanche pensabile nel delirio etilico di qualche serata. Qui scendi giù. Ti inabissi. Perché c’è sempre un abisso nell’abisso. Qui dovrai urlare le parole del padre di Ciro: “Quando sbatti per terra e muori, ti immagini non che l’anima evapori, come ti raccontano al catechismo o vedi nel film Ghost, ma che delle mani ti prendano e ti portino più giù. Ancora più giù se è possibile della terra d’inferno dove viviamo”. E quest’abisso non ha il suo popolo. L’East End di Londra che ammonticchiava i suoi derelitti non esiste, e Jack London per comprendere la ferita della ragione occidentale dovrebbe alternare i suoi giorni tra le serate del generone imprenditoriale romano e i cantieri edili notturni. Così quando pesto scale e stanze, quando salgo nelle ascensori non riesco a non sentire è un vizio della mia psiche. Perché io so. Ed è una perversione. E così quando mi trovo tra i migliori e vincenti imprenditori non mi sento bene. Anche se questi signori sono eleganti, parlano con toni pacati, e votano a sinistra. Io sento l’odore della calce e del cemento, che esce dai calzini, dai gemelli di Bulgari, dai loro meridiani di Italo Calvino e dai loro thriller di Grisham. Io so. Io so chi ha costruito il mio paese e chi lo costruisce. So che non si vive la propria vita di scorribande e tormenti nelle belle ville in Toscana o in Puglia dei film di Giordana e della Comencini, so che stanotte parte un treno da Reggio Calabria che si fermerà a Napoli a mezzanotte e un quarto prima di giungere a Milano. Sarà colmo. E alla stazione i furgoncini e le Punto polverose preleveranno i ragazzi per nuovi cantieri. Un emigrazione senza residenza che nessuno studierà e valuterà poiché rimarrà nelle orme della polvere di calce e solo lì. Io so qual è la vera costituzione del mio tempo, qual è la ricchezza delle imprese. Io so in che misura ogni pilastro è il sangue degli altri. Io so e ho le prove. Non faccio prigionieri.

Pubblicato su NUOVI ARGOMENTI n°32 ottobre-dicembre 2005 nella sezione IO SO

"Born to be wild" ha 40 anni?

Steppenwolf "Born to be wild"





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27 novembre 2008

26 novembre 2008

Un weekend solidale

Sabato e domenica, col Natale che si avvicina, si può essere davvero un po' più buoni...

Sabato 29 novembre si può dare un aiuto a chi ha fame con la Colletta Alimentare. L'elenco degli esercizi che vi aderiscono è qui. Sono tanti, ce n'è di certo uno vicino a te, come diceva George Jefferson...

Sabato 29 e domenica 30 si può anche diventare Babbo Natale per un giorno dando un contributo all'associazione "Aiutare i bambini". In particolare questa iniziativa andrà a vantaggio dei bambini sieropositivi in India. Li si può aiutare qui.

25 novembre 2008

Giorgio Rumolo


Ne ha già parlato "Chi l'ha visto?", ma questo appello viene direttamente dalla sorella di Giorgio Rumolo.


E' scomparso martedì 11 novembre da GENOVA, ha 16 anni.
Si chiama Giorgio Rumolo (la sua Tag, il suo nomignolo, è FROG).
Aiutatemi, passate parola.
Frequenta il terzo anno dell'istituto alberghiero "Marco Polo" di GENOVA.
E' alto 1,75 m, magro, capelli e occhi castani.
E' uscito di casa indossando: cappello di lana grigio, giacca impermeabile nera, jeans larghi, scarpe da ginnastica, felpa verde scuro. Non ha segni particolari evidenti, è una persona sorridente (ma in questo frangente non so...), ha un po di acne giovanile... Non saprei che altro dire (...)

E' vero che probabilmente sia scappato con l'altra ragazza: Greta Villafranca. Ora dopo "chi l'ha visto" è di pubblico dominio, non ne ho parlato prima per rispetto alla privacy della famiglia di Greta.

Grazie a tutti per l'impegno che ci state mettendo. Scusate se non rispondo a tutti, ma non riesco. Grazie di cuore. Mi state sostenendo tantissimo, vi tengo aggiornati.



Please help me find my brother

He disappeared Tuesday, November the 11th, 2008 from Genoa, and he's 16 years old.
His name is Giorgio Rumolo, his alias FROG.
Please Help me spread the voice.
He is at the third year of Marco Polo secondary school, in Genoa.
He is 5'7" tall, thin, brown hairs and brown eyes.
When he desappeared he was wearing: grey wool hat, black jacket, baggy jeans, snickers and
dark green sweater. No particular feature, he has a friendly and outgoing personality (but
I don't know in this particular situation) and some acne...
It is true that probably he went on the run with a girl: Greta Villafranca.
Thank you all very much for the effort and also for the words of friendship that you send me,
they help me so much to keep going. Thank you very much, I will keep you posted.

24 novembre 2008

Cose 'e pazzi...

Una pattuglia osseta per poco non ha ucciso a colpi d’arma da fuoco i presidenti di Georgia e Polonia


Inguscezia.org, 24.11.2008, 01:06

Domenica scorsa la colonna di automobili in cui viaggiavano i presidenti di Polonia e Georgia Lech Kaczyńki e Mikhail Saakashvili è stata attaccata a colpi di arma da fuoco al confine con l’Ossezia del Sud. Come riferisce l’agenzia di stampa russa “Novosti” [1], della cosa hanno dato notizia le autorità polacche. Il presidente polacco era giunto domenica in Georgia per prender parte ai festeggiamenti legati al quinto anniversario della “rivoluzione delle rose”.

Dall’aeroporto di Tbilisi Kaczyński si era diretto verso un campo profughi. “Quando abbiamo raggiunto la pattuglia russa, dalla loro parte sono partiti degli spari. Ci sono state come minimo tre scariche di carabina”, – ha detto in diretta al canale TVN24 [2] il segretario della cancelleria del capo di Stato polacco Michał Kamiński.

http://www.ingushetia.org/news/16755.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)


[1] “Notizie”.

