17 dicembre 2010

La deriva criminale della "verticale" putiniana fa mutare rotta a Medvedev?

Doppiezza ed evoluzione criminale




Il decreto “Sulle misure complementari per la tutela dell'ordine pubblico”, di cui Medvedev ha annunciato la firma nel giorno del macello in piazza del Maneggio [1], forse significa la tardiva rinuncia alla fallita idea di “verticale del potere”


Ecco tre esempi in fila: l'esecuzione di 12 persone, bambini compresi, nel villaggio cosacco di Kuščëvskaja; l'aggressione della scorta di una colonna-VIP privata ad un guidatore che non aveva dato strada sulla MKAD [2]; il pestaggio di un'insegnante da parte del patrigno di una scolara della prima classe a San Pietroburgo. Come a farlo apposta, qui vengono in mente coppie di esempi: Gus'-Chrustal'nyj [3], un'altra colonna e un'altra insegnante. Chiunque di noi può raccontare qualcosa in questo senso. Cioè qui non abbiamo a che fare con eccessi, ma con ciò che sta diventando la norma, con la concorrenza tra norme, in cui la nuova forma di vita sostituisce la vecchia – vale a dire lo standard comune europeo di comportamento etico e di rapporti con il prossimo.

Questi e altri numerosi casi sono uniti dal fatto che sia i carnefici di Kuščëvskaja, sia le guardie del corpo di una ČOP [4] incomprensibile, sia un semplice ex sbirro a livello individuale agiscono non semplicemente “senza paura” (ma, forse, non è neanche così), ma come “nel loro diritto”, nell'ambito di un qualche sistema normativo parallelo, di una “legge” neppure ladresca [5], dal punto di vista della quale queste azioni si configurerebbero come “abusi”. La violenza viene evidentemente sentita dai suoi esecutori come “legittima” ed è facile concedere che questi mostri (in certe situazioni) in qualche altra situazione (nei rapporti con i propri amici e le proprie donne, per esempio) si comportano abitualmente all'incirca come persone che hanno fatto proprio dall'infanzia cosa è bene e cosa è male.

Ne risulta, cominciamo a capire: la pena di morte in Russia non è stata abolita, ma ha smesso di essere monopolio dello stato, così come la “legittima” violenza nel suo complesso. Questo è stato conseguenza del fatto che lo stato ha perso la propria legittimità, che la legge da questo promulgata ha smesso di essere un qualche sistema dominante di regolamentazione e adesso è come se ognuno scegliesse una “legge” per se.

Ancora qualche anno fa (a cominciare dalla Blagoveščensk baschira [6], in seguito ovunque) i portatori di violenza organizzata si identificavano come OMON [7], “sbirri”. Adesso, come in agosto al festival rock nella regione di Čeljabinsk [8], possono essere anche semplicemente persone nude fino alla cintola. Queste sono apparse come dal nulla e sono sparite come se non fossero più da nessuna parte nello stato.

Questo nuovo fenomeno è di per se l'emblema della dissoluzione dello “stato sbirresco”, significa che il modello corruttivo di legittimazione della “verticale del potere” non ha potuto reggere contro il più primitivo modello della violenza e della rapina dirette.

Dietro lo schermo della “verticale” inizialmente ha perso un senso economico la produzione, sostituita dappertutto dal più redditizio e meno “sedentario” commercio, ma ben presto lo ha perso anche qualsiasi accumulazione in generale, in quanto la proprietà non è difesa in alcun modo e ad alcun livello. Nel commercio sono rimaste le femmine, ma i maschi sani sono tutti di guardia: o in quella di Stato (FSO [9], FSB [10], Ministero degli Interni, ecc.), o in quella privata – ed ecco le ČOP, una sorta di incubatore di violenza quasi legittima per singole persone. Ma perfino la corruzione ha perso senso, perché, si chiarisce, la sicurezza della vita non si compra, non bastano semplicemente i soldi per pagarla.

Alla velocità con la quale si sono degradati lo stato e la società, le bustarelle sono già un problema di ieri. E' difficile immaginare la corruzione in un'organizzazione primitiva: in mancanza di istituti e di norme perché complicare la raccolta dei tributi? Oggi il modello dominante di comportamento attivo non è già più la corruzione, ma la rapina, non l'accordo con la prostituta, ma lo stupro e non si tratta della corruzione del potere, ma dello stato primitivo della società in complesso, totalmente.

Questa non è una “rivoluzione” criminale. La dissoluzione dello stato sbirresco ha proceduto per via evolutiva, molto rapidamente (nella società contemporanea i processi storici si verificano fulmineamente), ma abbastanza rapidamente perché gli “eserciti governativi” si rendessero conto del proprio interesse. In caso di rivoluzione avrebbero potuto schierarli contro i criminali usurpatori del potere, ma nel corso dell'evoluzione si sono già mutati da soli in Capok [11] e difficilmente sosterranno la rapace “verticale”.

Le spasmodiche ricerche di una risposta al problema di Kuščëvskaja ben noto a tutti hanno subito generato il pensiero della “rinascita dei RUBOP [12]”, lanciato come pallone di prova da parte di qualcuno delle strutture armate. “La storia insegna solo che non insegna niente”, ma i fatti sono così freschi che gli studenti si sono ricordati: ci siamo passati solo ieri. Dopo una pausa imbarazzata nello spazio della discussione è entrato il noto oracolo della “Rossijskaja gazeta” [13], l'immutabile presidente della Corte Costituzionale, il prof. V.D. Zor'kin. “Un sistema che diviene criminale non può essere stabile per definizione, – constata con stupore lo studioso. – Perciò le lodi sperticate all'indirizzo della famigerata stabilità perdono istantaneamente qualsiasi senso”. Buongiorno!

Che significa questo stupore a un così alto livello di potere e professorale? Siamo stati testimoni del previsto crac dell'idea putiniana della “verticale del potere” ed è indispensabile rendersi conto almeno di questo. Secondo leggi di governo (che sono molto più forti delle “leggi” approvate dalla Duma) formulate da tempo, ma, evidentemente, non imparate al Cremlino, il sistema dominante non può essere più primitivo di ciò che domina: sarebbe come se il cavallo si mettesse a comandare il cocchiere. Di questo non teneva conto l'arcaico, troppo poco articolato per la società contemporanea modello di “verticale”.

Parafrasando Puškin, che notava che in Russia “il governo è finora ancora l'unico europeo”, all'inizio del XXI secolo dobbiamo constatare che il presidente è diventato il principale asiatico della Russia in kimono. A cominciare dal “fare secchi nei cessi” [14], Putin per molti versi ha dato ai cittadini telespettatori il paradigma del potere come violenza a modo proprio. Lo slogan “dittatura della legge”, con cui questi effettivamente ha vinto le elezioni, ha sostituito furtivamente l'idea della supremazia del diritto, che, certamente, sotto El'cin fu tutt'altro che realizzata, ma “venne dall'alto”.

I tribunali, inseriti e facilmente inseritisi nella “verticale”, hanno perso il ruolo di posti dove si cerca la supremazia del diritto e sono diventati non il baluardo del potere, difendendo ugualmente tutti sulla base della legge e di uno standard comune, ma il punto focale della doppiezza. Condanne crudeli per crimini commessi evidentemente su commissione da una parte e una strana “umanità” nei confronti dei rappresentanti del potere e I loro familiari dall'altra, hanno portato rapidamente a far sì che i tribunali penali abbiano perso legittimità perfino prima delle altre “branche del potere”, favorendo in tal modo la “legittimazione” dei regolamenti di conti banditeschi e del racket degli sbirri.

Al professor Zor'kin, che si ricorda spaventato della “supremazia della legge”, siamo costretti a rammentare che in nome di quella stessa “stabilità” la Corte Costituzionale non ha chiamato guerra la guerra in Cecenia, non ha difeso l'elettività dei governatori e in complesso il federalismo come più complesso e adeguato sistema di governo del paese e ha preso ancora molte decisioni simili, difficilmente basate sulla supremazia del diritto. In una fessura di questa doppiezza, elevata dalla Corte Costituzionale a legge, tra i due fondi del maligno sistema giudiziario si sono infilati anche gli Capok, affermando la propria “legittimità”.

Per quanto riguarda la seconda parte dello slogan con cui ha vinto Putin, l'allettante “dittatura”, si è chiarito che nella società contemporanea (se non si tratta dell'arcaico Caucaso) questa è semplicemente impossibile in forma centralizzata, ma rapidamente “sfugge” come modo di pensiero e di azione ai “piani bassi”. Dal Cremlino hanno potuto partire singoli comandi di un dittatore non particolarmente utilizzabili, se non accompagnati da qualche elemosina finanziaria, tuttavia la “dittatura dello sbirro” è diventata un fatto in ogni paese. L'hanno afferrata le ČOP, qua anche gli Capok, non appesantiti da alcun condizionamento, là in seguito semplicemente singoli compagni, che vanno a scuola per randellare la maestra.

