Visualizzazione post con etichetta Gulag. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gulag. Mostra tutti i post

22 ottobre 2008

In Russia i capitalisti cancellano le tracce del comunismo

Verdetto: no (,) al museo [1]

Il tribunale provinciale di Tomsk [2] ha deliberato: il Museo della repressione politica deve liberare gli spazi che ha occupato. Ma la città, crediamo, non permetterà questo

Il 5 settembre c.a. il tribunale del quartiere Sovetskij [3] della città di Tomsk ha soddisfatto la richiesta del querelante – l’imprenditore Igor’ Skorobogatov [4], riconoscendo sua proprietà il sotterraneo del condominio al n. 44 del viale Lenin. Il secondo punto della sentenza impone al fruitore del sotterraneo di liberare gli spazi occupati. Ma questi sono occupati già da sedici anni dal Museo in memoria delle repressioni politiche. Questo è come uno sfratto della storia, che non ha più dove andare – è troppo terribile perché nel nostro tempo glamour sia accolta da qualche parte.

Non ci sono più musei del genere in Russia

Il Museo “Carcere preventivo dell’NKVD [5]” è stato istituito nel 1989 su iniziativa dell’associazione “Memorial” [6] di Tomsk e per ordine del responsabile del dipartimento per la cultura del Comitato esecutivo regionale come filiale del museo etnografico regionale. Quattro anni dopo sulla base di una delibera del consiglio comunale fu fornita al museo la parte sotterranea dell’edificio, dove dal 1923 al 1944 si trovava il carcere interno della sezione cittadina dell’OGPU [7], che nel 1934 entrò a far parte del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni (NKVD).

Sotto l’insegna con questa abbreviazione gli arrestati scendevano nel sotterraneo, di regola senza tornarvi. Nel corso di un solo anno, dal ’37 al ‘38, da qui furono inviate sul monte Kaštačnaja (ai margini della città), dove si eseguivano le condanne a morte, circa 11000 persone. Nel complesso negli anni del terrore, gli anni ‘20-‘50, secondo gli storici di Tomsk, su di esso sono state fucilate “molte decine di migliaia” di rappresentanti di tutti gli strati sociali e di tutte le condizioni di vita. In particolare hanno sofferto i contadini, il clero e la nobiltà deportati nella regione di Tomsk (a quel tempo distretto di Narym [8]). I “trasferiti speciali”, distribuiti nei suoi lager, ammontavano, secondo i dati della sezione di “Memorial” di Tomsk, a mezzo milione di persone. Ne è sopravvissuta appena la metà…

Non ci sono più musei del genere nel nostro paese. Nel villaggio di Jagodnoe nella regione di Magadan [9] il giornalista Ivan Panikarov ha creato nella propria casa il museo del Gulag della Kolyma [10], raccogliendo centinaia di reperti – attrezzi da lavoro, oggetti di uso comune nel lager, migliaia di fotografie, disegni di prigionieri, lettere inviate alle loro case, originali di procedimenti penali… Ma Jagodnoe è un posto lontano dal centro della regione, che a sua volta è lontana dal resto della Russia. Ma il “Carcere preventivo…” è nella via principale di una grande città siberiana (il viale Lenin), sulla strada per il municipio. Qui tutto è simbolico, incluso il fatto che nei tempi più recenti il viale è rimasto fedele al proprio nome.

In questa via non ci sono nuove costruzioni, che coprirebbero la vista in lontananza (anche storica), peraltro appaiono subito cinque scuole superiori, ci sono giovani visi intelligenti. E all’improvviso – il carcere dell’NKVD. Prego, entrate in prigione, la porta è aperta ogni giorno dalle 9 alle 18. La ripida scalinata è un’immersione nel grande terrore di stato. All’ingresso nel sotterraneo c’è un cekista [11] con pantaloni neri a sbuffo e cinturone. Per fortuna è un manichino, tuttavia la mano istintivamente fruga in tasca – per cercare il passaporto [12].

Questo museo si distingue dagli altri per il fatto che in esso si conservano non solo i segni del tempo, i suoi dettagli culturali e di vita quotidiana, ma, pare, anche il tempo stesso – a grandezza naturale. Un reality-show del genere. Le cifre non penetrano la coscienza, tanto più quella delle masse – se anche si fermano nel cervello, decadono come detriti, come pure le parole “repressioni”, “terrore”, consumate dall’uso frequente. Nel nostro paese – troppo frequente.

Ma è necessario che al visitatore corrano i brividi per la schiena. Negli anni ’37-‘38 da questo corridoio grigio scuro c’era una sola uscita. Sulla superficie di mattoni nudi c’è una scultura – una schiena e una nuca: l’ultima strada. Qui, dice il direttore del museo Vasilij Chanevič, durante i lavori di ristrutturazione di due anni fa fu trovato un passaggio sotterraneo, che univa il carcere preventivo alla direzione dell’NKVD. Gli operai hanno trovato dei bossoli. In precedenze, a quanto testimoniano gli etnografi, qui furono trovati anche dei resti umani. E’ sorto il sospetto che le fucilazioni venissero eseguite anche qui, nel sotterraneo – forse per economizzare le forze e le risorse. Nello stesso ‘37, quando i piani per la liquidazione degli “elementi ostili” furono bruscamente accelerati, all’NKVD avrebbero potuto sorgere problemi di mezzi per il trasporto di persone sul monte Kaštačnaja. Un carico particolarmente gravoso cadde sui poveri inquirenti, questi sgobbavano senza dormire – ogni notti bisognava preparare 10-12 procedimenti per la “misura estrema” [13].

Negli anni ‘60 intendevano porre in questo posto la “tabella d’onore” [14] cittadina, ma a causa dei resti ritrovati ci ripensarono. Negli anni ‘80 decisero di erigervi un monumento al famoso bolscevico siberiano Nikolaj Jakovlev (nel 1918 fu presidente del CIK [15] della Siberia sovietica). Il Comitato esecutivo cancellò questa decisione nel 1989, deliberando di creare il Museo delle repressioni politiche: in quell’anno sopra l’entrata nel sotterraneo fu posta la “Pietra del dolore” e tre anni dopo il monumento alle vittime del terrore bolscevico nella terra di Tomsk.

…Lungo il corridoio ci sono cinque celle. Chanevič apre una di esse. I dettagli della vita quotidiana in cella, racconta, sono stati ricreati con esasperata precisione sulla base dei ricordi degli ex reclusi. Alcuni sono tornati vivi da qui. Tra quelli a cui è andata bene, alcune persone sono arrivate a vivere fino all’apertura del museo (Valentina Mutina, Georgij Uspenskij, i fratelli Franc e Pëtr Romančuk). Questi sono divenuti anche i principali esperti. In particolare hanno indicato, che come bugliolo nelle celle si utilizzava una botticella e non un secchio. Una per 20 persone. Tanto era affollato là nel pieno del grande Terrore. Nelle celle c’erano tre brande. Su di esse ci si può sedere. Ma non si riesce a immaginare come trovasse posto tanta gente qui.

…A Tomsk sono giunto da Omsk [16] in un vagone cuccetta pieno come un uovo. Là per ogni posto c’erano sei persone. Per non soffocare ho passato la notte nel passaggio tra i vagoni. Se nel vagone ci fosse stata anche quella botticella… Il viaggio da Omsk a Tomsk dura 16 ore. Gli arrestati del ’37 attendevano in cella il verdetto per 2-3 settimane. Dormivano su nude assi, coperte con le giubbe. Sono passati per queste brande i principi Golicyn (tenente, prima dell’arresto recitava nel teatro drammatico di Tomsk), Urusov (pure attore, in verità dilettante, nel teatro del kolchoz), Volkonskij, Volkonskaja, Dolgorukov, Širinskij-Šichmatov – gli ultimi quattro ci passarono per il caso dell’“Unione per la salvezza della Russia” “dei cadetti [17] e dei monarchici, che preparava un colpo di stato”.