[2] Canale digitale di informazione polacco.

Il mondo è bello perché è vario...

http://www.roadsideamerica.com/story/12603


Qualche giorno fa ho rispolverato "Take it easy", canzone scritta da Jackson Browne e Glen Frey (parente di Sebastien? Non credo...) e portata al successo dagli Eagles quando non andavo ancora all'asilo... A un certo punto la canzone dice "Beh, sto in piedi a un angolo di Winslow, Arizona, con un panorama così bello da vedere, è una ragazza, Signore mio, in un camioncino Ford che sta venendo da questa parte per dare un'occhiata a me..." (tutta la canzone ha un tono leggermente umoristico, assai lontano dalle atmosfere cupe e visionarie di "Hotel California"). Ma Winslow - "Vinci-Lento"? No, il nome è probabilmente legato a quello dell'imprenditore ferroviario Edward F. Winslow - esiste veramente ed era una cittadina molto trafficata, trovandosi sulla celebre Route 66 che unisce Los Angeles a Chicago. Alla fine degli anni '80 la Route 66 fu rimpiazzata dalla Interstate 40, che attraversa quasi completamente gli USA (da Barstow, California a Wilmington, North Carolina) e passa lontano da Winslow. Winslow finì col decadere, poiché il pur impressionante Meteor Crater (un cratere meteoritico del diametro di circa 1200 metri) nelle vicinanze non pareva attrarre troppa attenzione. Così nacque l'idea dello "Standin' on the Corner Park" che rappresenta la scena narrata nella canzone: un giovane vestito in stile anni '70 con una chitarra posata su un piede (effigiato dallo scultore Ron Adamson) sta appoggiato a un lampione a un angolo, mentre un murales alto due piani (opera di John Pugh) rappresenta un lato di un edificio con tanto di scritta "Winslow, Arizona" e di finte vetrine, in una delle quali si riflette una bionda alla guida di un camioncino Ford... Vengono in mente le "americanate" della vecchia "Domenica del Corriere", eppure la trovata ha avuto grande successo e in tanti si fanno fotografare "all'angolo di Winslow, Arizona". Il mondo è bello perché è vario...



La Botte Vini


23 novembre 2008

Beslan: sempre più strage di Stato?

Terroristi-agenti


Dettagli sconosciuti della tragedia di Beslan



Le indagini sull’atto terroristico di Beslan vanno avanti già da più di quattro anni. Ma finora non c’è una risposta chiara a una delle domande principali: quanti terroristi c’erano in realtà a Beslan e chi erano? Secondo le indagini, il gruppo terroristico era composto da 32 militanti. L’identità della maggior parte dei militanti è stata stabilita dalle impronte digitali. Tutti questi terroristi, cioè, sono stati schedati in tempi diversi dall’UBOP [1] e dall’UFSB [2] regionali del Caucaso settentrionale, sono stati spiccati mandati di cattura federali nei loro confronti, sono stati incarcerati e arrestati più volte e alcuni sono stati perfino condannati.

Il terrorista Chodov

Nel 1997 Vladimir Chodov, residente nel villaggio osseto di Èl’chotovo [3], ha compiuto azioni violente nei confronti degli abitanti di Majkop [4]. E’ stato avviato il procedimento penale n. 7154 e nei confronti di Chodov è stato spiccato un mandato di cattura.

Nell’agosto del 1998 l’UVD [5] della città di Majkop ha inviato una lettera a proposito del mandato di cattura al capo dello ROVD [6] della RSO-A [7] della provincia Kirovskij R. Тuaev (il villaggio di Èl’chotovo si trova nel territorio della provincia Kirovskij in Ossezia del Nord). Il capo dello ROVD della provincia Kirovskij Tuaev ha risposto che “il ricercato Chodov non è stato individuato nel territorio di competenza”.

Peraltro ci sono non poche testimonianze del fatto che Chodov soggiornasse periodicamente all’indirizzo di residenza in casa di sua madre. In effetti nel 2002, secondo la deposizione della madre, Chodov venne a Èl’chotovo ai funerali del fratello minore. Fra l’altro a questi funerali Chodov fu portato e riportato via da agenti dell’UBOP della repubblica. I vicini dei Chodov ricordavano bene questo fatto, in quanto ai funerali avvenne una lite: Vladimir Chodov, convertitosi all’Islam, costrinse a seppellire il fratello secondo i riti musulmani [8].

Nell’agosto del 2003 al vice capo dell’UBOP del ministero degli Interni della RSO-Alanija R.G. Sochiev fu inviato un fax dell’UVD della città di Majkop con l’ordine di arrestare Chodov. Allo stesso tempo, secondo il rapporto del capo della sezione dell’UUR [9] del ministero degli Interni della RSO-Alanija V.K. Gončarov, Sochiev gli comunicò per telefono che Chodov si trovava nel territorio dell’Ossezia del Nord, dopodiché il ministero degli Interni della RSO-Alanija inviò via fax a Sochiev l’ordine di arrestare Chodov.

Tuttavia, dopo una verifica compiuta dopo l’atto terroristico di Beslan, è risultato che nel resoconto della corrispondenza in entrata dell’UBOP del ministero degli Interni della RSO-Alanija non c’è traccia della ricezione di questi due fax con l’ordine di arrestare V. Chodov. Ma nel resoconto delle persone arrestate e incarcerate i fogli dell’anno 2003 sono stati strappati e sono stati strappati anche i fogli del quaderno di lavoro degli uomini di servizio in quel periodo.