In seguito il capo della Corte Costituzionale propone di ricordare l'esperienza degli USA e creare (nella “supremazia della legge”, va da sé) in Russia il proprio FBI per la lotta alla mafia. Ma questo non si distingue in nulla dai RUBOP, in cui non c'è già nessuno da raccogliere e significherebbe solo una moltiplicazione dell'opričnina [15], dove gente dello Stato e banditi non si distinguono in alcun modo. Lo stato non è più in grado di difendere nessuno, incluso sé stesso: nessuno si prende la briga di predire neanche al centro, per non dire a livello regionale e municipale, chi abbatterà chi in questo stato.

Per fortuna il presidente Medvedev stavolta, pare, non ha comunque ceduto alla tentazione della lotta della violenza contro la violenza – così si può trattare il decreto di cui ha detto sabato. All'incontro con i membri stabili del Consiglio di Sicurezza non solo non ha sostenuto la rinascita dei RUBOP, costruiti nella severa, ma da tempo anche pienamente screditatasi verticale, ma, al contrario, ha comunicato che adesso i governatori si prenderanno tutta la responsabilità per la saldatura della criminalità e del potere locale. Nei loro relativi consigli per la coordinazione, secondo il pensiero di Medvedev, devono entrare i rappresentanti della società civile e delle NKO [16], che ancora l'altro ieri venivano date dagli uomini delle strutture armate per le principali forze dell'inferno, ma che sono risultate essere rimaste le ultime cellule rimaste nell'organismo a non essere contagiate (dalla “statalità”). Di fatto il presidente, che si è pubblicamente rifiutato di riconoscersi sostenitore del federalismo e che ha dichiarato che nei prossimi cento anni non arriveremo all'elettività dei governatori, fa un passo forzato e tardivo verso il federalismo. Fa a pezzi la fallita “verticale” così, come si chiudono gli scomparti di un sottomarino: per salvare almeno qualcuno da qualche parte.

Si immagina che questa sia l'unica risposta corretta, seppure molto tardiva e insufficiente alla deriva criminale non già del potere, ma della società in complesso Questo processo si può fermare solo a livello di regioni, anche se per ora, probabilmente, neanche tutte. La difficile guarigione delle parti e qua e là, volesse Dio, anche dell'intero è possibile solo secondo ricette (note) di autogoverno, federalismo, supremazia del diritto e magistratura indipendente e rifiuto categorico della “dittatura”.

Leonid Nikitinskij
osservatore della "Novaja gazeta"

15.12.2010, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2010/141/00.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Piazza vicina alla Piazza Rossa, dove sabato si sono scontrati estremisti di destra, caucasici e polizia.

[2] Moskovskaja Kol'cevaja Avtomobil'naja Doroga (AutoStrada Circolare di Mosca).

[3] Città della Russia centrale (il cui nome significa “Oca di Cristallo” ed è dovuto alla locale industria vetraria) dominata da bande di criminali connesse con il potere locale.

[4] Častnoe Ochrannoe Predprijatie (Impresa di Sicurezza Privata).

[5] I grandi criminali russi si definiscono “ladri nella legge”, perché si attengono a un codice criminale.

[6] Così chiamata per distinguerla dall'omonima città nell'Estremo Oriente della Russia asiatica. In questa città della Repubblica autonoma di Baschiria (nella zona degli Urali meridionali) tra il 10 e il 14 dicembre 2004 i reparti speciali di polizia compirono centinaia di arresti e violenze di ogni sorta.

[7] Otrjad Milicii Osobogo Naznačenija (Reparto di Polizia con Compiti Speciali), sorta di Celere russa, nota per la propria durezza.

[8] Città ai piedi degli Urali nella Russia asiatica.

[9] Federal'naja Služba Ochrany (Servizio Federale di Protezione), istituzione che protegge le alte cariche statali.

[10] Federal'naja Služba Bezopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), il principale servizio segreto.

[11] Cognome del capo della banda responsabile dell'eccidio di Kuščëvskaja usato come nome comune e addirittura declinato in numero (capki).

[12] Rajonnoe Upravlenie po Bor'be s Organizovannoj Prestupnost'ju (Direzione Distrettuale per la Lotta alla Criminalità Organizzata), nuclei speciali resisi colpevoli di molti abusi.

[13] “Giornale Russo”, organo ufficiale del governo.

[14] Putin sostenne che i terroristi dovessero essere rincorsi fin nei cessi e lì eliminati.

[15] Parte del regno su cui Ivan il Terribile aveva un potere assoluto, difeso da una polizia spietata.

[16] NeKommerčeskie Organizacii (Organizzazioni Non Commerciali).

15 dicembre 2010

Alle radici dei disordini di sabato a Mosca

La guerra dell'abuso con l'abuso




Hanno risposto al terrore con il terrore.

Questa è una guerra civile con un contesto nazionale.

Questi sono gli istinti incontrollati di una teppaglia contro gli istinti meschini di un'altra teppaglia.

Questa è vigliaccheria e ferocia contro ferocia e vigliaccheria.

Questa è abuso che combatte con l'abuso.

Questo è un circolo politico già chiuso, quando non si può chiarire chi ha cominciato per primo e per chiarire non c'è tempo. Fra l'altro è tardi anche per pronunciare la parola “politico”. La violenza totale su cui si è costruito questo stato e retta questa società ha dato i suoi frutti sanguinosi.

Perché lo stato se ne frega di tutti fuorché di se. Usa la violenza non per difendere i cittadini di questo paese, ma esclusivamente per autodifesa.

Lo stato teme una ristretta cerchia di oppositori, di “secchielli azzurri” [1] e di artisti che disegnano membri virili sui ponti mobili e poi va ad accordarsi con il terrore e l'illegalità. Lo stato ritiene di poter mantenere la propria signoria nutrendo contemporaneamente rapaci che si odiano l'un l'altro.

Lo stato non conosce la fisica: “meno” e “più” da sempre “meno”.

Lo stato difende la grana dei propri capi, ottenuta a spese della miseria generale, suscitando l'odio della popolazione. L'odio è un sentimento forte, soprattutto l'odio per gli altri. E' più forte della giustizia. Quando odi, non c'è tempo per pensare.

Così è già stato nella storia russa. Inizialmente il potere fu benevolo con le “Centurie Nere” [2] e poi con la “Divisione Selvaggia” [3]. Niente di nuovo. Com'è finita, lo ricordano tutti, anche chi andava male a scuola.

Non si può fare un picchetto e chiedere la libertà di parola. Non si può scrivere in un blog che non vi piace il potere. Non si può essere sostenitori del bosco di Chimki [4] o avversari dell'“Ochta-Centr” [5]. Non si può chiedere il rispetto dei diritti umani in Cecenia.

La risposta sarà assetto di guerra, pallottole e cellulari dell'OMON [6]. Tre componenti e tre direttrici del potere russo contemporaneo: fascismo, banditismo (non solo caucasico) divenuto forza legittima e sbirri venduti.

Ma si può marciare a migliaia e gridare: “La Russia è per i russi!” e levare le mani nel saluto nazista.

Ma si può, se si è sfrenati ex militanti, andare con le pistole su bechy [7] e Cayenne con i vetri oscurati e sparare ai passanti per divertirsi.

Ma si può, se si è “ragazzi russi”, cantare canzoni fasciste presso le mura del Cremlino e sgozzare tagiki.

Ma si può, se si è “ragazzi caucasici”, compiere abusi nelle strade di Mosca, sapendo che li riscatteranno dalla giustizia. E la voce fissa, che corre tra la folla in piazza del Maneggio [8], che alla polizia è stata data indicazione di non litigare con quelli, dietro cui stanno gli amici ceceni del premier, potrebbe risultare del tutto vera.

Perché litigare con il sostegno del potere – papacha [9], svastica e berretto con visiera?

Non saranno puniti né gli uni, né gli altri, né i terzi. Perché sia gli uni, sia gli altri, sia i terzi sono stati creati dallo stato stesso. Questo si basa sui delinquenti. Sbirri-delinquenti, che hanno rapinato, violentato, picchiato e ucciso. Fascisti-delinquenti, che hanno rapinato, violentato, ucciso e picchiato. Delinquenti delle repubbliche del Caucaso del Nord, che hanno rapinato, violentato, picchiato e ucciso.

Non toccano i fascisti, perché questi sono socialmente vicini e con loro civetta il potere.

Non toccano i banditi caucasici, perché la Cecenia ha unito a se la Russia da tempo e perché con loro civetta il potere.

Gli sbirri – perché essi sono anche il reale potere.

Gli uni vanno con pistole dorate su sederi grassi per i negozi di Mosca.

I secondi con la svastica e del tutto ubriachi.

I terzi della giustizia hanno fatto un concorso.

Una volta avrebbero dovuto scontrarsi tutti.

E si sono scontrati.

Quelli che sabato mattina sono andati nelle strade di Mosca chiedevano giustizia. E' comprensibile l'indignazione di quelli a cui hanno ucciso degli amici. Hanno messo dei fiori e hanno chiesto un'indagine onesta.

Ma nell'onestà non crede già più nessuno.

