23 aprile 2007
Ma di chi sto parlando?
Un articolo "provocatorio"
di Giulio Meotti
Tratto da "Il Foglio" del 21 aprile 2007
In Vaticano circola una barzelletta. Il teologo svizzero progressista
Hans Küng si reca in Paradiso a discutere le proprie teorie con san
Pietro. Dopo l’incontro, esce in lacrime: “Come ho potuto sbagliare
tanto?”. Tocca al prete eretico Leonardo Boff ed esce in lacrime: “Come
ho potuto sbagliare tanto?”. Poi è la volta di Joseph Ratzinger, il
tedesco che è diventato Papa come Benedetto XVI. Alla fine dell’
incontro, è san Pietro che esce in lacrime: “Come ho potuto sbagliare
tanto?”.
Joseph Ratzinger è il primo “Papa teologo” da molto tempo. Uno
scrittore di cose vaticane una volta ha detto che nessun altro tedesco
dai tempi di Martin Lutero ha avuto un effetto così profondo sulla
chiesa. Mentre Karol Wojtyla era un grande prelato, Joseph Ratzinger è
l’autore dei manuali usati nei seminari e nelle università. Allo stesso
tempo, è capace di insegnare teologia agli umili e ai bambini. Nei suoi
venticinque anni come capo della congregazione per la Dottrina e la
fede, precedentemente nota come la Santa Inquisizione, il cardinale
Ratzinger era noto per le sue visioni ortodosse e tenaci. Ma a due anni
dall’elezione papale, e a pochi giorni dal suo ottantesimo compleanno,
ha stupito coloro che temevano il “Rottweiler di Dio”.
Benedetto XVI finora ha scritto un’enciclica, intitolata “Deus Caritas
Est”, Dio è amore – non esattamente il tema che ti aspetteresti da un
“Panzer Pope”. E’ uno dei documenti più inclusivi della teologia
cattolica. Non erano molti a creder che un pastore bavarese, il figlio
di un gendarme tedesco, sarebbe diventato, in soli due anni, uno dei
pontefici più popolari nella storia. I numeri non mentono. Raddoppiati
per quanto riguarda le persone che affollano piazza San Pietro rispetto
a quelli già alti di Giovanni Paolo II. Küng, uno dei più celebri
dissidenti del cattolicesimo romano, riconosce che “Benedetto è aperto
a idee nuove”. Entrambi insegnavano all’Università di Tubinga negli
anni Sessanta, una sorta di Mecca dei cattolici progressisti, e allora
Küng amava deridere il collega per le sue aule vuote. Joseph Ratzinger
non diceva ciò che gli studenti nel 1968 volevano sentire. L’ex
architetto del Kulturkampf di Giovanni Paolo II accetta serenamente le
sfide della secolarizzazione. Ha dimostrato di non essere quel “rigido
inquisitore” come lo chiamavano. Nel 1979 il Vaticano revocò a Küng la
licenza di insegnare teologia cattolica per aver messo in discussione l’
infallibilità del Papa. Giovanni Paolo II non ha mai incontrato o
parlato con Küng per un quarto di secolo. Papa Benedetto XVI lo ha
ricevuto dopo solo un anno.
Se il cardinale Ratzinger sorresse la fede, Papa Benedetto deve
diffonderla. Sa che non può sperare nelle conversioni di massa o nell’
evangelizzazione di intere popolazioni. Ma può lavorare per una
“cristianità visibile e orgogliosa”. Ovviamente non aprirà mai ai preti
sposati e alle donne, ma non è un Papa convenzionalmente conservatore.