Senzatetto in eterno

Come capo di questa organizzazione inventata dall’NKVD (per aver preso parte alla quale furono fucilate migliaia di persone) i cekisti “designarono” Nikolaj Kljuev, che la Achmatova definì “un poeta molto significativo” e Brodskij “un grande”, che contava tra i propri maestri. Kljuev fu arrestato nel ‘34 come autore del “poema da kulak” Pogorel’ščina [18] e deportato nel villaggio di Kolpaševo nel distretto di Narym, da cui per l’intervento di uno sconosciuto (ci sono varie versioni – Gor’kij, il poeta Klyčkov [19], l’Unione degli Scrittori e perfino lo stesso Jagoda [20]) alla fine dello stesso anno fu trasferito a Tomsk, dove non gli fu più facile sopravvivere. Da una lettera agli amici: “…il freddo è sotto i 40 gradi sotto zero. Sono senza stivali imbottiti e nei giorni di mercato mi riesce più di rado di andare a chiedere l’elemosina. Danno patate, molto di rado pane… Sono in arrivo geli fino a 60 gradi sotto zero, temo che morirò per strada. Ah, se fossi al caldo vicino alla stufa!”

Nel ‘36 c’è un nuovo arresto e il poeta già paralizzato viene posto nel carcere preventivo. Nel protocollo dell’interrogatorio sono indicati erroneamente il suo anno di nascita e quello del primo arresto (invece del 1934 il 1930). L’inquirente Torbenko aveva fretta. Kljuev non si riconobbe colpevole e firmò il protocollo. Lev Pičurin, professore di matematica, primo presidente della sezione regionale di “Memorial”, ha dato da esaminare la firma ai criminologi. La conclusione del primo inquirente dell’UVD [21], il maggiore Golyšev: “colui che ha firmato si trovava in difficili condizioni psicofisiche”. Su delibera della “troica” dell’NKVD fu condannato alla fucilazione nell’ottobre del ‘37. Da una lettera a Sergej Klyčkov: “Sono stato bruciato sulla mia “Pogorel’ščina” come il mio avo, il protopope Avvakum [22] sul rogo di Pustozërsk [23]… il mio sangue lega due epoche”.

La casa in cui il poeta visse a Tomsk è stata demolita due anni fa. Non con cattive intenzioni, dice il co-presidente di “Memorial” Boris Trenin, piuttosto per incomprensione. Era una vecchia costruzione di legno, in essa vivevano due famiglie, bisognava sistemarle. Si capisce, lo stesso comune non poteva farlo – da dove poteva prendere i mezzi per dare un’abitazione a dei semplici cittadini? Lo schema è tradizionale: la municipalità ha venduto la terra sotto la casa all’impresa costruttrice, questa ha comprato degli appartamenti ai residenti nell’edifico demolito. E la società ha taciuto, in quanto non sapeva della demolizione – le informazioni su di essa le sono giunte a cose fatte. Neanche il comune sapeva cosa dava il permesso di fare: la casa non era nel registro dei monumenti storici. Eppure Kljuev è onorato a Tomsk – una delle vie porta il suo nome, su di lui è stato girato un documentario e su questa casa negli anni ’90 fu posta una targa in memoria. Ben presto, a dire il vero, l’hanno svitata i “metalmeccanici” locali – l’hanno data a un punto di raccolta di metallo lucido, dove è stata trovata in tempo e adesso è conservata nel museo “Carcere preventivo dell’NKVD”.

Contesa con la storia

Nella sentenza del tribunale sullo sfratto del museo, secondo Boris Trenin, non ci sono risvolti politici. E’ stata emessa secondo il codice sulle abitazioni, secondo cui i “i luoghi di uso comune” (sotterranei, tetti, scale, mansarde) devono appartenere ai proprietari delle abitazioni. L’imprenditore Igor’ Skorobogatov possiede due piani, posti sopra l’ex carcere e la maggior parte dei metri quadrati (568 su 812). Di abitazioni vere e proprie qui è rimasto poco – due appartamenti in tutto. Le restanti abitazioni, acquistate dall’imprenditore negli anni 2003-2005, vengono ristrutturate da questi come spazi commerciali e uffici. Non di meno ha fatto causa in qualità di presidente del TSŽ [24]. Chi ne faccia parte, a parte il querelante, non sono riuscito a chiarire. Come mi hanno detto i residenti in uno degli appartamenti (il loro cognome è Bel’skij), non sono entrati a far parte di alcuna compagnie. “E i vostri vicini?” – “E’ improbabile”. Non sono riusciti a trovar loro un’altra casa.

Così come incontrarsi con Igor’ Skorobogatov: questi è un uomo influente in città, molto occupato. Tra laltro, sapeva dellarrivo del corrispondente dellaNovaja gazeta”. Il giorno prima glielo ha comunicato Boris Trenin e l’uomo d’affari gli ha trasmesso la sua opinione sulla situazione del museo “Carcere preventivo…” da dare al giornale: è necessario che tutte le parti interessate – il museo, “Memorial”, l’amministrazione cittadina ed egli stesso, come presidente del TSŽ – si siedano al tavolo delle trattative per prendere una decisione che permetta, da una parte di mantenere il museo, dall’altra di salvaguardare gli interessi dei proprietari, a nome dei quali è stato fatto causa.

Cioè, a dirla esattamente, i suoi interessi, quelli di Igor’ Skorobogatov. Ma capire in cosa precisamente consistano, a leggere le sue dichiarazioni, pubblicate dai giornali di Tomsk, non è facile. Da tutto ciò che ha detto emerge l’immagine di un uomo contraddittorio. Altrettanto contraddittorie appaiono in queste pagine le autorità cittadine. Da una parte, grazie ad esse il museo 3 anni fa fu ristrutturato completamente. Alla vigilia del quadricentenario di Tomsk il municipio propose agli uomini d’affari locali di investire nel centro storico: riportare i vecchi edifici in uno stato accettabile, ottenendo in cambio il diritto a una loro parziale privatizzazione. Skorobogatov (la sua azienda “Noks”) sistemò tetti di abitazioni che si trovavano in stato pericolante, trasformò antiche vie di comunicazione, e riscattò gradualmente la maggior parte degli appartamenti dove negli anni ‘40-‘50 avevano vissuto le famiglie degli ufficiali dell’NKVD e a partire dagli anni ‘60 gli insegnanti delle scuole superiori di Tomsk. Fu ristrutturato anche il sotterraneo.

“Ci siamo liberati dei tubi temporanei, – dice il direttore del museo Vasilij Chanevič, – da noi sono comparse nuove finestre, un uscita su una piazzetta, adesso possiamo accogliere senza vergogna qualsiasi comitiva o delegazione”. Il pagamento di queste buone azioni è consistito nel fatto che il museo ha perso un terzo dei propri spazi, dove poteva esporre molti reperti: sono andati a Skorobogatov 100 metri quadrati, in cui questi ha aperto un internet-caffè e adesso pretende i restanti 200. Ma nel frattempo dichiara, in particolare al canale televisivo ТV-2 [25], che è ben conscio di “cos’è questo museo per la città e per la Russia” e che in nessun caso intende sfrattarlo. Ma il verdetto del tribunale, emesso su sua istanza, prescrive alla “filiale del museo etnografico di Tomsk” (tale è lo status del “Carcere preventivo…”) di liberare il posto occupato.