E la giustizia si è rivelata selettiva. Perché al posto di chi chiedeva giustizia sono giunti altri.

Quelli che non chiedevano giustizia quando un russo uccideva un russo e gli sbirri per soldi diluivano il caso.

Quelli che non chiedevano giustizia quando vecchi, bambini e donne venivano schiacciati dai carri armati.

Quelli che non chiedevano indagini coscienziose sugli omicidi a Kuščëvskaja [10].

Quelli che non chiedevano la punizione degli uomini delle strutture armate colpevoli di atti terroristici.

Per loro la giustizia è un morto di un'altra etnia, che forse non è neanche colpevole di nulla.

Chi è contro di loro?

Quelli che sono diventati sostegno del potere banditesco nelle proprie repubbliche.

Quelli che non chiedono giustizia ai propri presidenti.

Quelli che ritengono che tutti gli debbano tutto: bilanci, privilegi, indulgenze per gli omicidi dei propri nemici e di gente che passava di lì per caso.

Chi ritiene di avere dietro di se la legge del più forte: opprimere, umiliare, togliere, uccidere e comprare.

Le bestie si sono scontrate con le bestie.

Una si definisce patriottismo.

L'altra regolamentazione pacifica del Caucaso.

Né l'una né l'altra sono tali.

L'una e l'altra sono solo terrore.

Le due gambe dello stato russo si sono intrecciate tra loro in una lotta intestina sanguinosa.

Il pauroso e corrotto, vile potere, che ha puntato sui delinquenti, ha generato alla fine una guerra tra loro.

E ci saranno vittime – soprattutto quelli che qui non c'entrano assolutamente.

Sergej Sokolov


12.12.2010, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2010/140/00.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Quelli portati sulle auto (ma anche sulle teste) dai gruppi che protestano contro gli abusi delle auto dotate di sirena (scorte, “auto blu”, ecc.).

[2] Organizzazione ultranazionalista e antisemita dei primi anni del XX secolo.

[3] Reparto dell'esercito russo dei primi anni del XX secolo, composto da caucasici e noto per la sua ferocia.

[4] Città nei pressi di Mosca, il cui bosco (area protetta) viene distrutto dai lavori della nuova autostrada Mosca-San Pietroburgo.

[5] “Centro-Ochta”. L'Ochta è un piccolo fiume di San Pietroburgo, sulle cui rive la Gazprom vorrebbe costruire un grattacielo di 396 metri che devasterebbe il già compromesso panorama della città.

[6] Otrjad Milicii Osobogo Naznačenija (Reparto di Polizia con Compiti Speciali), sorta di Celere russa, nota per la sua durezza.

[7] Nome gergale delle BMW.

[8] Piazza vicina alla Piazza Rossa.

[9] Tipico cappello di pelo caucasico.

[10] Villaggio cosacco del distretto di Krasnodar nella Russia meridionale dove il 4 novembre 12 persone sono state uccise da una banda molto vicina agli uomini al potere nella regione.

12 dicembre 2010

E' duro avere sogni da cani che non si avverano mai...



Mark Knopfler "Coyote"


COYOTE
Guardami, coyote
Non lasciarti impressionare da un po' di polvere di strada
Non si puo' giudicare un libro...
Beh, lo sai gia'
C'è uno strappo nella mia tappezzeria
Ed un buco nella mia scarpa
Ma non muori dalla voglia di essere
Veloce almeno la metà di quanto lo sono io?
Veloce quanto me, veloce quanto me, veloce quanto me

Non riuscirai a prendermi, coyote
Sebbene possa esserci del sangue sulle rotaie
Può darsi che ci siano dei ponti in fiamme (1)
Dietro le nostre spalle
Ma c'e il mio bucato sul sedile posteriore
E anche un itinerario
E non muori dalla voglia di essere
Veloce almeno la metà di quanto lo sono io?
Veloce quanto me, veloce quanto me, veloce quanto me

Ora sono un puntino sul tuo orizzonte
Che scompare velocemente
Una tua imboscata non mi sorprenderebbe
Ma spero che sarà migliore dell'ultima

Di nuovo il roadrunner
Lascia il coyote nella polvere
Ha un'altro piano di azione
Ma noi tutti sappiamo che non funzionerà mai
Deve essere duro avere sogni da cani
Che non si avverano mai
E non muori dalla voglia di essere
Veloce almeno la metà di quanto lo sono io?
Veloce quanto me, veloce quanto me, veloce quanto me.

(1) "To burn bridges" significa anche "prendere una decisione irrevocabile"


(Traduzione di Menty)

11 dicembre 2010

La Russia tenta una "road map" nel Caucaso?

Ma nei boschi lo sanno?




Le autorità del Daghestan inventano la “politica da colombe” e gli uomini delle strutture armate federali conducono una diplomazia segreta


Il congresso dei popoli del Daghestan avrà luogo il 15 dicembre a Machačkala [1]. Circa 3 mila rappresentanti di tutti i gruppi etnici della repubblica cercheranno di decidere come superare la crisi. La convocazione del congresso viene presentata dalle autorità locali come un avvenimento epocale e un'ulteriore tappa della nuova politica, orientata su “dialogo pacifico e stabilizzazione”. Se si passa dalla lingua degli appelli ufficiali a quella umana, si tratta fondamentalmente di come far cessare la guerra della popolazione radicale locale con i locali uomini delle strutture armate.

Poco tempo fa nel distretto di Babajurt [2] sulla riva del Terek è stato trovato il cadavere di Šejchul'islam Abusup'janov con una ferita da arma da fuoco e segni di torture. In vita questa persona faceva parte della lista operativa, cioè era annoverato nelle cosiddette “liste wahhabite [3]”. Lo chiamavano continuamente alla polizia “per un controllo”, tuttavia viveva apertamente, con la famiglia, lavorava al mercato. Qualche tempo fa Šejchul'islam scomparve – un caso ordinario per il Daghestan.

I familiari si rivolsero all'avvocato Rasul Kadiev, membro della Commissione per l'adattamento dei membri delle NVF [4] alla vita civile. Questi, naturalmente, si affrettò dagli uomini delle strutture armate locali.

– Come membro della commissione con carta bianca dal presidente della repubblica, mi rivolsi alla procura, – racconta Kadiev. – Inizialmente si rifiutarono del tutto di ricevermi. Per di più mi dichiararono di non aver sentito nulla di alcuna commissione. Poi il mio appello fu comunque registrato, ma non fu intrapresa alcuna azione sulla base di esso.

Mentre Kadiev e i familiari di Abusup'janov cercavano di “stabilire un dialogo” con la procura e la polizia, passò del tempo prezioso… Quando il corpo fu trovato da se, il “tentativo di dialogo” perse senso.

Adesso Rasul Kadiev e gli altri avvocati coinvolti dalle autorità della repubblica nel lavoro della commissione ribollono di insoddisfazione. “Ci hanno mostrato per l'ennesima volta chi la fa da padrone qui. La commissione creata con pompa non risolve niente”.

La commissione, la cui creazione è stata accompagnata da grande clamore mediatico, è sorta dopo la dura critica di Dmitrij Medvedev all'“inefficiente” lavoro di “alcuni” capi [5] delle repubbliche del Caucaso del Nord. La decisione con cui Medvedev ha promesso di destituire i presidenti negligenti ha costretto a scuotersi.

E circa un mese fa la leadership daghestana ha fatto rapporto: la commissione che porterà “gli uomini alla macchia” alla vita civile è stata creata. In essa sono entrati i rappresentanti di tutti gli enti armati della repubblica e personalità sociali e religiose. Ne è a capo il vice-premier Rizvan Kurbanov.

Il vice-premier ha raccontato come lavorerà la commissione: “La persona “alla macchia” si mette in contatto con un avvocato, l'avvocato si rivolge alla polizia, alla procura, allo FSB [6], là gli dicono cos'hanno sul conto di questa persona. Se secondo i dati operativi si tratta di sangue, gli garantiamo un'indagine imparziale e un giusto giudizio. Se non si tratta di sangue, lo aiuteremo a adattarsi alla vita civile”.

Allo stesso tempo Rizvan Kurbanov ha notato apertamente che “la metodologia di lavoro della commissione per ora è allo stadio di elaborazione” e che l'uscita dalla “macchia” si realizzerà solo con “garanzie personali” degli uomini delle strutture armate locali.

Cosa siano le “garanzie personali” degli uomini delle strutture armate si vede nell'esempio di Abusup'janov. Nessuno degli “uomini alla macchia” finora ha creduto nella loro buona volontà.

Si è messo in contatto con me Anvar Šaripov, fratello della ragazza che ha compiuto l'attentato di marzo nel metrò di Mosca. La SKP [7] lo ha definito l'organizzatore dell'atto terroristico e questi si è nascosto.

“Su di me non c'è niente, – assicurava, – lo sanno anche gli uomini dello FSB di Mosca. Mi hanno proposto di tornare e deporre, ma non hanno dato alcuna garanzia. Io sono ricercato come prima. Non posso neanche fare trattative con le autorità della repubblica, perché queste non decidono niente”.