Nel 2003 l’ordine di cattura per Chodov fu trasmesso dall’UVD della città di Majkop allo ROVD della provincia Kirovskij. Nel resoconto delle operazioni di ricerca del 18.11.03, steso dal procuratore della provincia Kirovskij G.B. Guriev, sono indicati cinque ordini di cattura per Chodov, ma “dopo aver condotto operazioni di ricerca non si è riusciti ad individuare il luogo in cui si trova Chodov V.A. e ad arrestarlo”.

Il vice capo dell’UBOP dell’Ossezia del Nord Sochiev ha deposto al tribunale della provincia Pravoberežnyj sulla vicenda di Beslan: “Nel gennaio del 2004 sulla base di una soffiata fu scoperto un appartamento con documenti ed elementi di prova che confermavano la sua (di V. Chodovnota dell’autrice [10]) partecipazione a un atto terroristico (l’esplosione di un ordigno presso la Gamid-bank a Vladikavkaz [11] nel gennaio del 2004 - n.d.a.). Dopo di che nei confronti di questi (Chodov - n.d.a.) fu spiccato un mandato di cattura federale. Ma tutti questi documenti… ce li ha presi lo FSB. E non abbiamo più indagato su questo caso”.

Dopo l’atto terroristico di Beslan gli inquirenti chiesero informazioni al ministero degli Interni della repubblica di Inguscezia sui terroristi uccisi a Beslan e identificati. Dalla risposta a questa domanda del capo dell’ÈKC (èkspertno-kriminalističeskij centr [12]) del ministero degli Interni della Repubblica di Inguscezia consegue che nella loro banca dati non ci sono mai state i dati dattiloscopici di V. Chodov*.

Alla Corte Suprema dell’Inguscezia sulla vicenda di Beslan il testimone A.N. Kartoev (direttore della sezione dello FSB della provincia di Malgobek [13] in Inguscezia) ha dato la seguente deposizione: “V. Chodov ha partecipato all’attacco a Nazran’ [14] del 21-22 giugno 2004. Con lui alcune persone. Su questo lavora sia la nostra sia la vostra amministrazione (l’UFSB osseto - n.d.a.)…»

In tutto il periodo in cui è stato ricercato (dal 1997 al 2004) Chodov è stato arrestato ufficialmente solo una volta – il 19.07.2000 – dagli agenti dell’UVD della città di Pjatigorsk [16]. Ma lo rilasciarono.

Subito dopo l’atto terroristico di Beslan il procuratore della RSO-Alanija Bigulov dette ordine di verificare il lavoro svolto dall’UBOP del ministero degli Interni della RSO-Alanija per rintracciare il luogo in cui si trovava V. Chodov dal 1997 al 2004. Bigulov dette anche ordine di verificare “ogni tipo di registrazione dell’invito a Chodov a una collaborazione segreta e di verificare presso gli organi di controllo interno le informazioni sui contatti di agenti dell’UBOP e dello ROVD della provincia Kirovskij con Chodov”. Finora i risultati delle verifiche del procuratore non sono pervenuti.

Per informazione:

Nel 2003 (quando V. Chodov era ricercato così vanamente) lo FSB della provincia Kirovskij era diretto da Oleg Gajdenko. Ma a giugno del 2004 questi fu mandato a dirigere lo FSB della provincia Pravoberežnyj [16], il cui capoluogo è la città di Beslan. Dopo l’atto terroristico di Beslan Oleg Gajdenko non solo non fu licenziato, ma fu messo a capo della sezione per la lotta al terrorismo dell’UFSB della RSO-Alanija. E dopo qualche anno fu promosso nell’apparato centrale dello FSB della Federazione Russa a Mosca.

Il terrorista Kamurzoev

Nel luglio del 2004 il primo vice capo del GUBOP [17] dello SKM [18] del ministero degli Interni della Federazione Russa Ju.N. Demidov, inviato in Ossezia del Nord e in Inguscezia allo scopo di prevenire atti terroristici con la presa di un grande numero di ostaggi, trasmise ai corrispondenti organi delle repubbliche i dati dattiloscopici dell’intero gruppo dei terroristi. Tra queste quelle di Vladimir Chodov e Sultan Kamurzoev.

Tra i materiali sulla vicenda c’è un’attestazione, firmata dal capo del GIC (Glavnyj Informacionnyj centr [19]) del ministero degli Interni della Federazione Russa V.I. Krasavčikov, che Kamurzoev fu arrestato dallo SO [20] del VOVD [21] della provincia di Groznyj nel 2000 e fu inviato al SIZO [22] di Stavropol’ [23] come sospetto di partecipazione a una formazione armata illegale.

Non di meno nel 2004 Kamurzoev si trovava in libertà, il suo cadavere fu identificato a Beslan dalle impronte digitali.

Alla richiesta degli inquirenti (che indagano sull’atto terroristico di Beslan) di fornire materiali sull’arresto di Kamurzoev nel 2000 dallo ROVD di Groznyj è giunta una risposta fin troppo strana firmata dall’agente dello ROVD di Groznyj Arsapkaev: “Nei resoconti delle informazioni sui crimini non ci sono notizie Kamurzoev S.M.”. La stessa identica risposta ha dato il capo del PVS [24] dello ROVD di Groznyj Jangulbaev: “Non ci sono notizie del cittadino Kamurzoev S.M.”.

Il terrorista Pošev

Adam Pošev è un altro terrorista di Beslan identificato dalle impronte digitali. Viveva a Malgobek (Inguscezia) ed era stato caratterizzato dal capo della MOB (milicija obščestvennoj bezopasnosti [25]) dello ROVD di Malgobek M.K. Muružev come “persona dal comportamento sospetto e seguace della tendenza religiosa wahhabita [26]”.