A cosa serviva all’imprenditore, se non intende venderlo, trarne un guadagno? Perché ha tirato avanti una contesa giudiziaria così rumorosa (il clamore suscitato da essa a Tomsk difficilmente andrà a vantaggio dell’azienda)? Una risposta più o meno chiara a questa domanda Igor’ Skorobogatov l’ha data al giornale “Severnaja storona” [26]: aveva bisogno di diventare proprietario di tutto il sotterraneo per avere continuo accesso alle vie di comunicazione. “Di quali comunicazioni si parla? – si stupisce Vasilij Chanevič. – Qui non ce ne sono, sono state tutte eliminate durante la ristrutturazione globale”, cosa di cui mi sono potuto convincere da solo: l’unica cosa che unisce il museo ai piani superiori è il tubo del riscaldamento, esso unisce il sotterraneo al summenzionato appartamento dei Bel’skie [27], dove Skorobogatov non è considerato un compagno, ma, al contrario, sono sconcertati dal suo operato. La ristrutturazione da lui condotta giunse sulla soglia di questo appartamento e senza troppe cerimonie entrò in esso.

“Guardate cos’hanno combinato”, la docente di economia politica Galina Vladimirovna mi mostra la cucina: sui muri e sul soffitto ci sono macchie di stucco asportato. Nell’ingresso ci sono fori fatti dagli operai dal lato dell’ingresso condominiale, dove non ci sono sostegni sotto la trave di supporto. Qui i residenti vanno alla spera in Dio – il soffitto potrebbe crollare in qualsiasi momento.

Per quanto strano, il Codice per le abitazioni permette a un imprenditore che ha comprato la maggior parte degli appartamenti di un condominio di nominare se stesso presidente del TSŽ da lui stesso creato. Manterrà questo status anche dopo la trasformazione di essi in locali non di abitazione. La questione è: quando è stato creato questo TSŽ – prima o dopo? Skorobogatov è divenuto proprietario degli appartamenti ancora prima della promulgazione del Codice per le abitazioni. Da qui sorgono i dubbi sulla legittimità della sua istanza. Tanto più che il sotterraneo fu dato in usufrutto gratuito al museo da parte del dipartimento immobiliare nel ‘98. “E ciò significa che nessuno ha diritto di avanzare pretese su questo spazio”, – mi hanno detto concordi al comitato regionale per i diritti umani. A dire il vero, non quello di Tomsk, ma di Omsk.

Boris Trenin si è espresso con durezza sui locali difensori dei diritti umani: “Sono buoni solo a fare manifestazioni, ma di portare avanti una causa civile seria non sono in grado o non vogliono: tutto il loro operato è indirizzato a far rumore attorno a se”. Non avendo la possibilità di assumere avvocati costosi, la sezione di “Memorial” di Tomsk è rimasta sola con giuristi esperti del mondo degli affari ed è stata sconfitta. Tra l’altro nelle tappe successive di questa contesa giudiziaria (contro il verdetto del tribunale provinciale è già stato fatto ricorso in quello regionale) quelli di Tomsk potranno contare sulla partecipazione di quelli di Omsk – il presidente della KPČ [28] Valentin Kuchencov ha espresso solidarietà a quelli di “Memorial” e si è detto pronto ad appoggiarli nella lotta per un giusto processo.

Ma le autorità di Tomsk e della regione in questa vicenda hanno mantenuto un atteggiamento neutrale – finché i mass media non hanno fatto rumore per il verdetto ai danni del “Carcere preventivo…”. I mass media in questa città significano molto. Da Omsk, dove non significano praticamente niente, giungi qui come in un altro paese: colpisce il coraggio dei giornali e della televisione locale. E la sezione di “Memorial” di qui è una delle più forti del paese. Nella regione ci sono decine di monumenti alle vittime delle repressioni. Di recente sul tristemente noto monte Kaštačnaja è stata posta una croce in loro omaggio e quest’anno è stato eretto un monumento sulla fossa comune. Ma per ottenere una nuova sepoltura per i resti in essa contenuti ci sono voluti molti anni. Con tutta la loro democraticità le autorità di Tomsk restano autorità e il loro atteggiamento al riguardo è cauto.

Il capo del dipartimento regionale della Cultura Andrej Kuzničkin ha espresso preoccupazione per la sorte del “Carcere preventivo…” e ha detto che “ha fatto rapporto sulla situazione al governatore e che “nella soluzione della questione saranno coinvolti i giuristi della regione”. Quest’anno il museo ha compiuto 15 anni. Il capo della regione Viktor Kress la guida da ancora più tempo. Tuttavia in tutti questi anni di governo non ha visitato il museo una sola volta.

Certi bei volti…”

Peraltro nel primo anno dalla sua creazione ci fu Aleksandr Solženicyn, che lasciò nel libro dei commenti questo appunto: “Mi rallegro della vostra impresa – la ricostruzione dei terribili dettagli del passato comunista”. Nikita Struve, professore di letteratura all’università di Parigi, direttore della nota casa editrice YMKA-PRESS [28], ha scritto così: “Sono sconvolto da questo museo. Questa memoria di una strage senza paragoni è necessaria a tutte le generazioni, perché non si ripetano catastrofi antropologiche не повторял...» Di appunti del genere, che cominciano con lo “sconvolgimento”, me ne sono capitati sotto gli occhi a decine. Ma io ho sfogliato solo un libro su quattro. Vasilij Chanevič ammette di non aver contato gli appunti. In media in un mese 1500 persone visitano il museo, la maggior parte sono alunni delle scuole elementari e studenti.

– E cosa li sconvolge? – domando.

– Ma tutto, – dice Vasilij Antonovič, – sanno proprio poco di questo. Nelle scuole e anche negli istituti superiori questa storia viene affrontata superficialmente, di sfuggita. E neanche noi sappiamo tutto, sebbene ci occupiamo di questo da tanti anni. Come prima questo tema è sconosciuto a molti. Non sappiamo i nomi delle persone fucilate, per non parlare dei nomi dei carnefici. La storia della resistenza al regime è ancora proibita. Negli archivi non si può accedere ad essa. Ci furono scioperi della fame e rivolte, ma questo materiale è segreto.

– In particolare, a quanto osservo, i giovani sono impressionati da quante persone capitarono qui, – dice Boris Trenin, – ecclesiastici, letterati, studiosi, professori degli istituti superiori dove studiano. E queste persone innocenti, tra cui anche molte eccellenti, furono calate qui sotto l’ingresso al sotterraneo. Proprio questo causa uno shock ai giovani.

L’arcivescovo di Rjazan’ [30] Iuvenalij, il geologo Rostislav Il’in (che all’inizio degli anni ‘30 previde che in Siberia sarebbe stato trovato il petrolio), il linguista Gustav Špet, libero docente della MGU [31], che parlava fluentemente 19 lingue, il giurista e letterato Gerbert Zukkau, traduttore del “Soldato Švejk”, il professore di balistica Miron Globus (passò di qui con Tuchačevskij [32] per lo stesso motivo)… Sui volti di queste persone numerate c’è la dignità del dolore e del destino fatale, su alcuni c’è uno stupore infantile. Volti come quelli che si vedono in questi stand, non li ho praticamente mai visti in vita mia. Un’impronta di nobiltà non cancellata da alcunché, da alcuna circostanza della vita. Nelle successive generazioni sovietiche volti del genere, probabilmente, non potevano già più esserci. Mi sembra che appaiano adesso. Li ho visti a Tomsk, in questo museo, tra i suoi visitatori. Con me è passato un gruppo di studenti, condotti là dall’insegnante Elena Vil’gel’movna Klassen. Questa ha deciso che era necessario che fossero qui, sebbene la storia non sia la sua materia, insegna inglese.

– Una cosa del genere non ci sarà nel nostro paese, – hanno detto Nadežda Černyš e Evgenij Kim di Seversk [33].

– E perché la pensate così?

– Non lo permetteremo.

Il nostro paese è ancora enorme. Si estende in lontananza – da destra a sinistra e da sinistra a destra. E non è affatto obbligatorio tenere il conto delle verste [34] di distanza da Mosca, dalle mura del Cremlino. Può cominciare da qui – dall’ultima stazione, da un binario morto. Da un carcere-museo, lunico del paese. Che non ci sarà, se un uomo d’affari locale riuscirà a trasformare questo antimiracolo del mondo, per esempio in un magazzino. Come – in tempi ancora recenti! – fu fatto con migliaia di chiese.