Simili iniziative non sono nuove per le autorità della repubblica. Il lavoro per l'uscita dei militanti dalla “macchia” si è tenuto anche prima, seppure non con tale pompa. Sono noti anche alcuni risultati. Alla vita civile sono tornati pesi massimi delle organizzazioni clandestine daghestane come il leader del jama'at [8] di Bujnaksk [9] Bamatchan Šejchov e del giudice shariatico del distretto di Uncukul' [10] Magomed Sulejmanov. Al primo hanno dato tre anni, di cui ne ha scontati due, il secondo non l'hanno imprigionato per niente, tuttavia quest'estate l'uno e l'altro sono andati di nuovo sulle montagne. E' chiaro che la questione qui non sta solo a livello di creazione di commissioni ufficiali.

Oggi la situazione è tale che la soluzione armata del problema del terrorismo è fuori dalle competenze dei capi dei soggetti della Federazione. Le strutture locali dei ministeri degli Interni e dello FSB sono direttamente soggette a Mosca. Per di più gli uomini delle strutture armate daghestane negli ultimi tempi sono stati praticamente esclusi dall'attività antiterroristica. Tutte le operazioni speciali sono condotte solo da agenti del CSN (Centr Special'nogo Naznačenija [11]) dello FSB, che è direttamente soggetto al NAK (Nacional'nyj Antiterrorističeskij Komitet [12]). Dal punto di vista logico questa situazione è come giustificata: i “risultati” degli uomini delle strutture armate locali sono evidenti.

A Mosca valutano sobriamente le possibilità delle autorità locali. La “Novaja gazeta” è riuscita a chiarire che, parallelamente ai goffi tentativi della leadership della repubblica di mostrare i risultati del proprio lavoro, le trattative vengono condotte anche a un altro livello. Già alla fine dell'estate i negoziatori di Mosca, che affermavano di agire in nome dell'amministrazione del presidente della Federazione Russa, andarono da Abbas Kebedov, fratello dell'ideologo riconosciuto del wahhabismo in Daghestan e in Cecenia Bagautdin Magomedov. Gli inviati di Mosca si consultarono con Kebedov come rappresentante dell' “Islam non tradizionale” sulle possibilità e le vie di pacificazione in Daghestan.

Ho parlato con il signor Kebedov, questi non si è messo a negare questi incontri, ma si è rifiutato di comunicare qualsiasi dettaglio delle trattative. Tuttavia le nostre fonti hanno fatto i cognomi degli ospiti di Mosca: Il'in e Orlov. A ben vedere, si tratta di agenti altolocati dell'apparato del NAK , il generale di divisione Evgenij Il'in e del generale di corpo d'armata Viktor Orlov. Ci è riuscito anche ottenere una copia del progetto trasmesso ai generali di Mosca.

In questo documento come prima e principale condizione per un progetto di pace viene indicata la presenza di “uno speciale rappresentante del presidente della Federazione Russa, che agisca sotto diretto e immediato controllo dell'amministrazione del presidente della Federazione Russa e dotato del potere di prendere decisioni autonome nell'ambito della repubblica”. Le misure per l'uscita della repubblica dalla crisi devono essere elaborate non dagli enti armati, ma “da specialisti dell'ambito del diritto, della psicologia e della teologia, tra cui anche noti studiosi musulmani del mondo islamico”. E l'esito di quest'attività comune dev'essere una conferenza a livello di tutto il Daghestan per il superamento della crisi, le cui decisioni devono avere forza di legge.

Noto che le decisioni del congresso dei popoli del Daghestan non avranno alcuna forza giuridica.

P.S. Secondo i dati del vice-direttore dell'amministrazione centrale del ministero degli Interni della Federazione Russa nello SKFO [12] Valerij Žernov, “nell'ultimo anno in Daghestan l'attività terroristica è cresciuta quasi una volta e mezzo”. Da gennaio a novembre dello scorso anno nella repubblica furono compiuti 161 atti terroristici, in meno di dieci mesi di quest'anno 231.

Irina Gordienko

10.12.2010, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2010/139/05.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Capitale della repubblica autonoma del Daghestan.

[2] Villaggio del Daghestan centro-settentrionale.

[3] Cioè degli estremisti islamici.

[4] Nelegal'noe Vooružënnye Formirovanija (Formazioni Armate Illegali).

[5] Il titolo di “presidente” è riservato ufficialmente al presidente della Federazione Russa.

[6] Federal'naja Služba Bezopasnosti (Servizio di Sicurezza Federale), il principale servizio segreto russo.

[7] Sledstvennaja Komissija pri Prokurature (Commissione Inquirente presso la Procura).

[8] Comunità islamica, da intendersi qui come “gruppo islamista”.

[9] Città del Daghestan centro-meridionale.

[10] Villaggio del Daghestan centro-meridionale.

[11] “Centro per i Compiti Speciali”. Il corsivo, qui e altrove, è mio.

[12] Severo-Kavkazskij Federal'nyj Okrug (Distretto Federale del Caucaso del Nord).

10 dicembre 2010

"Lei" è sempre una donna



Billy Joel "She's always a woman to me"


Per Me Sarà Sempre Una Donna

Può uccidere con un sorriso, può ferire con il suo sguardo
E può incrinare la tua fede con le sue bugie casuali
Mostra solo ciò che vuole che tu veda
Si nasconde come una bambina, ma per me sarà sempre una donna.

Ti può portare ad amare, ti può prendere o lasciare
Può chiederti di dire la verità, ma non ti crede mai
E prende tutto ciò che sei disposto a darle, purché tu non pretenda nulla in cambio
E sì, ruba come un ladro, ma per me sarà sempre una donna

Ooooh si prende cura di sé
È capace di aspettare se lo vuole, ma è in anticipo rispetto al suo tempo
Ooooh non cede mai, non si dà mai per vinta
Cambia solo idea

Ti prometterà il Paradiso e anche di più
Incurante, ti ferirà per poi ridere quando sanguinerai
Ma tirerà fuori il meglio e il peggio di te
Non biasimare che te stesso, perché per me lei sarà sempre una donna

Hmmmmmm Mmmmmm Hmmmmm Mmmmmm

Ooooh si prende cura di sé
È capace di aspettare se lo vuole, me è in anticipo rispetto al suo tempo
Ooooh non cede mai, non si dà mai per vinta
Cambia solo idea

Spesso è gentile, poi improvvisamente è crudele
Ma può fare come preferisce, sa il fatto suo
E non può essere condannata, si è guadagnata il suo posto nel mondo
E al massimo getterà ombre su di te
Ma per me sarà sempre una donna

Hmmmmmm Mmmmmm Hmmmmm Mmmmmm

(Traduzione di Dartagnan)

Giunge in Russia un libro che andrebbe tradotto anche in italiano...

Notizie dalla Terra piatta




Perché la stampa ricorda sempre più lo scemo del villaggio


Io chiamo il nostro mondo Flatlandia non perché noi stessi lo chiamiamo così, ma solo per il desiderio di rendere la sua natura più comprensibile per voi, miei felici lettori, a cui è toccato l'onore di vivere nello Spazio…
Perfino i solidi muri, che mi separano dalla desiderata libertà, le pagine, su cui scrivo e tutte le pienamente tangibili realtà di Flatlandia mi sembrano, talvolta, frutto di un'immaginazione malata o di quella materia senza carne, di cui sono tessuti i sogni.
(Edwin A. Abbott, “Flatlandia”) [1]


L'autore del libro ha lavorato per più di trent'anni per i principali giornali britannici – “Guardian”, “Sunday Times”, “Observer”… Quando nel 1974 finì l'università, Karl Bernstein e Bob Woodward del “Washington Post” costrinsero il presidente degli USA Nixon a dare le dimissioni. Quello era un lavoro giornalistico! E Nick Davies si gettò a testa bassa nel mondo del giornalismo. Decenni dopo è giunto il tempo di tirare le somme.

“Il compito dei giornalisti è dire la verità” – con queste parole della giornalista della “Novaja gazeta” Anna Politkovskaja, poste in epigrafe, Davies apre il suo libro. Ma perché non lo fanno? Nessuno gli ordina di scrivere falsità? E' facile – i giornalisti stessi spesso non sanno dov'è la verità.

La fabbrica della falsità

Un professionista di ogni sfera, quando legge un articolo di giornale su di essa, nota una grande quantità di errori. E i giornalisti scrivono di tutto. Di conseguenza, tutto ciò che viene stampato nei giornali è in qualche modo inesatto. “Oggi la maggior parte dei giornalisti non sa di cosa parla. Le loro comunicazioni possono essere la verità, possono risultare inesatte – non lo sanno” (p. 28 [2]). “Ma perché la professione di giornalista ha perso la sua funzione fondamentale? – domanda l'autore. – Perché la ricerca della verità si è trasformata in produzione di bugie?” (p. 45).

Qualcuno una volta ha comunicato: “La Terra è piatta”. Oggi alle persone istruite è noto che non è così. Ma finora riceviamo notizie dalla Terra piatta.