Data del profilo – 02.08.2004. Per chi e per quale motivo Muružev abbia scritto questo profilo un mese prima dell’atto terroristico di Beslan non è stato chiarito dagli inquirenti. Tuttavia le impronte digitali di Adam Pošev erano state ricevute dagli organi del ministero degli interni inguscio già nel maggio del 2001. Fra l’altro gli inquirenti hanno ricevuto la scheda dattiloscopica di Pošev dal vice capo dell’UBOP del ministero degli Interni della RSO-Alanija Sochiev. Il che è strano. Adam Pošev non ci ha mai vissuto e secondo i dati ufficiali accessibili non è mai stato arrestato da agenti del ministero degli Interni della RSO-Alanija. Nei suoi confronti non era neanche stato spiccato un mandato di cattura federale.

Il terrorista Achmedov

Achmedov Chizrail Chansoltanovič [27] viveva nella provincia di Nožaj-Jurt [28] in Cecenia (nel villaggio di Bil’ty). Le sue impronte digitali furono registrate dall’UVD della Repubblica Cecena, fu arrestato. Dopo qualche tempo si trovava in libertà e fu spiccato un mandato di cattura federale nei suoi confronti dallo stesso UVD ceceno ai sensi dell’art. 208, comma 2 del Codice Penale della Federazione Russa [29]. A tal proposito nei materiali dell’indagine su Beslan c’è un’attestazione, firmata dal capo del GIC (glavnyj informacionnyj centr [30]) del ministero degli Interni della Federazione Russa V.I. Krasavčikov.

Il terrorista Šebichanov
Non molto tempo prima della tragedia di Beslan (l’8 luglio 2004) Majrbek Šebichanov, venticinquenne abitante del villaggio inguscio di Psedach, era imputato di un processo per un attacco a militari russi. Secondo l’accusa Šebichanov era il vice comandante di una grande formazione armata illegale. In conseguenza di un attacco e dell’esplosione di una macchina sei soldati russi erano rimasti uccisi e sette erano rimasti feriti in modo più o meno grave. Il collegio dei giudici della Corte Suprema dell’Inguscezia assolse Šebichanov con formula piena. Questi fu rimesso in libertà, ma il 3 settembre 2004 il suo corpo fu trovato e identificato dalle impronte digitali tra i militanti morti.

I terroristi M. Cečoev e B. Cečoev

Secondo gli inquirenti all’atto terroristico di Beslan presero parte Cečoev Mussa Ischakovič e Cečoev Bejal Baširovič. Nel 1995 il tribunale cittadino di Mosca condannò entrambi gli Cečoev a lunghe pene detentive per aver preso in ostaggio il moscovita A.S. Agafonov. Tuttavia neanche gli Cečoev finirono in mano ai secondini. Da Mosca gli agenti dello FSB della Federazione Russa li portarono in Cecenia**, a quanto pare in cambio di cittadini russi in ostaggio dei militanti. Là furono rimessi in libertà. In seguito, secondo le deposizioni di agenti dello ROVD della provincia di Malgobek, uno degli Cečoev (Mussa) diventò capo di una NVF (nezakonnoe vooružënnoe formirovanie [31]). Nel 2003 questi fu arrestato e condotto allo ROVD della provincia di Malgobek. Gli furono prese le impronte digitali. Poi, in circostanze non chiarite, Cečoev si trovò di nuovo in libertà. Non molto tempo prima dell’atto terroristico di Beslan, nell’estate del 2004, Cečoev fu ferito durante un’operazione speciale. Riuscì a scappare.

Il terrorista Ataev

Durante questa operazione speciale (nell’estate del 2004, quando fu ferito Mussa Cečoev - n.d.a.) gli agenti delle forze dell’ordine dell’Inguscezia catturarono due militanti – Mëdov e Ataev. Questo fatto è stato confermato alla Corte Suprema dell’Inguscezia (in uno dei tre processi sull’atto terroristico di Beslan – n.d.a.) dal capo della polizia criminale della provincia di Malgobek B.Ch. Evloev: “Scoprimmo una banda guidata da Cečoev, due di essi furono arrestati da noi il 28.08.04, quelli, che presero parte all’attacco a Beslan: Mëdov e Ataev. Questi avevano ammesso pienamente di aver preso parte all’attacco a una base in Inguscezia e di essere membri della banda di Cečoev”.

Tuttavia! Sia Mëdov, sia Ataev (anch’egli partecipante alla presa della scuola di Beslan identificato dalle impronte digitali) nell’agosto del 2004 furono rimessi in libertà senza essere incriminati. Perché? A questa domanda il testimone Evloev ha risposto che “effettivamente sono stati rilasciati, ma la domanda non va fatta a lui”. Il giudice Gazdiev, che presiedeva il processo, ha indirizzato questa domanda alla procura. Ma il rappresentante della procura Dmitrienko non ha fatto chiarimenti su questa importantissima questione.

Il terrorista Toršchoev

Nel 1999 nei confronti di Isa Toršchoev fu spiccato un mandato di cattura perché era sospettato di aver commesso crimini previsti dall’art. 162, comma 3 del Codice Penale della Federazione Russa (banditismo) e dall’art. 222, comma 1 del Codice Civile della Federazione Russa (acquisto illegale e detenzione di armi). Isa Toršchoev fu arrestato dallo SO (sledstvennyj otdel) dello ROVD di Terek in Kabardino-Balkarija [32], tuttavia fu condannato solo sulla base dell’art. 222, comma 1 a 2 anni di detenzione con la condizionale. Durante le indagini sull’atto terroristico di Beslan fu accertato che “per motivi infondati Toršchoev I.D. non fu incriminato né condannato ai sensi dell’art. 162, comma 3 del Codice Penale della Federazione Russa, mentre i suoi complici ebbero furono condannati a 8 anni di detenzione con la confisca dei beni”. In casa di Toršchoev durante la perquisizione furono trovati: “una carabina con mirino ottico e cartucce, una pistola con silenziatore senza numero di serie e con cartucce, granate F-1 – 3 pezzi, una pistola a gas trasformata in arma da fuoco sul modello Makarov. Tutte le armi trovate erano pronte all’uso”. Tuttavia Toršchoev in tribunale sostenne che “queste armi erano state introdotte di nascosto da lui”. Il tribunale ritenne credibile questa affermazione, e considerò pure che Toršchoev “aveva solo 19 anni e un trauma cranico”. Il tribunale non inviò le armi trovate all’esame balistico come prove degli omicidi da lui commessi.