E’ il Papa dell’inedita apertura al dialogo con i non credenti, il
pontefice della persuasione razionale. Dopo tutto era un giovane
peritus (consulente) al Concilio Vaticano II, che ha profondamente
modernizzato la chiesa cattolica, consentendo l’uso delle lingue
nazionali nella liturgia, aumentando la partecipazione del laicato e
aprendo al giudaismo, condannando l’antisemitismo. Ratzinger adesso
vuole aprire la chiesa ancora di più al mondo. Il suo approccio alla
crisi della cristianità non è difensivo, la sua riflessione sulla
marginalizzazione della religione è spesso basata sull’autocritica. Il
columnist Andrew Sullivan scrisse che Benedetto XVI è “immune dalla
ricerca razionale”. Non potrebbe essere più nel torto. Benedetto XVI è
noto come un “Papa illuminista” in un’era in cui la ragione ha pochi
difensori. Il Papa è terribilmente consapevole dell’oppressione portata
dall’irrazionalità: nell’infanzia, era il nazismo; fino al collasso
dell’Unione Sovietica era il comunismo; oggi, come dice, è la
“dittatura del relativismo”, il rifiuto di norme assolute, e l’islam
radicale.
La sua “lectio magistralis”, tenuta all’Università di Ratisbona nel
settembre scorso, ha scatenato una polemica feroce non appena ha
esplorato le sue teorie sulla relazione fra ragione e fede. L’una
richiede l’altra, ha detto il Papa, se l’umanità vuole sfuggire a
quelle che ha chiamato le “patologie e malattie mortali della religione
e della ragione” – in altre parole, fanatismo politicamente e
religiosamente ispirato. Come Papa, Joseph Ratzinger guarda ad Atene e
Gerusalemme, dalla cui unione, dice orgogliosamente, è nato “l’
occidente”. “Il vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra
la fede biblica e l’interrogarsi sul piano filosofico del pensiero
greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista
della storia delle religioni, ma anche da quello della storia
universale… Quest’incontro, al quale si aggiunge successivamente il
patrimonio di Roma, ha creato l’Europa”. In altre parole, un “islam
europeo” deve passare attraverso un simile processo di convergenza. Il
Papa ha suggerito che solo un islam temperato dal logos, che in greco
significa sia “ragione” sia “parola”, può prendere parte a un dialogo
interreligioso significativo. “Dio agisce attraverso il logos” e così
fa il suo rappresentante sulla terra. “Questo sarà un pontificato di
concetti e parole” ha detto il portavoce di Karol Wojtyla Joaquín
Navarro-Valls quando il cardinal Ratzinger fu eletto Papa. Il secolo
scorso non aveva conosciuto un pontefice con un linguaggio così chiaro.
Joseph Ratzinger è uno scrittore infaticabile così come Karol Wojtyla
era un attore e un viaggiatore. E’ un amante delle parole che rivolge
in modo rigoroso, ma sempre pacato, come un gentile pastore, a un
miliardo e ventisette milioni di fedeli. Non teme gli scandali, come
quando concesse udienza privata a Oriana Fallaci, la bellissima
provocatrice e flagello del fanatismo islamico. Usa parole forti contro
il nichilismo del terrore islamico e a favore dell’esistenza di Israele
come stato sovrano e “segno della libera scelta di Dio”. Questo timido
studioso, che durante i suoi giorni di Tubinga meditava sul detto di
sant’Agostino “in interiore homine habitat veritas”, non ha mai smesso
di cercare e battersi per la verità.
dal Wall Street Journal del 20 aprile 2007
Ringrazio A.N. per questo contributo
20 aprile 2007
La radice di tutti i mali...
Indagine
Di chi è questa firma, Boris Nikolaevič[1]?