Il giornalismo senza verifica è come un organismo umano senza sistema immunitario. E' indispensabile verificare un'informazione – è l'ABC della professione. Ma qualcosa è cambiato e il sistema immunitario è collassato. E' strano, ma i giornalisti hanno smesso di verificare le informazioni che diffondono per tutto il pianeta. Effettivamente, le redazioni da loro neanche se lo aspettano.

L'inevitabile realtà del giornalismo è l'indispensabilità di consegnare il materiale entro il termine e, di conseguenza, la possibilità di analizzare una questione da ogni parte è limitata. Ma eccovi un esempio, in cui i giornalisti hanno avuto alcuni anni per chiarire un problema, ma semplicemente non l'hanno fatto.

Il “Problema-2000 dei computer” è un esempio sistematico di una stupidità diffusa dai mezzi di informazione di massa in tutto il mondo. La storia cominciò una domenica mattina nel maggio del 1993 a Toronto (Canada). Nel “Financial post” cittadino da qualche parte nella 37a pagina era posta una breve nota di un solo paragrafo dal titolo “Il cambio di secolo causa problemi ai computer”. Un certo Peter de Jager avvertiva che a mezzanotte, quando sarebbe cominciato il nuovo secolo, molti computer avrebbero cominciato ad andare in tilt. Inizialmente questa comunicazione passò quasi inosservata. Poi questa piccola storia cominciò pian piano a diffondersi per il pianeta. Nel 1995 raggiunse l'Europa, l'Australia e il Giappone. Verso il 1997 di essa già scrivevano i mezzi di informazione di massa di tutto il mondo. In seguito si verificò una crescita a valanga di articoli con descrizioni degli orrori del millennio.

Fin dall'inizio gli specialisti capirono che i problemi avrebbero potuto sorgere solo con i computer con orologi interni (ce ne sono in tutti i computer di uso comune, ma non ci sono nella maggior parte di quelli inseriti nei sistemi di controllo delle grandi organizzazioni), peraltro solo se questi orologi avessero utilizzato un calendario e non avessero tenuto conto dell'intervallo tra due date ed esclusivamente se questi orologi avessero utilizzato due cifre nel registro dell'anno e non quattro.

Più ci si avvicinava al 2000, più organizzazioni chiedevano soldi ai governi per rinnovare il proprio parco computer, anche se non correvano rischi neppure per idea. I produttori di computer si lanciarono a vendere quanti più nuovi modelli possibile. I giornalisti li aiutavano con tutte le forze. Perché? Ci sono due risposte: per via della propria ottusità o perché gli conveniva? I governi credettero ai giornalisti (evidentemente là c'erano ancora meno persone istruite che tra i giornalisti). E perfino la NATO intervenne avvertendo che nubi di razzi russi avrebbero coperto l'Occidente nella notte di Capodanno del 2000 (p. 25). Alla fin fine, il problema fu valutato da persone che non capivano nulla di ciò che enunciavano. Ogni sorta di maniaci e di gruppi religiosi profetizzò la venuta dell'apocalisse.

Un altro esempio. La rivista “Economist” pubblicò un rapporto sull'influenza dei lavoratori stranieri sulla vita di Londra. Il rapporto era del tutto positivo. L'afflusso di questi lavoratori ha dato a Londra la più alta crescita dell'economia nel paese, il 67% degli immigrati era di paesi con un alto livello di vita, molti di loro erano più istruiti della maggior parte dei londinesi. Ma ristampato dal “Daily Mail”, si trasformò in una cattiva notizia con la chiara indicazione di un nemico. Il giornale cominciava con due frasi del tutto false, che non erano nel rapporto: “Londra è diventata la capitale dell'immigrazione del mondo, secondo il rapporto. Gli stranieri si insediano a Londra perfino più che a New York o a Los Angeles”. Non c'era nulla di simile nell'“Economist”. In seguito il “Mail” inserì da solo alcuni paragrafi micidiali, senza fondamento. Cosa può scusare un giornalismo del genere?

Tutte queste sono notizie dalla Terra piatta. L'articolo compare per essere veritiero. Viene preso anche dai lettori come verità. Bisogna fare uno sforzo su di se per supporre che ciò che si è letto è falso, perfino se l'articolo è letteralmente riempito di falsità e propaganda.

Le dimensioni della disgrazia

Ma si lamentano della stampa? Alla commissione britannica per le lamentele sulla stampa in dieci anni sono giunte 28227 lamentele. Queste riguardavano non solo gli errori, ma anche le intrusioni nella vita privata, il comportamento non etico, ecc. 25457 lamentele, cioè più del 90%, sono state respinte per motivi di forma senza esaminarne la sostanza. Solo 2770 lamentele (il 9,8%) sono state prese in esame. La maggior parte di esse (2322) sono finite con scuse da parte dei giornali. Ciò conferma le dimensioni degli errori dei giornali.

Il mondo è pieno di gente che si sforza di giustificare i fallimenti dei mezzi di informazione di massa: alcuni politici di professione, un piccolo esercito di studiosi universitari dei mezzi di informazione di massa e i loro studenti e anche una parte di lettori, che capisce che non merita credere a tutto ciò che è messo a disposizione dai giornali.

Stabilire le dimensioni reali delle notizie dalla Terra piatta è abbastanza difficile. Ci si può orientare sullo studio di Philip Meyer, professore di giornalismo dell'università della Carolina del Nord, condotto in questo stato e nello stato dell'Oregon. Nel 2004 questi mostrò che nel 21% degli articoli gli errori sono semplici, tipo l'inesatta trascrizione dei nomi, nel 18% questi contengono errori di cifre e nel 53% i cosiddetti lievi errori, per esempio illazioni invece di dimostrazioni, esagerazioni o citazioni fuori dal contesto. Poiché una cosa non esclude l'altra, questi errori si combinano. In totale le imprecisioni sono contenute nel 59% degli articoli. Altrimenti detto, tre articoli su cinque sono in qualche modo inesatti.

Secondo studi condotti dall'università di Cardiff, il 60% degli articoli consiste in ristampe o in materiali messi a disposizione dalle agenzie di PR. Un altro 20% contiene evidenti elementi di PR. L'8% è basato su fonti dubbie, che è impossibile verificare. Solo il 12% dei materiali della stampa è creato dagli stessi giornalisti (p. 52).

Comunque restano ancora giornalisti che cercano da soli il materiale, lo scrivono e lo verificano da soli per dire la verità. Tuttavia la conclusione dello studio di Cardiff è categorica: per la pratica quotidiana del giornalismo questa è un'eccezione, piuttosto che una regola.

Adesso valutiamo le dimensioni dell'attività dei servizi di PR. A metà degli anni '70 gli addetti alle PR si incontravano abbastanza raramente. Adesso ogni organizzazione o individuo interessati al fatto che la stampa scriva di loro assume specialisti di PR. Negli anni '80 i giornalisti che perdevano il lavoro passavano il “ponte” e andavano alle PR. Oggi in Gran Bretagna, per esempio, ce ne sono perfino più che giornalisti. Il materiale può essere veritiero, ma senza PR non ha quasi chance di pubblicazione. Senza appoggi di PR il materiale non capiterà mai tra le notizie. “Non voglio dire che tutte le PR sono bugie. Non è così. Ma la vera preoccupazione è causata dal fatto che buona parte del flusso di notizie viene alla luce del tutto senza giornalisti, che potrebbero determinare dov'è la verità e dov'è la bugia” (p. 89).

Quasi tutte le interviste non sono affatto create da giornalisti che cercano risposte a domande attuali, ma da consiglieri di PR, che fanno le notizie per vendere politica o un prodotto. Il PR crea pseudo-fatti. Il PR fabbrica pseudo-prove. Il PR produce pseudo-esperti. Il PR crea pseudo-istituti, in cui lavorano due-tre persone e i loro capi intervengono dagli schermi con titoli pseudo-accademici come “direttore delle ricerche”, ecc. Il PR crea perfino pseudo-malattie tipo la malattia degli interventi pubblici o la sindrome della fame notturna, le comunicazioni sulle quali sono prodotte da agenzie di PR che lavorano per le compagnie farmaceutiche (p. 166—177).

Il PR fa appello all'irrazionale. La persona che più di altre ha fatto per i PR è Edvard L. Bernays, nipote di Sigmund Freud. Questi studiò i lavori dello zio cercando di applicare i metodi di aiuto a singole persone per influenzare intere comunità. Di fatto si sforzò di imparare a dirigerle. E gli riuscì. Già viviamo in uno pseudo-mondo. Viviamo su una Terra piatta.

E così si origina il quadro seguente. I giornalisti, che non hanno tempo di cercare e trovare i propri soggetti, si occupano di elaborazione di materiali preparati per loro dalle agenzie di PR. Come minimo, questo li coinvolge nella diffusione di materiali sotto un determinato angolo visivo, che riflette gli interessi politici o commerciali di qualcuno. Nel peggiore dei casi questo li costringe a diffondere false comunicazione. Le fabbriche di notizie scelgono i materiali, i fatti e gli scorci secondo le proprie regole, per cui l'importanza e la veridicità delle notizie non sono la cosa principale. L'industria delle PR porta in questo la sua parte di irrazionalità, dando la prevalenza a fatti e idee che siano privi di pericoli, soprattutto a quelli che provengono da fonti ufficiali. Le fabbriche di notizie si sforzano di riprodurre lo sguardo su questo mondo immaginario.