Fra l’altro ben presto anche gli altri compagni di Toršchoev furono posti in libertà condizionata prima dei termini previsti. La cosa è importante! Non andarono alla polizia nei luoghi di residenza come condannati in libertà condizionata, ma comunque non furono spiccati mandati di cattura nei loro confronti.

Il terrorista Kulaev

Secondo gli inquirenti, alla presa di ostaggi a Beslan presero parte i due fratelli Kulaev – Chanpaša e Nurpaša. Com’è noto, Nurpaša Kulaev è l’unico terrorista di Beslan preso vivo. Più volte abbiamo tentato di ottenere dagli inquirenti i protocolli degli interrogatori: da chi, come, a che ora e in quali circostanze il 3 settembre 2004 fu catturato N. Kulaev. Il fatto è che la versione ufficiale (Kulaev sarebbe saltato dalla finestra della mensa della scuola di Beslan alle 13.30 del 3 settembre) non regge alcuna critica. A quell’ora alla finestra della mensa c’era una grata esterna, che fu strappata dall’intelaiatura da un carro armato. Ciò fu fatto dopo le 16 del 3 settembre 2004 e attraverso questa finestra gli uomini dei corpi speciali dello FSB entrarono nella scuola. La richiesta delle vittime agli inquirenti, stranamente, è stata in parte soddisfatta. Quattro anni dopo l’atto terroristico i procuratori ci hanno promesso di INTERROGARE quelli che arrestarono Kulaev!

Nei confronti di Chanpaša Kulaev nel 2001 fu aperto un procedimento penale ai sensi dell’art. 208, comma 2 del Codice Penale della Federazione Russa (per la sua partecipazione a una NVF con tre complici). Tuttavia l’inquirente dello FSB russo per la Repubblica Cecena D.A. Filippenko pose a parte il procedimento penale nei confronti di Ch. Kulaev (procedimento penale n. 108/28) e nel dicembre del 2001 deliberò di stralciare questo procedimento penale “in conseguenza del mutamento della situazione, per via della pedita <> di pericolosità sociale” e dette disposizione alla procura: “togliere le misure di custodia nei confronti di Kulaev Ch.”.

La procura cecena tentò di impugnare la delibera dell’inquirente dello FSB. Fece appello, ma per qualche motivo non si interessò del suo ulteriore destino. Secondo i materiali sulla vicenda, l’appello della procura contro la liberazione di Kulaev dal carcere non fu esaminato. E nell’agosto del 2004 Ch. Kulaev prese parte alla presa della scuola di Beslan.

Il 33° terrorista

Molti testimoni tra gli ex ostaggi durante le indagini e ai processi sull’atto terroristico di Beslan hanno detto di non riconoscere tra i terroristi morti quelli che in realtà presero parte alla presa della scuola n. 1 [33]. Perciò le vittime hanno insistito perché fosse data loro la possibilità di identificare i terroristi sulla base delle loro fotografie non professionali [34]. Nonostante il fatto che queste fotografie fossero in possesso degli inquirenti, non sono mai state mostrate alle vittime per l’identificazione.

Tra i militanti mancanti quello che gli ex ostaggi ricordano più spesso è un terrorista di nome Ali, di bassa statura, con un’orribile cicatrice шрамом da un orecchio al collo sotto il mento. Questo Ali ebbe un ruolo significativo tra i terroristi, fra l’altro condusse le trattative con un rappresentante del quartier generale operativo, l’agente dell’UFSB osseto Zanignov. Questo Ali non è stato trovato tra i terroristi morti. Le vittime suppongono che Ali abbia potuto fuggire dalla scuola di Beslan. A giudicare dalle domande dell’inquirente della procura I. Tkačëv e alla risposta a queste domande del facente funzione di capo dell’UFSB della RSO-А V. Levitskij, neanche gli inquirenti sono certi della morte del terrorista Ali.

“In conseguenza delle ORM (operativno-razysknye meroprijatija [35]n.d.a.) poste in atto per stabilire l’identità del terrorista che faceva parte della banda che compì il sequestro di ostaggi il 1.09.2004 nella città di Beslan, e che aveva, stando alle deposizioni delle vittime, una notevole cicatrice dallo zigomo al collo, nel campo visivo dell’Amministrazione (dello FSB della RSO-A - n.d.a) è capitato tal Dir’jasov Ruslan, soprannominato Direz [36], nome musulmano Sejfula [37], anno di nascita presunto 1976, nativo del villaggio di Samaški [38].

Secondo i dati operativi ricevuti, nel periodo dal 2000 al 2002 Dir’jasov R. entrò a far parte della banda al comando di Ibragimov Ramzan, in cui entrò a far parte Chučbarov R.T. (nell’agosto del 2004-го guidò i terroristi di Beslann.d.a.). In stretto legame con Dir’jasov R. è Machauri Rustam (soprannominato Orso), residente ad Assinovskaja [39], membro della detta banda. Nel 2002 Dir’jasov R. sarebbe stato arrestato da agenti della sezione della Repubblica Cecena dell’UFSB russo nella provincia di Ačchoj-Martan [40], tuttavia dopo breve tempo fu rilasciato.

Con operazioni di verifica compiute congiuntamente all’UFSB russo della Repubblica Cecena non si è riusciti a stabilire il luogo nelle province di Sunža [41] o di Ačchoj-Martan in cui Dir’jasov R. potrebbe trovarsi…”

Conclusioni

Tra i materiali delle indagini sull’atto terroristico di Beslan ci sono attestazioni per ogni terrorista identificato. A tutti i terroristi di Beslan alla voce “imputazioni” per qualche motivo è scritto: “Non processabile sulla base del par. 1 del comma 1 dell’art. 24 del Codice di Procedura Penale della Federazione Russa”.