I successori di solito dimenticano le promesse dei predecessori
| El’cin comprensibilmente non ricorda a V. Putin il suo decreto[2] sull’abolizione del servizio di leva. Alle armi chiamano come prima. Come prima El’cin ama il tennis, l’operazione “Successore” è ricominciata. Boris Nikolaevič, mi rivolgo a Lei per una precisazione. Nel 1996 Lei, presidente della Federazione Russa, promise di abolire il servizio di leva e di passare ad un esercito a contratto entro il 2000. Adesso siamo nel 2007 e il Suo successore V. Putin ha emesso un decreto per l’ennesima chiamata alle armi e Sergej Ivanov (ancora poco tempo fa ministro della Difesa) ha dichiarato pubblicamente che nessuno ha mai promesso di passare ad un esercito russo a contratto. Dalla redazione Boris El’cin ha dimenticato le promesse fatte in pubblico in quanto è diventato il primo pensionato-oligarca[4] El’cin non commenta alcun appunto sul fatto che la Russia ha abbandonato la via democratica di sviluppo. A questo silenzio siamo abituati. Ma in modo un po’ impaurito (il che non è abituale) ha dimenticato la sua principale promessa fatta al paese – rendere l’esercito professionale e abolire il servizio di leva nel 2000. Duemila perdite di persone “non da guerra” non lo scuotono più, perché capisce, di cosa è debitore e a chi. Vjačeslav Izmajlov 05.04.2007, Novaja Gazeta, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/24/00.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni) |
[1] Ai russi con cui non si ha confidenza bisogna rivolgersi chiamandoli per nome e patronimico (quella sorta di cognome che deriva dal nome del padre – quello dell’ex presidente russo si chiamava evidentemente Nikolaj El’cin).
[2] Secondo la Costituzione russa il presidente può emettere decreti legislativi che entrano immediatamente in vigore (non devono contrastare con la Costituzione e con le leggi federali, ma di come verificare ciò e come operare una volta verificato tale contrasto si parla molto vagamente).
[3] Settentrionale.
[4] “Oligarchi” sono detti in Russia i potentissimi miliardari come Abramovič.
[5] Zona d’elite alla periferia di Mosca.
[6] Il soldato diciannovenne Andrej Sergeevič Syčëv, nella notte di Capodanno del 2006, fu picchiato con incredibile violenza da un sergente e tre commilitoni. Non ricevette cure mediche fino al 4 gennaio e a causa di una cancrena diffusa dovette subire l’amputazione di entrambe le gambe, l’evirazione e l’asportazione dello sfintere.
19 aprile 2007
Tra cani non si mordono. Anzi, si premiano...
Circostanze
La difesa dei diritti umani e la spada[1]
Alcuni ex agenti segreti hanno creato un’organizzazione umanitaria e hanno consegnato un premio per la difesa dei diritti umani a Ramzan Kadyrov
| Il Comitato internazionale per la difesa dei diritti umani (MKZPČ)[2] davvero a tempo, proprio per il suo insediamento, ha consegnato al presidente della Cecenia il suo premio più importante. In questa settimana a Ramzan Kadyrov verrà consegnata la “Stella d’Oro – Onore e Merito” e verrà attribuito il titolo di “Emerito difensore dei diritti umani”. E così, la sera del 26 marzo in uno dei portali di informazione compare la notizia che, il presidente della Repubblica Cecena Ramzan Kadyrov ha ricevuto il più importante premio del Comitato Internazionale per la difesa dei diritti umani – la “Stella d’Oro – Onore e Merito” con l’attribuzione del titolo di “Emerito difensore dei diritti umani”.
Vladimir ŽIRINOVSKIJ è venuto a conoscenza dell’esistenza dell’МКЗПЧ grazie a un corrispondente della “Novaja Gazeta”: “Non sono mai entrato a far parte di tale organizzazione, – ha risposto. – E’ probabile che vogliano dare maggior peso alla loro organizzazione utilizzando cognomi noti”. Il conduttore televisivo Leonid JAKUBOVIČ, dopo aver sentito le domande della “Novaja Gazeta” riguardo alla sua partecipazione al Comitato e al modo in cui questo avesse votato per Kadyrov, ha reagito laconicamente: “Che sciocchezze sono? E’ una totale assurdità! Non faccio parte di alcun Comitato”. Neanche Michail ŽVANECKIJ ha mai sentito parlare dell’esistenza dell’MKZPČ, di cui farebbe parte. “Sento parlare per la prima volta dell’esistenza del Comitato, – ha detto. – Ricevo e conosco la “Novaja Gazeta”, ma del Comitato non so nulla. Sarebbe terribile, se solo acconsentissi ad avvicinarmi a quel Comitato”. La redazione non ha ritenuto necessario disturbare con simili domande gli altri “membri” dell’MKZPČ, cioè Kofi Annan, l’arcivescovo Pavel ecc., soprattutto Sophia Loren. Redatto sulla base del materiale del centro “Demos”. 02.04.2007, “Novaja Gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/23/00.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni) |
[1] Il titolo originale riecheggia Ščit i meč (Lo scudo e la spada), titolo di un romanzo dello scrittore sovietico Vadim Michajlovič Koževnikov.