Non tocchiamo qui le operazioni dei servizi segreti con l'utilizzo di mezzi di informazione di massa, pure descritte nel libro, o i metodi di deformazione del quadro del mondo applicati dai militari. E' sufficiente un solo esempio, quando gli aerei della NATO bombardarono una colonna di civili in Serbia. Le spiegazioni furono le seguente: in primo luogo, quest'incidente non c'era stato; in secondo luogo, il fatto era accaduto, ma gli aerei della NATO non ne erano responsabili; in terzo luogo, avrebbero potuto essere aerei della NATO, ma nella colonna c'era un carro armato serbo; in quarto luogo, era la NATO, ma i serbi avevano agito ben peggio in altri casi; e finalmente che la NATO esprimeva profondo rammarico per le vite perdute (p. 243).

Il “giornalismo-centrifuga”

Negli anni '60 il teorico dei mezzi di informazione di massa Marshall McLuhan, vedendo lo sviluppo delle comunicazioni di massa nel mondo, avanzò la tesi del “villaggio globale”. Sarebbe bene, certamente, vedere i mezzi di informazione di massa in questo villaggio come maestri di scuola, che istruiscono il mondo nell'ambito della politica e della cultura, dello sport e delle idee. Ma i mezzi di informazione di massa oggi risultano piuttosto lo scemo del villaggio, che crede a tutti e corre dove gli indicano (c. 5). Per esso Davies introduce un termine speciale - “ciurnalismo” (churnalism [3]), “giornalismo-centrifuga”, che significa giornalismo che ha perso la capacità di raccontare ai propri lettori, cos'avviene in realtà nel mondo intorno ad esso. In esso lavorano persone che non cercano più notizie, ma vanno solo a caccia su Internet in cerca di materiali, da cui, come in una centrifuga, condensano i propri articoli, siano importanti o banali, veri o falsi (p. 59). L'essenza del giornalismo moderno è la rielaborazione di materiali di seconda mano non verificati, la maggior parte dei quali sono press-release dettati dagli interessi politici o commerciali di qualcuno. Ecco perché abbiamo così tante notizie dalla Terra piatta. Peraltro adesso sono diventate globali.

Il problema del “giornalismo-centrifuga” è complicato dalla comparsa di nuovi siti, appoggiati da giornalisti professionisti. Per questi la possibilità di pubblicazione dei loro materiali diventa immediatamente un imperativo: passare meno tempo al lavoro, non perdere tempo con verifiche.

Cinque minuti – ecco la norma moderna per i titoli delle notizie. Ciò significa che nel giro di cinque minuti dovete inventarle e fornirle di un breve testo di quattro paragrafi. Merita dire che i secondi economizzati semplicemente non lasciano tempo per una verifica o per la consultazione di uno specialista (p. 70)?

Il danno per il giornalismo non si limita alla perdita dello scopo fondamentale – raccontare la verità alla gente. Di fatto questa funzione è passata dai giornalisti a mani esterne. Il vecchio modello, in cui giornalisti e redattori determinavano da soli cosa raccontare al lettore e da quale punto di vista, è quasi morta (infatti solo nel 12% delle testate i giornalisti si sono conservati). L'invisibile giornalista “neutrale” della fabbrica delle notizie seleziona le comunicazioni per la pubblicazione secondo la linea indicata. La scelta si produce secondo le regole del “giornalismo-centrifuga” – un proprio tipo di controllo qualità del sistema, che rifiuta qualsiasi materiale che vada contro le richieste stabilite.

Il grande blockbuster dei miti del giornalismo moderno.

L'idea che un buon giornale o un buon canale semplicemente cerchi e riproduca la verità oggettiva è la classica fiaba della Terra piatta. Questo non è mai stato e non sarà mai, perché non può essere. La realtà esiste oggettivamente, ma qualsiasi tentativo di registrare la verità su di essa include sempre e ovunque una scelta: cosa dire, cosa tacere. In questo senso tutte le notizie sono artificiali.

“Certo, sapevo che di tanto in tanto facciamo errori seri, – scrive Davies. – Ma finché non ho cominciato a lavorare sul libro non ho avuto chiara idea di quanto siamo diventati deboli, quanto adesso non possiamo dire la verità. Non parlo di giornalisti che fanno errori. Gli errori possono essere onesti. Non parlo di personalità che screditano la nostra professione. In essa sono rimaste ancora persone buone, coraggiose, oneste. Parlo del fatto che quasi tutti i giornalisti del mondo sviluppato lavorano in una loro sorta di zona professionale, che distrugge e mina il loro spirito. Parlo del fatto che, alla fin fine, mi hanno costretto ad ammettere che svolgo una professione corrotta” (pp. 2-3).

La verità si vende per preferenze politiche o per convenienza commerciale. Se con l'onestà si valuta il valore del giornalismo, allora la professione si può qualificare precisamente come del tutto svalutata. E se oltre a questo si considera l'influenza della pubblicità e delle PR…

I nuovi proprietari dei mezzi di informazione di massa hanno spostato le loro proprietà dalla propaganda al commercio. Davies rivolge l'attenzione alla tendenza alla chiusura dei giornali che appoggiavano i propri reporter senza paura nella ricerca della verità. Qui fondamentalmente il giornalismo si scontra con il problema irrisolto che convenzionalmente chiamiamo “stampa libera”: come bisogna valutare il successo commerciale di un giornale libero con gli interessi del mondo degli affari che dominano sempre sulla libertà? (p. 60).

Oggi andiamo tutti sempre più profondamente in una nuova era di falsità, in cui le primitive contraddizioni della ricerca della verità sono diventate il fondamento dell'industria che oggi è profondamente colpita (p. 23).

E' un mondo immaginario. E' la Terra piatta.

* * *

In ciò che ho raccontato c'è un qualche pericolo di esagerazione. Prima di tutto non c'è mai stata un'“età dell'oro”, quando tutti i giornalisti erano liberi e dicevano la verità. Questi hanno sempre dovuto muoversi contro corrente e hanno sempre sperimentato tentativi di ingerenza nel loro lavoro. In secondo luogo, neanche oggi si è trasformato tutto in “giornalismo-centrifuga”. Sono rimasti ancora reporter a cui tocca lavorare in condizioni molto difficili e dimostrare vero coraggio per trovare e dire la verità alla gente. Ma la maggior parte dei giornali pur stimati contiene materiali di seconda mano, non verificati, offerti da persona che nel migliore dei casi sono inaffidabili e nel peggiore si occupano di manipolazione intenzionale.

Molti giornalisti diranno che non gli accade nulla di simile. Che il loro lavoro è la ricerca di informazioni. Che lo stato non determinare cosa bisogna o non bisogna pubblicare. Che è semplicemente il lavoro della stampa libera. La maggior parte di essi dirà che lavora nell'interesse della società (p. 265).

“Temo che nel tentativo di indicare le malattie dei mezzi di informazione di massa abbia fatto la fotografia di un tumore maligno. Non è escluso che questa aiuterà a esaminare meglio l'infermità. Ma sospetto che stiamo vedendo lo stadio finale della malattia”, – constata l'autore (p. 397).

Tale è il mondo delle notizie. Tutto ciò che appare in esse è il risultato dell'azione di forze che stritolano la realtà fino a un piccolo blocco di comunicazioni, spesso non verificate, di solito create dalle agenzie di PR. Questa immagine del mondo immaginario viene presentata ogni giorno al pubblico. Questo è già accaduto. Davanti a noi c'è l'idiota del villaggio globale.

A tutti quelli che ancora comprano almeno un giornale o accendono, anche di rado, il televisore merita leggere questo libro.

P.S. E tutti, se verificate, vi convincerete che la Terra non è piatta.

Come si fa

Le regole del “giornalismo-centrifuga”
(Nick Davies, pp. 114-154)

1. Scegli materiali semplici
La regola richiede di scegliere materiali che: а) sia facile mettere in copertina e b) non sia pericoloso pubblicare. Questa rinnega le ricerche raffinate a vantaggio di notizie molto facili da ottenere. Una storia semplice va automaticamente tra i titoli delle notizie.

2. Scegli fatti privi di pericoli
La regola orienta i giornalisti su affermazioni di fatti che siano del tutto prive di pericoli, soprattutto su quelle che provengono da fonti ufficiali. In particolare, se le autorità accusano una persona di un reato penale, la stampa non può mettere questo in dubbio. Se invece una persona accusa le autorità di aver commesso un reato, alla stampa non merita citare il fatto.

3. Fuggi l'elettroshock
La regola sviluppa la precedente nel caso di organizzazioni e/o individui che hanno potere, prevenendo dal causar loro danno. (I contadini di solito circondano il campo di cavi scoperti con la corrente e le mucche non superano la linea pericolosa.)