Georgij Borodjanskij
nostro corrispondente, Omsk

16.10.2008, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/gulag09/02.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Il titolo è scritto in modo sibillino e si può leggere come Verdetto: no al museo o come Verdetto: no, al museo (cioè al museo sia dato il sotterraneo in questione).

[2] Città della Siberia meridionale.

[3] “Sovietico”.

[4] Skorobogatov deriva evidentemente da skoro bogatyj “presto ricco”. Nomen omen?

[5] Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni), la polizia politica staliniana.

[6] “Memoriale”, associazione nata per difendere la memoria delle vittime delle repressioni sovietiche e tuttora molto attiva nella difesa dei diritti umani.

[7] Ob’’edinënnoe Gosudarstvenneoe Političeskoe Upravlenie (Direzione Politica Unitaria di Stato), l’istituzione che precedette l’NKVD.

[8] Villaggio della Siberia meridionale.

[9] Città della Siberia orientale.

[10] Fiume della Siberia orientale, lungo il quale si trovavano alcuni tra i lager più terribili dell’Unione Sovietica.

[11] Agente della ČK (nello spelling russo Če-ka), cioè la Črezvyčajnaja Komissija po bor’be s kontrrevoljucii i sabotažem (Commissione Straordinaria per la lotta contro la controrivoluzione e il sabotaggio), la prima polizia politica russa. “Cekisti” vengono comunque chiamati per estensione tutti gli agenti segreti.

[12] In Russia il passaporto è l’unico documento di identità.

[13] Letteralmente “punta”.

[14] Quella che riportava i nomi e le immagini dei migliori lavoratori.

[15] Central’nyj Ispolnitel’nyj Komitet (Comitato Esecutivo Centrale), in pratica il governo.

[16] Città della Siberia meridionale.

[17] Kadety erano detti i membri del Partito Costituzional-Democratico di orientamento liberale (la sigla era KD – pronunciata ka-dè).

[18] Termine derivante da pogoret’, “bruciare completamente”.

[19] Sergej Antonovič Klyčkov (vero cognome Lešenkov), poeta russo di umili origini, in seguito fucilato anch’egli.

[20] Genrich Grigor’evič Jagoda, capo della polizia politica.

[21] Upravlenie Vnutrennich Del (Direzione degli Affari Interni), in pratica la sede regionale della polizia.

[22] Il protopope Avvakum, massimo rappresentante dell’opposizione alla riforma della chiesa ortodossa del XVII secolo.

[23] Città del nord della Russia dove il protopope Avvakum fu bruciato sul rogo.

[24] Tovariščestvo Sobstvennikov Žil’ja (Compagnia di Proprietari di Abitazioni), associazione di condòmini.

[25] Ufficialmente TV2, tv privata di Tomsk.

[26] “Parte settentrionale”.

[27] I cognomi russi si declinano per caso (intraducibile in italiano), numero e genere.

[28] Komissija po Pravam Čeloveka (Commissione per i Diritti Umani).

[29] In realtà si tratta della YMCA Press.

[30] Città della Russia centro-meridionale.

[31] Moskovskij Gosudarstvennyj Universitet (Università Statale di Mosca).

[32] Michail Nikolaevič Tuchačevskij, uno dei cinque più alti ufficiali dell’Unione Sovietica, falsamente accusato di tradimento e giustiziato.

[33] Città nei dintorni di Tomsk.

[34] La versta è un’antica unità di misura russa, pari a 1,067 chilometri.

09 dicembre 2007

Un'analisi storica

BILANCIO DEL CULTO DELL'ATEISMO

Perché il Papa parla delle "più grandi crudeltà e violazioni della
giustizia"…
di Francesco Agnoli da Il Foglio 4 dicembre