[2] Abbreviazione del nome dell’associazione in russo (Meždunarodnyj Komitet Zaščity Prav Čeloveka).
[3] Čekisty erano detti gli agenti della ČK (Črezvyčajnaja Komissija po bor’be z kontrrevoljucej i sabotažem – Commissione Straordinaria per la lotta contro la controrivoluzione e il sabotaggio, la cui abbreviazione si legge čeka), il primo servizio segreto sovietico e per estensione sono chiamati così gli agenti segreti in generale.
[4] La “camera bassa” del parlamento russo.
[5] La principale chiesa ortodossa di Mosca insieme a san Basilio, distrutta sotto Stalin e ricostruita negli anni ’90.
[6] Iosif Davidovič Kobzon, cantante e “poeta laureato” dell’Unione Sovietica e della Russia putiniana.
[7] Evgenij Maksimovič Primakov, politico russo, già primo ministro e adesso a capo di un’associazione di imprenditori.
[8] Vladimir Vol’fovič Žirinovskij, politico nazionalista russo, leader del sedicente Partito Liberal-Democratico di Russia.
[9] Michail Michajlovič Žvaneckij, comico e scrittore satirico russo.
[10] Leonid Makarovyč Kravčuk, discusso politico ucraino, già presidente dell’Ucraina.
[11] Oscuro comandante della polizia di Kiev, divenuto sottosegretario degli Interni.
[12] Arcivescovo di Vyšgorod, nei pressi di Kiev (al secolo Pëtr Dmitrievič Lebed’).
[13] Leonid Danylovyč Kučma, secondo presidente dell’Ucraina, accusato di aver limitato la libertà di stampa e di aver fatto uccidere il giornalista Heorhij Ruslanovyč Gongadze.
[14] Viktor Stepanovič Černomyrdin, primo ministro sotto El’cin e imprenditore plurimiliardario.
[15] Centro per la difesa dei diritti umani e per la promozione della società civile fondato a Mosca nel 2004.
[16] Dollari, forse, ma ultimamente anche l’euro è apprezzato da quelle parti…
[17] Città della Russia meridionale.
[18] I titoli nobiliari sono stati riesumati nella Russia post-sovietica, ma mi pare che quello di “grande principe” competesse solo alla casa regnante (gli antichi sovrani russi erano detti “grandi principi”, il primo a fregiarsi del titolo di “zar” fu Ivan il Terribile).
[19] Sorta di “Cavalieri di Malta” ortodossi.
[20] Putin ha diviso la Russia in sette distretti capeggiati da plenipotenziari di sua fiducia.
[21] Si potrebbe perfino annotare che per la più pura spritualità ortodossa l’orgoglio è uno dei peccati più gravi…
[22] Famoso cardiochirurgo.
15 aprile 2007
Cose che mi lasciano alquanto perplesso
di Antonio Socci
“Chi controlla il passato” diceva Orwell “controlla il futuro”. Per questo i comunisti sono sempre stati molto disinvolti nel riscrivere la storia a proprio uso e consumo e magari nello “sbianchettare” le immagini scomode del passato. Il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha “rimosso” dalla sala di Montecitorio dove riceve le delegazioni una tela rappresentante la battaglia di Lepanto, quella vittoria cristiana che nel 1571 ci salvò dall’invasione turca.