4. Scegli idee prive di pericoli
Questa regola estende la regola 2 al mondo delle idee e richiede di attenersi ai valori politici e morali accettati. Notiamo che tali valori raramente sono formulati in modo chiaro nei materiali pubblicati, ma di solito sono nascosti nel contenuto. Bisogna saperli trovare.

5. Tieniti in equilibrio
Un'altra regola di sicurezza. Significa che, se pubblicate un materiale che non è del tutto privo di pericoli secondo le regole 2 e 4, è indispensabile riportare un paio di citazioni del punto di vista opposto. L'equilibrio non è una richiesta di scuse, in quanto, essenzialmente, non avete detto niente. La regola è buona per l'esposizione dei fatti, ma è più complessa per quanto riguarda i fatti e significa che con questa i giornalisti si liberano dalla propria funzione fondamentale – dire la verità.

6. Dagli quello che vogliono
La regola è più nota fuori dal mondo giornalistico. Questa richiede che gli articoli facciano aumentare il pubblico di lettori. Se possiamo vendere qualcosa, racconteremo di questo. Come disse nel suo libro “L'immagine” Daniel Boorstin, storico americano: “La libertà di parola e di stampa include la libertà di creare pseudo-fatti”.

7. Le priorità contro la verità
La regola amplia l'imperativo commerciale della regola 6 oltre i limiti della scelta dei materiali per la pubblicazione e stabilisce le condizioni preliminari, a cui deve corrispondere il modo di esposizione. Così l'interesse per il tema vale più della sostanza della questione, il concreto è meglio dell'astratto, il fatto è meglio del processo, il moderno è meglio dello storico, la semplicità è meglio della difficoltà, la determinatezza è meglio del dubbio indipendentemente dal fatto che porti alla verità o no.

8. Dagli ciò in cui vogliono credere
La regola stabilisce i limiti della regola 6. Il lettore ha sempre ragione. Non vendere al lettore ciò in cui non crede.

9. Utilizza il panico morale
La regola si applica solo in tempi di crisi e consiste nel tentativo di vendere al pubblico il suo stato psicologico.

10. La sindrome delle Tartarughe Ninja
Il nome è legato al problema dei genitori, che cercavano di difendere I propri figli da alcune serie televisive popolari negli anni '90 come “Le Tartarughe Ninja”, da cui gli adolescenti venivano a sapere che Leonardo e Raffaello non sono artisti dell'epoca del Rinascimento, ma rettili armati fino ai denti. Alla fin fine, essi stessi presero a dubitare della propria politica, quando scoprirono che i loro figli, andando a scuola, dove si parlava solo delle tartarughe, cominciavano a sentirsi isolati, non essendo al corrente delle ultime avventure dei mutanti.
La regola richiede ai mezzi di informazione di massa di raccontare ciò che è già ampiamente pubblicato ovunque, anche se questi materiali non hanno alcun senso. E' una regola potente, che gioca un ruolo decisivo nella diffusione di notizie dalla Terra piatta.

Jurij Baturin [4]

08.12.2010, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2010/138/24.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Traduco dalla traduzione russa.

[2] Le pagine sono quelle dell'edizione russa del libro di Nick Davies “Flat Earth News” (Notizie dalla Terra piatta).

[3] Va detto che il gioco di parole tra churn (centrifuga) e journalism (giornalismo) funziona solo in inglese.

[4] Jurij Michajlovič Baturin, astronauta, politologo e giurista.

08 dicembre 2010

Grande Zahavi



Eran Zahavi dello Hapoel Tel-Aviv segna un gol spettacolare al Lione. Un predestinato fin dal nome, se è vero che Eran significa "sveglio, vigilante" e Zahavi "aureo". Grande anche qui

John Lennon

Sobibór, una storia che non va dimenticata

La fuga dal campo della morte continua




Sobibór non rilascia né i suoi prigionieri, né i suoi carnefici


La decorazione non ha trovato l'eroe

Aleksandr Pečerskij, che capeggiò l'unica rivolta di prigionieri dei campi di concentramento nazisti ad avere successo, è morto a Rostov sul Don [1] in un appartamento in coabitazione. Senza aver ricevuto un'onorificenza, neanche una medaglia

“Uomini – a destra. Donne e bambini – a sinistra”. Il 15enne basso e magro Tojvi Blatt, che ancora tiene la mamma per mano, deve decidere in qualche secondo come gli sia più conveniente presentarsi: come uomo o come bambino.

Aprile 1943. Blatt con la sua famiglia e alcune centinaia di ebrei del ghetto della cittadina polacca di Izbica sono portati a Sobibór – uno dei campi di sterminio tedeschi non lontano dalla frontiera polacca con la Bielorussia. Tojvi prende una decisione e va a destra.

“Baciai la mamma. Avevo voglia di dirle qualcosa di importante, sentivo che non ci saremmo più visti. Ma per qualche motivo mi venne fuori: “Ecco, tu ieri non mi hai fatto finire di bere il latte. Volevi lasciarlo per oggi”. E allora lei rispose: “Davvero pensi a QUESTO in un momento del genere?” Non vidi più né lei, né papà, né mio fratello. Presto seppi che li avevano soffocati tutti con il gas e bruciati”.

L'83enne Thomas (Tojvi) Blatt tace per qualche secondo. Nell'aula dell'Università Europea di Cracovia, dove interviene davanti a professori e studenti, c'è silenzio – solo raramente scatta una macchina fotografica o risuona un colpo di tosse sordo di qualcuno. Per la decima, forse per la centesima volta Blatt descrive la scena dell'addio ai familiari, il dialogo con la mamma, che in tutti questi hanno avrebbe dolorosamente voluto cambiare. Ma il racconto di Sobibór è il senso della sua vita. Il tributo della memoria di 250 mila ebrei trasformati in cenere. E ancora – il tributo della memoria della persona, che spesso chiama “il mio eroe”.

– Io sono vivo e oggi intervengo davanti a voi solo grazie a una persona – Saša Aronovič Pečerskij, – dice Blatt. – E' un ufficiale sovietico, capo della nostra rivolta.

La rivolta dei prigionieri del campo della morte di Sobibór è chiamata dagli storici l'unica rivolta ad avere successo in tutta la storia della Seconda Guerra Mondiale. Nel corso di un solo giorno, il 14 ottobre 1943 un gruppo di reclusi uccise la maggior parte dei nazisti e alcune guardie ucraine, cosa che permise a tutti i prigionieri di andare in libertà. Molti furono uccisi durante la fuga, altri poi morirono in battaglia contro i fascisti o per mano dei nazionalisti polacchi. 130 persone rinunciarono a fuggire e furono giustiziate il giorno seguente. Circa cinquanta vissero fino alla fine della guerra, cinque sono ancora vive.

* * *

Il 34enne tenente dell'Armata Rossa Aleksandr Pečerskij insieme ad altri prigionieri di guerra ebrei sovietici giunse in scaglione a Sobibór dal campo di lavoro delle SS a Minsk in via Širokaja nel settembre 1943. Di 2000 persone i nazisti ne scelsero 80 per il lavoro, i restanti furono soffocati con il gas in quel giorno.

Presto l'ufficiale sovietico entrò in conflitto con uno dei principali capi del lager.

“Spaccavamo i ceppi, – questo racconto di Pečerskij è stato registrato da una videocamera dilettantesca nel 1984. – Davanti a me stava un olandese – un giovane con gli occhiali… Questo olandese non dico spaccare, non poteva neanche sollevare una scure ed ecco che Frenzel (l'obersturmführer [2] delle SS Karl Frenzel, terzo nella gerarchia di comando del lager) lo notò. Si avvicina, si pone dietro l'olandese, l'olandese solleva la scure, Frenzel la frusta. Amava picchiare la gente così, per dare un certo ritmo. Io guardai questa scena, Frenzel lo notò e disse: “Сome, come” [3].

… Mi avvicinai, egli scelse un grande ceppo, lo mise in piedi, indicò l'orologio e disse: “Cinque minuti. Se lo spacchi – un pacchetto di sigarette, se non lo spacchi - 25 frustate”. E quando spaccai questo ceppo, mi porse le sigarette con un sorriso, indicò l'orologio e disse: “4,5 minuti”. Gli dico: “Grazie, non fumo”. Egli… va e torna con mezza forma di pane e un pacchetto di margarina. Sapevo da dove aveva preso questo pane. – Qui la voce di Pečerskij comincia a tremare per le lacrime incipienti. – L'aveva preso nel secondo campo (il luogo dove la gente che arrivava a scaglioni lasciava tutte le proprie cose e i propri vestiti, per poi proseguire nel terzo campo – alle camere a gas. – nota dell'autrice) E mi sembrò che gocciolasse sangue dalle sue dita, perché questo pane era stato portato da persone che erano state tutte annientate. E per me fu terribile, quando vidi queste gocce di sangue. Dissi: “Grazie, quello che ricevo qui per me è del tutto sufficiente”. La sua mano tremò”.