Ciò significa che i procedimenti penali contro tutte queste persone o non sono stati avviati a ragion veduta o sono stati bloccati. Con una sola motivazione – “il fatto non sussiste”. In tal modo i criminali, che in realtà avrebbero dovuto trovarsi nel SIZO o scontare una condanna in carcere, nell’agosto del 2004 hanno potuto formare una banda armata e compiere l’attacco alla scuola di Beslan***.

Com’è potuta succedere una cosa del genere? Ho solo una spiegazione: questi cosiddetti terroristi di Beslan erano agenti dei nostri servizi segreti – l’UBOP e lo FSB. Di questo testimoniano i dettagli delle loro biografie riportati sopra.

Chi sa le risposte

In realtà tutte le domande vanno indirizzate al vice ministro degli Interni, il generale Michail Pan’kov e all’ex vice direttore dello FSB, il generale Vladimir Anisimov. L’uno e l’altro hanno preso parte attivamente all’operazione antiterroristica di Beslan in qualità di autorevoli “consulenti”. L’uno e l’altro hanno curato la creazione di una rete di agenti nel Caucaso. L’uno e l’altro, nonostante le insistenti richieste delle vittime dell’atto terroristico di Beslan, non sono stati chiamati a testimoniare in giudizio.

* Le impronte digitali c’erano. Vedi il capitolo seguente “Il terrorista Kamurzoev”.

** Dati tratti dai materiali del processo.

*** Il modus operandi delle forze dell’ordine del Caucaso settentrionale è tale che solo per un sospetto di attività terroristica una persona che finisce in mano agli inquirenti riceve una condanna enorme. Non ha chance di essere rimesso in libertà, neanche se non è colpevole. Nel caso dei “terroristi di Beslan” questo ferreo principio per qualche motivo non è stato applicato.

Èlla Kesaeva
co-presidente dell’organizzazione sociale pan-russa “La voce di Beslan” – articolo speciale scritto per la “Novaja gazeta”

20.11.2008, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/86/00.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Upravlenie po Bor’be s Organizovannoj Prestupnost’ju (Direzione per la Lotta alla Criminalità Organizzata).

[2] Upravlenie Federal’noj Služby Bezopasnosti (Direzione del Servizio Federale di Sicurezza), cioè l’amministrazione locale del principale servizio segreto, lo FSB (Federal’naja Služba Bezopasnosti – “Servizio Federale di Sicurezza).

[3] Nella parte nord-occidentale dell’Ossezia del Nord.

[4] Capitale della “repubblica autonoma” caucasica di Adighezia.

[5] Upravlenie Vnutrennich Del (Direzione degli Affari Interni), leggasi “polizia”.

[6] Rajonnoe Otdelenie Vutrennich Del (Sezione Provinciale degli Affari Interni).

[7] Respublika Severnaja Ossetija-Alanija (Repubblica dell’Ossezia del Nord-Alania; Alania è il nome osseto della regione).

[8] La maggior parte degli osseti è di religione cristiana ortodossa.

[9] Upravlenie Ugolovnogo Rozyska (Direzione per la Ricerca dei Criminali).

[10] Anche i rilievi grafici sono dell’autrice, dove non diversamente specificato.

[11] Capitale dell’Ossezia del Nord.

[12] “Centro di Esperti di Criminologia” (il corsivo è mio).

[13] Città dell’Inguscezia settentrionale.

[14] Ex capitale dell’Inguscezia.

[15] Città della Russia meridionale.

[16] “Della riva destra (del fiume Terek)”.

[17] Glavnoe Upravlenie po Bor’be s Organizovannoj Prestupnost’ju (Direzione Centrale per la Lotta alla Criminalità Organizzata).

[18] Služba Kriminal’noj Milicii (Servizio di Polizia Crimninale).

[19] “Centro di Informazione Principale” (il corsivo è mio).

[20] Sledstvennyj Otdel (Sezione Investigativa).

[21] Vremennyj Otdel Vnutrennich Del (Sezione Temporanea degli Affari Interni).

[22] Sledstvennyj IZOljator (Carcere di Custodia Cautelare).

[23] Città della Russia meridionale.

[24] Pasportno-Vizovaja Sistema (Ufficio Passaporti e Visti).

[25] “Milizia per la Sicurezza Sociale”.

[26] Ma in Russia “wahhabita” sta ormai per “estremista islamico”, in generale…

[27] I russi vengono indicati ufficialmente con l’ordine cognome-nome-patronimico.

[28] Provincia della Cecenia orientale.

[29] Si tratta di partecipazione a formazioni armate illegali.

[30] La ripetizione non necessaria è nell’originale (il corsivo è mio).

[31] “Formazione Armata Illegale” (il corsivo è mio).

[32] Repubblica caucasica ad ovest dell’Ossezia del Nord. Terek è nella parte occidentale.

[33] Le scuole russe non hanno nome, sono semplicemente numerate…

[34] La scuola fu presa il 1 settembre durante i festeggiamenti del “Giorno della Conoscenza” (il primo giorno di scuola) e moltissimi familiari degli scolari erano lì con le macchine fotografiche.

[35] “Misure di Ricerca Operative”.

[36] Direz è anche il nome di un fungicida, ma la coincidenza è senz’altro casuale.

[37] Riproduco la grafia cirillica, forse Seifullah sarebbe più coerente.

[38] In Cecenia, ad ovest di Groznyj.

[39] Villaggio non lontano da Samaški.

[40] Città della medesima zona.

[41] Nella Cecenia occidentale.

21 novembre 2008

In Russia che tu sia Anna Politkovskaja o un giornalista di Chimki...