L'enciclica del Papa sulla speranza e sulle malvagità dell'ateismo, è
destinata sicuramente a fare rumore. Eppure, senza bisogno di un Papa,
l'avrebbe potuta scrivere, almeno in alcune sue parti, qualsiasi
storico onesto e scrupoloso. Perché il concetto di fondo, e cioè la
nascita delle più grandi tragedie della storia dall'ateismo è un dato
di fatto difficilmente smentibile. L'ateismo di cui parla il Papa, non
è certo l'ateismo "tragico", come lo avrebbe definito Augusto Del Noce,
proprio ad esempio di tanti uomini dell'Ottocento, da Baudelaire a
Verlaine, passando per Huysmans, Oscar Wilde, Giovanni Pascoli, Eugenio
Montale, Ungaretti eccetera. Questo "ateismo", ancora esistente, come è
ovvio, è in realtà la ricerca di un senso, la volontà di "capire" e di
penetrare nelle profondità della vita, senza riuscirci, o forse,
meglio, senza riuscirci interamente. Nasce da domande fondamentali,
impossibili da evadere, che potevano magari rimanere senza risposta, ma
che non cessavano comunque di "torturare" il cuore, come dimostrano le
crisi religiose di tutti questi personaggi, alcuni dei quali approdati
poi a una fede forte e convinta.
Questi grandi autori che ho citato rappresentano la crisi delle
certezze religiose di un tempo, ma non la sostituzione di esse con una
ideologia, atea nell'apparenza, perché negatrice di Dio, ma religiosa
nei modi e nelle manifestazioni. L'ateismo di cui parla il Papa e di
cui lo storico dovrebbe analizzare i risultati, come ha fatto ad
esempio recentemente Michael Burleigh nel suo "In nome di Dio"
(Rizzoli), è l'ateismo assoluto che nega Dio e che cerca di organizzare
il mondo senza di lui, costruendo, come possibile, già qui il paradiso
sulla terra. E' l'ateismo, per intenderci, del comunismo e del nazismo
e di tutte le ideologie atee nate a partire dal Settecento, cioè dalla
crisi della fede. L'ateismo, insomma, che assume connotati tali da
diventare una vera e propria religione civile, secolare, con i suoi
dogmi e la sua ortodossia, una religione di salvezza, terrena e non
soprannaturale. Da questo sistema di pensiero nascono i più grandi
dittatori della storia: Lenin, Stalin, Hitler, Mussolini, le cui radici
sono tutte nell'ateismo socialista da lui rivendicato per moltissimi
anni, Pol Pot, Mao, Ceausescu, Hoxha, Tito, Milosevic…
E' innegabile: il Novecento, anzitutto, è il secolo dell'ateismo
assoluto, ed è, non a caso, il secolo degli stermini di massa, delle
guerre mondiali, e delle più grandi catastrofi umane della storia.
L'ateismo così come si viene a configurare tra Ottocento e Novecento
è, a ben vedere, una forma di religiosità immanente, che ha generato
uno a uno tutti gli ingredienti delle dittature totalitarie: il
razzismo biologico (religione della razza), il nazionalismo (religione
della patria), il social-darwinismo, l'eugenetica, e il social-
comunismo. Prendete questi ingredienti – accomunati tutti dalla
negazione più o meno esplicita di un Dio trascendente, dell'uomo come
sua creatura, dotata di un'anima immortale, e del peccato originale
come limite dell'uomo – mescolateli e avrete le ideologie di morte del
secolo appena concluso. Tutte incredibilmente simili. Cambiano
solamente i dosaggi: un po' meno socialismo e un po' più razzismo ed
eugenetica nel nazionalsocialismo, analoghe dosi di nazionalismo e un
po' meno eugenetica, nel comunismo, ovunque la politica e lo stato al
di sopra di tutto, al posto di Dio. Sempre, a fondamento, un'idea, la
negazione della Caduta originaria e la mondanizzazione della
Redenzione: l'uomo può fare senza Dio, per costruire un mondo
razzialmente puro, economicamente giusto, eugeneticamente sano,
socialmente equilibrato… un mondo perfetto, divino, utopico,
paradisiaco.
Si vede bene, insomma, che di una fede si tratta: una fede tanto più
intransigente e totalitaria quanto più concentrata sul qui e ora, e
cioè esigente nell'immediato. Non c'è spazio per il perdono, dinanzi
all'ingiustizia; né per la rassegnazione e la sopportazione, in quanto
questi valori religiosi sottintendono una giustizia superiore, divina:
il regno della giustizia è di questo mondo, e il potere si assume il
compito di realizzarla, interamente. Così la gramigna non verrà
separata dal buon grano, come nella parabola evangelica, alla fine dei
tempi, come in ogni concezione di una giustizia trascendente, ma
subito, appena possibile, dal dittatore di turno.
L'uomo, per fare un altro riferimento a un dogma religioso, non solo
cattolico, non è macchiato dal peccato originale, che giustifica l'
esistenza dell'imperfezione, dell'ingiustizia, e quindi anche della
necessità della misericordia, sulla terra, ma è chiamato alla
perfezione assoluta nell'aldiquà, e può raggiungerla, a patto che l'
ideologia incaricata di farlo venga realizzata politicamente,
economicamente, socialmente, a qualsiasi costo. Se il paradiso è a
portata di mano, infatti, non là, ma qua, sarebbe delittuoso non
realizzarlo. Se il compimento del desiderio dell'uomo di Bene e di
Giustizia è attuabile solo e soltanto, in toto, in questa vita, è da
pazzi non perseguirlo con ogni mezzo.
L'uomo, le masse ideologizzate e secolarizzate del Novecento chiedono
dunque alla politica, al partito, allo stato, al dittatore, ciò che
chiedevano, un tempo, a Dio, anzi di più: tutto, ma subito.
La creazione del mondo perfetto, dell'"uomo nuovo", per le ideologie,
dunque, urge, incalza, preme: necessita al più presto l'eliminazione,
tramite ghigliottine, gulag, lager e polizie segrete, Ovra, Gestapo,
Ceka e Kgb, di coloro che ostano, che impediscono, che non comprendono,
che complottano, che conducono la "controrivoluzione", che, secondo l'
articolo 58 del Codice penale sovietico, riedizione della "legge dei
sospetti" di Danton, sono solo sospettati di farlo…: in una parola di
quanti meritano l'inferno, anch'esso, come il paradiso, trasferito
paradossalmente nell'aldiquà. E' per questo, per fare un esempio, che
la guerra – o la violenza, che è lo stesso – sempre considerata un
male, per quanto talora inevitabile (guerra di difesa), diviene un bene
in se stessa: il vento che spazza lo stagno, di Hegel, la guerra che
porrà fine alle guerre, per alcuni interventisti italiani della Prima
guerra, "la sola igiene del mondo" per i futuristi, una esigenza di
natura, per i socialdarwinisti, uno splendido cozzare di popoli, per i
nazionalisti, la fine del passato oscuro e l'inizio di una nuova era,
per tutti i rivoluzionari, da Mussolini a Mao.
Sempre per lo stesso motivo, ogni ideologia si afferma come un "mondo
nuovo", un "ordine nuovo", un'era diversa, che data la sua origine non
dall'evento salvifico della nascita di Cristo, ma, come avviene dalla
Rivoluzione francese in poi, passando per il fascismo e il nazismo,
dall'ascesa al potere, essa sì salvifica, dell'ideologia ateistica di
turno. Al culmine del delirio, sotto l'ateissimo regime comunista di
Pol Pot, causa di due milioni di morti su sette milioni di abitanti, in
poco più di tre anni (1975- 1979), si arriverà a ordinare per legge non
solo il rogo dei libri del passato, ma financo delle fotografie dei
privati, affinché fosse cancellato anche il ricordo fotografico di come
era il mondo prima dell'avvento del regime comunista dell'Angkar.
In questo senso, evidentemente, la religiosità ateistica,
profondamente secolare, temporale, non ha nulla a che vedere con quella
autentica, che non è essenzialmente azione ma contemplazione; non
manipolazione ma rispetto; non insofferenza e distruzione dei limiti ma
loro riconoscimento e accettazione; non trasformazione della società,
tramite una alchimistica tecnica politica, ma tramite la conversione
dei cuori; non tensione alla eliminazione del male e del peccato, in
generale, ma soluzione di un particolare male storico, o individuale.
Ma come la religiosità trascendente è totale, nel senso che orienta
tutto l'uomo, la sua anima, le sue azioni, a Dio, rimettendo ogni cosa
terrena al suo posto, dalla ricchezza, al potere, al dolore, dando a
ognuna il suo peso, assolutamente relativo, così la religiosità
immanente è tentativamente totalitaria: avendo negato a priori l'
essenza dell'uomo, l'anima, e Dio, identifica tutto l'esistente in ciò
che è materiale e terreno e quindi coerentemente ritiene come soluzione
di tutto la sola politica, che tutto controlla: la politica totalitaria
dei regimi totalitari. Ha scritto giustamente Eric Voegelin: "Tutti i
movimenti gnostici (tra cui anche comunismo e nazismo, ndr) mirano a
recidere i legami dell'essere con la sua origine, cioè con l'essere
divino e trascendente, per proporre un ordine dell'essere immanente al
mondo, la cui perfezione sarebbe a portata dell'azione umana. Si tratta
di modificare la struttura del mondo (avvertita come inadeguata) in
maniera così radicale che da quella modifica emerga un mondo nuovo, di
piena soddisfazione… Il mondo tuttavia resta quale a noi è dato e non
rientra nelle facoltà umane la possibilità di cambiarne la struttura"
("Il mito del mondo nuovo").
Similmente Augusto del Noce affermava: "Per varie che possano essere
le forme rivoluzionarie… il loro lato comune è la correlazione tra l'
elevazione della politica a religione e la negazione del
soprannaturale… alla liberazione religiosa si sostituisce la
liberazione politica… il problema del male viene trasposto dal piano
psicologico e teologico a quello politico e sociologico: i dogmi della
Caduta e della Redenzione vengono trasferiti sul piano dell'esperienza
storica" ("Il problema dell'ateismo"). Ma analizziamo brevemente il
nazismo, che delle ideologie totalitarie può essere considerato,
insieme al comunismo, il vertice e il compimento. Scomponiamo
brevemente i fattori che lo hanno contraddistinto. Anzitutto il
nazionalismo, responsabile anche dello scoppio della Prima guerra
mondiale, che con i suoi dieci milioni di morti, venti milioni di
feriti, mutilati e nevrotici, e sette milioni di prigionieri e
dispersi, rappresenta la più grande tragedia della storia sino a quel
momento, senza alcuna possibilità di confronto.
Ebbene il nazionalismo è un figlio della Rivoluzione francese,
antitetico alla concezione cattolica, e cioè universale, che aveva
caratterizzato l'Europa dell'Antico Regime. Nel Sacro Romano Impero,
infatti, popoli diversi convivevano insieme, con lingue, storie e
costumi differenti, in nome della comunità di ideali religiosi:
cattolico a ogni popolo e ad ogni razza.
E' a tutti noto che la Prima guerra mondiale nacque dalle frizioni tra