Questo episodio, istantaneamente diffusosi per il lager, confermò soltanto il gruppo clandestino nella scelta del leader della rivolta. Inoltre Pečerskij era più vecchio della maggior parte dei prigionieri di guerra sovietici, era un ufficiale e un membro del partito.

Il piano era molto semplice e molto ardito: le SS una dopo l'altra erano invitate a una prova nei laboratori, dove li attendeva una trappola. Le armi del nazista passavano ai rivoltosi, il corpo della persona uccisa veniva nascosti, il sangue veniva coperto di sabbia e si aspettava l'ospite successivo.

“Conoscevo solo Pečerskij. Tutti quelli che parteciparono alla rivolta conoscevano solo lui. Non sapevo chi altro partecipasse”, – ricorda l'89enne Arkadij Vajspapir, che vive a Kiev. Uno dei compagni più prossimi a Pečerskij, Arkadij Moiseevič, ricorda bene quel giorno: allora Saša gli dette il compito di uccidere due fascisti [4] nel laboratorio di sartoria.

“I sarti gli misuravano i vestiti e noi ci avvicinavamo da dietro con le asce, – ricorda Vajspapir. – Certo, una cosa terribile. Dopo uscii – andai da Pečerskij. “Ecco le pistole”. Una la detti a lui, una la tenni per me. Egli dice: “Sai, Arkadij, Frenzel è ancora vivo”. Gli dico: “Guardami. Posso fare ancora qualcosa in questo stato?!» Ero scosso. Era molto pesante… Per quanto odiassi Frenzel, uccidere con una pistola è una cosa, uccidere con un'ascia è tutta un'altra…”

La puntualità tedesca aiutò gli insorti: i fascisti giunsero proprio al momento indicato. Nel corso di un'ora 11 persone furono uccise, tuttavia poi non tutto andò secondo il piano: Frenzel, evidentemente, sospettò qualcosa e non comparve alla prova, non si riuscì a prendere il magazzino con le armi. Pečerskij invitò tutti i prigionieri effettivamente raccoltisi a fuggire.

Nell'aula dell'università di Cracovia si spegne la luce, Blatt da il via a un DVD e mostra uno spezzone del film “Fuga da Sobibór”.

Rutger Hauer nel ruolo di Pečerskij con la pistola in pugno si rivolge alla folla di prigionieri:

“E chi rimarrà vivo racconterà al mondo cos'è successo qui”.

La folla fugge verso il filo spinato sotto il fuoco delle mitragliatrici, lo taglia con coltelli e asce, una ragazza si impiglia con il vestito nel filo e cerca spasmodicamente di liberarsi… La gente si porta nel bosco, molti saltano in aria sulle mine…

– Nel film di principio tutto è mostrato correttamente, ma non completamente, – dice poi Blatt. – Per esempio, la ragazza che cerca di liberare il vestito… ma niente del genere! Là eravamo pronti a strapparci la pelle di dosso pur di liberarci…

Nel bosco i sopravvissuti si divisero in gruppi. Quello capeggiato da Saša andò nei boschi della Bielorussia e si incontrò con i partigiani. Davanti a loro c'era ancora un anno e mezzo di guerra, per Pečerskij parte di questo – com'era spesso con gli ex prigionieri – in un battaglione d'assalto (versione “morbida” del battaglione punitivo).

– Vorresti di nuovo essere a Sobibór? – chiese a Pečerskij lo scrittore Richard Rashke, quando nel corso del lavoro sul libro “Fuga da Sobibór” giunse in Unione Sovietica. Pečerskij, finita la guerra senza una sola onorificenza, gravemente ferito, ma “riscattata la sua colpa davanti alla Patria con il sangue”, per lungo tempo non poté trovare lavoro per il suo “quinto punto” [5] e solo dopo la morte di Stalin si impiegò in una fabbrica metalmeccanica.

– Ci andrei domani, – rispose Saša.

Ma non era destinato ad essere nel luogo del suo gesto eroico fino alla morte nel 1990. Il governo sovietico si rifiutò di lasciar andare Pečerskij sia a Sobibór per le cerimonie in memoria negli anniversari della rivolta, sia ai processi ai nazisti rimasti in vita.

“Per questo processo invitarono mio padre e Pečerskij in Germania, – racconta il figlio di Arkadij Vajspapir Michail. – Ricordi, giunsero giuristi dalla Germania? – Suo padre annuisce. – Questi chiesero ancora a suo padre: “Ma perché non vuole andare in Germania?” Mio padre gli rispose bene: “Non sono certo che potrete garantire la mia sicurezza”. E tutti capirono tutto”.

Blatt a questo processo fu uno dei testimoni principali dell'accusa, proprio allora si incontrò personalmente con il principale imputato – Karl Frenzel.

“Sapevo che si trovava nell'hotel, – ricorda Blatt, – e chiesi a un suo amico tedesco di passare da lui e farsi dare da lui un'informazione necessaria per il mio libro. Presto l'amico mi telefonò e disse: “Vuole parlare personalmente con te”.

Si incontrarono – carnefice e vittima – 40 anni dopo la rivolta. Per la prima volta nella storia un prigioniero di un campo della morte intervistò un comandante.

– Cosa sentì quando conversò con Frenzel?

– Niente. – Blatt sorride leggermente. – Se avessi sentito qualcosa non avrei potuto parlare con lui. Capivo che dovevo comunicare con lui per la storia e mi era indifferente cosa avrebbe detto la gente. Precisamente come a Sobibór, quando persi tutta la mia famiglia, non sentii niente. Qualcosa mi prevenne da ogni sentimento.

Alla fine degli anni Ottanta le frontiere si aprirono, ma Pečerskij era già troppo debole per andarsene. Morì all'età di 80 anni a Rostov sul Don in quell'appartamento in coabitazione dove visse tutti i suoi anni di vita dopo la guerra.

– Ero al suo funerale, – ricorda Arkadij Vajspapir. – Là c'era la sua famiglia, c'era la gente di Rostov. Lo stimavano a Rostov.

– Lo seppellirono con gli onori militari?

La domanda costringe Arkadij Moiseevič a sorridere amaramente.

– No. Certamente no.

Negli ultimi anni della sua vita Pečerskij vide comunque il film “Fuga da Sobibór”, girato sulla base del libro di Richard Rashke.

“Ricordo che ci inviarono questo film e invitammo a casa un traduttore simultaneo. Egli sedeva accanto al nonno e traduceva, – dice Anton. – Al nonno il film piacque molto”.

Negli ultimi 5-6 anni, grazie agli sforzi del centro di studi e ricerche russo “Olocausto”, l'interesse per Pečerskij e la rivolta a Sobibór ha avuto un nuovo impulso.

Negli anni 2008-2010 sono uscite due edizioni del libro “Sobibór. (Rivolta nel campo della morte)” a cura di S. Vilenskij, G. Gorbovickij e L. Teruškin e la prima traduzione in russo del libro di Richard Rashke “Fuga da Sobibór”. Nel 2010 i registi Aleksandr Martujan e Vladimir Dvinskij hanno girato il documentario “Aritmetica della libertà”, che, tra l'altro, non è arrivato ai canali televisivi federali.

“Pečerskij e i suoi compagni sono eroi dimenticati, il cui gesto solo ora è veramente valutato dagli storici, – dice il direttore dell'archivio del centro “Olocausto” Leonid Teruškin. – E' molto difficile costringere a studiare la storia dell'Olocausto e la parte non da parata della storia della guerra. Forse abbiamo già perduto 2-3 generazioni, che già non si interesseranno di questo. Per quelli che oggi hanno dai 15 anni in poi ci sforziamo di liquidare le macchie bianche”.

Thomas Blatt si fa scuro quando si mettono a parlare con lui del destino di Pečerskij dopo la guerra.

– Gli chiesi (durante una visita a Rostov) se avesse una qualche medaglia del governo. Rispose: “Niente”. – “Perché?” Aprì la porta, guardò se non ci fosse nessuno nel corridoio e disse: “Ma perché sono ebreo”.

Blatt è stanco e noi ci accomiatiamo. Il giorno seguente gli tocca una lunga strada attraverso la Polonia fino al confine con la Bielorussia, là dove tra i pini giacciono nella terra le ossa di 250000 persone torturate. Torna in questo posto ogni anno per raccontare di nuovo agli scolari polacchi e ai turisti stranieri la storia della disumana crudeltà dei nazisti, della tragedia degli ebrei torturati senza colpa, del folle coraggio degli insorti. E, certamente, di Saša.

Marija Èjsmont
Cracovia

06.12.2010, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2010/137/26.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Città della Russia meridionale.

[2] Qualcosa tipo “tenente colonnello”.

[3] Errore di trascrizione. Certamente avrà detto in tedesco “Komm, komm”.

[4] Fuori dall'Italia i termini “nazista” e “fascista” sono utilizzati abbastanza indifferentemente.

[5] Il quinto punto del passaporto sovietico (unico documento di identità) riportava la “nazionalità”, cioè l'appartenenza etnica e Pečerskij risultava “ebreo”...