Pare che Bertinotti ne fosse imbarazzato per spirito pacifista. Ma che accadeva se nessuno si opponeva ai musulmani? Lo si vede nella cattedrale di Otranto, in Puglia, dove si conservano le ossa degli 800 uomini (per primo il vescovo Stefano Pendinelli) a cui i saraceni di Maometto II, 90 anni prima di Lepanto, tagliarono ferocemente la testa, mentre i loro figli e le loro mogli finirono in schiavitù. Il 15 marzo 1570, alla vigilia di Lepanto, l’impero turco, smanioso di conquistare tutto il Mediterraneo, dichiarò guerra anche alla Serenissima invadendo Cipro, territorio di Venezia: “Nicosia” scrive Alberto Leoni “si trasformò in mattatoio dove furono trucidate con crudele fantasia 20 mila persone. I superstiti, 2 mila donne e ragazzi, vennero destinati all’harem”. E l’altra città dell’isola, Famagosta, subì lo stesso macello con il comandante, il grande Marco Antonio Bragadin, che fu torturato orrendamente. Gli tagliarono orecchie e naso e infine fu scorticato vivo: “non emise un lamento, mormorando il ‘Miserere’ fino a che il cuore cedette quando il coltello del boia era arrivato all’ombelico”. E’ la storia gloriosa di Venezia cristiana.
Non rendendo onore a questo passato, l’attuale sindaco di Venezia, Cacciari (oltretutto post-comunista), è arrivato a dichiarare che è stata la religione cristiana, non l’Islam, che “si è imposta agli altri con la violenza” (parole che fanno indignare). Queste carneficine musulmane preannunciavano cosa sarebbe capitato all’Italia se i turchi fossero riusciti a invaderla. Senza la battaglia di Lepanto e senza quella vittoria dei cristiani non ci sarebbe oggi nessuna democrazia in Italia (ma avremmo qualche sultano al potere). Senza quella vittoria cristiana non ci sarebbe neanche il Parlamento in Italia. Soprattutto – e questo dovrebbe far meditare Bertinotti – senza quella vittoria cristiana non ci sarebbe la sua poltrona di Presidente della Camera. Né la libertà di essere comunisti.
Insomma quella tela sulla battaglia di Lepanto è simbolo della libertà italiana almeno quanto la festa del 25 aprile (in entrambi i casi il Paese era sotto invasione barbarica). Si vuol forse abolire anche il 25 aprile? Hanno dichiarato che la decisione di rimuovere la tela “è stata presa in sintonia con la linea di dialogo e di pace”. Con questa filosofia pacifista Bertinotti rischia di prospettare pure l’abolizione del 25 aprile che celebra la liberazione armata dell’Italia da parte dei partigiani e degli Alleati.
Perché la vittoria militare del 25 aprile deve essere ricordata con una festa nazionale e di quella di Lepanto imbarazza perfino una tela? Forse perché la prima fu una vittoria (anche) dei comunisti, mentre quella di Lepanto fu una vittoria tutta cristiana sulla minaccia islamica. Dunque via la tela. Così – fa sapere Bertinotti – “si è voluto mandare un segnale di novità e diversità”.
E quale novità? L’ostilità anticattolica dei comunisti è una novità? E’ roba stravecchia. Arrivare a rimuovere la tela su Lepanto è un gesto di fanatismo ideologico. I comunisti ormai da tempo cercano di usare l’argomento “musulmani” in modo strumentale, per dare addosso ai cristiani. Nessun islamico aveva chiesto la rimozione di quella tela (e, nel caso, doveva rassegnarsi: ci volevano invadere! Casomai dovrebbero chiedere scusa). Per non urtare gli islamici dovremmo forse abolire la Divina Commedia (rea di parlar male di Maometto) e poi cancellare tutte le immagini sacre perché l’Islam le ritiene “blasfeme”?