i nazionalismi tedesco, inglese, serbo, russo, inglese…
Mi limiterò, per brevità, a qualche cenno al nazionalismo italiano,
che fu interpretato da personaggi assolutamente nemici della chiesa, e
di ogni religiosità, come Francesco Crispi, alla fine dell'Ottocento, e
Benito Mussolini, anticlericale anarchico e socialista, ai primi del
Novecento, e poi duce del fascismo, di quella concezione dello stato,
cioè, per la quale "tutto è nello stato e nulla di umano e di
spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello stato" (evidente
parodia laica del "Credo"). Gli interventisti, contro cui Benedetto XV
si battè in ogni modo, prima con la diplomazia e poi denunciando "l'
inutile strage", furono tutti uomini delle élites, avversi alla visione
cattolica dominante nel paese: il già citato Mussolini, Gabriele D'
Annunzio, il socialista nazionalisteggiante Cesare Battisti, i
nazionalisti Giovanni Papini ed Enrico Corradini, i futuristi di
Marinetti, che predicavano lo "svaticanamento" d'Italia… Molti di
questi, esattamente come nel resto d'Europa, utilizzarono il
socialdarwinismo materialista per sacralizzare la selezione naturale e
la lotta per la vita come legge della storia. Scrive Hagen Schulze, nel
suo "Aquile e leoni. Stato e nazione in Europa": "Alla base di tale
concezione c'era la legge della natura, secondo la quale la lotta era
di tutti contro tutti, la pace una illusione dei deboli, nel migliore
dei casi un momento di respiro nel conflitto perenne per l'esistenza; a
sopravvivere sono destinati solo gli esseri moralmente e fisicamente
superiori. Per tutti i raggruppamenti politici e sociali valeva l'
assioma che l'umanità non aveva come scopo la pace; ciò era vero per il
concetto marxista (cioè ateo, ndr) della lotta di classe, come per l'
idea nazional-popolare di un eterno antagonismo tra popoli e per la
nuova ideologia emergente del conflitto tra le razze… politica vuol
dire guerra, e la guerra è necessaria per bruciare i mali dell'epoca…
non si tratta di una visione estremistica, ma è quanto si ricava dalla
lettura di giornali e periodici, sia seri che a larga diffusione,
pubblicati nell'arco di tempo tra il 1880 e il 1914 e che offrono al
moderno osservatore una fonte inesauribile di dati relativi alla
struttura fondamentalmente darwinistico-sociale del nazionalismo
popolare del tempo nell'area anglosassone, in Francia, in Germania o in
Italia. Quando, durante la guerra contro i boeri il maresciallo
britannico Roberts dichiarava che la lotta spietata tra le nazioni non
era altro che una necessità biologica… ciò non era che un'eco di quanto
scrivevano numerosi altri autori del tempo", spesso biologi darwinisti
prestati alla politica, come ha ben raccontato il celebre paleontologo
evoluzionista Stephen Jay Gould nel suo "I pilastri del tempo".
Per tornare in Italia, Giovanni Papini, prima che la vita lo portasse
a convertirsi e a rinnegare il suo passato, sulla rivista nazionalista
Lacerba, nel 1914 scriveva: "Finalmente è arrivato il giorno dell'ira
dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la
decima delle anime per la ripulitura della terra… Siamo troppi. La
guerra è una operazione maltusiana. C'è un troppo di qua e un troppo di
là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto
perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla tavola". Ed
Enrico Corradini, interpretando la stessa concezione ateistica e
socialdarwinista, sul Regno del 28 febbraio 1904, allo scoppio del
conflitto russo giapponese, descriveva la guerra come "un grandioso e
terribile fenomeno della natura, un cozzo di forze avverse primordiali
ed eterne, irrefrenabili. E tali sono appunto le forze che conducono
alle guerre le nazioni e le razze. Perciò dinanzi ad esse l'uomo civile
è abolito e ritorna l'uomo sincero allo stato di natura".
I frutti del nazionalismo, già condannato da diversi Papi,
inutilmente, nelle loro encicliche, avrebbe dunque portato dapprima
alla guerra e poi, nel dopoguerra, al fascismo, al nazismo e al
"socialismo nazionalista" di Stalin, secondo la celebre definizione di
Trotzkij.
L'altra componente del nazionalsocialismo fu il razzismo. Non è qui il
luogo per ripercorrere una ideologia che è comunque basata,
essenzialmente, sul materialismo biologico: "Sangue e suolo" era lo
slogan dei nazisti, proprio a significare una prevalenza degli elementi
naturali, materiali, fisici, sull'anima immortale (che veniva
esplicitamente negata). Effettivamente il razzismo non era mai esistito
nella storia dell'Europa cattolica, prima delle rivoluzioni culturali.
Come ha ben raccontato Leo Poliakov nel suo "Il mito ariano" (Editori
Riuniti), vi è una stretta correlazione tra il pensiero materialista e
la genesi del razzismo; correlazione fondamentale tra negazione della
comune figliolanza degli uomini, tutti creati da Dio, e l'idea che gli
uomini siano invece originati da ceppi diversi, più o meno "nobili",
più o meno evoluti. Mentre lo scienziato cattolico Louis Pasteur, alla
fine dell'Ottocento, rivendicava l'uguaglianza degli uomini di fronte a
Dio, loro creatore, le ideologie atee sostenevano che la storia Adamo
ed Eva, con le sue implicazioni logiche, e cioè la fratellanza
universale in senso cattolico, era una evidente falsità, perché in
realtà la scienza dimostrerebbe l'ineguaglianza delle razze in base
alla misurazione dei crani, degli arti, e al tentativo di ridurre l'
uomo alla sua fisicità.
Basti pensare a Voltaire, il famoso "apostolo della tolleranza".
Secondo costui l'idea cattolica secondo cui l'umanità deriva tutta da
Adamo ed Eva, per cui siamo tutti "fratelli", è una emerita sciocchezza
assolutamente antiscientifica. Al monogenismo biblico, che esclude di
per sé qualsiasi razzismo, sostituì il poligenismo, cioè l'idea
"secondo cui i diversi gruppi umani discendevano da numerosi e
differenti antenati" (Francesco Maria Feltri).
Il razzismo si nutrirà, anche dopo queste prime teorizzazioni, di una
visione assolutamente atea, teoricamente o praticamente, della vita,
una visione in cui non vi è alcuno spazio per un Dio creatore di tutti
i popoli, ma solo per l'esistenza di popoli "superiori" e di popoli
"inferiori", di sangue, di luoghi, di colore della pelle, di
predisposizioni naturali e genetiche e di ambienti operanti sull'uomo
al di sopra della sua libertà. Lo storico Gianni Gentile, parlando dell'
imperialismo, afferma: "La cultura scientifica di stampo positivistico
(cioè ateo, ndr) nella seconda metà dell'Ottocento aveva elaborato una
teoria delle razze, secondo la quale a ogni razza venivano attribuite
diverse basi biologiche che determinavano i vari comportamenti, anche
dal punto di vista morale e dei costumi. Questa impostazione
pseudoscientifica consentiva di stabilire una gerarchia che poneva la
razza bianca al di sopra delle altre razze".
Strettamente connessa al razzismo, troviamo l'eugenetica, che altro
non è che l'antico sogno, utopico, e cioè ateistico, di creare una
umanità perfetta, assolutamente sana, senza macchia, che evidentemente
non ha bisogno di un Dio salvatore e di una Redenzione. L'eugenetica è
presente già nella Repubblica ideale, sostanzialmente comunista, di
Platone, nella "Città del sole" di Tommaso Campanella, anch'essa
organizzata secondo criteri comunisti; nel sogno di alcuni maghi del
Cinquecento, che credevano di poter applicare la selezione adottata per
i cavalli, anche all'uomo. Soprattutto, l'eugenetica moderna, riporta
ancora al nome del sedicente scienziato, ateo, Francis Galton, che nel
1883 coniò la parola "eugenics", spiegando al mondo che tramite
matrimoni selettivi e sterilizzazioni forzate si sarebbe creato l'"uomo
nuovo", sano e felice.
Non tanti anni più tardi Adolf Hitler, nel "Mein Kampf", dopo aver
spiegato che "lo stato, la nazione, dovrà impedire ai malati o ai
difettosi" di procreare, aggiungeva: "Basterebbe per seicento anni non
permettere di procreare ai malati di corpo e di spirito per salvare l'
umanità da una immane sfortuna e portarla a una condizione di sanità
oggi pressoché incredibile". Del resto Rudolf Hess era solito definire
il nazismo una "biologia applicata", mentre lo studioso Lifton ha
definito il nazismo come una "biocrazia": "Il progetto nazista si
ispirava a una visione di controllo assoluto del processo evolutivo sul
futuro umano biologico. Facendo ampio uso del termine darwiniano
'selezione' i nazisti cercarono di arrogarsi le funzioni della natura
(selezione naturale) e di Dio nell'orchestrare le proprie selezioni, la
loro versione della evoluzione umana".
Infine, in questa breve analisi, non si possono trascurare le radici
anche socialiste, sia del fascismo, sia del nazionalsocialismo, sia,
evidentemente del comunismo. Il marxismo ateo, che influenzò tutti i
tre i totalitarismi, con gradazioni diverse (ma non è questo il luogo
per analizzare questo punto), rappresenta anch'esso, come ha
giustamente scritto Karl Löwith, una "forma secolarizzata del pensiero
biblico": "La lotta finale dei due campi ostili della borghesia e del
proletariato corrisponde alla fede cristiana in una lotta finale tra
Cristo e l'Anticristo nell'ultima epoca della storia, il compito del
proletariato corrisponde alla missione storica del popolo eletto, la
funzione redentrice universale della classe più degradata è concepita
sul modello religioso della Croce e della Resurrezione, la
trasformazione ultima del regno della necessità nel regno della libertà
corrisponde alla trasformazione della città terrena nella città di
Dio". Cosa abbia partorito la religione atea del marxismo, lo sappiamo
tutti: dalla Russia, alla Cina, alla Cambogia, al Vietnam, ai paesi
dell'America latina, si parla, almeno , di cento milioni di morti,
secondo cifre, quelle del "Libro nero del comunismo" assolutamente
prudenziali. Robert Conquest, nel suo "Il grande terrore", accenna a
venti milioni di vittime solo durante il periodo staliniano, guerra
esclusa. Gino Rocca, nel suo "Stalin", parla di cinque milioni di morti
solo nelle grandi purghe staliniane tra il 1937 e il 1938; Aleksandr
Solzenitsyn parla di sessantasei milioni di morti in Russia tra il 1917
e il 1959, nel suo "Arcipelago gulag". Per nessuna epoca della storia,
prima dell'affermarsi dell'ateismo assoluto, si possono solo
lontanamente pensare le stragi e le malvagità create da nazismo e
comunismo, e dalle loro appendici ideologiche (razzismo, eugenetica,
socialdarwinismo). E' una evidenza storica che nessuno può negare.