Un giornalista di Chimki [1]

Michail Beketov, nostro amico e collega, giornalista di talento e coraggioso, direttore del giornale “Chimkinskaja pravda” [2], si trova in coma all’Istituto Sklifosovskij [3]


Michail Beketov è stato trovato il 13 novembre con la testa fratturata e privo di conoscenza nel cortile della sua piccola casa di mattoni in via Gor’kij nel sobborgo di Starbeevo nella provincia di Chimki. Dietro un’alta cancellata è rimasto disteso sull’asfalto freddo per più di un giorno, finché una vicina non l’ha notato…

I medici hanno dichiarato subito che il trauma subito da Beketov “non è compatibile con la vita”. Adesso lottano semplicemente per la sua vita e nessuno parla delle chance di salvarla. Gli hanno già praticato alcune operazioni al cranio e gli hanno amputato una gamba. Finora non è nota la data precisa dell’aggressione al giornalista. Due amici di Miša, i coniugi Jurij e Ljudmila Fedotov, raccontano che Beketov aveva smesso di rispondere al telefono già l’11 novembre. Allora ebbero i primi sospetti – qualche tempo prima aveva raccontato di una telefonata: dall’altra parte del filo avevano promesso che gli avrebbero fatto certamente la pelle. Miša si era reso conto della serietà delle minacce e si preparava a darne notizia alla procura e allo FSB [4], ma non contava su un aiuto. Il 12 novembre non ha risposto di nuovo…

A chi dava fastidio Beketov, si può affermare in un solo modo – alle autorità locali di Chimki. Tuttavia per cosa concretamente “abbia pagato” l’oppositore è difficile da dire per ora. Il direttore della “Chmkinskaja pravda” scriveva cose tali che un motivo per vendicarsi potrebbe essere ritenuto ogni suo articolo.

* * *

Michail Beketov stampava la “Chimkinskaja pravda” da solo, a proprie spese. Questa pubblicazione aveva parlato per prima del processo di esumazione e nuova sepoltura dei resti di sei avieri sepolti presso il monumento agli eroi della Grande Guerra Patriottica [5] a Chimki. (Ciò avveniva nell’aprile 2007, nel pieno dello scontro tra la Federazione Russa e l’Estonia a proposito del Soldato di Bronzo [6].) Il giornale, rimandando a testimonianze degli abitanti, scriveva che le tombe dei combattenti erano state fatte a pezzi coi trattori. Parte dei resti era andata perduta nel corso della nuova sepoltura. Beketov sollevò uno scandalo, sugli schermi della TV di Stato mostrò le foto fatte da lui della barbara esumazione, pubblicò un articolo, poi un secondo e un terzo. Alla fine dalle pagine del proprio giornale chiese al capo della città di Chimki Vladimir Strel’čenko di dimettersi.

Un mese dopo fecero esplodere la macchina del direttore della “ChP” [7]. Ciò fu preceduto da telefonate con avvertimenti e minacce di violenza personale. Contro la pubblicazione è stato utilizzato un serio mezzo amministrativo: i funzionari hanno proibito ai piccoli imprenditori di pubblicare inserzioni nel giornale e alla polizia di fornirgli rapporti. Hanno preso a trafugare i numeri del giornale, hanno coperto di minacce chi la diffondeva. Poi due uomini sconosciuti hanno fatto irruzione in pieno giorno nel salone di un parrucchiere dove pure era diffuso il giornale. Dopo aver ordinato al personale di non tenere più con se cose del genere, al posto dei giornali hanno lasciato dei poster con il volto del signor Strel’čenko…

* * *

Beketov scrisse alla procura, definendo l’accaduto “terrorismo politico, il cui mandante è il signor Strel’čenko”. Beketov raccontò come uno dei vice di Strel’čenko gli propose quanto segue: “Non se la prenda per la macchina. Dio ha dato, Dio ha tolto [8]. Ricominciamo da un foglio bianco [9]”. Il direttore rifiutò di andare a siglare l’armistizio. E gli scandali sollevati da Beketov ebbero delle appendici: sono stati picchiati giornalisti che hanno messo in luce questa o quella azione di protesta a Chimki, a qualcuno dei sostenitori hanno bruciato la porta di casa…

Il “foglio bianco” dei rapporti con il potere iniziò nel febbraio 2008 . Solo che allora contro il direttore della “Chimkinskaja pravda” fu avviato un procedimento penale per “calunnia”. Da pretesto servirono gli articoli sulla demolizione dei monumenti ai combattenti. Calunniato da Beketov, naturalmente, risultava essere il capo dell’amministrazione Vladimir Strel’čenko. Del procedimento penale il giornalista venne a sapere mentre si trovava all’ospedale (dopo l’esplosione della macchina il suo cuore aveva cominciato a fare i capricci). Per questo motivo non andò a farsi interrogare in procura. E non c’era obbligato – non erano giunti inviti a comparire. Il dipartimento del ministero degli Interni [10] di Chimki emise un mandato di cattura nei suoi confronti. Ben presto il caso fu trasmesso al tribunale.

Del caso di Michail Beketov si interessò il Fondo per la libertà di parola di Aleksej Simonov [11]. Sostenitori e lettori del giornale lo appoggiarono recandosi alle udienze del processo. Tra l’altro in procura gli consigliarono di scusarsi con il capo dell’amministrazione – e il caso sarebbe stato chiuso. Non c’è problema, rispose Beketov. Ma che allora anche il capo dell’amministrazione si scusasse con lui per la persecuzione del giornale, e con i lettori e gli abitanti per l’esumazione dei resti dei combattenti, gli abusi edilizi [12], gli immobili venduti per pochi copechi…

* * *

Per tutto quest’anno Beketov e il suo giornale hanno condotto una strenua lotta per il bosco di Chimki . Il problema è che per la realizzazione del progetto di costruzione dell’autostrada Mosca-San Pietroburgo l’intero patrimonio forestale di Chimki è destinato all’abbattimento e all’installazione di industrie. La lotta degli abitanti di Chimki prende forma di manifestazioni, di lettere al presidente (quest’estate i difensori del bosco gli hanno inviato una petizione con 15000 firme) e al governo. Hanno già bloccato la strada Leningradskoe [13]. Anche in questo caso Beketov è dietro a tutto. Ha preso a riunire gli attivisti di altre province dei dintorni di Mosca – di Schodnja, Balašicha, Dolgoprudnyj. “Vengono da noi, noi andiamo da loro, di conseguenza il sostegno reciproco è garantito”. E la passione ha preso a unire le persone. Non ultima, la passione personale di Beketov.