Il problema in realtà è la Sinistra. Che evoca il “dialogo” con i musulmani per cancellare la memoria cristiana, ma non certo quando lancia battaglie laiciste come quella sui Dico. “Come mai”, si è chiesto padre Samir, “quando si è trattato di togliere alcuni segni visibili della tradizione cristiana (il crocifisso, il presepio, ecc…) hanno utilizzato l’argomento dei musulmani da non offendere (come se il presepio fosse un offesa per loro!), e quando si tratta di questioni così fondamentali per loro (come la famiglia e i Dico) non se ne parla?”. Questo mondo progressista “li sta strumentalizzando, utilizzandoli per confortare una sua opinione solo quando fa comodo. Questo non è rispetto, ma manipolazione”.
Peraltro “censurare” Lepanto è pure sintomo di ignoranza storica. Un celebre protagonista di quella battaglia, Miguel de Cervantes, disse che quel 7 ottobre fu uno dei giorni più grandi della storia del mondo. Lo storico Fernand Braudel scrive che “la vittoria segnò la fine di una miseria. La vittoria cristiana sbarrò la strada a un avversario che si annunziava molto oscuro e vicino. Prima di far dell’ironia su Lepanto, seguendo le orme di Voltaire, è forse ragionevole considerare il significato immediato della vittoria. Esso fu enorme”.
Lepanto è diventato un tabù per i comunisti perché ricorda 14 secoli di minaccia islamica e di tentativi di invasione dell’Europa. E perché a opporsi oggi all’aggressione islamica (che punta sempre a fare di noi l’Eurabia) sono gli odiati (dalla Sinistra) “amerikani”. Inoltre perché nel 1571 era stato il papa Pio V a coalizzare i (divisi) sovrani dell’Europa nella Lega Santa e a organizzare la difesa. E fu lui a organizzare anche un immenso esercito di preghiere con le Confraternite del Rosario. Il Papa – che seppe misteriosamente della vittoria quel giorno stesso (si dice che ebbe una visione della Vergine) – proclamò da allora il 7 ottobre “Festa della Madonna del Rosario” o anche “Santa Maria della Vittoria”.
Un evento storico clamoroso: il Papa letteralmente salvò l’Italia (e l’Europa) grazie all’aiuto della Madre di Dio. Fu una delle “ingerenze” con cui la Chiesa ha protetto da secoli l’Italia e l’Europa dall’orrore e dalla distruzione (come nelle elezioni italiane del 1948). Dev’essere questo che urta oggi i comunisti che accusano di nuovo il Papa e la Chiesa di “ingerenza”. Sì, è vero: la Chiesa ha sempre difeso l’Italia.
Proprio mentre scrivevo queste note ho ricevuto una mail da un certo “Centro culturale Lepanto” che, con toni assai polemici, afferma: “In questi ultimi tempi, le forze laiciste hanno lanciato una nuova e più grave campagna di odio contro la Santa Chiesa Cattolica ed il suo Pastore Benedetto XVI. Giornali, libri, televisioni, pellicole cinematografiche, cartelloni e spot pubblicitari rovesciano continuamente torrenti di calunnie, accuse, insulti e derisioni sul Papa, sul Clero e sull’intera Chiesa, pretendendo d’isolarla, emarginarla e metterla a tacere… Questa campagna di odio cerca d’intimidire i cattolici, spingendoli a relegarsi nel chiuso delle chiese e a rinunciare a testimoniare e difendere la Fede nella vita pubblica. E' una campagna che potrebbe preludere a quella persecuzione violenta descritta nell'ormai noto ‘terzo segreto’ di Fatima”.
Infine però gli estensori ricordano la protezione della Madonna. Certa come nel passato. Post scriptum: per il 30 aprile prossimo, festa di S. Pio V, pare che Benedetto XVI voglia promulgare il “Motu proprio” che restituisce alla Chiesa la sua grande liturgia latina, detta appunto “di S. Pio V”. Il Papa di Lepanto, che salvò l’Italia anche con la forza del Rosario. Storia da meditare anche per i cattolici.
Da “Libero”, 13 aprile 2007
Ringrazio D.N. per questo contributo
14 aprile 2007
Russia e Georgia, orrori e paure
Dettagli
Senza contesto politico?