IL FOGLIO 4 dicembre 2007



Ringrazio A.N. per questo contrubuto

04 marzo 2007

Il Gulag di Putin

Verso le elezioni

Come mandare lo zèk[1] a quel paese[2]

Il territorio della Russia è legato da lunghi spostamenti di carcerati

Il 16 febbraio la Duma di stato[3] ha approvato in prima lettura il disegno di legge che modifica il Codice Penale. Il sig. Abel’cev, autore del progetto di legge, propone di non lasciare i condannati a pene detentive nel soggetto della Federazione Russa a cui appartengono, come si era fatto finora, ma di inviarli dove ci siano le “condizioni per distribuirli”. In altre parole, là, dove le autorità lo ritengano necessario. Formalmente questo viene spiegato con le difficoltà del sistema penitenziario ed è previsto nel caso in cui, nel soggetto della Federazione in cui risiede il condannato non vi siano posti liberi nei carceri e nelle colonie penali.

Di fatto torna la pratica di epoca sovietica, quando una persona condannata a Mosca poteva essere mandata a Magadan[4] e un criminale di Chabarovsk[5] poteva essere inviato a Vorkuta[6]. Gli zeki sono una forza lavoro a basso prezzo e alle autorità del sistema penitenziario balena la possibilità di mercanteggiare, distribuendo queste utili risorse lavorative a loro giudizio.

Non è un segreto che in molte colonie penali il lavoro non è garantito ai detenuti. Questo è una cosa che addolora i capi dei lager. Nella loro coscienza si è radicata l’idea delle armate del lavoro leniniste e del Gulag staliniano – il detenuto può correggersi solo grazie a duri lavori forzati. O morire.

Con questa idea, incarnata nella vita, per i capi dei lager la vita è sempre stata facile e allegra. Alle più alte autorità si potevano scrivere rapporti sui grandi successi produttivi e i detenuti riottosi potevano essere puniti con la reclusione in cella di rigore per non aver realizzato il piano. Il lavoro forzato è sempre stato la pietra angolare del sistema dei lager sovietici. Essenzialmente questo sistema non è cambiato e i capi dei lager non hanno affatto voglia di cambiarlo. Di organizzare da soli una produzione di qualche tipo, di regola, non sono capaci, poiché non sono stati formati al business, ma all’attività di sorveglianza.

Per il ministero della Giustizia, che controlla ora il sistema dei lager, è assai più semplice far passare alla Duma di stato i cambiamenti che gli fanno comodo nelle leggi vigenti che organizzare la produzione nelle colonie penali, costruire nuovi carceri dove mancano o ottenere dai tribunali una riduzione del numero di condanne a pene detentive. E’ chiaro infatti, che se si incarcera per tre anni un adolescente che si impossessa di una bicicletta altrui o una donna che raccoglie un secchio di patate in un campo altrui, le prigioni e le colonie penali saranno sempre strapiene.

I deputati che hanno votato a favore di questo disegno di legge, evidentemente, hanno considerato una minuzia inconsistente il fatto di aggravare non tanto le pene dei condannati quanto quelle delle loro famiglie. Per i detenuti stessi non è poi così importante in quale luogo della Russia si sconta la condanna. I lager siberiani, per esempio, da molti punti di vista sono migliori di quelli della Mordovia[7], degli Urali o delle regioni del Volga. Senza entrare nei dettagli, si può semplicemente notare, che la preferenza di un lager rispetto ad altri è uno dei temi prediletti dei sostenitori del trasferimento dei carcerati. Tuttavia per parenti e amici dei detenuti questo ha un’enorme importanza. Per famiglie rimaste senza la persona che le manteneva andare una volta o due l’anno a migliaia di chilometri di distanza dall’altra parte della Russia è molto difficile e talvolta semplicemente impossibile.

Il deputato S.N. Abel’cev, membro del gruppo parlamentare dell’LDPR[8], si è formato nell’Istituto Giuridico del ministero degli Interni della Federazione Russa e non c’è nulla di sorprendente nel fatto che sostenga gli interessi dell’istituzione a lui cara. Chi è che nella Duma di stato pensa alla giustizia per le famiglie di quasi un milione di detenuti, che si trovano in oltre novecento colonie penali e prigioni?

l

P.S. Il disegno di legge del sig. Abel’cev è comparso proprio in tempo: se sarà accolto, scioglierà tutte le questioni sollevate dagli avvocati di Michail Chodorkovskij riguardo al motivo per cui al loro assistito, in violazione di quanto stabilito dal Codice Penale della Federazione Russa, non è stato permesso di scontare la pena detentiva nel carcere del luogo di residenza

Aleksandr Podrabinek[9]
osservatore della “Novaja Gazeta”, “Novaja Gazeta”, 22/02/2007, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/13/06.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Il termine Zèk deriva da z/k (abbreviazione di zaključënnye kanalestroenija – “reclusi addetti alla costruzione del canale” – pronunciata ze-ka) che indicava inizialmente i reclusi destinati alla costruzione del canale tra il Mar Bianco e il Mar Baltico e in seguito fu usato per indicare i reclusi del Gulag in generale.

[2] Il gioco di parole originale è impossibile da rendere in italiano. Il titolo Poslat’ zeka podal’še (“mandare lo zèk più lontano”) si rifà al modo di dire poslat’ kuda podal’še (letteralmente “mandare da qualche parte più lontano” cioè “mandare a quel paese”).