* * *

I suoi colleghi ritengono che il motivo principale dell’aggressione a Michail Beketov sia il desiderio di purgare il campo dell’informazione prima delle elezioni del capo dell’amministrazione di Chimki, previste per il marzo 2009.

L’attuale capo della città, il membro di “Russia Unita” [14] Vladimir Strel’čenko è al potere già da 5 лет. In questo tempo i mezzi di informazione di massa locali sono stati trasformati in un meccanismo di propaganda e agitazione [15]: la TV via cavo ha affermato che i partecipanti alle azioni di protesta vengono pagati, i giornali della provincia hanno scritto che “la maggioranza degli abitanti sostiene e approva in pieno l’operato dell’amministrazione”. In questa situazione esistevano tre giornali di opposizione. Oggi ne esce solo uno.

–Tutto considerato, l’amministrazione avrebbe dovuto essere orgogliosa che nel suo territorio ci siano tali giornali – il “Graždanskij forum” [16] di Granin, la “Chimkinskaja pravda” di Beketova e il mio “Graždanskoe soglasie” [17], – dice il direttore di quest’ultima Anatolij Jurov. – All’inizio ha cessato di esistere il “Graždanskij forum”. E’ andata così: dopo una serie di articoli sulla reale situazione della città il direttore del giornale ha ricevuto un colpo di tubo metallico in testa all’ingresso di casa sua e hanno rotto la testa anche al responsabile della segreteria della pubblicazione… Per fortuna entrambi sono sopravvissuti, ma la pubblicazione del giornale è stata bloccata.

Ai danni dello stesso direttore del “Graždanskoe soglasie” sono state compiute tre aggressioni. La seconda gli ha provocato una commozione cerebrale. La procura non ha aperto alcun procedimento. I colpevoli non sono stati trovati. Quest’anno, dopo la terza aggressione, Jurov si è rivolto al presidente con una lettera chiedendo di essere difeso dagli abusi delle autorità locali. Qualche giorno dopo presso l’ufficio della redazione alcuni sconosciuti gli hanno inferto 10 ferite lacero-contuse.

– Dopo questo io e Beketov ci siamo trovati e abbiamo valutato le cose: il “Graždanskij forum” non c’è più. Siamo rimasti solo noi. Ci siamo messi d’accordo che il primo a cui faranno la pelle sarà sepolto dall’altro… Certo, abbiamo scritto – alla procura, al ministero degli Interni, allo FSB. Ma che senso ha? Tutte le lettere vanno alla regione e tornano qua…

* * *

Vale la pena di notare che accanto al “lavoro con i mezzi di informazione di massa” viene portata avanti una strenua attività pre-elettorale anche tra la popolazione di Chimki. In una serie di imprese alla gente viene chiesto già oggi di prendere i documenti per votare fuori dal proprio seggio [18], si schedano quelli che diffondono i numeri della “Chimkinskaja pravda”, si chiede insistentemente di non prender parte a manifestazioni e picchetti. In caso contrario promettono alla gente sanzioni, fino al licenziamento.


Le pubblicazioni indipendenti a Chimki: il prezzo della parola

“Graždanskij forum”

Trauma cranico-cerebrale per il direttore e il responsabile della segreteria

“Chimkinskaja pravda”

Il direttore si trova in coma in rianimazione con un trauma cranico-cerebrale, fratture e numerose contusioni

“Graždanskoe soglasie”

Tre aggressioni al direttore con una commozione cerebrale e 10 ferite lacero-contuse

Vera Čeliščeva, “Novaja gazeta”, 16.11.2008, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/85/19.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Città nei dintorni di Mosca.

[2] “La verità di Chimki”.

[3] Ospedale di Mosca intitolato al chirurgo Michail Vasil’evič Sklifosovskij.

[4] Federal’naja Služba Bezopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), l’erede del KGB.

[5] Così viene chiamata in Russia la guerra contro gli invasori nazisti.

[6] Il monumento al milite ignoto sovietico nella capitale dell’Estonia, che gli estoni volevano rimuovere perché ritenuto un omaggio al regime sovietico.

[7] “Chimkinskaja Prava” – i russi amano parlare per sigle e abbreviazioni.

[8] Una sfrontatezza da veri impuniti… La frase di Giobbe è usata in Russia per parlare di disgrazie e viene in genere usata da chi le subisce per esprimere rassegnazione.

[9] Come dire “da zero”.

[10] Si legga “la polizia”.

[11] Aleksej Kirillovič Simonov, scrittore, regista e attivista per i diritti umani.

[12] Letteralmente “piccoli lavori edilizi”.

[13] Quella che conduce a San Pietroburgo. Curiosamente tutto ciò riguarda questa città è rimasto ufficialmente “leningradese”.

[14] Il partito di Putin, che non ha altro scopo che sostenere Putin.

[15] L’agit-prop di sovietica memoria…

[16] “Forum civico”.

[17] “Concordia civica”.

[18] In Russia vengono rilasciati documenti che permettono di votare dove capita (seggi “volanti” si trovano anche nei centri commerciali). Ciò dovrebbe in teoria facilitare l’esercizio del diritto di voto, ma in realtà permette di fare brogli scandalosi.