La Georgia ha denunciato la Russia alla Corte Europea per i diritti umani
| La denuncia a nome dello stato è stata presentata il 26 marzo alla corte di Strasburgo dal rappresentante della Georgia nel Consiglio d’Europa Zurab Čiaberašvili. In tal modo la Georgia conta di ottenere risarcimenti per i danni morali e materiali subiti dai cittadini georgiani che sono stati deportati dal territorio della Federazione Russa negli ultimi mesi. La denuncia presentata al tribunale internazionale consta di 200 pagine di testo e 30 minuti di filmati. La parte più importante di questo materiale sono le conclusioni di quattro mesi di lavoro della commissione parlamentare provvisoria d’inchiesta sulle violazioni dei diritti dei cittadini georgiani nella Federazione Russa. La commissione ha studiato le testimonianze dei cittadini georgiani deportati dalla Russia e dei dipendenti dell’ambasciata e del consolato georgiani a Mosca. Nel complesso in nove mesi sono stati deportati dalla Russia circa cinquemila cittadini georgiani. Nel corso della deportazione, in varie circostanze, sono morte alcune persone. A quanto risulta alla commissione parlamentare, i rappresentanti delle forze dell’ordine e del controllo dell’immigrazione russi hanno stracciato i passaporti di cittadini georgiani o hanno semplicemente ignorato il loro status legale, hanno separato dai genitori bambini in tenera età, hanno trattenuto in condizioni disumane persone arrestate, hanno rifiutato loro cure mediche e parte dei decreti di deportazione sono stati emessi dai tribunali in assenza degli imputati. Le autorità georgiane non hanno dimenticato di inserire nella denuncia il noto episodio riguardante la stesura di liste di alunni di etnia georgiana. Come ha notato il rappresentante della Georgia presso la Corte Europea Besarion Bochašvili, questa denuncia “è un documento giuridico e non va inquadrato nel contesto politico”. Non di meno in Georgia la questione della presentazione della denuncia è diventata tema di dibattito politico. Il fatto è che, secondo le regole della Corte Europea il termine per la presentazione della denuncia scadeva il 27 marzo. Tuttavia il ministero della Giustizia georgiano, che ha studiato i lavori della commissione parlamentare, ha trascinato la questione fino all’ultimo. Il ministro di Giustizia Gija Kavtaradze ha dichiarato che presentare una denuncia alla corte di Strasburgo ha senso solo quando sono state raccolte abbastanza prove convincenti. L’opposizione parlamentare ha valutato questa posizione “mancanza di principi” e “incoerenza”. Secondo gli oppositori, le autorità della Georgia temevano di irritare troppo la Russia. In un modo o nell’altro, la rinuncia a presentare la denuncia difficilmente avrebbe migliorato di molto i rapporti russo-georgiani e nel frattempo avrebbe fortemente danneggiato la reputazione delle autorità della Georgia agli occhi dei propri cittadini. Dmitrij Avaliani “Novaja Gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/22/11.html 29.03.2007 (traduzione e note di Matteo Mazzoni) |
A quando il varo?
Mitico!