[3] Anche i parlamenti locali russi si chiamano “Duma”.

[4] Città dell’estremo oriente della Federazione Russa.

[5] Città dell’estremo oriente della Federazione Russa.

[6] Città dell’estremo nord della Russia, oltre il Circolo Polare Artico.

[7] Regione della Russia centrale, tristemente nota come luogo di deportazione.

[8] Liberal’no-Demokratičeskaja Partija Rossii (Partito Liberal-Democratico di Russia), a dispetto del nome partito populista di estrema destra.

[9] Aleksandr Pinchosovič Podrabinek, medico russo, denunciò negli anni ’70 gli abusi della psichiatria sovietica e non è certo il primo dissidente a criticare la politica di Putin…

07 febbraio 2007

Back to the USSR?

CHE DISGRAZIA IL LAVORO[1]

L’esperienza del GULAG[2] è di nuovo richiesta

I progetti per la nuova industrializzazione della Siberia, sostenuti attivamente dal governatore della regione di Krasnojarsk[3] Aleksandr Chloponin, richiedevano l’esperienza sovietica dei successi del lavoro. L’estate scorsa per l’ennesima “costruzione del secolo” nella taiga arrivarono drappelli studenteschi di costruttori, adesso a diventare il carburante del nuovo sfruttamento[4] della Siberia si preparano gli zèk[5]. Senza GULAG da noi non si fa nulla.

Il generale Vladimir Šaešnikov, che dirige nella regione il servizio di esecuzione delle pene[6], ha dichiarato che Chloponin ha già dato il suo assenso alla vecchia idea di coinvolgere i condannati a pene detentive nei “megaprogetti” in campo economico: “Abbiamo analizzato la possibilità di una partecipazione del sistema penitenziario alla pulizia del bacino della centrale idroelettrica di Bogučany[7], alla costruzione del prosieguo del ramo ferroviario di Karabula[8], come pure della partecipazione di condannati a pene detentive e di lavoratori all’acquisizione e all’abbattimento regolamentato di animali selvatici nel nord della regione. Questo in relazione al fatto che la quantità di renne è nettamente aumentata. Questo permetterebbe di garantire la produzione di carne non solo a se stessi, ma anche ad altri servizi federali”.

Si tratta, chiarisco, del grandioso progetto di sfruttamento della bassa Transangaria[9], che viene reclamizzato come esempio della lungamente attesa “partnership privato-statale”. Anatolij Čubajs[10] e Oleg Deripaska[11] si sono messi d’accordo per portare a termine insieme la costruzione della centrale idroelettrica di Bogučany e creare là un nodo industriale – in particolare i kombinat[12] dell’alluminio, della cellulosa e cartari. Lo stato ha fatto poi un gesto di risposta, mettendo mano ai mezzi del fondo di investimento del budget per costruire qui le infrastrutture industriali e ripulire il fondo dell’ennesimo mare morto dai boschi e dai villaggi. Non c’è un’analisi del progetto dal punto di vista ecologico. Vladimir Putin si è incontrato più di una volta con Deripaska e ha preso accordi per una “partnership” del genere.

I liberal-conservatori, di cui fa parte anche la squadra di Chloponin, parlando dello sfruttamento della Siberia orientale con le sue riserve quasi intatte di idrocarburi e altre ricchezze, attingono termini dal passato sovietico. E la loro retorica non può non ricordare un simile progetto staliniano. Cosicché la notizia del coinvolgimento nel progetto degli zèk appare logico.

E’ logica anche un’altra cosa. Nell’era di nuova industrializzazione e di sfruttamento delle terre vergini[13] che già si approssima si è proprio dimenticato il fatto che la Russia ha firmato la convenzione di Vienna. Cioè si è impegnata a non trarre profitto dal lavoro di condannati a pene detentive.

Berija sarebbe soddisfatto: l’economia basata sui lager cambia di poco. La dirigenza del GUFSIN[14] ha dichiarato che i detenuti delle colonie penali della regione di Krasnojarsk producono ogni anno 1,5 miliardi di rubli[15]. Come un tempo si tratta di lavoro nel distretto industriale di Noril’sk[16] e nell’industria del legname. Viene comunicato che sull’Angara, nonostante tutto, farà la sua comparsa un kombinat per la lavorazione del legname (volume di investimenti: 3 milioni di euro), dove lavoreranno prevalentemente detenuti. Inoltre il generale Šaešnikov ha rallegrato i propri conterranei dicendo che gli abitanti di Krasnojarsk abiteranno in case costruite dagli zèk. Il GUSFIN ha firmato un accordo di collaborazione con alcune imprese di costruzioni e i condannati a pene detentive già lavorano duro alle costruzioni della “Monolitstroj”[17].

Le colonie penali hanno fatto il loro ingresso sul mercato con patate, cavoli e pomodori coltivati in proprio. Cioè, a quanto risulta, si possono mangiare i pomodori coltivati dai detenuti sedendo su una sedia opera di questi in un appartamento costruito da loro.

Un tempo il lavoro degli zèk rafforzava il potere del primo paese degli operai e dei contadini al mondo. Adesso aiuta ad arricchire i miliardari più fortunati, il cui patrimonio è conteggiato ogni anno da “Forbes”, e alcuni fortunati appartenenti al mondo degli affari di dimensioni regionali. Questo non è il GULAG. Questo si chiama schiavismo.

Aleksej Tarasov

01.02.2007, “Novaja Gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/07/06.html

(Traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Gore ot truda significa “il dolore causato dal lavoro”. L’autore fa un gioco di parole con il titolo della commedia di Aleksandr Sergeevič Griboedov Gore ot uma (letteralmente “il dolore causato dall’ingegno”, tradotta in italiano Che disgrazia l’ingegno).

[2] Gulag stava per Glavnoe Upravlenie ispravitel’no-trudovych LAGerej (Direzione Generale dei Campi di lavoro correzionale). Anche in Russia comunque si tende adesso ad usare il termine anche come sinonimo di “campo di lavoro”.

[3] Regione della Siberia centrale grande oltre sette volte l’Italia.

[4] In realtà il termine pokorenie indica l’azione di addomesticare un animale.

[5] Zek deriva da z/k (zaključënnyj kanalestroenia, „Detenuto addetto alla Costruzione del Canale”, dove per “canale” si intende quello tra il Mar Bianco e il Mar Baltico, la cui costruzione fu compiuta negli anni ‘30 dai detenuti dei lager staliniani a prezzo della vita di migliaia di loro). Il termine fu poi usato per definire tutti i prigionieri del GULAG. Il corsivo, qui e altrove, è mio.

[6] In pratica l’ente che amministra le strutture carcerarie.

[7] Città siberiana sul fiume Angara, dove si sta costruendo una centrale idroelettrica (l’Angara è già molto sfruttato in questo senso).

[8] Città siberiana vicina a Bogučany.

[9] In pratica le terre a sud dell’Angara.

[10] Anatolij Borisovič Čubajs, uomo d’affari e politico russo, vice premier al tempo di El’cin, responsabile delle sconsiderate privatizzazioni post-sovietiche.

[11] Oleg Vladimirovič Deripaska, magnate dell’alluminio.

[12] Gruppo integrato di stabilimenti industriali.

[13] Parole d’ordine dell’epoca di Chruščëv

[14] Glavnoe Upravlenie Federal’noj Služby Ispolnenija Nakazanij (Direzione Generale del Servizio Federale di Esecuzione delle Pene), l’ente nazionale che amministra i luoghi di detenzione.

[15] Circa 44 milioni di euro.

[16] Estremo nord della Russia.

[17] Multiforme impresa moscovita che opera nel campo delle costruzioni, dell’aviazione e dei sistemi di sicurezza.