13 aprile 2007
Non solo Cecenia
Il nodo del Caucaso
Fuoco a tutto spiano sui diritti[1]
Il progetto comune di Memorial[2] e della “Novaja Gazeta”. Gli uomini delle forze armate mascherati si sono attivizzati in Inguscezia
| Ci rifacciamo di nuovo ai fatti avvenuti in Inguscezia. Con il passaggio in questa repubblica dell’“operazione antiterroristica” sono iniziati i sequestri di persona da parte di agenti delle forze armate: 2002 – 28 sequestri, 2003 – 52, 2004 – 48, 2005 – 47, 2006 – 35, in meno di tre mesi del 2007 – 9 sequestri. 1 marzo 2007. Nel villaggio di Sagopši nella provincia di Malgobek[3] gli uomini delle forze armate hanno sequestrato un abitante, Visingiri Gatagažev, anno di nascita 1964. Dove sia non è dato finora sapere. L’11 marzo nella città di Karabulak[4] gli uomini delle forze armate hanno arrestato il cittadino ceceno Ali Chil’dicharoev, anno di nascita 1985. Sua madre Zajnap dice di aver visto uno degli agenti mettere qualcosa sotto il materasso dopo di che lì “hanno trovato” una granata. Adesso Ali si trova nel GOVD[5] di Karabulak. 15 marzo. Verso le 6 del mattino nella casa dei Mutaliev, residenti nella città di Malgobek, hanno fatto irruzione gli uomini delle forze armate (20-25 persone) mascherati. Non si sono presentati e non hanno mostrato documenti, hanno perquisito la casa, non hanno trovato niente, ma hanno portato via Chusejn Mutaliev, anno di nascita 1980, l’hanno trascinato in cortile, l’hanno avvicinato alla macchina e hanno cominciato a picchiarlo. Mutaliev si è liberato e ha cercato di fuggire. Su di lui hanno aperto il fuoco a tutto spiano, Chusejn è rimasto ferito. I militari l’hanno messo a bordo della Volga[6] e sono partiti in direzione ignota. Il fratello di Chusejn Chasan è corso dietro a loro con la sua macchina. All’incrocio Kantyševskij[7] la colonna è stata fermata dagli agenti del GIBDD[8]. Gli uomini delle forze armate hanno mostrato un permesso speciale del GROU (Gruppa Operativnogo Upravlenija[9] del Caucaso settentrionale) e hanno proseguito per l’Ossezia Settentrionale. “Novaja Gazeta”, http://novayagazeta.ru/data/2007/21/19.html 26.03.2007 (traduzione e note di Matteo Mazzoni) |
[1] Il gioco di parole originario (strel’ba na poraženie v pravach) è assolutamente impossibile da tradurre. Strel’ba na poraženie significa “fuoco a tutto spiano” e poraženie v pravach significa “privazione di diritti” (in conseguenza di un atto giudiziario).
[2] Associazione nata per perpetuare la memoria delle vittime delle repressioni sovietiche e attualmente attiva nella difesa dei diritti umani.
[3] Città dell’Inguscezia settentrionale.
[4] Città dell’Inguscezia centro-settentrionale.
[5] Gorodskoj Otdel Vnutrennich Del (Sezione Cittadina degli Affari Interni), in pratica la sede della polizia cittadina.
[6] Marca di automobili russa.
[7] Località di Nazran’, ex capitale dell’Inguscezia.
[8] Gosudarstvennaja Inspekcija Bezopasnosti Dorožnogo Dviženija (Ispettorato Statale della Sicurezza del Traffico Stradale), in pratica la polizia stradale russa.
[9] Gruppo della Direzione Operativa.
[10] Letteralmente “annientato”, termine che gli organi di informazione russi usano senza problemi quando parlano dell’uccisione di terroristi o presunti tali da parte delle forze armate.
[11] Nezakonnoe Vooružënnoe Formirovanie (Formazione Armata Illegale).
[12] Corrente dell’islam radicale (va detto che, secondo la stampa ufficiale russa, tutti i terroristi caucasici o presunti tali sono wahhabiti).
[13] Pravozaščitnyj Centr (Centro per la Difesa dei Diritti Umani).
10 aprile 2007
Un russo che mi ha tradotto
Io ti ho amata, l'amore ancora, forse,
nell'anima mia non si è spento del tutto;
ma che esso non ti inquieti più;
io non voglio rattristarti in alcun modo.
Io ti ho amata senza parole, senza speranza,
afflitto quando da timidezza quando da gelosia;
Io ti amata tanto sinceramente, tanto teneramente
quanto ti conceda Dio di esser amata da un altro.
Aleksandr Sergeevič Puškin
Facendo forse sobbalzare Aleksandr Sergeevič nella tomba, ho sostituito l'arcaico "voi" con un "tu". L'originale è qui: http://www.stihi-rus.ru/Pushkin/stihi/231.htm.
